INTERVISTE

ERSILIO TONINI
“SONO FELICE DI ESSERE VECCHIO”


Il popolare Cardinale affronta, in questa lunga intervista
gli argomenti più salienti dell’attualità, tracciando un bilancio,
assai positivo, della sua lunga vita


 

Luciano Frigerio*

 


Il 20 luglio il cardinale Esilio Tonni compirà 94 anni. Chi non conosce questo vecchio cardinale che non perde occasione per usare radio e televisione per annunciare il Vangelo che sulla sua bocca ha ancora il sapore e la fragranza del pane fatto in casa? Entrato nel seminario di Piacenza a 11 anni, diventato sacerdote, è stato vicerettore in seminario, si è perfezionato alla Pontificia università lateranense in diritto civile e canonico, è stato assistente spirituale dei gruppi della Fuci, direttore del settimanale diocesano “Il nuovo giornale”, poi parroco, per ben sedici anni, a Salsomaggiore, e nel 1968 rettore del seminario di Piacenza. Vi rimase poco, perché nel famigerato 1969 il Papa Paolo VI lo nomina vescovo di Macerata.

Nel 1975 è arcivescovo di Ravenna (dove tra l’altro guadagna la stima dei suoi concittadini lasciando l’appartamento vescovile ad una piccola comunità di tossicodipendenti e ritirandosi a vivere, dove tra l’altro ancora risiede, nell’istituto Santa Teresa per malati gravi). Nel 1978 è presidente del Consiglio d’amministrazione del quotidiano “Avvenire”, e nello stesso anno fa riaprire il seminario di Ravenna chiuso fin dai tempi della contestazione.

Nel 1986 accoglie il papa Giovanni Paolo II in visita in Emilia Romagna e nel 1988 con l’aiuto del Papa raccoglie fondi per gli indios del Brasile. Nel 1990 ospita di nuovo Giovanni Paolo II in visita a Ravenna e dopo poche settimane rimette nelle sue mani, per raggiunti limiti d’età, la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi. L’anno seguente predica gli esercizi spirituali per la curia romana e appare su Rai Uno per un fortunato programma sui dieci comandamenti (programma a cura di Enzo Biagi, con cui si svilupperà una delicata amicizia, ritenuto un raro esempio di catechismo via etere).

Nel 1992 è in Brasile per un congresso di capi tribù e nel 1994 Wojtyla lo crea Cardinale del titolo del Santissimo Redentore a Val Melania. È un pastore eclettico che gioca a tutto campo senza risparmiarsi. Ha percorso l’Italia in lungo e in largo, avvicinando soprattutto i ragazzi e i giovani con i quali intrattiene un rapporto di grande cordialità. Ma di certo in un solo modo questo vecchio cardinale padano vuole essere ricordato, e lo ha detto con chiarezza, in un’intervista televisiva. Alla domanda “cosa occorre per essere un buon cardinale?” rispose senza incertezze: “Continuare ad essere un bravo prete!”.

Eminenza, il riferimento è d’obbligo. Tra meno di un mese compirà 94 anni. Chi meglio di lei può parlarci della vecchiaia. Trova che oggi la sua vita sia migliore rispetto agli anni della gioventù?

“Sì, per tante cose. A partire dalla mia vocazione sacerdotale. Nel 1935, quando presi i voti, pensavo che sarei diventato parroco e avrei passato la mia esistenza in mezzo ai giovani. Oppure che avrei fatto il missionario in Africa. Invece mi è stato dato molto di più di quanto sperassi allora. Oggi, alla soglia dei 94 anni, giro per l’Italia, con più moderazione di un tempo, incontro tantissime persone, moltissimi bambini. Quando sono a Ravenna ho contatti quotidiani con la gente che mi viene a trovare e alla quale cerco sempre di dire qualche parola utile. E mi sto adoperando per aiutare le popolazioni bisognose africane con il progetto “Europa chiama Africa”. Insomma, il mio bilancio è positivo”.

Gli anni le hanno regalato anche un maggior benessere economico?

“La mia era una famiglia contadina: per andare a scuola facevo a piedi sette chilometri, e altri sette per ritornare. Solo in quinta elementare mi hanno regalato una bicicletta. Adesso è diverso, certo. Ma la verità è che i soldi non sono importanti. Se io sono così alla mia età, lo devo al modo in cui ho vissuto l’adolescenza, e all’entusiasmo che mi animava, nonostante le difficoltà economiche.

Mia madre e mio padre mi ripetevano in continuazione: “Quando sei nato tu abbiamo fatto tanta festa”. In modo particolare mia madre mi diceva, insistendo: “Ricordati che il Signore ha del bene da farti fare” e io le credevo, mi fidavo delle sue parole. E più mi accorgevo che erano vere, più mi sentivo fiducioso. È stato così ogni giorno, e ogni anno di più, fino ad oggi”.

Entusiasta della vita, degli altri, del mondo: qual è il suo segreto, cardinale?

“Ho appreso fin da ragazzo lo stupore di vivere. Non ho mai dato per scontato di essere al mondo, mai. Per me, ogni mattina, il risveglio è come fosse una nuova nascita. Considero il tempo come una serie infinita di momenti da centellinare, uno dopo l’altro, con piacere, fino alla fine. Pochi giorni fa, un ragazzo focomelico del Ruanda, che vive qui a Ravenna, mi ha stretto la mano: perché la protesi che gli hanno messo ha iniziato a funzionare. E io ho goduto quel momento: è stato la dimostrazione di quanto la vita sia un bene prezioso. E di quanta felicità possa ancora riservarmi”.

Molti anziani, però, non riescono ad accettare con serenità il tempo che passa.

“La vecchiaia è una fase dell’esistenza accompagnata da debolezza e da acciacchi. Il dover dipendere dagli altri può fare male. Soprattutto per chi il proprio valore l’ha sempre misurato sul potere e sul denaro, e non riesce a vedersi come una moneta che sta per andare fuori corso. Ma se immaginiamo la vita come un grande fiume, la vecchiaia ne è la foce. Che cosa c’è di più bello?”.

Ha conosciuto anziani pieni d’ottimismo e speranze?

“Ma certo. Tanti, sorridenti, pieni d’amore e di ricordi straordinari. Ne ricordo uno per tutti: Papa Paolo VI. Ebbi la fortuna di parlare con lui un’ora intera: il Pontefice, che aveva contatti con i più importanti personaggi del mondo, mi dedicò tutta la sua attenzione, con tale semplicità e soavità da lasciarmi sorpreso. Viveva l’età anziana con grande dolcezza ed estremo chiarore interiore e trasmetteva solo pace e serenità. Quel suo esempio è stato per me indimenticabile. La vecchiaia, infatti, se vissuta con gioia, toglie le asperità dell’animo e fa un grande dono: la saggezza”.

Eminenza, però, il mondo nel quale viviamo si presenta ai nostri occhi come un’inimmaginabile scristianizzazione, per riprendere le parole del cardinale Ratzinger di qualche anno fa...

“I momenti più tragici della Chiesa sono i momenti della giovinezza della Chiesa. Sant’Agostino è quasi ossessionato dalla distruzione di Roma. Anzitutto perché è Roma, e, secondo, perché i pagani, di quella distruzione, davano la colpa ai cristiani. All’inizio della Città di Dio, dice: “Ma voi credete proprio che da questo la Chiesa, il Vangelo, non tragga una spinta in avanti?”. Dice che la giovinezza della Chiesa coincide con la crocifissione di Gesù Cristo: “Haec iuventus Ecclesiae”.

Ecco, in questo momento, mentre siamo disorientati e sconvolti e ci pare che il mondo vada verso la distruzione totale, io sono intimamente convinto che da questa tragedia… che cosa verrà fuori? Ebbene, sta finendo il tempo delle divisioni e delle contrapposizioni e comincia il tempo dell’identificazione. Cioè le nazioni scompaiono, la storia passata perde il suo peso e ci accorgiamo che accade come al popolo ebreo, che aveva bisogno delle deportazioni per tornare a capire. La grande sfida, guardando il futuro, sta proprio qui: se riusciremo a stare insieme oppure no, come dice il grande libro di Alain Touraine: “Pourrons-nous vivre ensemble? Ègaux et différents”.

La storia, a differenza di ciò che dicevano i greci, non è circolare, ma è una freccia che si muove verso il futuro. La Chiesa è per il futuro, il Vangelo è tutto al futuro. O no? Ora io dico: la Chiesa è madre in questo senso, il compito della Chiesa, sempre più, specialmente dopo il Concilio, è di essere responsabile delle azioni a venire.

Neanche a farlo apposta, la Chiesa possiede proprio il titolo di “cattolica”, “kathólou”, “tutti insieme”. Già Agostino aveva capito che la battaglia era contro chi voleva che la Chiesa fosse soltanto africana [il cardinale si riferisce naturalmente alla lunga querelle coi donatisti, ndr].

Cardinale, dibattiti, conferenze, manifestazioni ci ricordano ogni giorno che, a causa dell’inquinamento, la Terra sta rischiando grosso. Lei cosa ne pensa?

“Vale la pena esclamare: era ora. Sono anni che gli scienziati vanno denunciando in tutti i modi il rischio di un inquinamento atmosferico di tali proporzioni da lasciar prevedere un giorno l’impossibilità di sopravvivenza del nostro pianeta. E gli hanno dato un nome: effetto serra, con l’aggiunta di scenari terrificanti. Ma per troppo tempo l’hanno fatto inutilmente, poiché alcuni consideravano le loro ipotesi fantascientifiche, mentre altri le ritenevano eventi lontani molti millenni.

Un problema di chi ci governa, certo. Ma la tutela del mondo in cui viviamo è anche un tema che riguarda la coscienza collettiva, quella che non esclude nessuno. Soprattutto coinvolge noi, che viviamo nelle nazioni ricche, dove il consumismo sfrenato porta a produrre sempre di più. Senza che per questo ci si senta colpevoli. In fatto di consumi, siamo sempre pronti ad assolverci. Così ecco che i sistemi produttivi attualmente in funzione nel cosiddetto “primo mondo” sono alla fine i responsabili della maggiore emissione dei gas ad effetto serra”.

Perché l’uomo è arrivato a compromettere in tale misura il mondo in cui vive?

“Quando l’interesse economico diventa il fine ultimo e l’unico criterio di misura del valore, si guarda solo al guadagno immediato, senza rendersi conto di ciò che potrà accadere. Vale anche stavolta la legge che sta alla base della storia dell’uomo: ciò che non è innocente finisce sempre per provocare danni a lungo termine. Danni che saranno pagati dalle generazioni che verranno. È questo il grande dramma.

E da qui è partito il teologo e filosofo tedesco Hans Jonas, autore di uno degli studi più interessanti di questo secolo, intitolato “Il principio responsabilità”, quando sostiene che la tecnologia sta facendo cose mirabili a tutto vantaggio dell’uomo. Ma bisogna ricordare che la tecnologia, per i mezzi che usa, per esempio il petrolio, avrà i suoi effetti soprattutto sulle generazioni future”.

Insomma, i benefici che oggi ci dà la tecnologia potrebbero domani rivelarsi molto dannosi per l’uomo.

“È così. Da qui il problema etico. Dobbiamo renderci conto che le azioni dell’uomo oggi ritenute innocenti, a lunga distanza possono dare conseguenze disastrose. Anche chi non vuole riconoscere i valori morali correnti è quindi costretto a riconoscere la morale della responsabilità. Eppure sia i paesi occidentali, sia quelli meno ricchi, fanno resistenza quando si tratta di ridurre le produzioni inquinanti”.

Temono che il loro sviluppo venga compromesso.

“È la teoria secondo la quale “i colpi cascan sempre all’ingiù”, come pensava tra sé e sé, nei Promessi Sposi, don Abbondio sotto la raffica dei rimproveri del cardinal Federigo”.

E le conseguenze? Possono essere irreversibili. Oggi si discute il caso dell’ozono.

“Che è ancora più grave di quello che può sembrare. Mi spiego con un esempio: mentre la bomba atomica ha provocato terrore e sdegno e i paesi si sono quindi bloccati nell’usarla, del buco dell’ozono e delle sue conseguenze, che una persona comune non vede e che comunque non hanno ripercussioni immediate, non ci si è curati per troppo tempo”.

E quindi?

“Parafrasando l’imperativo categorico del filosofo Kant dobbiamo darci questa regola: “Comportati in maniera tale che la tua azione non debba compromettere la vita di coloro che non sono ancora nati”.

Cardinale, lei ritiene che in Italia la famiglia sia ancora un punto di riferimento saldo?

“Sì. Da quando sono vescovo il mio pensiero è teso tutto verso il futuro, non della Chiesa soltanto, ma dell’intera famiglia umana. E posso dire che nel nostro Paese abbiamo questa grande fortuna, che dobbiamo tenerci stretta. Non possiamo rischiare di dover affrontare la situazione della Gran Bretagna, nazione tanto all’avanguardia. Ma dove ora, nella famiglia, compaiono segni evidenti di una crisi grave”.

Perché ha tanta attenzione per i fatti inglesi?

“Perché è una nazione avanzata, tra le prime per democrazia e progresso tecnologico. E se ha il problema della disgregazione familiare, questo deve farci da monito. Insomma, è un po’ come quando andiamo a trovare un malato all’ospedale e ci viene in mente che in quel letto potrebbe trovarsi nostra madre. E corriamo a casa, e l’abbracciamo, felice che stia bene. Quante volte mi è toccato vedere come certi ragazzi di 16-18 anni, fino ad allora irriverenti e ingrati, abbiano recuperato all’improvviso un’incredibile tenerezza verso il padre e la madre semplicemente per aver visto morire il genitore di un compagno”.

Quali sono i segnali di preoccupazione lanciati dalla stampa inglese? Sarà così il futuro delle nostre famiglie?

“Certo che no. Perché da noi la famiglia è ancora sentita come un bene inestimabile. Spesso, in occasione dei miei incontri con gli studenti delle scuole, alla domanda sui valori più importanti, mi è stato risposto: il primo è la famiglia. Ed è significativo che proprio dall’Inghilterra si guardi alla famiglia italiana con tanto rimpianto, quasi con invidia. È di poco tempo fa l’intervento di un deputato alla Camera dei comuni: “In Inghilterra”, ha detto, “le famiglie spaccate sono otto volte più numerose che in Italia”. Alla considerazione di quel deputato io aggiungo che quando una famiglia si frantuma il dolore per i due sposi è straziante. Ma altissimo è soprattutto il prezzo che pagano i figli. Ed è su di loro che la famiglia va costruita. Questo perché dall’unità dei genitori dipende la serenità della loro vita. E anche il futuro del loro Paese”.

Lei, come pastore, avrà avuto modo di incontrare moltissime famiglie.

“Tante, davvero. E alcune sono esempi meravigliosi. Qui a Ravenna, nella casa dove vivo, ci sono anche bambini cerebrolesi. Sapesse quanta felicità sono in grado di esprimere quando si stringono ai loro genitori. E quanto amore le mamme e i papà sanno trasmettere loro. Anche per me, del resto, la famiglia è stata importantissima.

Quando sono stato nominato vescovo, ho detto ai fedeli: “Vi insegnerò le cose che mi hanno insegnato mio padre e mia madre”.

Quasi ogni giorno ci sentiamo ripetere che la condizione del nostro Paese è drammatica. Che stiano per ritornare i tempi delle grandi paure? Che ne pensa?

“Con l’aria che tira, le domande non sono per niente strane. Vi spira dentro quest’altra, che è sulla bocca di tutti: ce la faremo ad uscire da questo guazzabuglio, simile tanto ad una telenovela? Ci fu, è vero, ben di peggio negli anni del terrorismo, che fu una vera e propria sfida mortale, di ben altra portata. Al suo confronto questa di ora è febbre da fieno. Verissimo. In compenso, si sapeva da dove veniva e che cos’era il rischio. Proprio per questo, si ebbe come risposta tale unità di animi, quale mai, forse, si è avuta lungo tutta la storia italiana. È appunto quel che manca oggi. L’unica certezza sembra essere l’incertezza.

Così ovunque, dalla Norvegia al Giappone. Incerta la politica, irrequieta l’economia, vasta la sfiducia delle popolazioni nei confronti dei loro governi. “Abbiamo dinanzi a noi un mondo ancor più misterioso che nel passato”, affermava il quotidiano francese “Le Monde” recentemente. A farla breve, “questo è un mondo da ricostruire”. Vero è che caduto il Muro di Berlino, un altro se n’è eretto qui in casa nostra: il muro del pianto. C’è stato persino un uomo politico, capo di un partito, che ha annunciato l’ipotesi di salvarsi in esilio magari con un suo governo ombra. Evidentemente, s’è perso il senso delle proporzioni, peggio, della responsabilità. È delitto per un vescovo credere e ricordare agli altri che, pur se s’è fatto buio, la luce domani tornerà? A meno che qualcuno preferisca alla luce del sole quella di una candela!”.

Cosa potrà fermare la violenza dei giovani? Episodi agghiaccianti si ripetono ovunque: per spiegare il fenomeno qualcuno tira in ballo anche il codice genetico. Eminenza quale è il suo parere in proposito.

“Son fatti così gli italiani: reagiscono forte per ogni notizia che sfiguri l’immagine, la “cara” immagine, dei loro ragazzi. Buon segno. Vuol dire che c’è ancora tanta sanità nel nostro Paese. Dopo di che non è che si possa dormire del tutto tranquilli. Anche un solo atto violento è pubblica sciagura, specie se compiuto già all’inizio della vita. Ad acuire, poi, il problema ci pensano le notizie che ci vengono non dico dalla lontana Los Angeles, ma da Inghilterra, Francia e Germania, paesi qui accanto.

In Inghilterra, e ancor più in Germania, l’uso della violenza ha attecchito presso i più piccoli, già attorno ai 12-13 anni. La stampa tedesca ne dà impietosamente notizie dettagliate, mentre si affannano i sociologi a dedicarvi le proprie inchieste e gli psichiatri a parlare di una “fanciullezza avvelenata”. Sì, è vero che qualcuno ha pensato al codice genetico. Si è proposta una vasta indagine biologica sugli autori di aggressioni: “ È un modo”, dissero, “di capire le cause sociali della violenza”. La verità è che a parte i casi di neuropatie gravissime, al Dna si possono far risalire solo predisposizioni generiche il cui sviluppo è poi da collegarsi con l’ambiente, l’educazione, le prove della vita.

Ritornare al vecchio Lombroso, alla teoria dei “delinquenti nati” può servire solo a dispensarci dalla responsabilità educativa e dall’impegno per una società più giusta e più umana per tutti.

Si tratta di problemi che richiedono approfondimento serio, a costo di rivedere parecchio della prassi educativa. L’accenno è ai due estremi: quello dei genitori-padroni che non consentono ai figli una progressiva assunzione di responsabilità, e quell’altra che, per reazione all’antico, ha troppa cura che il piccolo sia subito grande, già fin dall’inizio, prima amico che figlio. Interessante il giudizio della psicologa francese Alice Holleaux: “Questa politica del non intervenire è di una violenza incredibile per i fanciulli, peggio, molto peggio che l’autoritarismo di trenta anni fa”.

Ancora una volta il segreto del futuro è affidato in gran parte all’educazione, alla formazione morale delle coscienze e pertanto a famiglia, scuola, chiesa. Ricordare T.S. Eliot: “Il mondo rotea e il mondo cambia...; comunque la mascheriate, questa cosa non cambia: la lotta perpetua del bene e del male. Dimentichi, voi trascurate gli altari e le chiese... voi siete gli uomini che in questi tempi deridono tutto ciò che è stato fatto di buono”.

Immigrati e giustizia non sempre vanno d’accordo. Il governo italiano sta decidendo norme più restrittive all’ingresso nel paese, come giudica questo tentativo?

“Il problema è delicatissimo, perché ancora una volta il bisogno di “sicurezza” viene a scontrarsi con l’altra esigenza primordiale, quella del rispetto all’umanità di ogni uomo: certezza contro giustizia, le due anime del diritto che, solo se composte insieme, possono consentire a una società di dirsi umana. Se questo è, vuol dire che questa è l’ora buona per la saggezza politica, cui sempre è toccato comporre o un massimo di giustizia entro un minimo di certezza – e sono i momenti più felici – o un minimo di giustizia entro un massimo di sicurezza: ed è la tentazione che può far morire le democrazie per eutanasia”.

Eminenza, come desidera concludere questa lunga chiacchierata?

“Un’ultima cosa: la speranza, quella che Péguy chiama la virtù bambina. Virtù bambina perché il bambino è speranza, il bambino si fida totalmente. Nel momento in cui noi ci fidiamo di Dio totalmente, come un bambino, allora abbiamo l’onore più grande che si possa immaginare ed è ciò che più tocca il cuore di Dio. Il figliol prodigo, quando torna, ha una speranza mista a paura, che il papà smentisce subito, perché gli fa capire che riaverlo è un guadagno, non una perdita. Credere a questo amore di Dio che mi considera una sua gloria… D’altra parte non è mica poesia, è Gesù che dice così nel capitolo diciassettesimo del Vangelo di Giovanni.

Teilhard de Chardin diceva che ogni volta che si prende in mano la parola del Vangelo si devono fare due cose. Primo, ricordare che sono fatti veri. Secondo, che sei in gioco tu. Quando consacrando nella messa dico: “Questo è il mio corpo”, e lo faccio come cosa meccanica senza accorgermi che ci sono io di mezzo, sono un… facchino, niente più.

Un’altra questione delicata, che deve essere ben esposta perché non susciti polemiche, è il posto della gerarchia. Io ho paura che la gente mi creda uno che ha avuto successo perché sono un cardinale. Lo temo immensamente, perché invece io sono qui per testimoniare. Il Signore mi ha fatto una grande grazia, ma se sono vescovo non è che io sia riuscito più degli altri. Sono più carico di responsabilità, questo è sicuro. Anche se, ora come ora, per il peso crescente dei mass media, non vale proprio niente il fatto di essere cardinale se uno dice delle banalità. Una domestica potrebbe dire delle cose che toccano l’animo più di un cardinale. Ma al di là di questo, il carrierismo è pericolosissimo nell’atteggiamento del pastore, del vescovo e oltre. E là dove si insinua distrugge tutto.

Sant’Agostino dice che: “Chi nella Chiesa cerca qualche cosa che non sia Dio, è un mercenario”. Siamo dei testimoni. Dovremmo aver cura sempre che ci sia invece capacità di amare, il desiderio di dire di ogni persona che incontro: “Questo è un figlio di Dio, che cosa posso fare per lui?”.


*Dice di sé.
Luciano Frigerio. Nato a Milano nel 1957 è sacerdote diocesano dal 1981. Dottore in Teologia. Pubblicista dal 1987. Vice direttore del settimanale della diocesi di Milano “Città Nostra” nel 1988. Cappellano di S. Santità dal 2000. Direttore settimanale della diocesi di Milano “Luce” dal 1993. Membro della federazione italiana settimanali cattolici (FISC) dal 1988. Membro comitato di redazione della rivista ufficiale del Giubileo 2000 “Tertium Millennium”. Collabora con la Rai dal 2001.



 

Copyright © 2007-2008

www.lamescolanza.com

Tutti i diritti riservati

disclamer