ATTUALITÀ
UMBERTO PAOLUCCI: “BILL GATES,
UN UOMO INCONSUETO, FUORI DAL COMUNE”
L’Italia necessita di un
piano digitale, che possa trasformarsi
in uno strumento di supporto della vita, dell’economia,
dell’università, della formazione, del divertimento
Antonio Eustor*
Umberto
Paolucci, nasce a Ravenna il 28 Novembre 1944. Dopo aver
frequentato il liceo scientifico a Rimini, si laurea, a
Bologna, in ingegneria elettrotecnica. Ha sempre operato nel
mondo dell’Information Technology, prima con la Hewlett
Packard e successivamente, fino alla posizione di direttore
generale, con la General automation di Anaheim (California).
Nel 1985 fonda la filiale italiana di Microsoft, come
amministratore delegato e direttore generale. Dopo diversi
anni di attività e di responsabilità internazionali, durante
i quali ha conservato la funzione di presidente della
filiale italiana, che detiene tuttora, è divenuto vice
presidente di Microsoft Corporation nel 1998 e, nel febbraio
2003, senior chairman di Microsoft Europa, Medio oriente e
Africa.
Dal 29 giugno 2006 è Presidente della
American chamber of
commerce in Italia. Dello stesso anni è la nomina a
presidente di Enit – Agenzia nazionale per il turismo.
Sono gli anni ’60. Terminato il liceo scientifico, lei
decide di frequentare la facoltà d’ingegneria
elettrotecnica. Scelta ragionata o frutto del caso?
“È stata una scelta ragionata. Ho preso in esame diverse
possibilità, ho fatto anche una serie di test attitudinali.
Lì all’università di Bologna c’era un centro di
orientamento, che per l’epoca era una cosa molto innovativa.
Alla fine, mi hanno detto che avevo attitudine per tutte e
tre le facoltà che avevo ipotizzato: ingegneria, medicina,
economia e commercio. Allora ho pensato di scegliere
ingegneria, la più difficile, perché ho creduto potesse
darmi frutti maggiori. Tutto sommato era anche quella che mi
piaceva meno, ma questo rientra nel concetto di difficoltà.
Avevo una certa predisposizione per la matematica, per la
logica.
All’inizio avevo scelto di fare ingegneria mineraria, perché
non sapevo disegnare e ad ingegneria mineraria c’era solo un
esame di disegno. Poi, però, inserirono nel corso di studi
un secondo esame di disegno e a quel punto rividi le mie
scelte e mi indirizzai ad ingegneria elettrotecnica, che era
anche un corso meno affollato e si poteva seguire meglio”.
Da quel momento, il suo percorso professionale segue la
strada dell’avanguardia, precorrendo di almeno un ventennio
attività che sarebbero diventate contemporanee. Come è stato
possibile?
“Direi che è stata una conseguenza. Come ingegnere non avevo
molta passione e propensione per la fabbrica, le macchine,
la meccanica, i congegni. Ero e sono sempre stato un
ingegnere un po’ più sull’astratto, se posso dire. Quindi,
quando mi sono accorto che esisteva il software – me ne sono
accorto lavorando alla tesi di laurea – ed ho avuto la
fortuna di essere assunto da una società che si occupava di
software, questo mi ha dato l’opportunità di fare
l’ingegnere, e allo stesso tempo di rimanere nell’ambito
della logica, dell’astrazione, dell’eleganza del
ragionamento. Perché, all’inizio, scrivevo software di
sistema e quindi mi occupavo di ottimizzare programmi,
routine, subroutine… ero molto tecnico in quegli anni.
Era un po’ come una partita a scacchi o a bridge, che mi
appassionava, ci pensavo sempre, mi piaceva. Era un ambiente
che mi stimolava. Ho avuto la fortuna di essere assunto in
una società, la Hewlett Packard, che mi ha dato, sin da
subito, la possibilità di lavorare sul software. Il
pomeriggio che sono stato assunto, ricordo, dovevo fare un
colloquio alla Fiat a Torino, ma non mi sono presentato
perché mi avevano già assunto a Milano. Ho risparmiato un
viaggio. Allora era diverso, nelle auto non c’erano i
software come ci sono oggi”.
Nel 1985 fonda Microsoft Italia. Come nasce questo incontro?
“Mi hanno telefonato. Ero responsabile di un’azienda che
aveva sviluppato dei sistemi molto innovativi dal punto di
vista del software. Aveva un sistema operativo multitasking,
che poteva cioè eseguire diversi programmi
contemporaneamente, era la più avanzata di tutte, anche se
era abbastanza piccola. Mi hanno chiamato per fare un
colloquio. Una commissione composta da quelli che sarebbero
diventati poi i miei colleghi – delle filiali di Microsoft
che esistevano allora in Europa, Francia, Germania,
Inghilterra e il responsabile di Microsoft International -,
mi convocò al Gallia, per una serie di colloqui.
Dopo quattro incontri, insieme a me avevano visto tante
persone, mi proposero l’assunzione, ma gli risposi di no,
perché si trattava di partire da zero e io a zero non ero.
Gli avevo dato così la possibilità di assumere qualcun
altro... Ma non conclusero con nessuno e dopo un mese e
mezzo tornarono da me. Alla fine accettai di lavorare con la
Microsoft, rinunziando a quasi metà del mio stipendio, ma
scommettendo su una società che non esisteva ancora in
Italia e che, anche nel mondo, non aveva certo il peso che
ha oggi”.
Avrebbe, all’epoca, ipotizzato una diffusione così capillare
del pc?
“No, naturalmente, no. Quando sono stato assunto, una delle
domande che mi avevano fatto – e la ricordo perché non avevo
saputo rispondere – era se conoscessi il numero di pc che
circolavano all’epoca in Italia. Io, ovviamente, non lo
sapevo. Erano centomila. Non è che lo potessi immaginare.
Una decina di anni dopo, Bill Gates – era stato poi lui ad
assumermi ed annunciarlo all’Hotel Gallia – mi disse: “Siamo
arrivati ad un punto inimmaginabile. Quando ti ho assunto,
ero preoccupatissimo, perché mi chiedevo quanti anni ci
sarebbero voluti per consentirti di arrivare laddove eri
prima di entrare in Microsoft, in termini non solo
economici, ma anche di responsabilità, di prestigio”.
Una preoccupazione inconsueta, per una persona di potere come
Gates…
“Ma Bill Gates è un uomo inconsueto. Fuori dal comune,
unico”.
Cosa ricorda della prima volta che vi siete visti?
“Ciò che mi impressionò è che lui conosceva la mia azienda,
le cose che facevamo meglio di me. Mi colpì la profondità
tecnica che aveva di quelle cose: io, all’epoca, ero ancora
abbastanza tecnico, anche se ero il direttore generale della
società, ripeto, lui la conosceva meglio di me. E se tanto
mi da tanto, pensai… Era una persona affascinante, con
quella sua frangettina, sembrava un bambino”.
Dopo circa 25 anni di conoscenza, quali ritiene siano i
punti di forza e di debolezza di quest’uomo?
“Gates ha sempre saputo guardare molto avanti. Intuire gli
scenari in cui l’utilizzo del software avrebbe potuto
cambiare la vita della gente. All’inizio diceva “metteremo
un software in ogni casa, su ogni scrivania”, era il nostro
primo motto. Poi “il software sulla punta delle dita”, poi
ancora “il software in ogni momento, su ogni dispositivo”.
Oggi invece parliamo di “realizzare il potenziale”.
Lui ha sempre guardato in prospettiva, andando oltre le
difficoltà che c’erano, ha saputo scegliere, propriamente,
persone che per un lungo arco di tempo hanno lavorato con
lui ai massimi livelli, ha dato stabilità alla crescita
dell’azienda in termini di valori, di cose che contano, di
orientamento al lungo periodo, di rispetto, di capacità di
mettersi in discussione, per fare meglio e di più. Ha creato
una cultura, che gli appartiene, che è quella di superare se
stessi, di andare avanti, senza fermarsi a compiacersi di
quello che si è raggiunto. Cultura che applicherà, ora,
anche all’attività della sua fondazione”.
A tal proposito. Gates lascerà definitivamente la guida di
Microsoft, per guidare, insieme alla moglie Melinda French,
la sua fondazione di aiuti umanitari cui ha già conferito
gran parte del suo patrimonio. Come valuta questa scelta?
“Più che valutarla, la ammiro, perché credo che dalla
fondazione potrà avere più di quanto abbia avuto fino ad
oggi. Quello che ha avuto, non è certo da misurare in
termini di ricchezza, di denaro, quanto più come impatto che
la sua visione del mondo, attivata dal software, ha dato, il
cambiamento che ha portato nell’economia, nel modo di fare,
di esistere, di lavorare… è stato realizzato grazie a
persone come lui.
Gates aveva questa idea, che il software dovesse costare
poco, essere prodotto in larghissima scala, ad appannaggio
di molti… Una visione che ha cambiato il mondo, e adesso lui
vuole applicare, non solo la sua ricchezza, ma anche il suo
approccio, il suo metodo, la sua visione per affrontare le
sfide legate alla salute, alla sanità, soprattutto per
quelle malattie, come la malaria, che affliggono
maggiormente i paesi deboli.
Per cambiare i parametri della ricerca, orientando gli
investimenti più in termini di vite umane salvate, che di
profitti raggiunti, come normalmente è nell’industria
farmaceutica. Sta cercando di cambiare le regole del gioco
anche qui, a favore di quelli che non erano al tavolo. Con
il software non erano al tavolo tutti quelli che un pc non
l’avevano. Parliamo di oltre un miliardo di persone. E lui
le ha fatte sedere a quel tavolo. E con Microsoft abbiamo un
progetto a lungo termine, per raggiungere il prossimo
miliardo. Quindi allarghiamo il tavolo, lo allunghiamo. Non
da soli, ovviamente. Insieme ad altri governi, altre
aziende, per cercare di aiutare il maggior numero di
persone, a vivere meglio, non permettendo che muoiano appena
nate”.
La rivoluzione digitale ha cambiato la nostra vita. È
necessario, per lei, introdurre nuove regole per tutelarla?
“Domanda non facile… La prima regola è l’educazione, il
rispetto a partire dai bambini, fino alle persone adulte.
Questo, nei paesi più attenti, ha costituito una linea di
progresso enorme. Poi visto che come ogni mezzo di
grandissima diffusione, anche Internet ha un immenso
potenziale di veicolazione di reati, un minimo di regole
devono essere poste. Certamente è difficile definire un
luogo nel quale un eventuale reato sia compiuto.
Dunque ci sono delle sfide nuove che la tecnologia pone, ma
ci sono anche gli strumenti che sempre la tecnologia offre.
Un po’ di regole sono necessarie.
Alla fine il bilancio di ciascuna persona deve essere
positivo, in termini di problemi risolti e di come la vita
cambi in meglio, rispetto ai problemi che la tecnologia può
aver presentato. Non solo regole, ma anche come si evolve la
tecnologia in termini di scenari di utilizzo, di quello che
si può fare con un telefonino che pesa 80 grammi o con uno
schermo più grande… Bisogna sempre ottimizzare la qualità
dell’esperienza, in ogni tipo di situazione”.
La tecnologia ha modificato il mondo del lavoro. Quale il
vantaggio competitivo per un’azienda che investe in nuove
tecnologie?
“Purtroppo ci sono luoghi dove i computer sono pochi, non
aggiornati, usati al massimo come macchine da scrivere.
Luoghi dove il fax ancora impera. E questi luoghi si
chiamano piccole imprese, pubblica amministrazione, scuola”.
L’Italia risulta indietro rispetto ad altri paesi europei.
Quali i settori in cui intervenire?
“Le informazioni viaggiano, le reti globali permettono ad
ogni azienda, ad ogni realtà, ad ogni persona, di avere, a
costo zero, un movimento di informazioni che diventano
valore istantaneo su base mondiale. Quindi è innegabile, per
tornare alla domanda precedente, che il vantaggio
competitivo è talmente alto, enorme, che chi non gioca con
queste regole, prima o poi non gioca più. Se un’azienda
porta ancora i libri in tribunale, se una scuola genera
ragazzi che non entrano facilmente nel mondo del lavoro, che
soffrono anche in un mercato interno, ancor più in quello
internazionale, significa che non è più sufficiente avere
un’alfabetizzazione di base di informatica, ma è necessario
per ogni impresa, alla fine, per ogni persona, formarsi una
strategia sul digitale, un valore aggiunto, una situazione
dalla quale, sul digitale, questa persona, questa impresa o
questo paese ci guadagna.
Se invece questo non c’è e passivamente si aspettano gli
eventi, nel digitale ci si perde; allora si va indietro,
come è andato indietro il nostro Paese. Non è certamente
sufficiente mettere dei computer, però è un primo passo
necessario, perché senza non c’è possibilità di innovare, di
crescere. In Italia, ce ne sono meno della metà di quelli
che ci dovrebbero essere: questa è una delle ragioni del
nostro declino, in termini di produttività. Invece di andare
avanti, siamo andati indietro. Ora lo sappiamo e dobbiamo
passare al fare”.
Se dipendesse da lei, la prima cosa da fare sarebbe?
“Avere un piano digitale per l’Italia: che significa avere
una scuola digitale, un’impresa digitale, una pubblica
amministrazione digitale. Che vuol dire dare al digitale la
forza e lo spazio che ha, non come fine ultimo, ma come
strumento di supporto della vita, dell’economia,
dell’università, della formazione, del divertimento, con una
connotazione ed una caratteristica fondamentale, sulla quale
costruire un castello di competitività, di relazioni
commerciali.
Quando questo non c’è, a questa partita non si partecipa, il
gioco va avanti lo stesso, perché non è obbligatorio su
nessuno scacchiere avere dentro l’Italia, e i risultati sono
quelli che abbiamo di fronte: scarsi investimenti, crescita
del PIL sempre ultima rispetto a quella di altri paesi
industrializzati e succede quello che succede, come il
dibattito sui fannulloni nella pubblica amministrazione.
Credo che in termini di qualità della vita, del lavoro, di
quanto una persona è soddisfatta di quello che fa, di come
spende le ore della sua giornata, il software può cambiare
le regole del gioco, può davvero cambiarle in meglio.
L’importante è superare questa barriera di vetro e far si
che gli esempi virtuosi, positivi siano noti e che il
software si possa propagare in ogni impresa, in ogni realtà
e cambiarla profondamente. Questa trasformazione deve
avvenire prima possibile. Ogni volta che c’è un governo
nuovo è un’occasione per ricordarlo”.
L’avvento di Internet è stata rivoluzione inaspettata. Lei
lo aveva immaginato e, ragionando per assurdo, quali
evoluzioni prevede?
“Credo che quello che è successo fino ad ora, da un certo
punto in avanti sia stato abbastanza prevedibile. Prima che
cominciasse il tutto, la mia azienda aveva stimato che
Internet si sarebbe diffuso con una velocità minore. Avevamo
ipotizzato di creare noi una rete, che si chiamava Marvel,
ma non è servita. E da quel punto in avanti, quando si è
intuito la velocità di propagazione dei server, delle reti,
e quindi dove si poteva arrivare, le cose si sono evolute
bene. Gli sviluppi sono, intanto, quelli di poter
coinvolgere un numero maggiore di persone – in quantità, ma
anche in qualità – che devono essere toccate dalla rete con
un servizio ragionevole e la qualità dell’esperienza.
Quindi non deve essere un’esperienza appagante solo quella
che abbiamo quando siamo alla nostra scrivania, con la
nostra larghezza di banda, ma deve coinvolgere tutti gli
scenari in cui ci muoviamo, attraverso lo sviluppo di tante
applicazioni, di diverse soluzioni che ci possono cambiare
la vita e il lavoro, ottimizzando sempre la qualità
dell’esperienza, sia che siamo in mobilità, sia che ci
troviamo a casa. Un affinamento di Internet nella sua
capacità di dare la migliore qualità di esperienza in ogni
scenario è quello che si sta cercando di fare, in chiave
evolutiva, quando parliamo di soluzioni, applicazioni,
infrastrutture.
Quando parliamo, invece, di partecipazione delle persone,
che si muovono non più come chi guarda una vetrina, ma come
chi interagisce, crea notizie, allora è chiaro che la
tendenza che si è manifestata continuerà a crescere.
In parallelo, si sono poi evoluti i vari modelli di
business, che prima si basavano su un Internet passivo, poi
più attivo. Adesso c’è un Internet nel quale le persone si
riconoscono, si incontrano, si raccolgono. È una realtà
molto reticolare, dove i nodi della rete sono le persone,
non i computer”.
Dal 2006 ricopre anche la carica di Presidente Enit,
l’agenzia nazionale del turismo. Ambito, quest’ultimo, in
cui il nostro Paese sembra aver perso parte della sua
attrattiva. Quali sono le priorità da affrontare?
“Non è che l’Italia abbia perso attrattiva, è che l’ha
guadagnata meno velocemente di altri paesi, mettendo meno a
frutto quegli elementi di modernizzazione che sono stati,
appunto, usati meglio altrove.
La modernizzazione non coinvolge solo l’ambito della
comunicazione – presenza in rete, poter prenotare, usare
portali e quant’altro.
Modernizzazione vuol dire adeguamento delle imprese che
fanno parte dell’offerta, relativamente all’ospitalità, al
trasporto, vuol dire utilizzo di tecniche di marketing più
raffinate quando si promuove il Paese, vuol dire avere
l’idea di una strategia complessiva, perché il turismo, come
qualsiasi altro settore, è fatto come una catena di elementi
che si devono collegare per produrre un risultato finale di
valore.
Una persona si reca in un posto utilizzando un mezzo di
trasporto, ci dorme grazie ad una struttura ricettiva, va
nei ristoranti lì intorno, compie visite ed escursioni, se
il suo è un viaggio di lavoro utilizza un centro congressi…
Creare una catena di valore che, però, avesse da un lato
tutta la forza che l’Italia può avere, con il suo stile di
vita, l’enogastronomia, la cultura, la varietà di
tradizioni, e dall’altro, fosse capace di far emergere con
altrettanta forza un brand unico che è, appunto, quello
dell’Italia, come un insieme di tante cose belle.
Ecco, questa forza non l’abbiamo avuta abbastanza e, quindi,
abbiamo perso un po’ terreno. Ma direi che abbiamo perso
meno terreno nel turismo, rispetto ad altri settori, che
sono spariti completamente.
Certamente il turismo ha un grandissimo potenziale di
crescita. Lo scorso anno, il turismo internazionale è
cresciuto del 2,3%. Se fosse cresciuto il PIL del 2,3%,
saremmo tutti contenti”.
Lo scandalo dei rifiuti napoletani ha inciso, negativamente,
sull’immagine dell’Italia?
“Certamente non aiuta. Se noi avessimo dovuta pagarla una
campagna pubblicitaria così, avremmo speso centinaia di
migliaia di euro e di sicuro sarebbe stata una campagna
efficace… per farci del male! Però credo che l’opportunità
di utilizzare una situazione, seppure spiacevole, di grande
notorietà esista, ma, ovviamente solo se la situazione
spiacevole si risolve. Finché non si è risolta, non ha senso
andare lì fare degli investimenti e del marketing. Ora
bisogna concentrarsi sul risolverla.
Quando si è risolta, però, la buona notizia è che la
“novella” si può far viaggiare facilmente con la
comunicazione, e si può usare l’effetto leva della disgrazia
per trasformarla in una opportunità. Evidentemente, queste
cose vanno fatte sapendole fare ed in primis, comunque, va
risolto il problema. Che poi, bisogna dirlo, è circoscritto,
riguarda determinate zone e non altre. Da lontano sembra che
tutta l’Italia sia sommersa dai rifiuti, se uno la guarda
dall’altra parte del pianeta, è come un binocolo rovesciato.
Man mano che ci si avvicina, ci si accorge che così non è:
che a Capri o nel centro di Napoli la situazione è normale,
mentre in alcuni luoghi della provincia bisogna turarsi il
naso”.
Il portale Italia.it non ha, purtroppo, portato i risultati
sperati. Senza voler entrare nella polemica, secondo lei,
quali sono stati gli errori commessi?
“Nonostante il mio ruolo in Microsoft, ed anche di servizio
nei confronti del Paese, certamente non mi pongo nella
condizione di dare patenti o meno a coloro che si sono
occupati del portale. Più che sugli errori, preferirei
concentrarmi su quello che è da fare da adesso in avanti.
Certamente l’impostazione che era stata data, diversi anni
fa, era corretta da un punto di vista tecnologico. Gli anni
sono passati, ed è giusto darne un’altra, secondo forme più
partecipative. Ci sono novità tecnologiche che è doveroso
cogliere, come pure fare una sintesi nella definizione di
quelli che sono i punti di forza del nostro Paese che devono
emergere chiaramente, nella pluralità di elementi che
comunicano (realtà istituzionali e private) e che hanno da
dire qualcosa in campo turistico.
È necessario, dunque, che siano presenti tutte le voci
possibili e, allo stesso tempo, che questo servizio in rete
sia capace di essere esplorato, navigato, utilizzato come
strumento agile, flessibile, partecipativo, che permetta a
chiunque di arrivare dove vuole, di prenotare quello che
serve, di condividere la sua esperienza con gli altri, e che
permetta di trasformare in decisione di acquisto, e quindi
di viaggio, quella che è una delle aspirazioni più
frequenti, che è quella di venire in Italia. La differenza
tra coloro che entrano in rete, pensando di andare in un
Paese e quelli che poi ci vanno, nel caso dell’Italia è la
più svantaggiosa possibile. Facciamo peggio di tutti.
Abbiamo il numero più alto di non trasformazione del
desiderio (di venire in Italia) in realtà. C’è un’incapacità
di trasformare l’immagine che l’Italia ha in una scelta di
viaggio e quindi in presenze nel nostro Paese. Questo è un
frutto, ragionevolmente basso, che va raccolto da chi si
occuperà del portale”.
Se ne occuperà l’Enit?
“No, non è stato mai affidato all’Enit”.
Se dipendesse dall’Enit?
“Se avessimo dovuto occuparci noi del portale, avremmo agito
così come ho detto”.
Lei è considerato uno dei manager di maggior successo a
livello internazionale. Cosa prova e su cosa i manager
nostrani dovrebbero puntare per acquisire quel tratto
internazionale, che, spesso, manca loro.
“Io non ho la percezione di essere così. Quello che sento è
che tutti i giorni faccio il mio lavoro, che è un lavoro
variegato, un impegno costante su diversi fronti, la
possibilità di dare anche un servizio al mio Paese, perché
la mia azienda me lo concede. Credo che ogni persona, anche
al di là di coloro che hanno ruoli manageriali, debba
cercare di capire quello che vuol fare, quello che sa fare,
quali sono i suoi pregi, i suoi difetti, guardarsi attorno,
mettersi in discussione, fare esperienze da cui imparare,
avere sempre degli obiettivi sfidanti, motivanti.
Non ho nel mio vissuto quotidiano la sensazione di essere
una persona diversa dalle altre, da quelle che lavorano con
me o di aver avuto un successo particolare. Non mi sento
arrivato da nessuna parte. Se così fosse, sarebbe forse
anche un brutto segno. Vorrebbe dire che è ora di scendere.
Credo che anche l’umiltà sia un ingrediente fondamentale,
per provare a fare qualcosa che possa avere senso. Un
insegnamento che i giovani devono ricordare: avere obiettivi
ambiziosi, importanti, ma fare tutta la fila, le tappe
necessarie per arrivare. Nessuno regala niente. Ho la
fortuna di lavorare con molti giovani, dai quali cerco
sempre di imparare e ai quali provo a passare quello che
so”.
Il mondo della politica l’affascina?
“No, francamente no. Mi piace poter dare un servizio al mio
Paese, ma alcune logiche del mondo della politica non mi
appassionano proprio. Mi va bene avere un ruolo aziendale,
come ho fatto fino ad ora, pro tempore, non è per me un
mestiere, non mi interessa occupare una poltrona. Mi piace,
ripeto, offrire un contributo al mio Paese, non solo
attraverso questo ruolo all’Enit, ma anche comunicando,
nelle molteplici occasioni che ho, quella che è l’esperienza
di Microsoft ed anche la mia esperienza, quello che
realizziamo con i nostri partner (25.000 aziende) e
raccontare, attraverso di loro, quello che si può fare con i
software, con le persone, mettendo le persone al centro,
facendole vivere bene, lavorare bene.
Condividere gli aspetti positivi, che sono patrimonio della
mia azienda, del mondo al quale appartengo, anche con mondi
molto diversi e molto lontani dal mio come, ad esempio, la
pubblica amministrazione che ha sofferto e soffre molto,
accusata di essere una palla al piede; ma quando si ha una
palla al piede, spesso non è colpa della palla, ma del
piede. È inutile fare delle polemiche senza avere
prospettato delle soluzioni. Nella mia esperienza di
gestione di un ente pubblico, ho sperimentato che lavorando
con le persone, motivandole, spiegando che lavorare in un
certo modo non ti consente di aumentare lo stipendio, ma di
migliorare la qualità del lavoro stesso, ho avuto risultati
notevoli. Sono contento di questa esperienza che ho fatto”.
La fede che posto occupa nella sua vita?
“Certamente senza sarebbe un’altra vita. Senza, finisce
tutto… Mi ricordo, come se fossero ieri, gli anni ottanta,
mi sembrano proprio ieri. E se penso alla distanza che c’è
fra gli anni ottanta e adesso, e se prospetto la stessa
distanza in avanti, immagino che probabilmente non ci sarò
più… e quindi, la fede ci vuole”.
Sposato, con due figli, come riesce a conciliare tutti i
suoi impegni con la vita privata?
“Non vedo molta differenza tra la mia vita privata e quella
lavorativa. Anche quando svolgo attività diverse, come
quelle legate al turismo, mi sembra tutto parte dello stesso
filo. Sono sempre raggiungibile, i miei numeri li hanno
tutti, mi possono sempre chiamare. Non ho separazioni nette.
Coltivo degli hobby, che poi si travasano anche nel lavoro.
C’è un’osmosi perfetta, c’è abbastanza armonia nelle cose
che faccio. I miei figlio oggi sono grandi e non hanno più
bisogno di me. Se mai, è mia nipote che vedo poco”.
Cosa consiglierebbe ad un ragazzo che si trovasse di fronte
a scelte importanti per il suo futuro?
“I ragazzi non li vogliono i consigli. Certamente è
importante fare qualcosa che diverta, e che possa estrarre
il meglio da se stessi. Il divertimento è importante,
altrimenti nulla è sostenibile. Nel mio lavoro, anche nella
fatica, mi sono sempre divertito. Il che non vuol dire stare
lì a ridere, ma essere appagati di quello che si fa. Ho
avuto la fortuna di avere un padre che ha lavorato, come
pediatra, fino ad ottantasei anni e poi ha continuato a
leggere, a studiare, ed è vissuto fino a novantaquattro
anni: un bell’esempio, di una persona che è rimasta sempre,
intellettualmente, viva. Mi augurerei di potere fare lo
stesso”.
*Dice di sé.
Antonio Eustor. Un americano a
Roma: ha studiato e a lungo vissuto a New York, con preziose
esperienze manageriali. Poi, in Italia, è da trent’anni il
braccio destro di Cesare Lanza. In Rai per sette anni
consulente di “Domenica In” e di altri programmi. Dal 2005,
a Canale 5, segue in particolare, come uno degli autori, il
programma di Paolo Bonolis, “Il senso della vita”.
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GEORGE GORDON
BYRON
E nel loro svolgersi i sogni
hanno respiro, e lacrime e tormenti e
sfiorano la gioia; lasciano un
peso sui nostri pensieri da svegli,
tolgono un peso dalle nostre
fatiche da svegli,
dividono il nostro essere;
diventano parte di noi stessi del tempo,
e sembrano gli araldi
dell’eternità.
(Da “ Il
Sogno”,
1817)
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