INTERVISTE
FILIPPO PANSECA,
L’ARCHITETTO DI CRAXI
“Mi sono sempre sentito uno
scenografo, un artista.
Consideravo i congressi un’opportunità per esprimere il mio
estro
e realizzare opere che difficilmente avrei potuto fare
altrove”
Francesco Canino*
Arrivo dalle parti di via Savona, a Milano, in un pomeriggio
piovoso. Abituato al rigore delle vie torinesi, capisco solo
dopo qualche minuto di essere passato in quella zona appena
qualche mese fa, nel pieno della “settimana della moda”, col
traffico intasato da stuoli d’auto che scaricavano invitati
di lusso al quartier generale di Armani per assistere alla
sua sfilata. Ritorno a casa di Filippo Panseca: lo avevo
contattato e agevolmente incontrato quando sembrava ormai
certo che mi sarei laureato con una tesi sulla comunicazione
politica di Bettino Craxi. Chi meglio di Panseca avrebbe
potuto indirizzarmi? Lui che per tutti è ancora oggi
“l’architetto di Craxi”.
Entro nel suo loft (che è la sua casa e il suo laboratorio)
e, come mi era già successo la prima volta, ho l’impressione
di entrare immediatamente nell’ “universo Panseca”: le
pareti sono piene di quadri, ci sono oggetti e opere d’arte
sparse ovunque, librerie stracolme di volumi, al centro un
abito da sposa (opera della moglie che insegna all’accademia
di Brera) e poi computer e macchinari digitali, che sono il
principale strumento delle sue creazioni. Per terra un
tappeto lungo qualche metro che rappresenta in parte la
scenografia realizzata nel 1990 da Panseca per la conferenza
programmatica del Psi: nella casa di un artista può
tranquillamente accadere che un pezzo del muro di Berlino
campeggi proprio al centro di in salotto…
Cominciamo dal fondo. Ha letto quello che nel 2003 Filippo
Ceccarelli, principe dei commentatori politici, ha scritto
su di lei in apertura di “Cambio di scenografia”, un
capitolo de “Il teatrone della politica”?
“No… me lo legga lei”.
“È forse arrivato il momento di dedicare un monumento a
Filippo Panseca, scenografo del craxismo, ideatore e
installatore del tempio greco alla Fiera di Rimini e della
piramide nella fabbrica ex Ansaldo, l’artista di partito che
per primo aveva capito dove sarebbe andata a parare
l’estetica del potere. Un monumento beninteso di cartapesta,
o di polistirolo espanso, meglio ancora se biodegradabile,
perché da quelle prefigurate illuminazioni non è che la
democrazia e i cittadini abbiano poi tratto grandi vantaggi.
E però, anche chi negli anni ’80 derideva Panseca, nel
decennio seguente è tornato regolarmente a Canossa: ha
finito cioè per montare gli stessi enfatici baracconi a
sfondo storico autocelebrativo in cui si era distinto il
lungochiomato artista craxiano”.
“Beh, ha sintetizzato in poche righe, pezzi della mia
storia. C’è una prima parte che ha un accento negativo, una
seconda più positiva. Ma sono temprato alle critiche sa?”.
Di lei hanno scritto e detto di tutto. “Artista di regime”,
“architetto di corte”, “emblema di quel circo di nani e
ballerine”. Come viveva le critiche?
“Erano fastidiose, inutile negarlo, certe erano terribili.
La critica più bella però l’ho ricevuta da Giampaolo Pansa
su “Repubblica”: dopo anni di attacchi feroci da parte di
tutti, dopo aver visto la piramide che installai all’Ansaldo
per il congresso dell’’89, scrisse che mi ero superato e che
avevo fatto una cattedrale laica.
Almeno una soddisfazione me la sono tolta… e poi lui non era
di certo un commentatore tenero. Il punto è che pochissimi
hanno capito che quello che realizzavo erano mie opere.
C’era una differenza enorme coi colleghi architetti: io mi
sono sempre sentito più scenografo e artista che altro.
Quando Craxi mi chiamava, per me era come un committente e
io sfruttavo l’opportunità che mi veniva data: sfogavo il
mio estro artistico, realizzavo opere che difficilmente
avrei potuto fare. Per me erano cose effimere e Ceccarelli,
probabilmente, lo sa se scrive di opere “biodegradabili” che
sono l’essenza stessa della mia arte: sono cose che faccio
dal 1970, monumenti a perdere se vogliamo, che ho installato
in tutto il mondo”.
In un’intervista al “Corriere della Sera” del dicembre del
1992, nel pieno di Tangentopoli, le chiedono se era legato a
Craxi per comunanza di idee o per opportunismo, lei
risponde: “Quello che ci legava era l’amicizia personale. Lo
conobbi quando era un semplice consigliere comunale. E poi
sono l’unico pittore socialista che non ha mai fatto una sua
mostra in uno spazio pubblico e nemmeno l’ho mai chiesto”.
La sua carriera di artista è stata quindi frenata dalla sua
vicinanza con Craxi?
“Ne ha risentito negativamente. Finché c’era Craxi ero sugli
allori, dopo di che sono stato dimenticato. Quando mi
criticano, sottolineo che non ho mai fatto mostre in musei
milanesi o spazi pubblici, proprio per chiarire le idee a
tanti disinformati. Mi ricordo una memorabile litigata con
Enrico Baj, un pittore e scultore, che scrisse che ero un
artista di regime, che avevo fatto carriera solo per le mie
conoscenze politiche.
Al contrario ho perso occasioni e mi sono visto voltare le
spalle mille volte. Ma non rinnego di certo la mia amicizia
con Bettino, sia chiaro”.
Torniamo al 1968. Lei arriva a Milano per cercar fortuna e
dopo qualche mese conosce Bettino Craxi. Ricorda il primo
incontro?
“Perfettamente. Gli artisti si ritrovavano sempre al
ristorante “L’angolo”. Ci andavo spessissimo, con i primi
amici pittori che conobbi qui a Milano. Avevamo sempre un
tavolo prenotato e stavamo lì fino alla chiusura. Una sera
rimanemmo ad un tavolo e in quello a fianco c’era Bettino
con degli amici: verso le due di notte Angelo, il
proprietario, ci buttò fuori perché voleva chiudere.
Bettino, che conosceva delle persone che stavano con me, ci
invitò a casa sua.
Mentre uscivamo si avvicinò uno a chiedergli dei soldi e
Bettino lo mandò a quel paese: a me venne spontaneo dargli
dello stronzo, perché mi era sembrato antipatico. Lui si
gira e mi dice di farmi i fatti miei perché aveva appena
aiutato quel tizio ad uscire dal carcere e ora, di nuovo,
gli rompeva le scatole. Ci fu un mezzo battibecco e così
nacque la nostra amicizia. Lui era un semplice consigliere
comunale, di certo non lo avvicinai per interesse, non
sapevo nemmeno chi fosse.
Iniziammo a frequentarci, diventammo buoni amici e lui
comprò anche dei mie quadri”.
Tra cui un finto Tiziano diventato celebre all’epoca di
Tangentopoli.
Mi racconta quell’episodio?
“Rido solo a pensarci. Mi ricordo ancora i titoli dei
giornali: “Craxi voleva trafugare un Tiziano”. Accadde che
Bettino, quando stava già a Hammamet, aveva fatto partire
dei camion da Milano con dei mobili e degli oggetti
personali che voleva portare in Tunisia, ma la finanza
intercettò i furgoni e sequestrarono tutto. Facendo
l’inventario di quello che c’era trovarono anche un quadro,
una copia di una Venere del Tiziano che avevo fatto io, con
una cornice originale del ‘500 e nella parte posteriore,
invece di due persone che parlano, inserii una sfera
biodegradabile. A Craxi piacque un sacco e lo comprò: lo
teneva in camera da letto. Quando venne fuori la notizia ci
fu uno scandalo, Bettino mi chiamò raccontandomi che quel
Tiziano di cui tutti parlavano era in realtà il mio. Pochi
giorni dopo mi interpellò un giornalista dell’ “Espresso”,
che fece, poi, un articolo al vetriolo, intitolato “Un
quadro di Panseca scambiato per un Tiziano”, sbeffeggiando
pure gli esperti del tribunale che nel fare il resoconto non
si erano accorti che era un falso”.
Prima ha citato la Tunisia ed è inevitabile farle qualche
domanda su Hammamet e sulla “famosa” villa.
“Devo premettere che ci sono andato la prima volta con
Bettino nel 1969. Lui si era innamorato di quella terra,
anche per via di Spartaco Vannoni (proprietario dell’Hotel
Raphaël di Roma, morto nel 1980, ndr). Ci ritornavamo tutti
gli anni e stavamo in una dependance dello Sheraton di
Hammamet, perché la villa fu costruita solo nei primi anni
’80, e anche su questo c’è un episodio che ha del comico.
Craxi, infatti, decise negli anni ’70 di farsi lì una casa e
comprò un appezzamento di terreno in riva al mare. Peccato
che l’arabo era un truffatore e gli vendette un pezzo di
terra non sua. Ci fu un processo lungo quasi dieci anni e
alla fine Ben Alì, il primo ministro tunisino, gli regalò un
appezzamento di terra su una collina, e non più sul mare,
dove venne poi costruita la casa”.
Sulla quale scrissero di tutto: rubinetti d’oro, maggiordomi
in guanti bianchi, comfort da albergo a cinque stelle.
“Tutte stronzate. Costruirla non costò più di venti milioni.
Oltretutto i lavori furono affidati a un cretino del posto
che, contemporaneamente, rubava i materiali per farsi una
villa sua. All’inizio non andava nulla: quando aprivi i
rubinetti c’era puzza di fogna, il riscaldamento non
funzionava e nel locale caldaie, il gasolio era in un
contenitore esterno attaccato con un tubo del cavolo. Quando
me ne accorsi dissi a Bettino: “Hai la scorta, ma puoi
saltare in aria da un momento all’altro”.
Lei, assieme a Silvano Larini, era l’amministratore della
società Villa Europa, che deteneva la proprietà della villa.
Per questo ebbe delle grane ai tempi di Tangentopoli.
“Si, fui pure interrogato da Davigo. Ma non rinnego
l’amicizia con Craxi, lo ripeto. Ci siamo visti spesso, fino
agli ultimi mesi e ci siamo sentiti fino al giorno prima che
morisse. Quando era in ospedale volle che mandassi a Ben Alì
una riproduzione del muro di Berlino, una scenografia che
costruii per una conferenza programmatica del Psi nel 1991,
parte della quale è riprodotta su questo tappeto
(me lo indica, ndr). Arrivò proprio il giorno prima che
morisse: lo considerava un modo per ringraziare Alì per il
sostegno che gli aveva dato in tutti quegli anni”.
Iniziamo la piccola carrellata dei sei congressi del Partito
socialista italiano, che ha curato sotto la segreteria
Craxi. A due anni dall’elezione alla guida del partito, il
29 marzo del 1978 si apre a Torino il 41° congresso del Psi,
nel pieno del rapimento di Aldo Moro. In quell’assise, per
la prima volta, spariscono dal simbolo del partito la falce
e martello, sostituiti dal garofano rosso. Arrivati al
congresso si racconta che Nerio Nesi e Rino Formica vennero
da lei arrabbiatissimi chiedendole: “Non è che ti sei
dimenticato il simbolo del partito?”. Pochi sanno che
l’artefice del cambiamento fu proprio Filippo Panseca.
“Si, ma sempre su input di Craxi. Un pomeriggio Bettino, io,
Massimo Pini, lo stesso Formica, Claudio Martelli e Tonino
Cervi (figlio di Gino, ndr) andammo a mangiare un gelato
dalle parti di piazza Navona. Bettino aveva già da tempo in
mente di eliminare falce e martello, che considerava simboli
bolscevichi. Mentre ce ne parlava mi venne spontaneo dirgli:
“Perché non li sostituiamo con un garofano rosso?”.
Sfogliando alcuni volumi e studiando la storia socialista
avevo saputo che da sempre era un fiore della storia
socialista: già nel 1890 c’era una rivista socialista
intitolata “Il garofano” e poi nel Ventennio gli
antifascisti, il 1° maggio, scendendo in piazza per la festa
dei lavoratori s’infilavano all’occhiello un garofano che
nel tempo divenne il simbolo dei dissenzienti
dal regime.
A Craxi l’idea piacque e mi disse di utilizzarlo come
simbolo del congresso: lo presi in parola e lo inserii senza
dire niente a nessuno nella scenografia del congresso. La
notte prima dell’inizio dei lavori, intorno alle due del
mattino, Formica e Nesi vengono a vedere l’allestimento e
s’infuriano con me perché ho di fatto usato un simbolo non
votato da nessuno. Mi fanno chiamare subito Craxi,
che stava preparando il discorso. Gli racconto cosa stava
succedendo. “Metti un simbolo piccolo con falce e martello
sotto il garofano e nel podio dell’oratore attacca una
bandiera italiana, così nessuno contesterà nulla” mi disse.
E così feci. Il giorno dopo tutti i giornali parlarono di
quel garofano rosso”.
Per il congresso Palermo del 1981 le venne l’idea di
piazzare quel garofano alto 15 metri sul monte Pellegrino.
La città impazzì.
“Essendo palermitano, sapevo che il monte Pellegrino era il
posto più visibile. Considerato che il Psi sentiva
l’esigenza di fare un congresso nel meridione, volevo dare
un segno importante e tangibile della nostra presenza in
città e nel sud Italia. All’epoca il castello Utveggio era
abbandonato, dunque chiesi i permessi alla Regione per
installare un garofano che fosse visto da tutti. Anche
qui, c’è un aneddoto che ha del comico. La notte prima del
congresso erano arrivati da Roma camion carichi di
cancelleria, libri, stampe e tutto ciò che serviva
all’assemblea.
Entrati a Palermo, vedendo il garofano salirono direttamente
in cima al monte, anziché andare alla fiera del
Mediterraneo. Ci prendemmo un sacco di insulti, ma fu una
situazione davvero divertente,
che smorzava i toni di un mese davvero pesante.
La preparazione era stata difficoltosa perché la sala
congressuale era grande come un campo da calcio, enorme e
completamente vuota. Fu una scommessa realizzarlo lì:
l’acustica era terribile, allora
ricoprii il soffitto di bandiere del partito per evitare il
riverbero, e poi non c’erano sedie. Dove trovavo quasi 10
mila sedie? Allora mi venne in mente di andare in una
fabbrica di arredamento. Chiesi
in prestito dei moduli di cucine che poi l’imprenditore
avrebbe potuto riutilizzare, le adoperai come sedute cui
applicai delle spalliere con dei tubolari in ferro giallo e
bianco. L’impatto scenico fu formidabile”.
Craxi è Presidente del consiglio nell’agosto del 1983. Nel
maggio dell’anno successivo si apre il 43° congresso, a
Verona, all’insegna dello slogan “Una società giusta, una
società governante”. Perché Verona passa agli annali come
“la discoteca”?
“Perché feci costruire una gradinata ottagonale e montai la
presidenza su dei gradoni ricoperti di specchi, dietro ai
quali realizzai il simbolo con dei neon: la cosa ricordò ai
giornalisti l’insegna di
un locale. In più a destra e a sinistra inserii i primi led
monocromatici che arrivarono in Italia, perché ancora non
c’erano quelli multicolori, sui quali trasmettevamo slogan e
il simbolo del partito”.
Mi spiega da quale esigenza nasceva l’idea di creare
scenografie così spettacolari? Fino a quel momento com’erano
stati i congressi?
“Vuole sapere come facevano? In una sala qualsiasi mettevano
assieme due tavoli, quattro bandiere e sempre sulla sinistra
un podio. Ecco com’erano i congressi.
Quando Craxi mi chiama per il congresso di Torino, mi metto
a studiare e la prima cosa che mi salta all’occhio è che
l’oratore lo piazzano sempre a sinistra. A pensarci è una
cosa sciocca: perché costringi tutti a girarsi per guardare
chi parla? La conclusione a cui sono arrivato è che questo,
probabilmente, veniva da un retaggio cattolico, per il fatto
che il sacerdote in chiesa parla sempre senza dare le spalle
al tabernacolo, e dunque anche il politico è come se fosse
su un pulpito.
Anche in Russia era così. La prima cosa che feci fu mettere
il podio al centro, poi sistemai la presidenza mettendola su
dei gradini, facendo degli scaloni così che tutti fossero
visibili ed evitare la rincorsa alla prima fila come spesso
accadeva (ride). E poi c’è un particolare di cui sono ancora
oggi molto fiero, perché realizzai la completa accessibilità
dei congressi: non c’erano barriere architettoniche, la
presidenza era accessibile ai disabili e c’erano i bagni
adeguati. Tanto che Franco Piro, un deputato Psi disabile,
ne era entusiasta e ogni volta che partiva un congresso
faceva una conferenza stampa per mostrare ai giornalisti la
completa libertà di accesso e di movimento”.
I giornali però criticarono le sue realizzazioni perché
costavano svariati miliardi.
“Non decidevo io. I progetti erano sottoposti alla direzione
del partito che li approvava sempre. Certo io facevo un po’
il furbetto (ride). Quando arrivavo alla riunione finale
tutti si avvicinavano a
me, chiedendomi cosa ne pensava Craxi; lui in realtà non
sapeva quasi niente: mi dava il via libera sulle proposte
iniziali e vedeva il risultato finale solo a cose fatte. Io,
però, facevo sempre credere che lui fosse già d’accordo e
così nessuno si opponeva”.
Resta la questione dei soldi. Si disse che le famose
piramidi di Milano erano costate 35 miliardi.
“Cazzate. Bisogna dire che all’epoca mi venne un’idea, per
altro poi copiata da tutti i partiti, per cui il congresso
in pratica non costava niente al partito. Le spiego: a
Rimini ad esempio ci dettero tutta la Fiera, ma a noi
servivano solo pochi capannoni. Allora dissi a Bettino:
“Inventiamoci “l’Italia che produce”, con gli stand di tutte
le aziende italiane. L’idea era semplice: chiamare ad
esporre tutte
le aziende che desideravano farlo, come se si trattasse di
una fiera dell’eccellenza italiana.
Allora divisi gli spazi in tanti box: alle associazioni
culturali e di volontariato affittavamo gratis, mentre le
altre imprese li pagavano. L’idea funzionò subito e gli
espositori crebbero anno dopo anno. Di fatto, alla fine dei
conti, il partito incassava un budget tale da coprire le
spese. Ovviamente all’inizio tutti ci criticarono, salvo poi
copiarci”.
Arriviamo al marzo 1987, alla fiera di Rimini, 44° congresso
del Psi. Giornalisti, delegati e curiosi sono accolti da una
specie di tempio greco: alcuni parlarono di culto della
personalità, altri di esaltazione della gloria craxiana.
“Quanti parolai. Come andò in quell’occasione? Entrando alla
fiera di Rimini mi accorsi che nella sala c’erano più di 80
colonne. Mi sembrò giusto sfruttarle e aggiungerne due in
lamiera su cui appoggiare una specie di frontone di un
tempio greco. Mi ricordo che ai giornalisti Craxi disse: “Ho
guardato anch’io con un po’ di curiosità il tempio e mi sono
chiesto cosa potesse voler dire. Poi ho
letto tante interpretazioni ironiche, satiriche, fantasiose
e maliziose… probabilmente rappresenta la facciata della
sede di un partito progressista dell’antichità”.
Quella forse è l’interpretazione più giusta, o forse non lo
è nemmeno quella. La realtà è che tutto ciò che facevo erano
pure rappresentazione artistiche. Niente dietrologie”.
Il 45° Congresso, forse il più famoso, si aprì il 13 maggio
del 1989 alle ex acciaierie Ansaldo di Milano. Lì fu davvero
un trionfo, tutti i media non facevano che parlare delle
piramidi. Qualcuno disse che era l’espressione massima della
“Milano da bere”.
“L’ho già detto: ripensandoci, di fatto anticipai le video
installazioni. Praticamente presi i monitor usati negli
stadi, li modellai a forma di piramide, ma non volevo
evocare la potenza dei faraoni o
qualcosa di simile.
Volevo solo inventarmi dei simboli che rimanessero impresi a
tutti. Ogni cosa aveva un significato e diventava
sostanziale in quel congresso. In parte credo di avere
centrato l’obiettivo perché ancora oggi tutti si ricordano
della piramide piuttosto che del tempio.
Anche nelle scenografie tutti gli altri partiti prima ci
criticarono e poi finirono per copiarci, ma con scarsi
risultati perché di fatto i congressi del Psi sono ancora
oggi attuali, per la forza evocativa e per l’impatto
scenico”.
È inevitabile allora chiederle cosa pensa di quello che vede
oggi.
“Che vuole che pensi… li guardo e m’intristisco.
Innanzitutto non c’è nessuno che abbatte le barriere
architettoniche. E poi l’uso del colore.
Esistono sti’ benedetti colori? E allora perché non li
usano? E poi non hanno capito l’uso delle luci, che è
fondamentale: io le studiavo alla perfezione, perché il
messaggio arrivava attraverso la televisione e se il
messaggio passa male è come se non fosse passato.
Oggi si affidano a certe agenzie pubblicitarie che invece di
aiutare i politici, gli distruggono definitivamente
l’immagine. Non hanno il coraggio di osare, stanno attenti a
non andare oltre il già visto
e il già detto, ma hanno tempo per inutili critiche: penso a
questo Roberto Malfatto, che ha curato la campagna di
Veltroni e si è inventato il pullman verde.
Che allegria! Inorridisce se gli parlano di me, ma si
guardasse lui con quel verde smorto da dopolavoro: e l’anima
del partito dove sta? La passione con cosa la trasmette, con
quei cartelli all’americana che mettono tristezza solo a
vederli? Degli attuali salvo solo Mario Catalano, lo
scenografo di Berlusconi, ma solo perché era un mio allievo
quando insegnavo al liceo artistico a Palermo: lui viene
dalla scuola televisiva e sa il suo mestiere, anche se ogni
tanto gli scappa la mano con le nuvolette e con tutto
quell’azzurro”.
A proposito del tappeto che vedo qui per terra, rappresenta
la scenografia che s’inventò nel 1990 nella conferenza
programmatica di Rimini, quando riprodusse un pezzo del muro
di Berlino, ricoprendolo di scritte e immagini liberatorie.
Massimo Pini nella biografia di Craxi parla di “efficace
suggestione”.
“Beh l’idea mi era stata servita su un piatto d’argento.
L’attualità era tutta concentrata sulla caduta del Muro.
Quando Craxi mi chiese: “Filippo, che ci prepari questa
volta?”, mi venne spontaneo
rispondere: “Porterò in Italia 20 metri del muro di
Berlino”. Lanciai l’idea e i giornalisti iniziarono a
tartassarmi di telefonate. Si scatenò un putiferio.
Fu buffo perché in quel periodo ci fu lo scioperò dei
trasportatori e tutti continuavano a chiedersi come avrei
fatto a portarlo in tempo per l’appuntamento.
In realtà io feci un falso: lo ricostruii alla perfezione,
ma in polistirolo. Quando si aprì la conferenza restarono a
bocca aperta per l’effetto”.
L’assise di Bari del ’91 viene sempre ricordata per il gran
caldo…
“Non potevo mica riempire di condizionatori la sala! Quello
fu proprio l’ultimo congresso. Anche se avevo già iniziato i
progetti per il congresso del centenario del Partito
socialista che avremmo
dovuto a fare a Genova nel 1992.
Un sacco di giornalisti anche in quel caso erano curiosi di
sapere quale sarebbe stata le scenografia. E io rispondevo:
“Vedrete, sarà l’uovo di Colombo”…e tutti a domandarsi cosa
intendessi
dire”.
E qual era il progetto?
“A Genova avremmo dovuto utilizzare la grande sala
progettata da Renzo Piano che c’è al Porto, una struttura
enorme divisa in due parti. In mezzo avrei voluto piazzarci
la ricostruzione di un
uovo, quello di Colombo appunto, per proiettarci sia da una
parte che dall’altra quello che succedeva in presidenza. Poi
arrivò Tangentopoli….e sappiamo tutti com’è andata a
finire”.
Gianni Statera, nel 1987, scrisse dell’“effetto Craxi”. Al
di là dei giudizi meramente politici, secondo lei ebbe un
effetto dirompente sulla comunicazione politica italiana? Fu
un innovatore?
“Sicuramente, e non lo dico perché ho lavorato con lui. Ma
proprio perché l’ho conosciuto bene posso dire che Craxi era
più avanti degli altri, aveva un’apertura mentale diversa da
tutti, si fidava
di poche persone, ma sapeva dare il giusto peso ai consigli.
Al fatto di saper stare in mezzo alla gente e captarne le
esigenze, bisogna aggiungere una dote rara: non aveva paura
di governare e di
mettersi contro i poteri forti. Era un decisionista”.
Qualche settimana fa su “La Stampa” Ferdinando Adornato ha
detto che “Berlusconi si è trasformato nel nuovo Craxi”, con
tratti decisionisti e statalisti. Regge il paragone?
“In parte forse sì, ma le differenze restano, perché
arrivano da due formazioni molto diverse: in Berlusconi
resta forte l’impronta imprenditoriale, mentre Craxi era un
politico vero, è uno che è partito da una corrente
minoritaria ed ha scalato la segreteria per diventare, nel
bene o nel male, uno dei politici più importanti dal
dopoguerra ad oggi. Sapeva accettare le sfide. A metà degli
anni ’80,
quando arrivarono i primi computer, gli proposi la prima
campagna elettorale uniformata in Italia, tutta fatta in
“computer graphic”. M’inventai uno slogan, “Fate fiorire
l’Italia”, che era uguale da
Bolzano a Lampedusa. Il partito aveva comprato spazi
elettorali nelle varie televisioni private italiane e lo
spot era identico per tutti i candidati: cambiava solo la
foto… mi ricordo che lavorai per una
settimana giorno e notte per incastrare tutte le immagini,
ma fu un vero successo alle comunali di quell’anno”.
Oggi Filippo Panseca cosa fa? So che c’è un sito,
www.ecoartlab.com , nel quale sono racchiusi i suoi
progetti, oltre che tanto materiale fotografico delle sue
creazioni e molte foto dei congressi di cui abbiamo parlato
finora.
“Esatto. Ma Panseca fa il pensionato (ride)! Fino allo
scorso novembre ho insegnato computer art all’accademia di
Brera, poi sono andato in pensione. Mi dedico ai miei
quadri, che realizzo sempre
in computer graphic, produco un passito, il “Passum deorum”,
nella mia casa a Pantelleria, e sono attento alle fonti
alternative per la produzione d’energia. Da poco ho
progettato in Nicaragua la
“Helios urbs”, una cittadina che dovrebbe sorgere a 60
chilometri da Managua sulla costa del Pacifico, interamente
autosufficiente grazie all’energia prodotta col sole e col
vento”.
Le sue curiosità, passioni e interessi sono racchiusi nell’EcoArtLab,
un centro internazionale di ricerche, un polo per l’arte, le
scienze, la tecnologia e la cultura che sorgerà a
Sant’Angelo Lomellina, poco distante da Pavia.
“Si. Vorrei far partire una serie di collaborazioni con
artisti coinvolti in molti settori emergenti della ricerca.
Mi piacerebbe aiutarli e sviluppare un’attenzione sempre
maggiore alle fonti alternative.
Per questo sto studiando tra l’altro una torre solare con
una turbina a pale orizzontali per la fornitura d’energia
pulita rinnovabile per la cittadina di Castello d’Agogna,
che ha circa mille abitanti: ma
prima cercheremo d’installare una torre per la produzione
d’energia elettrica per il fabbisogno dell’EcoArtLab,
generata da 38 turbine eoliche verticali.
*Dice di sé.
Francesco Canino. Nato a Torino ventisei anni fa, laureando
(per la gioia della mamma) in scienze politiche, con una
tesi sulla “metamorfosi dell’intervista”. Amerebbe scrivere
un libro su Bettino Craxi e sul suo ruolo di innovatore
nella comunicazione politica italiana. Collabora con i
settimanali “Tu” e “Confidenze”.
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WILLIAM SHAKESPEARE
Siamo fatti anche noi
della materia di cui son fatti i sogni;
e nello spazio e nel tempo d’un
sogno è racchiusa
la nostra breve vita.
(Da “La
tempesta ”
1611)
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THOMAS EDWARD LAWRENCE
Tutti gli
uomini sognano. Non però allo stesso modo.
Quelli che sognano di notte, nei
polverosi recessi della mente,
si svegliano al mattino per
scoprire che il sogno è vano.
Ma quelli che sognano di giorno
sono uomini pericolosi,
giacché ad essi è dato vivere i
sogni ad occhi aperti e far sì
che essi si avverino.
(Da “I sette pilastri
della saggezza”, 1936)
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