THE LAST LECTURE
“MORIRÒ PRESTO,
ECCO IL MIO SENSO DELLA VITA”
Ricordate: i muri esistono
affinché noi possiamo dimostrare
quanto ci teniamo a superarli. Non cedete!
Randy Pausch
Il professor Randy Pausch, della Carnegie Mellon
University, esperto di realtà virtuale, dopo aver scoperto
di avere un cancro che gli lascerà pochi mesi di vita,
decide di ritirarsi dall’insegnamento per stare più tempo
con la sua famiglia, ma prima di congedarsi, tiene un’
“ultima lezione” di commiato. Ne nasce uno straordinario
caso: il giornalista Jeffrey Zaslow, del Wall Street
Journal, presente alla lezione, riporta sul prestigioso
quotidiano alcuni stralci del discorso di Pausch e, allo
stesso tempo, un filmato amatoriale di quell’ultima lezione
viene scaricato su You Tube
(
http://it.youtube.com/watch?v=9xwuOVTiky0
).
Il successo è strepitoso. Il numero di visitatori aumenta,
di giorno in giorno, in maniera esponenziale, arrivando a
sfiorare i quattro milioni di contatti.
Il caso diventa anche un libro edito dalla casa editrice
Hyperion, a firma proprio di Jeffrey Zaslow, il primo ad
aver colto la prepotente forza delle parole di Pausch.
Distribuito in Italia da Rizzoli, “il libro è un modo – come
afferma lo stesso Pausch – per proseguire ciò che è partito
da quella lezione”.
Di seguito proponiamo alcuni estratti dell’ormai celebre
lectio (a.p.).
Buonasera a tutti. È magnifico essere qui. Questa serie di
conferenze un tempo si chiamava “L’ultima conferenza: se
aveste un’ultima conferenza da fare, di che cosa
parlereste?” E io ho pensato: “Accidenti, finalmente avevo
centrato l’argomento e loro le cambiano nome!”.
Bene, eccoci qui. Nel caso in cui ci fosse qualcuno che è
capitato qui per caso e non conosce la mia storia, mio padre
mi ha insegnato che quando c’è un grosso problema bisogna
affrontarlo. Nelle mie Tac compaiono una decina circa di
tumori al fegato e il dottore mi ha detto che mi restano dai
tre ai sei mesi di buona salute. Considerato che me l’ha
detto un mese fa, i conti sono presto fatti.
Ho i medici migliori al mondo. Le cose stanno così. Non
possiamo cambiarle. Possiamo soltanto decidere in che modo
reagiremo alla situazione. Non possiamo cambiare le carte
che ci sono date,
possiamo soltanto decidere come giocare la prossima mano. Se
non vi sembro depresso o cupo come pensate che dovrei
essere, mi dispiace deludervi (…).
Va bene… allora, di una cosa non parleremo oggi. Non
parleremo di cancro, perché ho già parlato a lungo di questo
e davvero non mi interessa parlarvene. Se avete qualche
integratore a base
di erbe o qualche altro rimedio, vi prego di starmi alla
larga.
Non parleremo anche di altre cose che sono più importanti
dell’esaudire i sogni della vostra infanzia. Non parleremo
di mia moglie e non parleremo dei miei figli, per esempio,
perché sono bravo, sì,
ma non così bravo da poterne parlare senza scoppiare a
piangere. Pertanto, molto semplicemente, accantoneremo
questo argomento, che è molto più importante. (…).
D’accordo, ma allora di che cosa parliamo oggi? Parliamo dei
miei sogni d’infanzia e di come li ho realizzati. Da questo
punto di vista sono stato molto fortunato. Parleremo di come
credo di aver reso
possibili i sogni altrui e, in una certa qual misura, degli
insegnamenti che se ne possono ricavare. Sono un professore,
pertanto dovrebbe essere possibile ricavare qualcosa che
consenta ai vostri
sogni di realizzarsi. A mano a mano che si diventa grandi,
si può scoprire che “permettere ai sogni altrui di
realizzarsi” è ancora più gratificante.
Dunque, volete sapere quali erano i sogni della mia
infanzia? Prima di tutto vi premetto di aver avuto
un’infanzia davvero molto felice. Sì, sul serio, non sto
scherzando. Ho frugato nell’archivio di
famiglia e la cosa che mi ha davvero colpito è che non sono
riuscito a trovare nessuna foto di me bambino nella quale io
non stessi sorridendo. E questo di per sé è già molto
gratificante.
Sapete, c’era molto per cui sognare ad occhi aperti. Sono
nato nel 1960. Avevo otto o nove anni e se guardavo la
televisione potevo vedere l’uomo sbarcare sulla Luna.
A quel punto capite bene che ogni cosa è possibile. Ecco,
questo non dovremmo dimenticarlo mai. L’ispirazione e la
possibilità di sognare sono immense.
Quali erano i miei sogni d’infanzia? Potrete anche non
essere d’accordo con il mio elenco, ma si tratta dei
seguenti: sperimentare l’assenza di gravità, giocare nella
Lega nazionale di football, scrivere
una voce della World book enciclopedia (beh, sì, presumo che
i secchioni si individuino subito, non è così? ), essere
Captain Kirk…
C’è qualcuno tra voi che ha avuto questi stessi sogni quando
era bambino? No, alla Carnegie Mellon University no di
sicuro! Volevo anche essere uno di quei tipi che vincono i
pupazzi giganti al luna
park, e volevo diventare uno degli imagineer della Disney
(coloro che pianificano e realizzano le attrazioni dei
parchi giochi, n.d.r).
Ecco, ve li ho elencati in ordine sparso, anche se a
esclusione forse del primo, sperimentare l’assenza di
gravità, di sicuro erano sogni di difficile realizzazione.
Credo che sia molto importante avere
sogni precisi (…).
Ok, passiamo al football.
Il mio sogno, come vi ho detto, era giocare nella Lega
nazionale di football, ma probabilmente ho avuto molto più
da questo sogno che non si è realizzato che da tutti quelli
che invece si sono
realizzati.
Avevo un allenatore. Firmai con lui a nove anni. Ero il più
piccolo della Lega, e avevo un allenatore, Jim Graham, che
era alto quasi un metro e novanta e aveva giocato da
linebacker con i Penn State.
Era un colosso ed era della vecchia scuola. Intendo proprio
vecchia… il primo giorno di allenamento eravamo tutti
spaventati a morte da quel gigante. Lui arrivò… ed era senza
pallone. Come
avremmo mai potuto allenarci senza pallone? Allora un
ragazzino si fece avanti e gli disse: “Senta coach, mi
scusi, ma non c’è il pallone”. E il coach Graham: “È vero.
Ma ditemi un po’, quante persone
ci sono in campo?”. E noi in coro: “Undici per squadra,
ventidue in tutto”. “Esatto. E quante persone alla volta
toccano il pallone?”. “Una sola”. “Giusto. Quindi noi
inizieremo da quello che fanno gli
altri ventuno”.
Sì, è propria una bella storiella, perché parla delle cose
fondamentali, le cose basilari, le cose che contano. È
importante concentrarsi su queste, le cose fondamentali,
perché tutto ciò che è superfluo
e inutile non serve a niente.
L’altra cosa importante legata al coach Jim Graham riguarda
l’allenamento. Mi stava sempre addosso, sempre. Mi faceva
sgobbare e lavorare senza sosta: “Sbagli questo, ripeti.
Sbagli anche
quell’altro. Fallo ancora. Torna indietro e ricomincia. Me
lo devi… dopo l’allenamento fai le flessioni” e così via. Un
giorno, al termine dell’allenamento, uno degli altri coach
mi si avvicina e mi dice: “Il
coach ti ha lavorato ben bene, non è così?”. Io rispondo di
sì, e lui chiosa: “Si tratta di un buon segno. Quando sbagli
qualcosa e nessuno ti dice più niente, significa che ormai
hanno rinunciato”.
Questa è una lezione che ho imparato e ho ricordato per
tutta la vita: quando fai qualcosa di sbagliato e nessuno si
prende la briga di dirti qualcosa, significa che è meglio
cambiare aria. Chi ti critica
lo fa perché ti ama e ti ha a cuore (…).
Sono molto contento che il football sia stato parte della
mia vita. Anche se il desiderio di giocare nella Lega
nazionale di football non si è realizzato, pazienza.
Probabilmente ci sono cose che contano
di più. Se poi guardiamo a quello che stanno facendo nella
NFL…. non sono più così sicuro che si stiano comportando
bene…
Bene, uno dei modi di dire che ho acquisito lavorando per
l’Electronic Arts, che mi piace moltissimo ed è in relazione
a quanto ho appena raccontato è questo: “L’esperienza è ciò
che ottieni quando
non sei riuscito a ottenere ciò che volevi”. Penso che sia
assolutamente deliziosa.
L’altra cosa che posso dire del football, come di qualsiasi
altro sport o attività che facciamo praticare ai nostri
figli, che si tratti di football o di calcio, di nuoto o di
qualsiasi altra cosa, è che questo è
un esempio di quello che io definirei l’apprendimento
indiretto. In realtà noi non vogliamo che i nostri figli
imparino a giocare a football.
Sì, insomma, è carino che io abbia queste tre punte e che so
come fare blocco e così via…, ma noi mandiamo i nostri figli
a imparare cose molto più importanti di queste. Spirito di
squadra, spirito
sportivo, perseveranza, eccetera. Tutti questi apprendimenti
indiretti sono importantissimi. Anzi, bisognerebbe aprire
bene gli occhi, stare sempre all’erta e coglierli ovunque,
perché sono ovunque.
Passiamo adesso all’altro desiderio, diventare autore di una
voce della World book encyclopedia. Quando ero bambino, su
una mensola di casa nostra c’era la World book encyclopedia…
per le
matricole devo precisare che si tratta di un’enciclopedia in
versione cartacea! Bene, c’erano queste cose che chiamavamo
libri. Dopo che sono diventato per così dire un’autorità in
fatto di realtà
virtuale, ma non poi così importante, mi sono trovato al
livello di coloro ai quali la World book encyclopedia
avrebbe potuto chiedere di scrivere un articolo. E infatti
mi chiamarono e io ho scritto un
articolo! Questa è Caitlin Kelleher e se andate nella vostra
libreria locale, dove conservano ancora copie cartacee della
World book encyclopedia, se cercate alla voce virtual
reality troverete il mio
articolo. Tutto ciò che posso dire è che, effettivamente,
essendo stato scelto per diventare un autore della World
book encyclopedia, posso assicurarvi che Wikipedia è una
fonte perfetta di
informazioni per voi, perché conosco il controllo di qualità
delle vere enciclopedie! (…)
Bene. Possiamo passare al desiderio successivo. Essere un
imagineer. Ecco, questo era proprio difficile. Credetemi:
sperimentare l’assenza di gravità è niente rispetto a
diventare un imagineer!
Quando avevo otto anni la mia famiglia aveva attraversato
tutto il Paese per andare a Disneyland. Non so se avete
visto il film “National Lampoon´s Vacation”… è stato un po’
come in quel film. Fu
una vera odissea. (…) Eccomi lì, dicevo. Pensavo che quello
era davvero l’ambiente più fantastico che io avessi mai
visto e invece di pensare: “Voglio assolutamente visitarlo”,
dentro di me pensavo:
“Voglio assolutamente costruire cose così”. E così ci
investii tutto il mio tempo, mi laureai, presi un dottorato
al Carnegie Mellon, pensando che tutto ciò mi qualificasse
al massimo a fare qualsiasi
cosa. Poi spedii caterve di lettere con domanda di
assunzione alla Walt Disney Imagineering, e loro mi
mandarono le più dannate lettere di “vai-pure-all’inferno”
che io abbia mai ricevuto.
Sì, insomma, erano lettere del tipo: “Abbiamo preso in seria
considerazione la sua domanda, ma al momento non abbiamo
disponibile alcuna posizione che possa richiedere le sue
particolari
qualifiche”. Immaginate un po’: ricevere lettere così da un
posto che è famoso in tutto il mondo per i suoi spazzini che
puliscono le strade… Beh, per me fu un po’ un brutto colpo.
Ricordate, però: ogni ostacolo, ogni muro di mattoni, è lì
per un motivo preciso. Non è lì per escluderci da qualcosa,
ma per offrirci la possibilità di dimostrare in che misura
ci teniamo. I muri di mattoni
sono lì per fermare le persone che non hanno abbastanza
voglia di superarlo. Sono lì per fermare gli altri. Bene,
con un “avanti veloce” spostiamoci al 1991: all’università
della Virginia mettiamo a
punto un sistema denominato “Realtà virtuale per cinque
dollari al giorno”. Si trattava di una di quelle cose
assolutamente spettacolari.
Quell’anno, da
junior academic, ero terrorizzato. C’era Jim
Foley… sì, voglio proprio raccontarvi questa storia. Foley
conosceva il mio consigliere undergraduate, Andy van Dam. Io
dovevo tenere la
mia prima conferenza ed ero assolutamente nel panico.
Ebbene, quell’icona vivente della user interface community
viene da me e senza preavviso alcuno mi abbraccia come un
grande orso, e mi
dice: “Questo è da parte di Andy”. Ed è stato allora che ho
pensato per la prima volta: “Forse posso farcela! Forse
faccio parte del suo mondo”.
Questa è la storia e fu un successo tanto più inverosimile
se si pensa che all’epoca per costruire una realtà virtuale
occorreva avere come minimo mezzo milione di dollari. Tutti
si sentivano
demoralizzati perché i soldi non c’erano, mentre noi avevamo
messo insieme, pezzo dopo pezzo, un sistema con circa
cinquemila dollari in componenti, costruendo un sistema VR
perfettamente
funzionante. E la gente impazziva, si entusiasmava, pensava
che il nostro fosse un bis del grande exploit del garage
dell’Hewlett Packard, e cose così.
Insomma, ero lì a fare una conferenza, e il pubblico della
sala pareva letteralmente impazzito. Durante la fase finale
delle domande del pubblico, un tipo di nome Tom Furness,
all’epoca un pezzo
grosso nel campo della realtà virtuale, prende il microfono
e si presenta. Io non sapevo che aspetto avesse, ma il suo
nome lo conoscevo eccome! Mi rivolge una domanda e quando a
me tocca
rispondere gli dico: “Lei è Tom Furness? Prima di rispondere
alla sua domanda, mi può dire se possiamo pranzare insieme
domani?”. Fu così che, dopo un paio di anni, Imagineering
lavorava a un
progetto di realtà virtuale, assolutamente top secret.
Ancora negavano l’esistenza di un’attrazione con la realtà
virtuale e già il dipartimento pubblicità mandava in onda
spot in televisione. Insomma, Imagineering si era davvero
appassionata alla cosa.
Si tratta dell’attrazione di Aladino, quella nel quale si
vola su un tappeto volante, con un display sulla testa, una
cosa nota come gator vision. Non appena iniziano gli spot
alla televisione, mi
chiedono se posso dare qualche informazione al Segretario
della Difesa sullo stato della realtà virtuale. Sì, proprio
così: Fred Brooks e io siamo stati convocati per informare
il Segretario della Difesa.
Questa per me è stata una scusa fantastica: ho chiamato
Imagineering, ho detto loro quello che dovevo fare e ho
chiesto che mi dessero del materiale, perché quello che
stavano mettendo a punto
era il miglior sistema di VR del mondo. Loro si sono tirati
indietro. Al che io ho ribattuto: “Ma allora, tutto il
patriottismo dei vostri parchi è soltanto una farsa?”. A
quel punto hanno ceduto. Mi
comunicano, però, che il dipartimento delle Public relation
è nuovo e non ha materiale per me, quindi devo prendere
contatti direttamente con il team che ha eseguito il lavoro.
Bingo! Ecco quindi che mi ritrovo a telefono con un tipo di
nome Jon Snoddy, una delle persone più impressionanti che io
abbia mai conosciuto. Lui mi manda delle carte, parliamo
brevemente al
telefono e io ad un certo punto gli dico: “Senta, mi troverò
dalle sue parti per una conferenza, che ne dice se ci
incontriamo e pranziamo insieme?”.
Il che, come tutti sapete, tradotto significa: “Le sto
mentendo, le dirò che ho un’ottima scusa per capitare dalle
sue parti, quindi non sia troppo in ansia, mi piacerebbe
andare da Neptune a pranzo
con lei”. Jon mi risponde: “Certo!”, e così trascorro circa
80 ore a parlare con tutti gli esperti di realtà virtuale
del mondo, chiedendo loro che cosa vorrebbero, se potessero
avere accesso a questo
incredibile progetto. Poi mi compilo un bell’elenco, lo
imparo a memoria – il che, come sanno tutti quelli che mi
conoscono, è davvero incredibile, perché io non riesco mai a
ricordare nulla, ma non è
che potevo andare lì a dirgli con una vocina sottile
“Aspetti, domanda numero 72”… – e per le due ore che durò
quel pranzo, Jon deve aver pensato di essere alle prese con
una persona fenomenale,
perché tutto ciò che stavo facendo, in definitiva, era
convogliare le idee di Fred Brooks, di Ivan Sutherland, di
Andy Van Dam, e di Henry Fuchs e così via… è facile passare
per persone brillanti quando
si scimmiottano le persone brillanti!
Insomma, alla fine del pranzo con Jon, lasciò cadere quella
che nel gergo del business si chiama “La domanda”. Gli dico:
“Ben presto inizio un sabbatico”. E lui mi chiede: “Che
cosa?”. Un bell’inizio
davvero di uno scontro di culture… Così gli espongo la
possibilità di andare a lavorare con lui. Soltanto che lui
mi risponde che sì, sarebbe una buona idea davvero, se si
esclude il fatto che io
lavoravo per raccontare cose alla gente, mentre loro
lavoravano mantenendo i segreti. Poi, però, aggiunge
qualcosa degno di Jon Snoddy davvero: mi dice che ci avremmo
potuto lavorarci sopra, e
la cosa mi piace immensamente.
Un’altra cosa che ho imparato da Jon Snoddy – potrei andare
avanti anche più di un’ora a raccontarvi ciò che ho imparato
soltanto da Jon Snoddy – è questa: impara ad aspettare tutto
il tempo che
serve e la gente ti sorprenderà davvero. Mi ha spiegato che
quando si è davvero stufi marci di qualcuno o si è
arrabbiati con lui, significa solo che non si è concesso
loro abbastanza tempo. Dategli
più tempo e vedrete che quasi sempre vi stupiranno. Quando
me lo disse, questa cosa mi colpì moltissimo. Me la sono
sempre tenuto a mente e credo che avesse perfettamente
ragione (…).
Ricordo che quando finalmente andai all’Imagineering, la
gente mi chiedeva: “Non pensi che le tue aspettative siano
troppo alte?”. E io rispondevo: “Hai visto il film “Charlie
e la Fabbrica di
cioccolato? Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato?”.
Quando Gene Wilder dice al piccolo Charlie che sta per
regalargli la fabbrica di cioccolato e gli fa: “Bene
Charlie, ti hanno mai raccontato la storia
del bambino che all’improvviso ottenne tutto ciò che
desiderava?”. E Charlie spalanca gli occhi e dice: “No, che
cosa gli è capitato?” E Gene Wilder gli risponde: “Ha
vissuto per sempre felice e
contento”. Ecco, lavorare per il progetto di virtual reality
di Aladino è stata un’opportunità che capita soltanto ogni
cinque carriere… e lo confermo. È stata un’esperienza che mi
ha cambiato per il
resto della mia vita (…).
Bene, questi che vi ho raccontato erano i miei sogni
d’infanzia. Non male. Sento di esserne soddisfatto (…).
A questo punto l’unica domanda possibile è in che modo posso
far sì che si realizzino i sogni d’infanzia altrui. E ancora
una volta la risposta è questa: sono contento di essere
diventato un
professore. Quale posto migliore esiste, infatti, per
soddisfare i desideri dell’infanzia? Forse lavorare da EA,
non so… sì, sicuramente questa sarebbe un’ottima seconda
scelta.
Tutto ciò ha avuto inizio quando mi sono reso effettivamente
conto di poterlo fare, perché un giovanotto di nome Tommy
Burnett, venne da me quando ero all’Università della
Virginia e mi disse di
essere molto interessato a unirsi al mio gruppo di ricerca.
Così iniziammo a parlare e lui a un certo punto mi dice: “Ho
un sogno sin dall’infanzia”. È facile riconoscerli quando ti
dicono queste cose. Io
allora gli rispondo: “Sì, Tommy, qual è il tuo sogno
dell’infanzia?”. Lui prosegue: “Voglio lavorare al prossimo
film di Guerre Stellari”. Dovete chiaramente ricordare in
che epoca accadeva tutto ciò…
dove è Tommy? Tommy è qui tra noi oggi. Tommy, che anno sarà
stato? Il tuo secondo anno di università? Beh, intorno al
1993. Al che gli dico: “Tommy, guarda che, probabilmente,
non faranno altri
film della serie”. E lui ribatte: “Ti sbagli, li stanno
facendo”. Tommy ha lavorato con me per molti anni prima
della laurea e poi come membro del mio staff. Poi io sono
venuto qui al Carnegie Mellon, e
tutti i membri del mio team mi hanno seguito dalla Virginia
al Carnegie Mellon fuorché Tommy, perché ha ricevuto
un’offerta migliore. Ha lavorato davvero a tutti e tre i
nuovi film di Guerre Stellari! Al
che io gli dico: bene, è splendido, ma credo che realizzare
i sogni di uno solo alla volta non sia propriamente
efficiente. Chi mi conosce bene sa che sono un vero maniaco
dell’efficienza. Così mi
chiedo, non possiamo farlo in massa? Non posso far sì che la
gente lavori in modo tale da poter vedere realizzati i
propri sogni d’infanzia?
Pertanto ho creato un corso specifico. Sono venuto qui al
Carnegie Mellon e ho dato vita a un corso denominato
“Costruzione di mondi virtuali”. È un corso molto semplice.
Quante persone qui tra il
pubblico vi hanno preso parte? Ok, quindi alcuni di voi ne
hanno un’idea. Per coloro di voi che un’idea non l’hanno, le
cose sono molto semplici. Ci sono una cinquantina di
studenti scelti tra i vari
dipartimenti dell’università. Del tutto casualmente sono
assortiti per formare team di quattro persone, e prendono
parte a tutti i progetti, uno dopo l’altro. Ogni progetto ha
la durata di sole due
settimane, pertanto ogni studente fa qualcosa, costruisce
qualcosa, la mostra, poi io cambio a caso i gruppi ed egli
ricomincia insieme a tre colleghi nuovi.
Tutto questo accade ogni due settimane, pertanto nel
semestre del corso si completano cinque progetti. Il primo
anno che ho tenuto questo corso, sono andato molto di
fretta, perché volevo
constatare se eravamo effettivamente in grado di farlo (…).
Ho assegnato loro un primo incarico e quando sono tornati da
me dopo due settimane esatte mi hanno lasciato davvero a
bocca aperta.
Quello che avevano fatto andava talmente oltre le mie
aspettative e la mia immaginazione… in sostanza, io avevo
riprodotto i processi in uso nei laboratori dell’Imagineering,
ma senza avere idea
se si potessero realizzare con studenti non ancora laureati,
e con strumentazioni e apparecchiature così insufficienti.
Insomma, sono venuti da me con il loro primo progetto… era
talmente spettacolare che dopo dieci anni di insegnamento mi
sono ritrovato senza un’idea su come proseguire, che cosa
far loro fare in
seguito. Di conseguenza mi sono rivolto al mio mentore. Ho
telefonato ad Andy Van Dam e gli ho detto: “Ho dato loro un
incarico di sole due settimane e loro sono tornati da me con
un progetto che
se l’avessero realizzato in un semestre intero non
basterebbe che assegnassi tutti A, il voto più alto.
“Maestro”, che cosa mi consiglia di fare?”. Andy ci ha
pensato su un minuto, poi mi ha risposto
così: “Domani vai in classe, li guardi negli occhi e dici:
“Ragazzi, è andata abbastanza bene, ma io so che potete fare
molto di più”. Beh, vi dirò: quello è stato davvero il
consiglio giusto (…).
Se c’è una cosa che mi è stata insegnata sin da quando ero
piccolo è condividere, e quindi mi sono detto che dovevamo
assolutamente fare vedere quanto avevamo realizzato.
Dovevamo
organizzare un grosso show per la fine del semestre. Così
abbiamo prenotato quest’aula, la McConomy. Ho tanti
bellissimi ricordi legati a quest’aula. La prenotammo non
perché pensavamo di
poterla riempire, ma perché aveva le uniche apparecchiature
audiovisive dell’università (…).
Ma una cosa è sicura: quello è stato l’avvenimento dell’anno
per il campus. La gente si metteva letteralmente in coda per
poter entrare. È stato molto gratificante e gli studenti
hanno avvertito
una sensazione di grande entusiasmo nell’allestire una
dimostrazione-spettacolo per gente che ne andava entusiasta.
Ecco, io credo che questa sia una delle cose migliori che si
possano insegnare
a qualcuno: la chance di dimostrare che cosa si prova
facendo entusiasmare il prossimo. Si tratta di un vero dono,
un dono meraviglioso. Noi cerchiamo sempre di coinvolgere il
pubblico, che si tratti
di dargli un bastone fluorescente o un pallone gonfiabile o
ancora di farlo guidare È davvero molto cool! (…)
Abbiamo parlato dei miei sogni. Abbiamo parlato di come
aiutare il prossimo a realizzare i propri sogni. Da qualche
parte, lungo il cammino di ognuno, deve esserci qualcosa che
ci consente di
realizzare i nostri sogni.
Questa che vedete è mia madre, nel giorno del suo
settantesimo compleanno. Io sono qui, alle sue spalle, sono
stato appena catapultato fuori… Questo invece è mio padre,
sulle montagne russe
il giorno del suo ottantesimo compleanno. [Mostra una
diapositiva del padre sulle montagne russe]. Qui si vede che
non soltanto era coraggioso, ma aveva anche talento perché
quello stesso giorno
ha vinto quel grosso orso. Mia padre era così pieno di vita.
Ogni cosa per lui era un’avventura. (…)
Ma la storia migliore che posso raccontare di mio padre è
un’altra. Purtroppo mio padre è mancato poco più di un anno
fa. Mentre sistemavamo le sue cose – aveva combattuto nella
Seconda Guerra
mondiale, nella battaglia di Bulge – abbiamo trovato una
Stella di bronzo al Valore. Mia madre non ha mai saputo di
questa medaglia. In cinquanta anni di matrimonio non è mai
saltata fuori. Mia
mamma… Le madri sono quelle persone che ti amano anche se tu
tiri loro i capelli…
Ho due splendide storie anche su mia madre. Quando io ero
qui a studiare per prendere il mio dottorato, preparandomi a
una cosa che si chiama “Teoria qualificativa” – che posso
assicurarvi
essere la seconda cosa peggiore della mia vita, dopo la
chemioterapia – mi lamentavo con lei di quanto fosse
difficile questo esame, e di quanto fosse spaventoso. Lei si
inclinò verso di me, mi
diede un buffetto sulle spalle e mi disse: “Sappiamo bene
come ti senti, tesoro, ma ricorda, tuo padre alla tua età
combatteva contro i tedeschi”. Una volta preso il mio
dottorato, mia madre adorava
presentarmi dicendo: “Questo è mio figlio, è un dottore, ma
non quel genere di dottore che aiuta la gente”.
Queste diapositive sono un po’ scure, ma quando ero al liceo
decisi di dipingere la mia camera. Avevo sempre desiderato
un sottomarino e un ascensore…e la cosa più incredibile di
tutto ciò è che i
miei mi permisero di dipingerli! Non si arrabbiarono per
questo. Ed è ancora lì, come l’ho lasciata io. Se andate
nella casa dei miei genitori la troverete proprio così. A
chiunque sia qui presente ed è
un genitore, raccomando una cosa sola: se i vostri figli
vogliono dipingersi la loro camera, lasciate che lo
facciano, fatemi questo piacere personale. Andrà tutto bene.
Non preoccupatevi del prezzo al
quale un giorno potrete rivendere la vostra casa.
Quali altre persone ci aiutano oltre ai nostri genitori? I
nostri insegnanti, i nostri mentori, i nostri amici, i
nostri colleghi (…). So che moltissime persone nel mondo
hanno avuto pessimi superiori, ma io
non sono dovuto passare attraverso nulla del genere. Sono
molto grato a tutte le persone per le quali ho lavorato.
Sono state assolutamente incredibili (…).
Ricordate: i muri esistono affinché noi possiamo dimostrare
quanto ci teniamo a superarli. Esistono per separarci dalle
persone che non vogliono davvero vedere esauditi i loro
desideri d’infanzia.
Non cedete. L’oro migliore è quello che giace in fondo ai
barili di merda.
Quando qualcuno vi dà la sua opinione, abbiatela cara e
usatela… Siate grati e dimostratelo… Non lamentatevi…
Lavorate più duramente… Siate bravi in qualcosa: vi rende
persone di valore...
Lavorate sodo… Trovate in ogni persona ciò che c’è in lei di
meglio. Aspettate, non importa quanto ci vorrà. Nessuno è
malvagio. Tutti hanno un lato buono, basta saper aspettare e
prima o poi
salterà fuori... Siate pronti. La fortuna è quel momento in
cui la preparazione incontra l’opportunità.
Concludendo, oggi vi ho parlato dei miei sogni d’infanzia,
di come far sì che i sogni degli altri si realizzino, e di
alcune delle lezioni imparate nel corso della vita.
Ma avete scoperto qual è la vera finta? Non è come
realizzare i propri sogni, ma come vivere. Se vivrete nel
modo giusto, il karma si prenderà cura di sé. I sogni
verranno da voi. E avete capito
anche la seconda finta? Questo mio discorso non era per voi,
ma per i miei figli. Grazie a tutti, buonanotte.
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