ATTUALITÀ

UMBERTO PAOLUCCI: “BILL GATES,
UN UOMO INCONSUETO, FUORI DAL COMUNE”


L’Italia necessita di un piano digitale, che possa trasformarsi
in uno strumento di supporto della vita, dell’economia,
dell’università, della formazione, del divertimento


 

Antonio Eustor*



Umberto Paolucci, nasce a Ravenna il 28 Novembre 1944. Dopo aver frequentato il liceo scientifico a Rimini, si laurea, a Bologna, in ingegneria elettrotecnica. Ha sempre operato nel mondo dell’Information Technology, prima con la Hewlett Packard e successivamente, fino alla posizione di direttore generale, con la General automation di Anaheim (California).

Nel 1985 fonda la filiale italiana di Microsoft, come amministratore delegato e direttore generale. Dopo diversi anni di attività e di responsabilità internazionali, durante i quali ha conservato la funzione di presidente della filiale italiana, che detiene tuttora, è divenuto vice presidente di Microsoft Corporation nel 1998 e, nel febbraio 2003, senior chairman di Microsoft Europa, Medio oriente e Africa.

Dal 29 giugno 2006 è Presidente della American chamber of commerce in Italia. Dello stesso anni è la nomina a presidente di Enit – Agenzia nazionale per il turismo.

Sono gli anni ’60. Terminato il liceo scientifico, lei decide di frequentare la facoltà d’ingegneria elettrotecnica. Scelta ragionata o frutto del caso?

“È stata una scelta ragionata. Ho preso in esame diverse possibilità, ho fatto anche una serie di test attitudinali. Lì all’università di Bologna c’era un centro di orientamento, che per l’epoca era una cosa molto innovativa. Alla fine, mi hanno detto che avevo attitudine per tutte e tre le facoltà che avevo ipotizzato: ingegneria, medicina, economia e commercio. Allora ho pensato di scegliere ingegneria, la più difficile, perché ho creduto potesse darmi frutti maggiori. Tutto sommato era anche quella che mi piaceva meno, ma questo rientra nel concetto di difficoltà. Avevo una certa predisposizione per la matematica, per la logica.

All’inizio avevo scelto di fare ingegneria mineraria, perché non sapevo disegnare e ad ingegneria mineraria c’era solo un esame di disegno. Poi, però, inserirono nel corso di studi un secondo esame di disegno e a quel punto rividi le mie scelte e mi indirizzai ad ingegneria elettrotecnica, che era anche un corso meno affollato e si poteva seguire meglio”.

Da quel momento, il suo percorso professionale segue la strada dell’avanguardia, precorrendo di almeno un ventennio attività che sarebbero diventate contemporanee. Come è stato possibile?

“Direi che è stata una conseguenza. Come ingegnere non avevo molta passione e propensione per la fabbrica, le macchine, la meccanica, i congegni. Ero e sono sempre stato un ingegnere un po’ più sull’astratto, se posso dire. Quindi, quando mi sono accorto che esisteva il software – me ne sono accorto lavorando alla tesi di laurea – ed ho avuto la fortuna di essere assunto da una società che si occupava di software, questo mi ha dato l’opportunità di fare l’ingegnere, e allo stesso tempo di rimanere nell’ambito della logica, dell’astrazione, dell’eleganza del ragionamento. Perché, all’inizio, scrivevo software di sistema e quindi mi occupavo di ottimizzare programmi, routine, subroutine… ero molto tecnico in quegli anni.

Era un po’ come una partita a scacchi o a bridge, che mi appassionava, ci pensavo sempre, mi piaceva. Era un ambiente che mi stimolava. Ho avuto la fortuna di essere assunto in una società, la Hewlett Packard, che mi ha dato, sin da subito, la possibilità di lavorare sul software. Il pomeriggio che sono stato assunto, ricordo, dovevo fare un colloquio alla Fiat a Torino, ma non mi sono presentato perché mi avevano già assunto a Milano. Ho risparmiato un viaggio. Allora era diverso, nelle auto non c’erano i software come ci sono oggi”.

Nel 1985 fonda Microsoft Italia. Come nasce questo incontro?

“Mi hanno telefonato. Ero responsabile di un’azienda che aveva sviluppato dei sistemi molto innovativi dal punto di vista del software. Aveva un sistema operativo multitasking, che poteva cioè eseguire diversi programmi contemporaneamente, era la più avanzata di tutte, anche se era abbastanza piccola. Mi hanno chiamato per fare un colloquio. Una commissione composta da quelli che sarebbero diventati poi i miei colleghi – delle filiali di Microsoft che esistevano allora in Europa, Francia, Germania, Inghilterra e il responsabile di Microsoft International -, mi convocò al Gallia, per una serie di colloqui.

Dopo quattro incontri, insieme a me avevano visto tante persone, mi proposero l’assunzione, ma gli risposi di no, perché si trattava di partire da zero e io a zero non ero. Gli avevo dato così la possibilità di assumere qualcun altro... Ma non conclusero con nessuno e dopo un mese e mezzo tornarono da me. Alla fine accettai di lavorare con la Microsoft, rinunziando a quasi metà del mio stipendio, ma scommettendo su una società che non esisteva ancora in Italia e che, anche nel mondo, non aveva certo il peso che ha oggi”.

Avrebbe, all’epoca, ipotizzato una diffusione così capillare del pc?

“No, naturalmente, no. Quando sono stato assunto, una delle domande che mi avevano fatto – e la ricordo perché non avevo saputo rispondere – era se conoscessi il numero di pc che circolavano all’epoca in Italia. Io, ovviamente, non lo sapevo. Erano centomila. Non è che lo potessi immaginare. Una decina di anni dopo, Bill Gates – era stato poi lui ad assumermi ed annunciarlo all’Hotel Gallia – mi disse: “Siamo arrivati ad un punto inimmaginabile. Quando ti ho assunto, ero preoccupatissimo, perché mi chiedevo quanti anni ci sarebbero voluti per consentirti di arrivare laddove eri prima di entrare in Microsoft, in termini non solo economici, ma anche di responsabilità, di prestigio”.

Una preoccupazione inconsueta, per una persona di potere come Gates…

“Ma Bill Gates è un uomo inconsueto. Fuori dal comune, unico”.

Cosa ricorda della prima volta che vi siete visti?

“Ciò che mi impressionò è che lui conosceva la mia azienda, le cose che facevamo meglio di me. Mi colpì la profondità tecnica che aveva di quelle cose: io, all’epoca, ero ancora abbastanza tecnico, anche se ero il direttore generale della società, ripeto, lui la conosceva meglio di me. E se tanto mi da tanto, pensai… Era una persona affascinante, con quella sua frangettina, sembrava un bambino”.

Dopo circa 25 anni di conoscenza, quali ritiene siano i punti di forza e di debolezza di quest’uomo?

“Gates ha sempre saputo guardare molto avanti. Intuire gli scenari in cui l’utilizzo del software avrebbe potuto cambiare la vita della gente. All’inizio diceva “metteremo un software in ogni casa, su ogni scrivania”, era il nostro primo motto. Poi “il software sulla punta delle dita”, poi ancora “il software in ogni momento, su ogni dispositivo”. Oggi invece parliamo di “realizzare il potenziale”.

Lui ha sempre guardato in prospettiva, andando oltre le difficoltà che c’erano, ha saputo scegliere, propriamente, persone che per un lungo arco di tempo hanno lavorato con lui ai massimi livelli, ha dato stabilità alla crescita dell’azienda in termini di valori, di cose che contano, di orientamento al lungo periodo, di rispetto, di capacità di mettersi in discussione, per fare meglio e di più. Ha creato una cultura, che gli appartiene, che è quella di superare se stessi, di andare avanti, senza fermarsi a compiacersi di quello che si è raggiunto. Cultura che applicherà, ora, anche all’attività della sua fondazione”.

A tal proposito. Gates lascerà definitivamente la guida di Microsoft, per guidare, insieme alla moglie Melinda French, la sua fondazione di aiuti umanitari cui ha già conferito gran parte del suo patrimonio. Come valuta questa scelta?

“Più che valutarla, la ammiro, perché credo che dalla fondazione potrà avere più di quanto abbia avuto fino ad oggi. Quello che ha avuto, non è certo da misurare in termini di ricchezza, di denaro, quanto più come impatto che la sua visione del mondo, attivata dal software, ha dato, il cambiamento che ha portato nell’economia, nel modo di fare, di esistere, di lavorare… è stato realizzato grazie a persone come lui.

Gates aveva questa idea, che il software dovesse costare poco, essere prodotto in larghissima scala, ad appannaggio di molti… Una visione che ha cambiato il mondo, e adesso lui vuole applicare, non solo la sua ricchezza, ma anche il suo approccio, il suo metodo, la sua visione per affrontare le sfide legate alla salute, alla sanità, soprattutto per quelle malattie, come la malaria, che affliggono maggiormente i paesi deboli.

Per cambiare i parametri della ricerca, orientando gli investimenti più in termini di vite umane salvate, che di profitti raggiunti, come normalmente è nell’industria farmaceutica. Sta cercando di cambiare le regole del gioco anche qui, a favore di quelli che non erano al tavolo. Con il software non erano al tavolo tutti quelli che un pc non l’avevano. Parliamo di oltre un miliardo di persone. E lui le ha fatte sedere a quel tavolo. E con Microsoft abbiamo un progetto a lungo termine, per raggiungere il prossimo miliardo. Quindi allarghiamo il tavolo, lo allunghiamo. Non da soli, ovviamente. Insieme ad altri governi, altre aziende, per cercare di aiutare il maggior numero di persone, a vivere meglio, non permettendo che muoiano appena nate”.

La rivoluzione digitale ha cambiato la nostra vita. È necessario, per lei, introdurre nuove regole per tutelarla?

“Domanda non facile… La prima regola è l’educazione, il rispetto a partire dai bambini, fino alle persone adulte. Questo, nei paesi più attenti, ha costituito una linea di progresso enorme. Poi visto che come ogni mezzo di grandissima diffusione, anche Internet ha un immenso potenziale di veicolazione di reati, un minimo di regole devono essere poste. Certamente è difficile definire un luogo nel quale un eventuale reato sia compiuto.

Dunque ci sono delle sfide nuove che la tecnologia pone, ma ci sono anche gli strumenti che sempre la tecnologia offre. Un po’ di regole sono necessarie.

Alla fine il bilancio di ciascuna persona deve essere positivo, in termini di problemi risolti e di come la vita cambi in meglio, rispetto ai problemi che la tecnologia può aver presentato. Non solo regole, ma anche come si evolve la tecnologia in termini di scenari di utilizzo, di quello che si può fare con un telefonino che pesa 80 grammi o con uno schermo più grande… Bisogna sempre ottimizzare la qualità dell’esperienza, in ogni tipo di situazione”.

La tecnologia ha modificato il mondo del lavoro. Quale il vantaggio competitivo per un’azienda che investe in nuove tecnologie?

“Purtroppo ci sono luoghi dove i computer sono pochi, non aggiornati, usati al massimo come macchine da scrivere. Luoghi dove il fax ancora impera. E questi luoghi si chiamano piccole imprese, pubblica amministrazione, scuola”.

L’Italia risulta indietro rispetto ad altri paesi europei. Quali i settori in cui intervenire?

“Le informazioni viaggiano, le reti globali permettono ad ogni azienda, ad ogni realtà, ad ogni persona, di avere, a costo zero, un movimento di informazioni che diventano valore istantaneo su base mondiale. Quindi è innegabile, per tornare alla domanda precedente, che il vantaggio competitivo è talmente alto, enorme, che chi non gioca con queste regole, prima o poi non gioca più. Se un’azienda porta ancora i libri in tribunale, se una scuola genera ragazzi che non entrano facilmente nel mondo del lavoro, che soffrono anche in un mercato interno, ancor più in quello internazionale, significa che non è più sufficiente avere un’alfabetizzazione di base di informatica, ma è necessario per ogni impresa, alla fine, per ogni persona, formarsi una strategia sul digitale, un valore aggiunto, una situazione dalla quale, sul digitale, questa persona, questa impresa o questo paese ci guadagna.

Se invece questo non c’è e passivamente si aspettano gli eventi, nel digitale ci si perde; allora si va indietro, come è andato indietro il nostro Paese. Non è certamente sufficiente mettere dei computer, però è un primo passo necessario, perché senza non c’è possibilità di innovare, di crescere. In Italia, ce ne sono meno della metà di quelli che ci dovrebbero essere: questa è una delle ragioni del nostro declino, in termini di produttività. Invece di andare avanti, siamo andati indietro. Ora lo sappiamo e dobbiamo passare al fare”.

Se dipendesse da lei, la prima cosa da fare sarebbe?

“Avere un piano digitale per l’Italia: che significa avere una scuola digitale, un’impresa digitale, una pubblica amministrazione digitale. Che vuol dire dare al digitale la forza e lo spazio che ha, non come fine ultimo, ma come strumento di supporto della vita, dell’economia, dell’università, della formazione, del divertimento, con una connotazione ed una caratteristica fondamentale, sulla quale costruire un castello di competitività, di relazioni commerciali.
Quando questo non c’è, a questa partita non si partecipa, il gioco va avanti lo stesso, perché non è obbligatorio su nessuno scacchiere avere dentro l’Italia, e i risultati sono quelli che abbiamo di fronte: scarsi investimenti, crescita del PIL sempre ultima rispetto a quella di altri paesi industrializzati e succede quello che succede, come il dibattito sui fannulloni nella pubblica amministrazione.

Credo che in termini di qualità della vita, del lavoro, di quanto una persona è soddisfatta di quello che fa, di come spende le ore della sua giornata, il software può cambiare le regole del gioco, può davvero cambiarle in meglio. L’importante è superare questa barriera di vetro e far si che gli esempi virtuosi, positivi siano noti e che il software si possa propagare in ogni impresa, in ogni realtà e cambiarla profondamente. Questa trasformazione deve avvenire prima possibile. Ogni volta che c’è un governo nuovo è un’occasione per ricordarlo”.

L’avvento di Internet è stata rivoluzione inaspettata. Lei lo aveva immaginato e, ragionando per assurdo, quali evoluzioni prevede?

“Credo che quello che è successo fino ad ora, da un certo punto in avanti sia stato abbastanza prevedibile. Prima che cominciasse il tutto, la mia azienda aveva stimato che Internet si sarebbe diffuso con una velocità minore. Avevamo ipotizzato di creare noi una rete, che si chiamava Marvel, ma non è servita. E da quel punto in avanti, quando si è intuito la velocità di propagazione dei server, delle reti, e quindi dove si poteva arrivare, le cose si sono evolute bene. Gli sviluppi sono, intanto, quelli di poter coinvolgere un numero maggiore di persone – in quantità, ma anche in qualità – che devono essere toccate dalla rete con un servizio ragionevole e la qualità dell’esperienza.

Quindi non deve essere un’esperienza appagante solo quella che abbiamo quando siamo alla nostra scrivania, con la nostra larghezza di banda, ma deve coinvolgere tutti gli scenari in cui ci muoviamo, attraverso lo sviluppo di tante applicazioni, di diverse soluzioni che ci possono cambiare la vita e il lavoro, ottimizzando sempre la qualità dell’esperienza, sia che siamo in mobilità, sia che ci troviamo a casa. Un affinamento di Internet nella sua capacità di dare la migliore qualità di esperienza in ogni scenario è quello che si sta cercando di fare, in chiave evolutiva, quando parliamo di soluzioni, applicazioni, infrastrutture.

Quando parliamo, invece, di partecipazione delle persone, che si muovono non più come chi guarda una vetrina, ma come chi interagisce, crea notizie, allora è chiaro che la tendenza che si è manifestata continuerà a crescere.

In parallelo, si sono poi evoluti i vari modelli di business, che prima si basavano su un Internet passivo, poi più attivo. Adesso c’è un Internet nel quale le persone si riconoscono, si incontrano, si raccolgono. È una realtà molto reticolare, dove i nodi della rete sono le persone, non i computer”.

Dal 2006 ricopre anche la carica di Presidente Enit, l’agenzia nazionale del turismo. Ambito, quest’ultimo, in cui il nostro Paese sembra aver perso parte della sua attrattiva. Quali sono le priorità da affrontare?

“Non è che l’Italia abbia perso attrattiva, è che l’ha guadagnata meno velocemente di altri paesi, mettendo meno a frutto quegli elementi di modernizzazione che sono stati, appunto, usati meglio altrove.

La modernizzazione non coinvolge solo l’ambito della comunicazione – presenza in rete, poter prenotare, usare portali e quant’altro.

Modernizzazione vuol dire adeguamento delle imprese che fanno parte dell’offerta, relativamente all’ospitalità, al trasporto, vuol dire utilizzo di tecniche di marketing più raffinate quando si promuove il Paese, vuol dire avere l’idea di una strategia complessiva, perché il turismo, come qualsiasi altro settore, è fatto come una catena di elementi che si devono collegare per produrre un risultato finale di valore.

Una persona si reca in un posto utilizzando un mezzo di trasporto, ci dorme grazie ad una struttura ricettiva, va nei ristoranti lì intorno, compie visite ed escursioni, se il suo è un viaggio di lavoro utilizza un centro congressi…

Creare una catena di valore che, però, avesse da un lato tutta la forza che l’Italia può avere, con il suo stile di vita, l’enogastronomia, la cultura, la varietà di tradizioni, e dall’altro, fosse capace di far emergere con altrettanta forza un brand unico che è, appunto, quello dell’Italia, come un insieme di tante cose belle.

Ecco, questa forza non l’abbiamo avuta abbastanza e, quindi, abbiamo perso un po’ terreno. Ma direi che abbiamo perso meno terreno nel turismo, rispetto ad altri settori, che sono spariti completamente.

Certamente il turismo ha un grandissimo potenziale di crescita. Lo scorso anno, il turismo internazionale è cresciuto del 2,3%. Se fosse cresciuto il PIL del 2,3%, saremmo tutti contenti”.

Lo scandalo dei rifiuti napoletani ha inciso, negativamente, sull’immagine dell’Italia?

“Certamente non aiuta. Se noi avessimo dovuta pagarla una campagna pubblicitaria così, avremmo speso centinaia di migliaia di euro e di sicuro sarebbe stata una campagna efficace… per farci del male! Però credo che l’opportunità di utilizzare una situazione, seppure spiacevole, di grande notorietà esista, ma, ovviamente solo se la situazione spiacevole si risolve. Finché non si è risolta, non ha senso andare lì fare degli investimenti e del marketing. Ora bisogna concentrarsi sul risolverla.

Quando si è risolta, però, la buona notizia è che la “novella” si può far viaggiare facilmente con la comunicazione, e si può usare l’effetto leva della disgrazia per trasformarla in una opportunità. Evidentemente, queste cose vanno fatte sapendole fare ed in primis, comunque, va risolto il problema. Che poi, bisogna dirlo, è circoscritto, riguarda determinate zone e non altre. Da lontano sembra che tutta l’Italia sia sommersa dai rifiuti, se uno la guarda dall’altra parte del pianeta, è come un binocolo rovesciato. Man mano che ci si avvicina, ci si accorge che così non è: che a Capri o nel centro di Napoli la situazione è normale, mentre in alcuni luoghi della provincia bisogna turarsi il naso”.

Il portale Italia.it non ha, purtroppo, portato i risultati sperati. Senza voler entrare nella polemica, secondo lei, quali sono stati gli errori commessi?

“Nonostante il mio ruolo in Microsoft, ed anche di servizio nei confronti del Paese, certamente non mi pongo nella condizione di dare patenti o meno a coloro che si sono occupati del portale. Più che sugli errori, preferirei concentrarmi su quello che è da fare da adesso in avanti. Certamente l’impostazione che era stata data, diversi anni fa, era corretta da un punto di vista tecnologico. Gli anni sono passati, ed è giusto darne un’altra, secondo forme più partecipative. Ci sono novità tecnologiche che è doveroso cogliere, come pure fare una sintesi nella definizione di quelli che sono i punti di forza del nostro Paese che devono emergere chiaramente, nella pluralità di elementi che comunicano (realtà istituzionali e private) e che hanno da dire qualcosa in campo turistico.

È necessario, dunque, che siano presenti tutte le voci possibili e, allo stesso tempo, che questo servizio in rete sia capace di essere esplorato, navigato, utilizzato come strumento agile, flessibile, partecipativo, che permetta a chiunque di arrivare dove vuole, di prenotare quello che serve, di condividere la sua esperienza con gli altri, e che permetta di trasformare in decisione di acquisto, e quindi di viaggio, quella che è una delle aspirazioni più frequenti, che è quella di venire in Italia. La differenza tra coloro che entrano in rete, pensando di andare in un Paese e quelli che poi ci vanno, nel caso dell’Italia è la più svantaggiosa possibile. Facciamo peggio di tutti. Abbiamo il numero più alto di non trasformazione del desiderio (di venire in Italia) in realtà. C’è un’incapacità di trasformare l’immagine che l’Italia ha in una scelta di viaggio e quindi in presenze nel nostro Paese. Questo è un frutto, ragionevolmente basso, che va raccolto da chi si occuperà del portale”.

Se ne occuperà l’Enit?

“No, non è stato mai affidato all’Enit”.

Se dipendesse dall’Enit?

“Se avessimo dovuto occuparci noi del portale, avremmo agito così come ho detto”.

Lei è considerato uno dei manager di maggior successo a livello internazionale. Cosa prova e su cosa i manager nostrani dovrebbero puntare per acquisire quel tratto internazionale, che, spesso, manca loro.

“Io non ho la percezione di essere così. Quello che sento è che tutti i giorni faccio il mio lavoro, che è un lavoro variegato, un impegno costante su diversi fronti, la possibilità di dare anche un servizio al mio Paese, perché la mia azienda me lo concede. Credo che ogni persona, anche al di là di coloro che hanno ruoli manageriali, debba cercare di capire quello che vuol fare, quello che sa fare, quali sono i suoi pregi, i suoi difetti, guardarsi attorno, mettersi in discussione, fare esperienze da cui imparare, avere sempre degli obiettivi sfidanti, motivanti.

Non ho nel mio vissuto quotidiano la sensazione di essere una persona diversa dalle altre, da quelle che lavorano con me o di aver avuto un successo particolare. Non mi sento arrivato da nessuna parte. Se così fosse, sarebbe forse anche un brutto segno. Vorrebbe dire che è ora di scendere. Credo che anche l’umiltà sia un ingrediente fondamentale, per provare a fare qualcosa che possa avere senso. Un insegnamento che i giovani devono ricordare: avere obiettivi ambiziosi, importanti, ma fare tutta la fila, le tappe necessarie per arrivare. Nessuno regala niente. Ho la fortuna di lavorare con molti giovani, dai quali cerco sempre di imparare e ai quali provo a passare quello che so”.

Il mondo della politica l’affascina?

“No, francamente no. Mi piace poter dare un servizio al mio Paese, ma alcune logiche del mondo della politica non mi appassionano proprio. Mi va bene avere un ruolo aziendale, come ho fatto fino ad ora, pro tempore, non è per me un mestiere, non mi interessa occupare una poltrona. Mi piace, ripeto, offrire un contributo al mio Paese, non solo attraverso questo ruolo all’Enit, ma anche comunicando, nelle molteplici occasioni che ho, quella che è l’esperienza di Microsoft ed anche la mia esperienza, quello che realizziamo con i nostri partner (25.000 aziende) e raccontare, attraverso di loro, quello che si può fare con i software, con le persone, mettendo le persone al centro, facendole vivere bene, lavorare bene.

Condividere gli aspetti positivi, che sono patrimonio della mia azienda, del mondo al quale appartengo, anche con mondi molto diversi e molto lontani dal mio come, ad esempio, la pubblica amministrazione che ha sofferto e soffre molto, accusata di essere una palla al piede; ma quando si ha una palla al piede, spesso non è colpa della palla, ma del piede. È inutile fare delle polemiche senza avere prospettato delle soluzioni. Nella mia esperienza di gestione di un ente pubblico, ho sperimentato che lavorando con le persone, motivandole, spiegando che lavorare in un certo modo non ti consente di aumentare lo stipendio, ma di migliorare la qualità del lavoro stesso, ho avuto risultati notevoli. Sono contento di questa esperienza che ho fatto”.

La fede che posto occupa nella sua vita?

“Certamente senza sarebbe un’altra vita. Senza, finisce tutto… Mi ricordo, come se fossero ieri, gli anni ottanta, mi sembrano proprio ieri. E se penso alla distanza che c’è fra gli anni ottanta e adesso, e se prospetto la stessa distanza in avanti, immagino che probabilmente non ci sarò più… e quindi, la fede ci vuole”.

Sposato, con due figli, come riesce a conciliare tutti i suoi impegni con la vita privata?

“Non vedo molta differenza tra la mia vita privata e quella lavorativa. Anche quando svolgo attività diverse, come quelle legate al turismo, mi sembra tutto parte dello stesso filo. Sono sempre raggiungibile, i miei numeri li hanno tutti, mi possono sempre chiamare. Non ho separazioni nette. Coltivo degli hobby, che poi si travasano anche nel lavoro. C’è un’osmosi perfetta, c’è abbastanza armonia nelle cose che faccio. I miei figlio oggi sono grandi e non hanno più bisogno di me. Se mai, è mia nipote che vedo poco”.

Cosa consiglierebbe ad un ragazzo che si trovasse di fronte a scelte importanti per il suo futuro?

“I ragazzi non li vogliono i consigli. Certamente è importante fare qualcosa che diverta, e che possa estrarre il meglio da se stessi. Il divertimento è importante, altrimenti nulla è sostenibile. Nel mio lavoro, anche nella fatica, mi sono sempre divertito. Il che non vuol dire stare lì a ridere, ma essere appagati di quello che si fa. Ho avuto la fortuna di avere un padre che ha lavorato, come pediatra, fino ad ottantasei anni e poi ha continuato a leggere, a studiare, ed è vissuto fino a novantaquattro anni: un bell’esempio, di una persona che è rimasta sempre, intellettualmente, viva. Mi augurerei di potere fare lo stesso”.


*Dice di sé.
Antonio Eustor. Un americano a Roma: ha studiato e a lungo vissuto a New York, con preziose esperienze manageriali. Poi, in Italia, è da trent’anni il braccio destro di Cesare Lanza. In Rai per sette anni consulente di “Domenica In” e di altri programmi. Dal 2005, a Canale 5, segue in particolare, come uno degli autori, il programma di Paolo Bonolis, “Il senso della vita”.





GEORGE GORDON BYRON



E nel loro svolgersi i sogni hanno respiro, e lacrime e tormenti e

sfiorano la gioia; lasciano un peso sui nostri pensieri da svegli,

tolgono un peso dalle nostre fatiche da svegli,

dividono il nostro essere; diventano parte di noi stessi del tempo,

e sembrano gli araldi dell’eternità.

(Da “Il Sogno”, 1817)





 

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