INTERVISTE

FILIPPO PANSECA,
L’ARCHITETTO DI CRAXI


“Mi sono sempre sentito uno scenografo, un artista.
Consideravo i congressi un’opportunità per esprimere il mio estro
e realizzare opere che difficilmente avrei potuto fare altrove”


 

Francesco Canino*



Arrivo dalle parti di via Savona, a Milano, in un pomeriggio piovoso. Abituato al rigore delle vie torinesi, capisco solo dopo qualche minuto di essere passato in quella zona appena qualche mese fa, nel pieno della “settimana della moda”, col traffico intasato da stuoli d’auto che scaricavano invitati di lusso al quartier generale di Armani per assistere alla sua sfilata. Ritorno a casa di Filippo Panseca: lo avevo contattato e agevolmente incontrato quando sembrava ormai certo che mi sarei laureato con una tesi sulla comunicazione politica di Bettino Craxi. Chi meglio di Panseca avrebbe potuto indirizzarmi? Lui che per tutti è ancora oggi “l’architetto di Craxi”.

Entro nel suo loft (che è la sua casa e il suo laboratorio) e, come mi era già successo la prima volta, ho l’impressione di entrare immediatamente nell’ “universo Panseca”: le pareti sono piene di quadri, ci sono oggetti e opere d’arte sparse ovunque, librerie stracolme di volumi, al centro un abito da sposa (opera della moglie che insegna all’accademia di Brera) e poi computer e macchinari digitali, che sono il principale strumento delle sue creazioni. Per terra un tappeto lungo qualche metro che rappresenta in parte la scenografia realizzata nel 1990 da Panseca per la conferenza programmatica del Psi: nella casa di un artista può tranquillamente accadere che un pezzo del muro di Berlino campeggi proprio al centro di in salotto…

Cominciamo dal fondo. Ha letto quello che nel 2003 Filippo Ceccarelli, principe dei commentatori politici, ha scritto su di lei in apertura di “Cambio di scenografia”, un capitolo de “Il teatrone della politica”?

“No… me lo legga lei”.

“È forse arrivato il momento di dedicare un monumento a Filippo Panseca, scenografo del craxismo, ideatore e installatore del tempio greco alla Fiera di Rimini e della piramide nella fabbrica ex Ansaldo, l’artista di partito che per primo aveva capito dove sarebbe andata a parare l’estetica del potere. Un monumento beninteso di cartapesta, o di polistirolo espanso, meglio ancora se biodegradabile, perché da quelle prefigurate illuminazioni non è che la democrazia e i cittadini abbiano poi tratto grandi vantaggi. E però, anche chi negli anni ’80 derideva Panseca, nel decennio seguente è tornato regolarmente a Canossa: ha finito cioè per montare gli stessi enfatici baracconi a sfondo storico autocelebrativo in cui si era distinto il lungochiomato artista craxiano”.

“Beh, ha sintetizzato in poche righe, pezzi della mia storia. C’è una prima parte che ha un accento negativo, una seconda più positiva. Ma sono temprato alle critiche sa?”.

Di lei hanno scritto e detto di tutto. “Artista di regime”, “architetto di corte”, “emblema di quel circo di nani e ballerine”. Come viveva le critiche?

“Erano fastidiose, inutile negarlo, certe erano terribili. La critica più bella però l’ho ricevuta da Giampaolo Pansa su “Repubblica”: dopo anni di attacchi feroci da parte di tutti, dopo aver visto la piramide che installai all’Ansaldo per il congresso dell’’89, scrisse che mi ero superato e che avevo fatto una cattedrale laica.

Almeno una soddisfazione me la sono tolta… e poi lui non era di certo un commentatore tenero. Il punto è che pochissimi hanno capito che quello che realizzavo erano mie opere. C’era una differenza enorme coi colleghi architetti: io mi sono sempre sentito più scenografo e artista che altro.

Quando Craxi mi chiamava, per me era come un committente e io sfruttavo l’opportunità che mi veniva data: sfogavo il mio estro artistico, realizzavo opere che difficilmente avrei potuto fare. Per me erano cose effimere e Ceccarelli, probabilmente, lo sa se scrive di opere “biodegradabili” che sono l’essenza stessa della mia arte: sono cose che faccio dal 1970, monumenti a perdere se vogliamo, che ho installato in tutto il mondo”.

In un’intervista al “Corriere della Sera” del dicembre del 1992, nel pieno di Tangentopoli, le chiedono se era legato a Craxi per comunanza di idee o per opportunismo, lei risponde: “Quello che ci legava era l’amicizia personale. Lo conobbi quando era un semplice consigliere comunale. E poi sono l’unico pittore socialista che non ha mai fatto una sua mostra in uno spazio pubblico e nemmeno l’ho mai chiesto”. La sua carriera di artista è stata quindi frenata dalla sua vicinanza con Craxi?

“Ne ha risentito negativamente. Finché c’era Craxi ero sugli allori, dopo di che sono stato dimenticato. Quando mi criticano, sottolineo che non ho mai fatto mostre in musei milanesi o spazi pubblici, proprio per chiarire le idee a tanti disinformati. Mi ricordo una memorabile litigata con Enrico Baj, un pittore e scultore, che scrisse che ero un artista di regime, che avevo fatto carriera solo per le mie conoscenze politiche.

Al contrario ho perso occasioni e mi sono visto voltare le spalle mille volte. Ma non rinnego di certo la mia amicizia con Bettino, sia chiaro”.

Torniamo al 1968. Lei arriva a Milano per cercar fortuna e dopo qualche mese conosce Bettino Craxi. Ricorda il primo incontro?

“Perfettamente. Gli artisti si ritrovavano sempre al ristorante “L’angolo”. Ci andavo spessissimo, con i primi amici pittori che conobbi qui a Milano. Avevamo sempre un tavolo prenotato e stavamo lì fino alla chiusura. Una sera rimanemmo ad un tavolo e in quello a fianco c’era Bettino con degli amici: verso le due di notte Angelo, il proprietario, ci buttò fuori perché voleva chiudere. Bettino, che conosceva delle persone che stavano con me, ci invitò a casa sua.

Mentre uscivamo si avvicinò uno a chiedergli dei soldi e Bettino lo mandò a quel paese: a me venne spontaneo dargli dello stronzo, perché mi era sembrato antipatico. Lui si gira e mi dice di farmi i fatti miei perché aveva appena aiutato quel tizio ad uscire dal carcere e ora, di nuovo, gli rompeva le scatole. Ci fu un mezzo battibecco e così nacque la nostra amicizia. Lui era un semplice consigliere comunale, di certo non lo avvicinai per interesse, non sapevo nemmeno chi fosse.

Iniziammo a frequentarci, diventammo buoni amici e lui comprò anche dei mie quadri”.
Tra cui un finto Tiziano diventato celebre all’epoca di Tangentopoli.

Mi racconta quell’episodio?

“Rido solo a pensarci. Mi ricordo ancora i titoli dei giornali: “Craxi voleva trafugare un Tiziano”. Accadde che Bettino, quando stava già a Hammamet, aveva fatto partire dei camion da Milano con dei mobili e degli oggetti personali che voleva portare in Tunisia, ma la finanza intercettò i furgoni e sequestrarono tutto. Facendo l’inventario di quello che c’era trovarono anche un quadro, una copia di una Venere del Tiziano che avevo fatto io, con una cornice originale del ‘500 e nella parte posteriore, invece di due persone che parlano, inserii una sfera biodegradabile. A Craxi piacque un sacco e lo comprò: lo teneva in camera da letto. Quando venne fuori la notizia ci fu uno scandalo, Bettino mi chiamò raccontandomi che quel Tiziano di cui tutti parlavano era in realtà il mio. Pochi giorni dopo mi interpellò un giornalista dell’ “Espresso”, che fece, poi, un articolo al vetriolo, intitolato “Un quadro di Panseca scambiato per un Tiziano”, sbeffeggiando pure gli esperti del tribunale che nel fare il resoconto non si erano accorti che era un falso”.

Prima ha citato la Tunisia ed è inevitabile farle qualche domanda su Hammamet e sulla “famosa” villa.

“Devo premettere che ci sono andato la prima volta con Bettino nel 1969. Lui si era innamorato di quella terra, anche per via di Spartaco Vannoni (proprietario dell’Hotel Raphaël di Roma, morto nel 1980, ndr). Ci ritornavamo tutti gli anni e stavamo in una dependance dello Sheraton di Hammamet, perché la villa fu costruita solo nei primi anni ’80, e anche su questo c’è un episodio che ha del comico. Craxi, infatti, decise negli anni ’70 di farsi lì una casa e comprò un appezzamento di terreno in riva al mare. Peccato che l’arabo era un truffatore e gli vendette un pezzo di terra non sua. Ci fu un processo lungo quasi dieci anni e alla fine Ben Alì, il primo ministro tunisino, gli regalò un appezzamento di terra su una collina, e non più sul mare, dove venne poi costruita la casa”.

Sulla quale scrissero di tutto: rubinetti d’oro, maggiordomi in guanti bianchi, comfort da albergo a cinque stelle.

“Tutte stronzate. Costruirla non costò più di venti milioni. Oltretutto i lavori furono affidati a un cretino del posto che, contemporaneamente, rubava i materiali per farsi una villa sua. All’inizio non andava nulla: quando aprivi i rubinetti c’era puzza di fogna, il riscaldamento non funzionava e nel locale caldaie, il gasolio era in un contenitore esterno attaccato con un tubo del cavolo. Quando me ne accorsi dissi a Bettino: “Hai la scorta, ma puoi saltare in aria da un momento all’altro”.

Lei, assieme a Silvano Larini, era l’amministratore della società Villa Europa, che deteneva la proprietà della villa. Per questo ebbe delle grane ai tempi di Tangentopoli.

“Si, fui pure interrogato da Davigo. Ma non rinnego l’amicizia con Craxi, lo ripeto. Ci siamo visti spesso, fino agli ultimi mesi e ci siamo sentiti fino al giorno prima che morisse. Quando era in ospedale volle che mandassi a Ben Alì una riproduzione del muro di Berlino, una scenografia che costruii per una conferenza programmatica del Psi nel 1991, parte della quale è riprodotta su questo tappeto (me lo indica, ndr). Arrivò proprio il giorno prima che morisse: lo considerava un modo per ringraziare Alì per il sostegno che gli aveva dato in tutti quegli anni”.

Iniziamo la piccola carrellata dei sei congressi del Partito socialista italiano, che ha curato sotto la segreteria Craxi. A due anni dall’elezione alla guida del partito, il 29 marzo del 1978 si apre a Torino il 41° congresso del Psi, nel pieno del rapimento di Aldo Moro. In quell’assise, per la prima volta, spariscono dal simbolo del partito la falce e martello, sostituiti dal garofano rosso. Arrivati al congresso si racconta che Nerio Nesi e Rino Formica vennero da lei arrabbiatissimi chiedendole: “Non è che ti sei dimenticato il simbolo del partito?”. Pochi sanno che l’artefice del cambiamento fu proprio Filippo Panseca.

“Si, ma sempre su input di Craxi. Un pomeriggio Bettino, io, Massimo Pini, lo stesso Formica, Claudio Martelli e Tonino Cervi (figlio di Gino, ndr) andammo a mangiare un gelato dalle parti di piazza Navona. Bettino aveva già da tempo in mente di eliminare falce e martello, che considerava simboli bolscevichi. Mentre ce ne parlava mi venne spontaneo dirgli: “Perché non li sostituiamo con un garofano rosso?”. Sfogliando alcuni volumi e studiando la storia socialista avevo saputo che da sempre era un fiore della storia socialista: già nel 1890 c’era una rivista socialista intitolata “Il garofano” e poi nel Ventennio gli antifascisti, il 1° maggio, scendendo in piazza per la festa dei lavoratori s’infilavano all’occhiello un garofano che nel tempo divenne il simbolo dei dissenzienti dal regime.

A Craxi l’idea piacque e mi disse di utilizzarlo come simbolo del congresso: lo presi in parola e lo inserii senza dire niente a nessuno nella scenografia del congresso. La notte prima dell’inizio dei lavori, intorno alle due del mattino, Formica e Nesi vengono a vedere l’allestimento e s’infuriano con me perché ho di fatto usato un simbolo non votato da nessuno. Mi fanno chiamare subito Craxi, che stava preparando il discorso. Gli racconto cosa stava succedendo. “Metti un simbolo piccolo con falce e martello sotto il garofano e nel podio dell’oratore attacca una bandiera italiana, così nessuno contesterà nulla” mi disse. E così feci. Il giorno dopo tutti i giornali parlarono di quel garofano rosso”.

Per il congresso Palermo del 1981 le venne l’idea di piazzare quel garofano alto 15 metri sul monte Pellegrino. La città impazzì.

“Essendo palermitano, sapevo che il monte Pellegrino era il posto più visibile. Considerato che il Psi sentiva l’esigenza di fare un congresso nel meridione, volevo dare un segno importante e tangibile della nostra presenza in città e nel sud Italia. All’epoca il castello Utveggio era abbandonato, dunque chiesi i permessi alla Regione per installare un garofano che fosse visto da tutti. Anche qui, c’è un aneddoto che ha del comico. La notte prima del congresso erano arrivati da Roma camion carichi di cancelleria, libri, stampe e tutto ciò che serviva all’assemblea.

Entrati a Palermo, vedendo il garofano salirono direttamente in cima al monte, anziché andare alla fiera del Mediterraneo. Ci prendemmo un sacco di insulti, ma fu una situazione davvero divertente, che smorzava i toni di un mese davvero pesante.

La preparazione era stata difficoltosa perché la sala congressuale era grande come un campo da calcio, enorme e completamente vuota. Fu una scommessa realizzarlo lì: l’acustica era terribile, allora ricoprii il soffitto di bandiere del partito per evitare il riverbero, e poi non c’erano sedie. Dove trovavo quasi 10 mila sedie? Allora mi venne in mente di andare in una fabbrica di arredamento. Chiesi in prestito dei moduli di cucine che poi l’imprenditore avrebbe potuto riutilizzare, le adoperai come sedute cui applicai delle spalliere con dei tubolari in ferro giallo e bianco. L’impatto scenico fu formidabile”.

Craxi è Presidente del consiglio nell’agosto del 1983. Nel maggio dell’anno successivo si apre il 43° congresso, a Verona, all’insegna dello slogan “Una società giusta, una società governante”. Perché Verona passa agli annali come “la discoteca”?

“Perché feci costruire una gradinata ottagonale e montai la presidenza su dei gradoni ricoperti di specchi, dietro ai quali realizzai il simbolo con dei neon: la cosa ricordò ai giornalisti l’insegna di un locale. In più a destra e a sinistra inserii i primi led monocromatici che arrivarono in Italia, perché ancora non c’erano quelli multicolori, sui quali trasmettevamo slogan e il simbolo del partito”.

Mi spiega da quale esigenza nasceva l’idea di creare scenografie così spettacolari? Fino a quel momento com’erano stati i congressi?

“Vuole sapere come facevano? In una sala qualsiasi mettevano assieme due tavoli, quattro bandiere e sempre sulla sinistra un podio. Ecco com’erano i congressi.

Quando Craxi mi chiama per il congresso di Torino, mi metto a studiare e la prima cosa che mi salta all’occhio è che l’oratore lo piazzano sempre a sinistra. A pensarci è una cosa sciocca: perché costringi tutti a girarsi per guardare chi parla? La conclusione a cui sono arrivato è che questo, probabilmente, veniva da un retaggio cattolico, per il fatto che il sacerdote in chiesa parla sempre senza dare le spalle al tabernacolo, e dunque anche il politico è come se fosse su un pulpito.

Anche in Russia era così. La prima cosa che feci fu mettere il podio al centro, poi sistemai la presidenza mettendola su dei gradini, facendo degli scaloni così che tutti fossero visibili ed evitare la rincorsa alla prima fila come spesso accadeva (ride). E poi c’è un particolare di cui sono ancora oggi molto fiero, perché realizzai la completa accessibilità dei congressi: non c’erano barriere architettoniche, la presidenza era accessibile ai disabili e c’erano i bagni adeguati. Tanto che Franco Piro, un deputato Psi disabile, ne era entusiasta e ogni volta che partiva un congresso faceva una conferenza stampa per mostrare ai giornalisti la completa libertà di accesso e di movimento”.

I giornali però criticarono le sue realizzazioni perché costavano svariati miliardi.

“Non decidevo io. I progetti erano sottoposti alla direzione del partito che li approvava sempre. Certo io facevo un po’ il furbetto (ride). Quando arrivavo alla riunione finale tutti si avvicinavano a me, chiedendomi cosa ne pensava Craxi; lui in realtà non sapeva quasi niente: mi dava il via libera sulle proposte iniziali e vedeva il risultato finale solo a cose fatte. Io, però, facevo sempre credere che lui fosse già d’accordo e così nessuno si opponeva”.

Resta la questione dei soldi. Si disse che le famose piramidi di Milano erano costate 35 miliardi.

“Cazzate. Bisogna dire che all’epoca mi venne un’idea, per altro poi copiata da tutti i partiti, per cui il congresso in pratica non costava niente al partito. Le spiego: a Rimini ad esempio ci dettero tutta la Fiera, ma a noi servivano solo pochi capannoni. Allora dissi a Bettino: “Inventiamoci “l’Italia che produce”, con gli stand di tutte le aziende italiane. L’idea era semplice: chiamare ad esporre tutte le aziende che desideravano farlo, come se si trattasse di una fiera dell’eccellenza italiana.

Allora divisi gli spazi in tanti box: alle associazioni culturali e di volontariato affittavamo gratis, mentre le altre imprese li pagavano. L’idea funzionò subito e gli espositori crebbero anno dopo anno. Di fatto, alla fine dei conti, il partito incassava un budget tale da coprire le spese. Ovviamente all’inizio tutti ci criticarono, salvo poi copiarci”.

Arriviamo al marzo 1987, alla fiera di Rimini, 44° congresso del Psi. Giornalisti, delegati e curiosi sono accolti da una specie di tempio greco: alcuni parlarono di culto della personalità, altri di esaltazione della gloria craxiana.

“Quanti parolai. Come andò in quell’occasione? Entrando alla fiera di Rimini mi accorsi che nella sala c’erano più di 80 colonne. Mi sembrò giusto sfruttarle e aggiungerne due in lamiera su cui appoggiare una specie di frontone di un tempio greco. Mi ricordo che ai giornalisti Craxi disse: “Ho guardato anch’io con un po’ di curiosità il tempio e mi sono chiesto cosa potesse voler dire. Poi ho letto tante interpretazioni ironiche, satiriche, fantasiose e maliziose… probabilmente rappresenta la facciata della sede di un partito progressista dell’antichità”.

Quella forse è l’interpretazione più giusta, o forse non lo è nemmeno quella. La realtà è che tutto ciò che facevo erano pure rappresentazione artistiche. Niente dietrologie”.

Il 45° Congresso, forse il più famoso, si aprì il 13 maggio del 1989 alle ex acciaierie Ansaldo di Milano. Lì fu davvero un trionfo, tutti i media non facevano che parlare delle piramidi. Qualcuno disse che era l’espressione massima della “Milano da bere”.

“L’ho già detto: ripensandoci, di fatto anticipai le video installazioni. Praticamente presi i monitor usati negli stadi, li modellai a forma di piramide, ma non volevo evocare la potenza dei faraoni o qualcosa di simile.

Volevo solo inventarmi dei simboli che rimanessero impresi a tutti. Ogni cosa aveva un significato e diventava sostanziale in quel congresso. In parte credo di avere centrato l’obiettivo perché ancora oggi tutti si ricordano della piramide piuttosto che del tempio.

Anche nelle scenografie tutti gli altri partiti prima ci criticarono e poi finirono per copiarci, ma con scarsi risultati perché di fatto i congressi del Psi sono ancora oggi attuali, per la forza evocativa e per l’impatto scenico”.

È inevitabile allora chiederle cosa pensa di quello che vede oggi.

“Che vuole che pensi… li guardo e m’intristisco. Innanzitutto non c’è nessuno che abbatte le barriere architettoniche. E poi l’uso del colore.

Esistono sti’ benedetti colori? E allora perché non li usano? E poi non hanno capito l’uso delle luci, che è fondamentale: io le studiavo alla perfezione, perché il messaggio arrivava attraverso la televisione e se il messaggio passa male è come se non fosse passato.

Oggi si affidano a certe agenzie pubblicitarie che invece di aiutare i politici, gli distruggono definitivamente l’immagine. Non hanno il coraggio di osare, stanno attenti a non andare oltre il già visto e il già detto, ma hanno tempo per inutili critiche: penso a questo Roberto Malfatto, che ha curato la campagna di Veltroni e si è inventato il pullman verde.

Che allegria! Inorridisce se gli parlano di me, ma si guardasse lui con quel verde smorto da dopolavoro: e l’anima del partito dove sta? La passione con cosa la trasmette, con quei cartelli all’americana che mettono tristezza solo a vederli? Degli attuali salvo solo Mario Catalano, lo scenografo di Berlusconi, ma solo perché era un mio allievo quando insegnavo al liceo artistico a Palermo: lui viene dalla scuola televisiva e sa il suo mestiere, anche se ogni tanto gli scappa la mano con le nuvolette e con tutto quell’azzurro”.

A proposito del tappeto che vedo qui per terra, rappresenta la scenografia che s’inventò nel 1990 nella conferenza programmatica di Rimini, quando riprodusse un pezzo del muro di Berlino, ricoprendolo di scritte e immagini liberatorie. Massimo Pini nella biografia di Craxi parla di “efficace suggestione”.

“Beh l’idea mi era stata servita su un piatto d’argento. L’attualità era tutta concentrata sulla caduta del Muro. Quando Craxi mi chiese: “Filippo, che ci prepari questa volta?”, mi venne spontaneo rispondere: “Porterò in Italia 20 metri del muro di Berlino”. Lanciai l’idea e i giornalisti iniziarono a tartassarmi di telefonate. Si scatenò un putiferio.

Fu buffo perché in quel periodo ci fu lo scioperò dei trasportatori e tutti continuavano a chiedersi come avrei fatto a portarlo in tempo per l’appuntamento.

In realtà io feci un falso: lo ricostruii alla perfezione, ma in polistirolo. Quando si aprì la conferenza restarono a bocca aperta per l’effetto”.

L’assise di Bari del ’91 viene sempre ricordata per il gran caldo…

“Non potevo mica riempire di condizionatori la sala! Quello fu proprio l’ultimo congresso. Anche se avevo già iniziato i progetti per il congresso del centenario del Partito socialista che avremmo dovuto a fare a Genova nel 1992.

Un sacco di giornalisti anche in quel caso erano curiosi di sapere quale sarebbe stata le scenografia. E io rispondevo: “Vedrete, sarà l’uovo di Colombo”…e tutti a domandarsi cosa intendessi dire”.

E qual era il progetto?

“A Genova avremmo dovuto utilizzare la grande sala progettata da Renzo Piano che c’è al Porto, una struttura enorme divisa in due parti. In mezzo avrei voluto piazzarci la ricostruzione di un uovo, quello di Colombo appunto, per proiettarci sia da una parte che dall’altra quello che succedeva in presidenza. Poi arrivò Tangentopoli….e sappiamo tutti com’è andata a finire”.

Gianni Statera, nel 1987, scrisse dell’“effetto Craxi”. Al di là dei giudizi meramente politici, secondo lei ebbe un effetto dirompente sulla comunicazione politica italiana? Fu un innovatore?

“Sicuramente, e non lo dico perché ho lavorato con lui. Ma proprio perché l’ho conosciuto bene posso dire che Craxi era più avanti degli altri, aveva un’apertura mentale diversa da tutti, si fidava di poche persone, ma sapeva dare il giusto peso ai consigli. Al fatto di saper stare in mezzo alla gente e captarne le esigenze, bisogna aggiungere una dote rara: non aveva paura di governare e di mettersi contro i poteri forti. Era un decisionista”.

Qualche settimana fa su “La Stampa” Ferdinando Adornato ha detto che “Berlusconi si è trasformato nel nuovo Craxi”, con tratti decisionisti e statalisti. Regge il paragone?

“In parte forse sì, ma le differenze restano, perché arrivano da due formazioni molto diverse: in Berlusconi resta forte l’impronta imprenditoriale, mentre Craxi era un politico vero, è uno che è partito da una corrente minoritaria ed ha scalato la segreteria per diventare, nel bene o nel male, uno dei politici più importanti dal dopoguerra ad oggi. Sapeva accettare le sfide. A metà degli anni ’80, quando arrivarono i primi computer, gli proposi la prima campagna elettorale uniformata in Italia, tutta fatta in “computer graphic”. M’inventai uno slogan, “Fate fiorire l’Italia”, che era uguale da Bolzano a Lampedusa. Il partito aveva comprato spazi elettorali nelle varie televisioni private italiane e lo spot era identico per tutti i candidati: cambiava solo la foto… mi ricordo che lavorai per una settimana giorno e notte per incastrare tutte le immagini, ma fu un vero successo alle comunali di quell’anno”.

Oggi Filippo Panseca cosa fa? So che c’è un sito, www.ecoartlab.com , nel quale sono racchiusi i suoi progetti, oltre che tanto materiale fotografico delle sue creazioni e molte foto dei congressi di cui abbiamo parlato finora.

“Esatto. Ma Panseca fa il pensionato (ride)! Fino allo scorso novembre ho insegnato computer art all’accademia di Brera, poi sono andato in pensione. Mi dedico ai miei quadri, che realizzo sempre in computer graphic, produco un passito, il “Passum deorum”, nella mia casa a Pantelleria, e sono attento alle fonti alternative per la produzione d’energia. Da poco ho progettato in Nicaragua la “Helios urbs”, una cittadina che dovrebbe sorgere a 60 chilometri da Managua sulla costa del Pacifico, interamente autosufficiente grazie all’energia prodotta col sole e col vento”.

Le sue curiosità, passioni e interessi sono racchiusi nell’EcoArtLab, un centro internazionale di ricerche, un polo per l’arte, le scienze, la tecnologia e la cultura che sorgerà a Sant’Angelo Lomellina, poco distante da Pavia.

“Si. Vorrei far partire una serie di collaborazioni con artisti coinvolti in molti settori emergenti della ricerca. Mi piacerebbe aiutarli e sviluppare un’attenzione sempre maggiore alle fonti alternative.
Per questo sto studiando tra l’altro una torre solare con una turbina a pale orizzontali per la fornitura d’energia pulita rinnovabile per la cittadina di Castello d’Agogna, che ha circa mille abitanti: ma prima cercheremo d’installare una torre per la produzione d’energia elettrica per il fabbisogno dell’EcoArtLab, generata da 38 turbine eoliche verticali.


*Dice di sé.
Francesco Canino. Nato a Torino ventisei anni fa, laureando (per la gioia della mamma) in scienze politiche, con una tesi sulla “metamorfosi dell’intervista”. Amerebbe scrivere un libro su Bettino Craxi e sul suo ruolo di innovatore nella comunicazione politica italiana. Collabora con i settimanali “Tu” e “Confidenze”.





WILLIAM SHAKESPEARE



Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni;

e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa

la nostra breve vita.

(Da “La tempesta” 1611)





 
THOMAS EDWARD LAWRENCE

Tutti gli uomini sognano. Non però allo stesso modo.

Quelli che sognano di notte, nei polverosi recessi della mente,

si svegliano al mattino per scoprire che il sogno è vano.

Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi,

giacché ad essi è dato vivere i sogni ad occhi aperti e far sì

che essi si avverino.

(Da “I sette pilastri della saggezza”, 1936)





 

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