PROFILI
GIORGIA MELONI,
UN’INVIATA SPECIALE A PALAZZO
“Voglio dimostrare che a
trent’anni non si è dei ragazzini.
Alla mia età, Alessandro Magno aveva conquistato la Persia
e Rimbaud aveva scritto le sue migliori poesie”
Michele Cucuzza*
In
un’Italia sempre più nelle mani della gerontocrazia, Michele
Cucuzza, nel settembre del 2007, pubblica un libro
singolare: “Sotto i 40. Storie di giovani in un paese
vecchio” (Donzelli Editore)1.
Con oggettività e brio sono registrati episodi e vicende,
personali e pubblici, della vita di sedici uomini e donne
“giovani”, ma che, quasi a dispetto della loro età, sono
riusciti ad imporsi, per capacità, preparazione,
determinazione in differenti campi della vita pubblica,
culturale e politica del nostro Paese. Qui di seguito
riportiamo l’incontro avuto con Giorgia Meloni, la più
giovane vicepresidente della Camera dei deputati della
Repubblica italiana. Una carriera ancor più sorprendente, se
si considera che, oggi, nell’ambito del IV Governo
Berlusconi, l’onorevole Meloni è stata nominata ministro
delle Politiche giovanili ed attività sportive (a.p.).
Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo sì
le mie poesie
non cambieranno il mondo.
(Patrizia Cavalli)
Ecco la vicepresidente della Camera più giovane di tutta la
storia repubblicana: Giorgia Meloni, trent’anni. Ai record
lei è, in qualche modo, abituata: quando, l’anno scorso, è
stata eletta deputata per Alleanza Nazionale, è diventata la
parlamentare di questa legislatura meno anziana. A ventun’anni,
nel 1998, era già stata votata consigliere provinciale, a
Roma: anche quella volta, la più giovane d’Italia. In meno
di dieci anni, in ogni caso, ha fatto un salto non da poco.
Cercheremo di capire perché lei sì e tanti altri no.
La incontro nel suo magnifico studio, a Montecitorio,
oltrepassati i busti di Giolitti, Turati, Einaudi, tra
marmi, arazzi, lampadari e stucchi, dov’è tutto un animarsi
di assistenti premurosi. Nata in un quartiere popolare di
Roma, cresciuta con la mamma e i nonni, appassionata
lettrice di poeti decadenti, sciatrice e sub nel tempo
libero, ha deciso di occuparsi di politica dopo la strage
Borsellino a Palermo, quando aveva quindici anni: da allora,
il suo impegno, di cui va molto orgogliosa, è stato
soprattutto tra gli studenti e i giovani di destra. “Sono
diventata anche il primo presidente donna di un movimento
giovanile, quello di AN, Azione giovani: avevo ventisette
anni”.
Cordiale, informale, capelli chiari sulle spalle, occhi
verdi, tailleur d’ordinanza, è appena uscita dall’aula dove
erano in discussione degli emendamenti a un disegno di legge
sulla sempre problematica questione della sicurezza
stradali. È una persona molto appassionata, che crede in
quello che fa, anche se non le mancano il distacco e la
capacità di ironizzare: tiene molto a mantenere contatti e
progetti in comune con i suoi coetanei e i ragazzi, si sente
un’ “inviata” nel Palazzo, non un’esponente della
nomenklatura, messa lì a rappresentare i “giovani”.
“Mi ricordo la prima seduta con questo mio nuovo ruolo in
Parlamento, molto bello, di sicuro non semplice e che
francamente non mi aspettavo. Sono entrata in aula quasi
alla chetichella, piuttosto tesa, anche se non avevo nessun
compito particolare: era in corso l’appello nominale per
l’elezione del capo dello Stato, la cosiddetta chiama dei
deputati. In quelle occasioni il presidente rimane
assolutamente in silenzio. Sapevo tuttavia di trovarmi di
fronte a parlamentari anche con cinque, sei legislature alle
spalle, mentre io non avevo all’attivo neanche un giorno di
lavoro a Montecitorio. E toccava a me tenere a bada l’aula.
Speriamo che non se ne accorga nessuno, mi sono detta, per
farmi coraggio mentre salivo sullo scranno del presidente.
Farò la vaga, pensavo. Invece se ne sono accorti, eccome: i
colleghi di An hanno incominciato ad applaudire, seguiti da
tutti gli altri, trasversalmente. La cosa mi ha fatto molto
piacere, ma, paradossalmente, mi ha agitata ancora di più
perché mi sono resa conto di quanta attenzione suscitasse la
mia nomina e quante aspettative fossero puntate su di me.
È stata una dimostrazione di consenso di tutta l’aula, di
fronte alla scelta, anche rischiosa, ma certamente
coraggiosa, di Gianfranco Fini e di Alleanza nazionale, che
hanno voluto dare un segnale ai giovani, oltre che alle
donne di questo paese. Per me è una grande soddisfazione, ma
anche un banco di prova, una bella responsabilità. Quando
Fini me ne ha parlato, la prima volta, sono rimasta muta,
non riuscivo a dire neanche una parola. Mi sembrava chiaro
che Gianfranco volesse dare un riconoscimento anche al mondo
che rappresento, il movimento giovanile di Alleanza
nazionale.
È questo, soprattutto, che mi ha convinta. Ma, conoscendo
bene i compiti e il ruolo del vicepresidente della Camera,
avevo comunque paura di fare il passo più lungo della gamba.
Per fortuna, le sedute successive sono state piuttosto
tranquille, assemblee che si chiamano di “sindacato
ispettivo”, come question time, interpellanze,
interrogazioni: se non altro, in quei casi, la presenza dei
deputati in aula è molto ridotta”. (Ride).
Firmataria con Marco Follini, Giovanni Floris, Gad Lerner,
Giorgio Gori, del patto proposto dall’imprenditore Luca Josi,
che impegna personalità della politica, dell’economia, del
giornalismo a non accettare posti di responsabilità dopo i
sessant’anni (“una scelta personale – dice – che non
renderei obbligatoria per legge: se fossi ancora qui fra
trent’anni, sarebbe un ottimo alibi per andarmene”),
l’onorevole Meloni ha tre colleghi vicepresidenti alla
Camera. Pierluigi Castagnetti dell’Ulivo, Carlo Leoni della
Sinistra democratica per il socialismo europeo, Giulio
Tremonti di Forza Italia. Dirigono le sedute, quando il
presidente, Fausto Bertinotti, è assente. L’ufficio di
presidenza comprende anche tre parlamentari questori e altri
sedici con il ruolo di segretari.
“Da qui si capiscono molte cose, che da fuori non si
riescono a cogliere. Per esempio, quanta parte della
politica dipenda dai regolamenti parlamentari: una realtà
che condiziona il gioco politico in maniera incredibile. Per
quanto ci si lavori, conoscere a fondo la materia è
impossibile. Solo gli articoli del regolamento sono più di
150 e poi ci sono tute le prassi e le circolari
interpretative della storia della Repubblica: sono gli
uffici competenti, i dirigenti, i funzionari, gli uomini che
riescono a dare risposte su tutto. A noi tocca mantenere un
ruolo, il più possibile, super partes. E io tento di
riuscirci, con tutta la difficoltà che questo può
comportare. L’altra cosa di cui mi sono resa conto è che
questo sistema fa un po’ perdere le persone, tende a
viziare, a circuire, a farti montare la testa e a
distoglierti dalla realtà”.
Considerazioni importanti e, anche, ammissioni sincere, dal
cuore delle nostre istituzioni, viste con gli occhi puri di
chi non vuol farsi omologare. “Bisogna rimanere
costantemente con i piedi per terra: io la vivo come una
sfida e provo a resistere. Parto dal presupposto che, se
domani non dovessi essere più una parlamentare, non lo
dovrei considerare un dramma. E poi, cerco di mantenere le
abitudini di prima, guido la macchina, frequento gli amici,
quando posso vado al cinema o al ristorante con loro, faccio
sport e vado in vacanza. Mi sono data delle regole. E di
sicuro, i miei amici non li voglio perdere, sono una delle
cose più belle che la vita posso regalare”.
Pur convinta della necessità di un sano distacco dalle
lusinghe del potere, la Meloni ha preso rapidamente
dimestichezza con le sedute più movimentate di Montecitorio,
al punto di essersi fatta la fama di una piuttosto rigida.
“Sì, dicono che sia di polso, nel senso che non tendo a
spaventarmi come invece, qualcuno prevedeva. Non c’è voluto
troppo tempo perché mi trovassi nel pieno dei tumulti in
aula. La prima volta è stata per una richiesta di
sospensione della seduta, ho dovuto prendere le mie
decisioni e credo di esserci riuscita abbastanza
agevolmente. Da allora in poi, è stata una successione di
sedute movimentate, i problemi ci sono quasi sempre quando
presiedo io, è una specie di legge di Murphy. Ma quando si è
cresciuti nelle assemblee studentesche, difficilmente si
teme un’assise. Quella è la forma di dibattito più pura e
difficile che ci possa essere, non ci sono interessi
predeterminati e tutto è assolutamente imprevedibile. Mi
sono formata così”.
Dopo poco più di un anno, un bilancio si può tracciare.
“I dipendenti della Camera, i funzionari degli ufficio, con
grandissima preparazione, con impagabile disponibilità e
straordinaria pazienza mi hanno molto aiutato. I colleghi
parlamentari mi hanno accolto con curiosità e qualche
diffidenza, cosa che non mi ha sorpreso più di tanto: in
effetti, viene abbastanza naturale pensare che una ragazza
di ventinove anni, senza nessuna esperienza in Parlamento,
che si trova improvvisamente a dover presiedere l’aula,
difficilmente se la possa cavare. Devo aggiungere che ho
trovato in diversi casi solidarietà e disponibilità, non
soltanto nei banchi dell’opposizione, ma anche tra gli
esponenti della maggioranza. Non è mancata, però, un po’ di
ipocrisia, quegli atteggiamenti difformi, per cui uno dice
una cosa davanti e, appena gli si girano le spalle,
l’opposto. Mica solo qui, è evidente, accade un po’
dappertutto nella nostra società. Tuttavia, lavorando con
umiltà, determinazione e buona volontà, non è stato
impossibile sconfiggere i pregiudizi”.
L’occasione è buona anche per qualche considerazione sulla
cosiddetta antipolitica, sul modo in cui la si vive in un
luogo così particolare, prestigioso, ma anche uno dei
bersagli preferiti di chi contesta i privilegi della
“casta”.
“È vero che il distacco fisiologico che c’è sempre stato in
Italia tra la politica e la gente, e che attraversa
periodicamente fasi di maggiore o di minore intensità, può
essere esasperato, in questa fase, da persone e realtà che
tolgono credibilità alla politica. Quando il parlamentare
no-global Francesco Caruso dichiara di voler piantare semi
di marijuana nei vasi di Montecitorio, finisce per dare
un’idea sbagliata di tutta la politica, indipendentemente
dal fatto che ad esprimersi così sia un singolo deputato.
Quando è stato fatto il test sulle tossicodipendenze ai
parlamentari, è venuta fuori un’immagine lesiva di tutta la
politica. E consideri che io sono tra coloro che, in maniera
ovviamente provocatoria, hanno firmato la proposta per
rendere questo test obbligatorio, perché credo che il popolo
italiano debba sapere da chi è rappresentato: naturalmente,
in quel caso, vedrei molto più grave che facesse uso di
sostanza stupefacenti un parlamentare di opzione
proibizionista.
Parola di una fervente proibizionista. Detto questo, non
credo ci sia una crisi della politica paragonabile a quelle
dai primi anni novanta al periodo di Tangentopoli. Trovo
strumentale voler spacciare la crisi di una parte della
politica come un’avvisaglia del crollo di un intero sistema:
mi riferisco alla maggioranza di centrosinistra, che
attraversa grandissime difficoltà, a causa del radicalismo
dilagante di una sua componente e perché mette in campo
contenitori nuovi, come il Partito democratico, senza essere
in grado, al di là delle operazioni di facciata, di
esprimere contenuti nuovi”.
Eccoci qui di nuovo alla questione dei pregiudizi legati
all’età, che Giorgia Meloni combatte con decisione. Lo
spunto è la seduta del 14 giugno, quando abbiamo
intervistato l’onorevole Chiara Moroni: quel giorno un
gruppo di deputati leghisti aveva occupato i banchi del
governo.
“Presiedevo io, pensavo a come venirne fuori ed ho sospeso
la seduta, l’unica cosa da fare. Rivendico ancora oggi
quella scelta, che pure è stata discussa e contestata, e
confermo che non era il caso di sgomberare l’aula a forza:
potrei ricordare che il regolamento non prevede una
circostanza del genere, e che se avessi fatto intervenire i
commessi necessari, almeno cinquanta, se non addirittura
sessanta, per far sgomberare venti-venticinque parlamentari,
avrei bloccato la seduta per venti minuti circa, per di più
davanti alle telecamere, rendendo la situazione ancora più
difficile.
Ne ho parlato con Bertinotti, una volta sospesa la seduta, e
lui era d’accordo. Lo ha ribadito, successivamente, in
ufficio di presidenza, che è l’organismo di governo della
Camera per le questioni disciplinari.
Non è vero, quindi, come hanno scritto alcuni giornali, che
ho sospeso la seduta, precipitosamente, perché non sapevo
cosa fare. Al contrario, ho fatto la mia scelta. Insisto su
questo, perché successivamente, nell’ufficio di presidenza,
mi sono sentita dire, sia da chi pensava che avessi fatto
bene, sia da chi pensava l’opposto: “Ma tanto è giovane”.
Qualcuno, addirittura, volendo esprimere simpatia nei miei
confronti, è arrivato, tranquillamente, a dire: “Mi rendo
conto che il presidente, essendo giovane, è persona
inesperta”. È una cosa che non accetto assolutamente, tanto
meno come alibi: non mi si può accusare di aver sbagliato
perché sono giovane, è una forma di discriminazione. La mia
risposta è stata nettissima: “Siete liberi di considerare il
mio operato valido oppure criticabile, vi prego, però, di
non arrivare a considerazioni di carattere generazionale, lo
rivendico per dignità personale”. La maggior parte ha
capito, sono rimasti colpiti dalle mie considerazioni”.
Ma la questione dell’età, continua la Meloni, aleggia
sempre. “Se commetto un errore, c’è sempre qualcuno disposto
a giustificarmi per via della mia inesperienza, e quando la
gestione dell’aula da parte mia risulta imparziale e giusta,
non manca il commento fastidioso: chi se lo sarebbe
aspettato da una così giovane. Nessuno dei due atteggiamenti
mi piace. Voglio tentare di dimostrare che se si hanno
trent’anni non si è dei ragazzini. Alla mia età, Alessandro
Magno aveva già conquistato la Persia, Rimbaud aveva scritto
le sue poesie addirittura tra i 16 e i 19 anni. Soltanto in
Italia si pensa che un trentenne non sia in grado di fare
qualsiasi cosa”.
Perché? Siamo arrivati al cuore del problema. C’è una
ragione di pura “difesa del territorio” da parte degli over
o c’è un gap culturale, diffuso, in tutta la società? È una
questione di autodifesa o un’insensibilità seria, cui
rimediare con nuove norme e nuove procedure, dalle quote
verdi all’abbassamento dell’età del voto? La Meloni prende
in considerazione entrambe le questioni e lancia un appello,
da pari a pari, ai suoi coetanei.
“La nostra è, contemporaneamente, una società gerontocratica
e una democrazia imperfetta per rappresentatività. C’è una
convergenza di responsabilità, del mondo del lavoro e di
quello della politica. Tra gli imprenditori, si è
considerati giovanissimi, in ascesa, quando si hanno 45\46
anni e non venti di meno. Quanto alla politica, basta
entrare nell’aula di Montecitorio. Si percepisce,
immediatamente, che il nostro Parlamento non rispecchia la
composizione del paese che rappresenta: la società è formata
per oltre il 50% da donne, mentre quelle elette in
Parlamento sono solo il 16%. I deputati sotto i 35 anni si
contano sulla punta delle dita e, al contrario, gli over 60
sono assolutamente preminenti. Questa condizione determina
un circolo vizioso, una situazione bloccata, nella quale,
ovviamente, chi sta dentro tende a non lasciare spazi a chi
è fuori: mors tua vita mea. Inoltre, lo devo dire, i giovani
troppo spesso non sono in grado di guadagnarsi i propri
spazi, si fanno strumentalizzare, accettano di essere
soggetti passivi e non riescono a vivere pienamente il
proprio tempo.
Da un po’, i media rappresentano la generazione dei giovani
come quella del bullismo, una generazione malata, i bulli e
le pupe: i ragazzi che giocano solamente a fare i gradassi,
le ragazze che vogliono andare nude in televisione. Non è
vero, ci sono tante altre storie, che vedono i giovani
protagonisti, storie di impegno sociale, d’amore, di
abnegazione, di persone che sacrificano se stesse per dare e
regalare qualcosa agli altri, in tanti campi, compresa la
politica. Se uno vuol palare di giovani che fanno politica,
e pensa ai no-global, che, incappucciati, vanno a tirare le
bottiglie molotov, non va tanto lontano. Invece, ci sono
tanti altri ragazzi come me, lo rivendico, che hanno capito
che essere ribelli significa costruire e non distruggere,
che questa scelta richiede molto più coraggio, e quindi si
rimboccano le maniche e provano a dare vita, con le proprie
mani, ad una realtà diversa.
Avere coraggio non significa fare volontariato, mettere al
mondo un bambino, con un lavoro precario e l’appartamento in
affitto, impegnarsi per arrivare alla fine del mese quando
non si sa come riuscirci. Significa, anche, fare
dieci-quindici anni di militanza politica senza avere
assolutamente nulla in cambio, solo per passione. Di tutto
questo non si parla, i media non se ne occupano, pensando
che non faccia notizia. A me dispiace che questa maggioranza
silenziosa, cioè senza voce, che esiste e crede in
determinati valori, subisca l’ingiustizia di non essere
rappresentata, non si ribelli e non si faccia notare. Il
rischio è che questi giovani, lasciati soli, non credano più
che le cose possano cambiare o si arrendano.
Mi sto occupando, per fare un esempio, del disagio degli
specializzandi in medicina, che devono fare un percorso
formativo molto lungo, anche di dieci-undici anni, e che,
adesso rischiano di perdere un altro anno e mezzo perché,
paradossalmente, l’esame di abilitazione, obbligatorio per
accedere alla scuola di specializzazione, è stato stabilito
che si svolgerà due settimane dopo l’inizio della loro
scuola. Dopo e non prima, chiaro? Un’assurdità, frutto di
lungaggini burocratiche e di un’evidente mancanza di
coordinamento: sto cercando di aiutarli, ho presentato
un’interpellanza urgente, siamo in attesa di una soluzione
definitiva.
Le posso dire, che uno dei ragazzi che l’altro giorno era
venuto a manifestare in piazza, davanti al Parlamento, mi ha
detto: “Ho cambiato idea sulla politica, credevo non
servisse a risolvere i problemi”. Ecco, se i nostri giovani
si convincono che non cambierà mai niente, che tutto è
inutile, perché meravigliarsi se alcuni di loro si lasciano
andare a percorsi di puro individualismo e di esclusivo
interesse personale, e calpestano libertà e diritti
altrui?”.
Il discorso scivola dalle valutazioni generali alla vicenda
personale dell’onorevole Meloni. “Fortunatamente, non sempre
è così. Io ho l’onore di presiedere un movimento giovanile,
come Azione giovani, che conta, su tutto il territorio
nazionale, oltre 60.000 iscritti: conosco tantissimi ragazzi
che fanno politica per passione, non perché attratti da una
possibilità di carriera.
Come è capitato a me, da quando avevo quindici anni e
certamente non desideravo, da grande, fare il vicepresidente
della Camera: sono stata straodinariamente turbata dalla
strage di via D’Amelio. Un dramma seguito a Tangentopoli, al
collasso del sistema politico, alla strage di Capaci. Un
periodo terribile. Ricordo che, dopo aver visto il
telegiornale con le immagini dell’assassinio del giudice
Borsellino e della sua scorta, ho detto: “Bisogna fare
qualcosa”.
Ero al liceo, mi piacevano le lingue, e intanto avevo
scoperto la poesia: mi avevano colpito Foscolo e poi i
francesi, i decadenti, l’Albatros di Baudelaire,
l’incredibile coerenza di Rimbaud, il veggente, il poeta
maledetto, che dopo aver scritto tutto da giovanissimo, se
n’è andato in giro per il mondo, a fare quella vita
pazzesca. Mi piaceva chi aveva un mito dell’antiborghese e
si proclamava rivoluzionario, anche se poi leggevo più con
l’anima che con gli occhi della politica”.
Giorgia Meloni rievoca quegli anni, svelando anche un trauma
familiare subito in piena adolescenza. “Vivo tuttora, dove
sono nata, alla Garbatella, a Roma sud. Sono innamorata di
quei luoghi: sto cercando casa, non penso che verrò in
centro, rimarrò in quel quadrato della città. Ci sono
cresciuta con mia madre, i miei nonni e mia sorella, che
adesso fa anche lei politica. I miei si sono separati quando
avevo tre anni, ho continuato a vedere mio padre ad
intervalli, fino a quando non ho compiuto undici anni. Poi,
lui è partito e non l’ho più visto. Però ho rimosso tutto,
non provo neanche risentimento, nulla”.
Impossibile non pensare, anche solo un attimo, a Rimbaud,
tra i preferiti dell’onorevole Meloni, che da bambino aveva
vissuto un’esperienza simile. Ma la parentesi privata si
chiude rapidamente. “Dopo la strage Borsellino, avevo
assistito a scuola e nel mio quartiere, ad alcune
manifestazioni del Fronte della gioventù, il movimento
giovanile del Msi. Quei ragazzi rappresentavano un mondo che
era stato fuori dalle logiche affaristiche e di potere di
una certa politica di quegli anni e che non aveva nessuna
responsabilità nello sfascio degli anni novanta: incarnavano
l’alternativa.
I giovani di sinistra, al contrario, mi erano sembrati
contraddittori, con quel loro ammantarsi da difensori della
libertà e dei diritti, salvo poi manifestare la più assoluta
intolleranza nei confronti di chi non la pensava come loro.
Non nascondo, inoltre, che la mia simpatia per i ragazzi del
Fronte si era irrobustita dopo che, alcuni di loro erano
stati denunciati per attentato agli organi costituzionali
dello Stato, perché avevano partecipato ad un girotondo,
assolutamente, pacifico attorno a Montecitorio, indossando
delle “pericolosissime” magliette con la scritta:
“Arrendetevi, siete circondati”. Si erano tenuti per mano e
avevano urlato qualcosa come: “Andate a casa”. Tutto qui.
Eravamo in piena stagione Mani pulite, il riferimento era ai
parlamentari inquisiti. La sera, i Tg avevano aperto
parlando di “assalto squadrista al Parlamento”, di atmosfera
da golpe, assurdità.
Mi sono presentata al circolo del Fronte della gioventù,
alla Garbatella, sono entrata e non sono uscita più: mi sono
subito messa a fare politica tra gli studenti, prima alle
medie, poi alle superiori, poi all’università. Non avevo
scelto di guardare al passato, semmai il contrario: nel
momento in cui la politica appariva lontanissima dalla
gente, la destra, radicata nel territorio, fedele ai suoi
principi, fuori da sempre dai giochi di potere,
rappresentava la più grande novità nel panorama politico.
Era esattamente quello che cercavo”.
Intanto il Movimento sociale si scioglie a Fiuggi, nel 1995,
nasce Alleanza nazionale. Azione giovani prende il posto del
Fronte della gioventù. È da dirigente della nuova
organizzazione giovanile della destra che Giorgia Meloni
consegue alcuni importanti risultati politici. “Abbiamo
chiesto e ottenuto l’apertura pomeridiana degli istituti,
perché la scuola potesse essere un punto di riferimento per
le comunità di quartiere e per i ragazzi, in un paese in cui
non ci sono spazi di aggregazione: l’allora ministro
Berlinguer ha accolto la nostra proposta. Io, personalmente,
inoltre, sono stata promotrice della campagna contro la
faziosità dei libri di scuola sulla storia del Novecento.
Ricordo di essermi letta tantissimi testi, adottati in
diverse classi, e di aver trovato una quantità
impressionante di falsi storici, omissioni, mistificazioni.
L’ideologia marxista aveva fatto da velo all’affermazione
della verità: la nostra denuncia ha avuto una vasta eco, ne
hanno parlato a lungo in televisione. Mi piace ricordare
anche di aver presentato una proposta di legge perché le
scuole prestassero i testi scolastici agli studenti che non
possono permettersi di comprarli”.
Nel ricostruire il periodo di evoluzione delle formazioni
della destra, la Meloni traccia un autoritratto in cui, tra
le passioni, domina ancora oggi la politica che, per lei,
non può essere un mestiere. “Tutto sommato, ho vissuto con
maggiore difficoltà il passaggio da Fronte della gioventù ad
Azione giovani, nel ’96, che non quello dal Movimento
sociale ad An, di un anno prima: il partito lo frequentavo
poco, sentivo più mia la casa del Fronte, da noi c’è sempre
stata una grande tradizione di autonomia del gruppo
giovanili, i tesserati non sono, necessariamente, iscritti
al partito, e viceversa, per gli under 30.
In ogni caso, malgrado siano passati quindici anni
dall’inizio del mio impegno e sia arrivata ai vertici delle
istituzioni, continuo a non considerare la politica come una
professione e penso che questo
salto non lo farò mai. Concepire l’attività in un partito o
nel Palazzo, come un lavoro, secondo me, fa male: si finisce
per essere schiavi della politica, per volerla fare a tutti
i costi, ance per decenni, e
quindi per farla male o non farla del tutto. La politica
deve rimanere uno strumento per ottenere qualcosa, non
l’obiettivo del nostro agire: bisogna essere disposti anche
a lasciarla, quando è il
momento”.
Sul tema, delicato e controverso, dell’odio politico e dei
possibili valori condivisi, che consentano al nostro paese
di voltare pagina rispetto al passato recente, dal
vicepresidente della Camera
arrivano parole importanti, ma anche polemiche. “C’è ancora
chi pensa sia possibile costruire consenso sull’odio: giusto
un anno fa, a settembre, Azione giovani ha invitato all’Eur,
alla festa del
movimento, intitolata ad Atreju il protagonista della
“Storia infinita”, il presidente Bertinotti: gli abbiamo
chiesto di partecipare ad un dibattito con Gianfranco Fini.
Bertinotti ha accettato: è stato il
primo esponente comunista a partecipare ad una
manifestazione di quel genere, della nostra area.
È stato un confronto civile, cortese, a tratti anche
divertente.
Bertinotti ha esposto le sue tesi e si è preso pure qualche
applauso, malgrado parlasse a giovani che, certamente, non
condividono il suo punto di vista. Sia lui, sia Fini hanno
detto, chiaramente,
quanti guai avessero provocato, negli anni passati, gli
opposti estremismi, le stagioni delle ostilità violente,
costate la vita a tanti, troppi giovani. È stato un segnale
molto importante. È stato detto,
chiaramente, da entrambe le parti che la politica, in
passato, ha avuto le sue responsabilità e che da quella
esperienza bisognava trarre insegnamento: ci si può
ritrovare da avversari nelle
assemblee di scuola, come in Parlamento, ovunque, ma in un
sistema democratico non si possono accettare
criminalizzazione, violenza, discriminazione. E non si può
nemmeno minimizzare, come
fanno, invece, esponenti della sinistra radicale, il
riaffiorare delle Brigate rosse, un fenomeno preoccupante
che rischia di portarci indietro di trent’anni.
Quel dibattito ha avuto un significato importante,
esattamente nella direzione del superamento di quella
lacerazione cha ha segnato fino ad oggi la storia della
repubblica. Eppure, c’è stato chi ha
voluto condannare l’avvenimento. Docenti della Sapienza,
persona che hanno la responsabilità di formare i giovani,
hanno rimproverato a Bertinotti di aver dialogato con noi,
perché, hanno detto,
non siamo antropologicamente degni. E, nella sinistra
radicale, c’è stato chi, come Marco Rizzo, dei Comunisti
italiani, ha portato una corona di fiori alle Fosse
ardeatine. È stata, chiaramente,
un’iniziativa strumentale, un tentativo di rubare qualche “votarello”
a Rifondazione. Per una partita puramente elettoralistica,
si è tornati ad istigare all’odio, dimenticando che i
ragazzi di Azione,
nella migliore delle ipotesi, sono nati negli anni ottanta e
quindi non hanno nulla a che vedere con le tragedie della
seconda guerra mondiale. Quei giovani, additati come
fascisti, hanno dato grande
dimostrazione di cosa vogliano dire le parole democrazia,
pluralismo, rispetto e identità: le identità forti non hanno
paura del confronto, chi è fiero di essere se stesso non
teme di parlare con l’altro”.
Quei ragazzi sono un po’ anche i suoi: l’onorevole Meloni,
che si è formata, politicamente, nel movimento giovanile di
Fini, da tre anni ne è la presidente. “Sono studenti,
disoccupati, professionisti, ci
sono famiglie. Insieme, abbiamo organizzato feste, concerti,
ma anche cortei, autogestioni, occupazioni, di tutto. Rabbia
e amore sono i loro tratti distintivi: i giovani tendono ad
amare molto, ma
sentono anche una gran voglia di ribellione e questo rende,
giocoforza, istintivamente radicali le loro posizioni.
Azione giovani non è un movimento incline al compromesso, ma
non esprime nessuna
posizione “nostalgica”, quanto piuttosto la difesa di valori
e principi tradizionali: patria e famiglia anzitutto e,
ancora, centralità della vita, dimensione spirituale
dell’esistenza, rifiuto del materialismo
e dell’individualismo, comunità. La dimensione comunitaria è
molto sentita, con buona pace di chi sostiene che la destra
è per l’individualismo. Indica la capacità di vivere il
proprio percorso in
relazione agli altri, dal nucleo familiare fino all’intera
comunità nazionale. L’individualismo noi lo combattiamo.
Negli anni del centrodestra al governo, ho temuto che Azione
giovani perdesse lo smalto
di un movimento, tradizionalmente, all’opposizione. Invece,
devo dire che ci siamo smarcati piuttosto bene dal
collateralismo, probabilmente per via di quella tendenza
all’autonomia dal partito di cui
ho già parlato. Abbiamo criticato alcune scelte del governo
e abbiamo formulato le nostre proposte: il problema del file sharing, la musica scaricata illegalmente da Internet, non
si risolve soltanto con
l’introduzione di pene durissime per i pirati, come
prevedeva il decreto Urbani. Abbiamo insistito sul fatto che
va affrontato anche il problema del costo della musica: i cd
hanno prezzi assolutamente
proibitivi. Tenuto conto del fatto che la musica è il
principale veicolo di aggregazione giovanile, le scelte di
politica fiscale sui cd dovrebbero essere equivalenti a
quelle sui libri.
Abbiamo detto anche che, per prevenire le stragi del sabato
sera, la chiusura anticipata delle discoteche sarebbe
servita a poco. Tanto per dirne una, i buttafuori dovrebbero
diventare veri e propri
operatori sociali, in grado, ad esempio, di mettere su un
taxi i giovani ubriachi, per impedire loro di guidare in
quelle condizioni, invece di limitarsi a cacciarli fuori dai
locali, perché magari molestano
qualcuno. L’anno scorso, comunque, siamo tornati
all’opposizione e con il governo Prodi, devo dire, stiamo
vivendo grandi soddisfazioni”. (Ride).
“Prossimamente, presenteremo una proposta di legge che ha
per tema l’incentivazione della maternità e della natalità.
C’è un problema gravissimo di demografia nel nostro paese:
secondo le
previsioni Istat, nel 2050 il 35% della popolazione avrà più
di 65 anni. Questo è un tema che sembra non interessi
nessuno e invece è decisivo: non facciamo niente per
favorire la nascita di bambini,
il governo si occupa di tutt’altro”.
L’onorevole Meloni torna in aula, e ci lascia con parole non
formali: “Un giorno anche a me piacerebbe avere una
famiglia. Per adesso, resto molto concentrata sui miei
impegni: sono una piuttosto
accentratrice e, se dovessi spegnere il telefono anche solo
per mezza giornata, mi sentirei in ansia, come se fosse
impossibile fare a meno di me. Certo, lavorare è stato molto
importante per la mia
carriera. Oltre alla determinazione, l’umiltà e la fortuna”.
1) Pubblichiamo, uno stralcio
dal libro “Sotto i 40. Storie di giovani in un paese
vecchio”, di Michele Cucuzza (Donzelli Editore 2007).
Riproduzione riservata.
*Dice di sé.
Michele Cucuzza. Catania 1952, giornalista professionista
dal 1979, esordisce a Milano a Radio Popolare. Approda in
Rai nel 1985, realizzando più di mille servizi per i
telegiornali; per dieci anni
conduce le varie edizioni del Tg2 e, dal 1998 “La vita in
diretta”, in onda tutti i pomeriggi su Rai Uno. È autore di
“Ma il cielo è sempre più blu” (Editori riuniti, 2006) sulla
rivolta dei giovani di Locri
contro la ‘ndrangheta.
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LUIGI MALERBA
Tutti i
sogni sono sempre un po’ misteriosi e questo è il
loro bello,
ma certi sono misteriosissimi,
cioè non si capisce niente,
sono come dei rebus. Mentre i
rebus hanno una soluzione,
loro non ce l’hanno, puoi dargli
cento significati diversi e
l’uno vale l’altro.
(Da “Il
serpente”,
1963)
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