INTRODUZIONE

IL SEGNALE


 

 

 

Già in altre occasioni vi ho confidato il mio stato d’animo emotivamente depresso, e razionalmente pessimista, di fronte alla disastrosa situazione italiana. Eravamo quinti e forse, per certi periodi, anche quarti, nella classifica delle più grandi potenze del mondo: oggi siamo agli ultimissimi gradini delle classifiche europee. Per trovare qualche ipotesi di primato, dobbiamo considerare le classifiche sulla disoccupazione, sulla criminalità, sull’arretratezza culturale.

Non voglio ulteriormente affliggervi con lamentose constatazioni, che chiunque può fare, se vuole: basta guardarsi intorno. Preferisco affrontare il tema conseguente e cruciale: come si può uscire da questo disastro, da questa tendenza malinconica, in apparenza inarrestabile, che ci porta, dopo fasti vissuti e meritati, ai livelli di decadenza del tardo romano impero?

La mia convinzione (direi una convinzione ragionevole, che mi auguro sia condivisa da chiunque voglia riflettere senza faziosità, ma con un minimo di indispensabile oggettività) è che nessuno, né nel nostro Paese né altrove, possiede ricette miracolose e bacchette magiche. Per qualsiasi governante al mondo, l’impresa della ricostruzione è lunghissima, faticosa, disperata: peraltro non credo a imprese individualistiche. È l’intero Paese che dovrebbe rimboccarsi le maniche e darsi da fare, operare e soffrire, soffrire e operare. Ricordate il celebre appello di Churchill agli inglesi? Lacrime e sangue.

Ma perché gli italiani dovrebbero rispondere a un appello incentrato sull’inevitabilità di lacrime e sangue? Come ho scritto tante volte (e basta, ripeto, guardarsi intorno), il Paese è sfiduciato, non considera attendibile la nostra classe politica, non rispetta le istituzioni, non è spinto da stimoli, impulsi positivi… e, anzi, chi pur li avverta, questi stimoli positivi, pensa esclusivamente, salvo rare posizioni eroiche, al proprio bene, ad un interesse personale, non certo a sacrificarsi per il bene della comunità.

La prima domanda che si impone, ammesso che la mia valutazione non sia eccessivamente severa, è questa: da dove, dunque, si dovrebbe cominciare – per dare una svolta, per cominciare la ricostruzione, per riguadagnare il consenso e il sostegno propositivo e attivo di un’intera Nazione con il morale a pezzi?

In altre situazioni storiche, si è visto che solo eventi straordinari (una guerra, una catastrofe naturale…) sono stati in grado di far girare pagina, di ottenere la partecipazione – indispensabile – di tutte le persone di buona volontà, partendo dal principio, nobile e insopprimibile, su cui si fonda anche il nostro Attimo: il principio della libertà. Gli esempi sono infiniti. I ricordi più semplici riportano al Giappone, devastato dalla guerra e dalle bombe atomiche, che pure, in pochi anni, seppe ritornare tra le prime potenze.

Possiamo ricordare il buon esempio della nostra Italia, ridotta a pezzi da vent’anni di fascismo e dal secondo conflitto mondiale. O anche la Spagna vogliosa di libertà e di modernizzazione, dopo la morte di Franco, una volta uscita dal lungo sonno del regime. E penso, altresì, ad eventi drammatici come il terremoto in Friuli o l’alluvione di Firenze: in tutti e due i casi, a fianco di ciò che poterono fare i governi dell’epoca, si assisté a un’emozionante presa di coscienza collettiva, al desiderio della gente, alla volontà di tutti, di dare una mano alla ricostruzione.

Certamente nessuno ha il desiderio, per arrivare alla svolta italiana, che sia una guerra o una catastrofe naturale a darci la sveglia. Allora: cosa fare? Penso che, se tra chi ci governa qualcuno condivide la mia analisi, a meno che taluno non si illuda di poter essere, per qualità particolari, il salvatore della patria derelitta, la strada da imboccare sia, al fondo, semplice. Bisogna, coraggiosamente e rapidamente, dare al Paese segnali concreti, visibili, educativi, esemplificativi, che esiste, esiste davvero questa benedetta e sempre annunciata e invocata, ma mai realizzata, volontà di cambiare. Tanto per parlare di riferimenti precisi, sostengo di cuore la campagna – tanto difficile quanto importante – iniziata dal ministro Brunetta contro i cosiddetti fannulloni tra coloro che svolgono un lavoro di interesse pubblico.

Mi permetto di suggerire altre possibilità di importanti segnali, che susciterebbero non solo attenzione e solidarietà, ma soprattutto farebbero capire a tutti che esiste, in concreto, la volontà di cambiare. Alla radice della sfiducia generale, in particolare di quella nutrita dai nostri giovani, c’è l’amara considerazione che in questo Paese ormai, per andare avanti, non è il merito a determinare il successo, ma la raccomandazione, il calcio nel sedere, la “pastetta”. I giovani si rifugiano nelle mura domestiche e, amaramente, subiscono anche l’onta, oltre al danno, di essere considerati “bamboccioni”; i giovani più ardimentosi e preparati, i più determinati e coraggiosi, se ne vanno all’estero. Bene (anzi, male).

Cosa si può fare? Ho scritto altre volte, e insisto: non si potrebbero assumere (sulla base di decisioni assunte da una giuria estranea alle tentazioni della politica e del potere) nelle principali aziende pubbliche, in primo luogo alla Rai, empia cattedrale delle pressioni dei partiti, un migliaio almeno di giovani, tra quelli che si siano distinti per le loro qualità di ingegno e per i risultati negli studi? Giovani, dico, forti del loro sapere e delle loro legittime ambizioni, non della spintarella del vescovo, del banchiere o del senatore di turno.

Altro marchio di infamia italiana. Le nostre aziende pubbliche sono gestite, per lo più, da presunti manager designati dai partiti, sulla base di relazioni, oscure affidabilità, complicità inconfessabili… I risultati si vedono: i servizi pubblici sono disastrosi, i bilanci economici fallimentari. L’orrido copione prevede che, dopo qualche anno, il manager venga sostituito da un altro manager privilegiato dal Palazzo: lascia aziende da rottamare e bilanci in perdita paurosa, e tuttavia è liquidato con fior di milioni! Bene (anzi, male).

Possiamo avere la speranza che uno di questi manager sia finalmente preso a calci nel didietro, una volta acclarata con evidenza la sua incapacità, e messo alla porta senza liquidazione (che i tribunali stabiliscano, poi, a chi dar fede, al suo contrattino miliardario o ai pessimi misfatti perpetrati sulla pelle della gente…). Un esempio, uno solo, dico! Punirne uno, per educarne cento.

Gli esempi sulle varie possibilità di segnali di svolta potrebbero essere numerosi. Credo che i nostri lettori, anche per esperienza personale, posseggano pienamente la capacità di immaginarne a centinaia.

Sarebbe augurabile intervenire anche su piccoli episodi, quelli che rappresentano la quotidiana via crucis degli italiani che hanno a che fare con esigenze di servizi pubblici, che pure in altri Paesi, sono perfettamente funzionanti. Oggi è sabato 14 giugno: qualche ora fa ho ricevuto, e pubblicato sul nostro sito www.lamescolanza.com, la protesta appassionata di un lettore che ha buttato la sua mattinata in coda all’ufficio postale di piazza Verbano, in Roma, senza neanche riuscire a svolgere la sua pratica. Una situazione scandalosa che va avanti da anni. Chiedo: è possibile che un ministro delle Poste, o l’amministratore delegato che si occupa di questi problemi, non riesca a trovare la soluzione per un pasticcio indecente come questo?

Mille giovani assunti nelle aziende italiane certo non risolverebbero terribili ed annosi problemi. Un manager preso a calci nel didietro non risolverebbe il problema del caos e del dissesto di ospedali, treni, aerei, poste, burocrazie varie. Un ufficio postale riportato alla normalità nel centro di Roma – e si potrebbe fare in ventiquattro ore – non risolverebbe i problemi di milioni di cittadini che ogni giorno si imbattono in angustie analoghe, in tanti altri simili uffici. E però il forte “segnale” arriverebbe alla gente, agli italiani che subiscono, al momento, senza speranze: i giovani soprattutto potrebbero cominciare a pensare che stia, davvero, cambiando qualcosa. E si comincerebbe, concretamente, a recuperare la fiducia verso chi ci governa, verso la sacralità irrinunciabile delle istituzioni.

Per sperare in una vera ricostruzione, questa fiducia è indispensabile.



Cesare Lanza




 

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