PROFILI

GIORGIA MELONI,
UN’INVIATA SPECIALE A PALAZZO


“Voglio dimostrare che a trent’anni non si è dei ragazzini.
Alla mia età, Alessandro Magno aveva conquistato la Persia
e Rimbaud aveva scritto le sue migliori poesie”


 

Michele Cucuzza*



In un’Italia sempre più nelle mani della gerontocrazia, Michele Cucuzza, nel settembre del 2007, pubblica un libro singolare: “Sotto i 40. Storie di giovani in un paese vecchio” (Donzelli Editore)1. Con oggettività e brio sono registrati episodi e vicende, personali e pubblici, della vita di sedici uomini e donne “giovani”, ma che, quasi a dispetto della loro età, sono riusciti ad imporsi, per capacità, preparazione, determinazione in differenti campi della vita pubblica, culturale e politica del nostro Paese. Qui di seguito riportiamo l’incontro avuto con Giorgia Meloni, la più giovane vicepresidente della Camera dei deputati della Repubblica italiana. Una carriera ancor più sorprendente, se si considera che, oggi, nell’ambito del IV Governo Berlusconi, l’onorevole Meloni è stata nominata ministro delle Politiche giovanili ed attività sportive (a.p.).


Qualcuno mi ha detto

che certo le mie poesie

non cambieranno il mondo.

Io rispondo che certo sì

le mie poesie

non cambieranno il mondo.

(Patrizia Cavalli)


Ecco la vicepresidente della Camera più giovane di tutta la storia repubblicana: Giorgia Meloni, trent’anni. Ai record lei è, in qualche modo, abituata: quando, l’anno scorso, è stata eletta deputata per Alleanza Nazionale, è diventata la parlamentare di questa legislatura meno anziana. A ventun’anni, nel 1998, era già stata votata consigliere provinciale, a Roma: anche quella volta, la più giovane d’Italia. In meno di dieci anni, in ogni caso, ha fatto un salto non da poco. Cercheremo di capire perché lei sì e tanti altri no.

La incontro nel suo magnifico studio, a Montecitorio, oltrepassati i busti di Giolitti, Turati, Einaudi, tra marmi, arazzi, lampadari e stucchi, dov’è tutto un animarsi di assistenti premurosi. Nata in un quartiere popolare di Roma, cresciuta con la mamma e i nonni, appassionata lettrice di poeti decadenti, sciatrice e sub nel tempo libero, ha deciso di occuparsi di politica dopo la strage Borsellino a Palermo, quando aveva quindici anni: da allora, il suo impegno, di cui va molto orgogliosa, è stato soprattutto tra gli studenti e i giovani di destra. “Sono diventata anche il primo presidente donna di un movimento giovanile, quello di AN, Azione giovani: avevo ventisette anni”.

Cordiale, informale, capelli chiari sulle spalle, occhi verdi, tailleur d’ordinanza, è appena uscita dall’aula dove erano in discussione degli emendamenti a un disegno di legge sulla sempre problematica questione della sicurezza stradali. È una persona molto appassionata, che crede in quello che fa, anche se non le mancano il distacco e la capacità di ironizzare: tiene molto a mantenere contatti e progetti in comune con i suoi coetanei e i ragazzi, si sente un’ “inviata” nel Palazzo, non un’esponente della nomenklatura, messa lì a rappresentare i “giovani”.

“Mi ricordo la prima seduta con questo mio nuovo ruolo in Parlamento, molto bello, di sicuro non semplice e che francamente non mi aspettavo. Sono entrata in aula quasi alla chetichella, piuttosto tesa, anche se non avevo nessun compito particolare: era in corso l’appello nominale per l’elezione del capo dello Stato, la cosiddetta chiama dei deputati. In quelle occasioni il presidente rimane assolutamente in silenzio. Sapevo tuttavia di trovarmi di fronte a parlamentari anche con cinque, sei legislature alle spalle, mentre io non avevo all’attivo neanche un giorno di lavoro a Montecitorio. E toccava a me tenere a bada l’aula.

Speriamo che non se ne accorga nessuno, mi sono detta, per farmi coraggio mentre salivo sullo scranno del presidente. Farò la vaga, pensavo. Invece se ne sono accorti, eccome: i colleghi di An hanno incominciato ad applaudire, seguiti da tutti gli altri, trasversalmente. La cosa mi ha fatto molto piacere, ma, paradossalmente, mi ha agitata ancora di più perché mi sono resa conto di quanta attenzione suscitasse la mia nomina e quante aspettative fossero puntate su di me.

È stata una dimostrazione di consenso di tutta l’aula, di fronte alla scelta, anche rischiosa, ma certamente coraggiosa, di Gianfranco Fini e di Alleanza nazionale, che hanno voluto dare un segnale ai giovani, oltre che alle donne di questo paese. Per me è una grande soddisfazione, ma anche un banco di prova, una bella responsabilità. Quando Fini me ne ha parlato, la prima volta, sono rimasta muta, non riuscivo a dire neanche una parola. Mi sembrava chiaro che Gianfranco volesse dare un riconoscimento anche al mondo che rappresento, il movimento giovanile di Alleanza nazionale.

È questo, soprattutto, che mi ha convinta. Ma, conoscendo bene i compiti e il ruolo del vicepresidente della Camera, avevo comunque paura di fare il passo più lungo della gamba. Per fortuna, le sedute successive sono state piuttosto tranquille, assemblee che si chiamano di “sindacato ispettivo”, come question time, interpellanze, interrogazioni: se non altro, in quei casi, la presenza dei deputati in aula è molto ridotta”. (Ride).

Firmataria con Marco Follini, Giovanni Floris, Gad Lerner, Giorgio Gori, del patto proposto dall’imprenditore Luca Josi, che impegna personalità della politica, dell’economia, del giornalismo a non accettare posti di responsabilità dopo i sessant’anni (“una scelta personale – dice – che non renderei obbligatoria per legge: se fossi ancora qui fra trent’anni, sarebbe un ottimo alibi per andarmene”), l’onorevole Meloni ha tre colleghi vicepresidenti alla Camera. Pierluigi Castagnetti dell’Ulivo, Carlo Leoni della Sinistra democratica per il socialismo europeo, Giulio Tremonti di Forza Italia. Dirigono le sedute, quando il presidente, Fausto Bertinotti, è assente. L’ufficio di presidenza comprende anche tre parlamentari questori e altri sedici con il ruolo di segretari.

“Da qui si capiscono molte cose, che da fuori non si riescono a cogliere. Per esempio, quanta parte della politica dipenda dai regolamenti parlamentari: una realtà che condiziona il gioco politico in maniera incredibile. Per quanto ci si lavori, conoscere a fondo la materia è impossibile. Solo gli articoli del regolamento sono più di 150 e poi ci sono tute le prassi e le circolari interpretative della storia della Repubblica: sono gli uffici competenti, i dirigenti, i funzionari, gli uomini che riescono a dare risposte su tutto. A noi tocca mantenere un ruolo, il più possibile, super partes. E io tento di riuscirci, con tutta la difficoltà che questo può comportare. L’altra cosa di cui mi sono resa conto è che questo sistema fa un po’ perdere le persone, tende a viziare, a circuire, a farti montare la testa e a distoglierti dalla realtà”.

Considerazioni importanti e, anche, ammissioni sincere, dal cuore delle nostre istituzioni, viste con gli occhi puri di chi non vuol farsi omologare. “Bisogna rimanere costantemente con i piedi per terra: io la vivo come una sfida e provo a resistere. Parto dal presupposto che, se domani non dovessi essere più una parlamentare, non lo dovrei considerare un dramma. E poi, cerco di mantenere le abitudini di prima, guido la macchina, frequento gli amici, quando posso vado al cinema o al ristorante con loro, faccio sport e vado in vacanza. Mi sono data delle regole. E di sicuro, i miei amici non li voglio perdere, sono una delle cose più belle che la vita posso regalare”.

Pur convinta della necessità di un sano distacco dalle lusinghe del potere, la Meloni ha preso rapidamente dimestichezza con le sedute più movimentate di Montecitorio, al punto di essersi fatta la fama di una piuttosto rigida.

“Sì, dicono che sia di polso, nel senso che non tendo a spaventarmi come invece, qualcuno prevedeva. Non c’è voluto troppo tempo perché mi trovassi nel pieno dei tumulti in aula. La prima volta è stata per una richiesta di sospensione della seduta, ho dovuto prendere le mie decisioni e credo di esserci riuscita abbastanza agevolmente. Da allora in poi, è stata una successione di sedute movimentate, i problemi ci sono quasi sempre quando presiedo io, è una specie di legge di Murphy. Ma quando si è cresciuti nelle assemblee studentesche, difficilmente si teme un’assise. Quella è la forma di dibattito più pura e difficile che ci possa essere, non ci sono interessi predeterminati e tutto è assolutamente imprevedibile. Mi sono formata così”.

Dopo poco più di un anno, un bilancio si può tracciare.

“I dipendenti della Camera, i funzionari degli ufficio, con grandissima preparazione, con impagabile disponibilità e straordinaria pazienza mi hanno molto aiutato. I colleghi parlamentari mi hanno accolto con curiosità e qualche diffidenza, cosa che non mi ha sorpreso più di tanto: in effetti, viene abbastanza naturale pensare che una ragazza di ventinove anni, senza nessuna esperienza in Parlamento, che si trova improvvisamente a dover presiedere l’aula, difficilmente se la possa cavare. Devo aggiungere che ho trovato in diversi casi solidarietà e disponibilità, non soltanto nei banchi dell’opposizione, ma anche tra gli esponenti della maggioranza. Non è mancata, però, un po’ di ipocrisia, quegli atteggiamenti difformi, per cui uno dice una cosa davanti e, appena gli si girano le spalle, l’opposto. Mica solo qui, è evidente, accade un po’ dappertutto nella nostra società. Tuttavia, lavorando con umiltà, determinazione e buona volontà, non è stato impossibile sconfiggere i pregiudizi”.

L’occasione è buona anche per qualche considerazione sulla cosiddetta antipolitica, sul modo in cui la si vive in un luogo così particolare, prestigioso, ma anche uno dei bersagli preferiti di chi contesta i privilegi della “casta”.

“È vero che il distacco fisiologico che c’è sempre stato in Italia tra la politica e la gente, e che attraversa periodicamente fasi di maggiore o di minore intensità, può essere esasperato, in questa fase, da persone e realtà che tolgono credibilità alla politica. Quando il parlamentare no-global Francesco Caruso dichiara di voler piantare semi di marijuana nei vasi di Montecitorio, finisce per dare un’idea sbagliata di tutta la politica, indipendentemente dal fatto che ad esprimersi così sia un singolo deputato. Quando è stato fatto il test sulle tossicodipendenze ai parlamentari, è venuta fuori un’immagine lesiva di tutta la politica. E consideri che io sono tra coloro che, in maniera ovviamente provocatoria, hanno firmato la proposta per rendere questo test obbligatorio, perché credo che il popolo italiano debba sapere da chi è rappresentato: naturalmente, in quel caso, vedrei molto più grave che facesse uso di sostanza stupefacenti un parlamentare di opzione proibizionista.
Parola di una fervente proibizionista.

Detto questo, non credo ci sia una crisi della politica paragonabile a quelle dai primi anni novanta al periodo di Tangentopoli. Trovo strumentale voler spacciare la crisi di una parte della politica come un’avvisaglia del crollo di un intero sistema: mi riferisco alla maggioranza di centrosinistra, che attraversa grandissime difficoltà, a causa del radicalismo dilagante di una sua componente e perché mette in campo contenitori nuovi, come il Partito democratico, senza essere in grado, al di là delle operazioni di facciata, di esprimere contenuti nuovi”.

Eccoci qui di nuovo alla questione dei pregiudizi legati all’età, che Giorgia Meloni combatte con decisione. Lo spunto è la seduta del 14 giugno, quando abbiamo intervistato l’onorevole Chiara Moroni: quel giorno un gruppo di deputati leghisti aveva occupato i banchi del governo.

“Presiedevo io, pensavo a come venirne fuori ed ho sospeso la seduta, l’unica cosa da fare. Rivendico ancora oggi quella scelta, che pure è stata discussa e contestata, e confermo che non era il caso di sgomberare l’aula a forza: potrei ricordare che il regolamento non prevede una circostanza del genere, e che se avessi fatto intervenire i commessi necessari, almeno cinquanta, se non addirittura sessanta, per far sgomberare venti-venticinque parlamentari, avrei bloccato la seduta per venti minuti circa, per di più davanti alle telecamere, rendendo la situazione ancora più difficile.
Ne ho parlato con Bertinotti, una volta sospesa la seduta, e lui era d’accordo. Lo ha ribadito, successivamente, in ufficio di presidenza, che è l’organismo di governo della Camera per le questioni disciplinari.

Non è vero, quindi, come hanno scritto alcuni giornali, che ho sospeso la seduta, precipitosamente, perché non sapevo cosa fare. Al contrario, ho fatto la mia scelta. Insisto su questo, perché successivamente, nell’ufficio di presidenza, mi sono sentita dire, sia da chi pensava che avessi fatto bene, sia da chi pensava l’opposto: “Ma tanto è giovane”.

Qualcuno, addirittura, volendo esprimere simpatia nei miei confronti, è arrivato, tranquillamente, a dire: “Mi rendo conto che il presidente, essendo giovane, è persona inesperta”. È una cosa che non accetto assolutamente, tanto meno come alibi: non mi si può accusare di aver sbagliato perché sono giovane, è una forma di discriminazione. La mia risposta è stata nettissima: “Siete liberi di considerare il mio operato valido oppure criticabile, vi prego, però, di non arrivare a considerazioni di carattere generazionale, lo rivendico per dignità personale”. La maggior parte ha capito, sono rimasti colpiti dalle mie considerazioni”.

Ma la questione dell’età, continua la Meloni, aleggia sempre. “Se commetto un errore, c’è sempre qualcuno disposto a giustificarmi per via della mia inesperienza, e quando la gestione dell’aula da parte mia risulta imparziale e giusta, non manca il commento fastidioso: chi se lo sarebbe aspettato da una così giovane. Nessuno dei due atteggiamenti mi piace. Voglio tentare di dimostrare che se si hanno trent’anni non si è dei ragazzini. Alla mia età, Alessandro Magno aveva già conquistato la Persia, Rimbaud aveva scritto le sue poesie addirittura tra i 16 e i 19 anni. Soltanto in Italia si pensa che un trentenne non sia in grado di fare qualsiasi cosa”.

Perché? Siamo arrivati al cuore del problema. C’è una ragione di pura “difesa del territorio” da parte degli over o c’è un gap culturale, diffuso, in tutta la società? È una questione di autodifesa o un’insensibilità seria, cui rimediare con nuove norme e nuove procedure, dalle quote verdi all’abbassamento dell’età del voto? La Meloni prende in considerazione entrambe le questioni e lancia un appello, da pari a pari, ai suoi coetanei.

“La nostra è, contemporaneamente, una società gerontocratica e una democrazia imperfetta per rappresentatività. C’è una convergenza di responsabilità, del mondo del lavoro e di quello della politica. Tra gli imprenditori, si è considerati giovanissimi, in ascesa, quando si hanno 45\46 anni e non venti di meno. Quanto alla politica, basta entrare nell’aula di Montecitorio. Si percepisce, immediatamente, che il nostro Parlamento non rispecchia la composizione del paese che rappresenta: la società è formata per oltre il 50% da donne, mentre quelle elette in Parlamento sono solo il 16%. I deputati sotto i 35 anni si contano sulla punta delle dita e, al contrario, gli over 60 sono assolutamente preminenti. Questa condizione determina un circolo vizioso, una situazione bloccata, nella quale, ovviamente, chi sta dentro tende a non lasciare spazi a chi è fuori: mors tua vita mea. Inoltre, lo devo dire, i giovani troppo spesso non sono in grado di guadagnarsi i propri spazi, si fanno strumentalizzare, accettano di essere soggetti passivi e non riescono a vivere pienamente il proprio tempo.

Da un po’, i media rappresentano la generazione dei giovani come quella del bullismo, una generazione malata, i bulli e le pupe: i ragazzi che giocano solamente a fare i gradassi, le ragazze che vogliono andare nude in televisione. Non è vero, ci sono tante altre storie, che vedono i giovani protagonisti, storie di impegno sociale, d’amore, di abnegazione, di persone che sacrificano se stesse per dare e regalare qualcosa agli altri, in tanti campi, compresa la politica. Se uno vuol palare di giovani che fanno politica, e pensa ai no-global, che, incappucciati, vanno a tirare le bottiglie molotov, non va tanto lontano. Invece, ci sono tanti altri ragazzi come me, lo rivendico, che hanno capito che essere ribelli significa costruire e non distruggere, che questa scelta richiede molto più coraggio, e quindi si rimboccano le maniche e provano a dare vita, con le proprie mani, ad una realtà diversa.

Avere coraggio non significa fare volontariato, mettere al mondo un bambino, con un lavoro precario e l’appartamento in affitto, impegnarsi per arrivare alla fine del mese quando non si sa come riuscirci. Significa, anche, fare dieci-quindici anni di militanza politica senza avere assolutamente nulla in cambio, solo per passione. Di tutto questo non si parla, i media non se ne occupano, pensando che non faccia notizia. A me dispiace che questa maggioranza silenziosa, cioè senza voce, che esiste e crede in determinati valori, subisca l’ingiustizia di non essere rappresentata, non si ribelli e non si faccia notare. Il rischio è che questi giovani, lasciati soli, non credano più che le cose possano cambiare o si arrendano.

Mi sto occupando, per fare un esempio, del disagio degli specializzandi in medicina, che devono fare un percorso formativo molto lungo, anche di dieci-undici anni, e che, adesso rischiano di perdere un altro anno e mezzo perché, paradossalmente, l’esame di abilitazione, obbligatorio per accedere alla scuola di specializzazione, è stato stabilito che si svolgerà due settimane dopo l’inizio della loro scuola. Dopo e non prima, chiaro? Un’assurdità, frutto di lungaggini burocratiche e di un’evidente mancanza di coordinamento: sto cercando di aiutarli, ho presentato un’interpellanza urgente, siamo in attesa di una soluzione definitiva.

Le posso dire, che uno dei ragazzi che l’altro giorno era venuto a manifestare in piazza, davanti al Parlamento, mi ha detto: “Ho cambiato idea sulla politica, credevo non servisse a risolvere i problemi”. Ecco, se i nostri giovani si convincono che non cambierà mai niente, che tutto è inutile, perché meravigliarsi se alcuni di loro si lasciano andare a percorsi di puro individualismo e di esclusivo interesse personale, e calpestano libertà e diritti altrui?”.

Il discorso scivola dalle valutazioni generali alla vicenda personale dell’onorevole Meloni. “Fortunatamente, non sempre è così. Io ho l’onore di presiedere un movimento giovanile, come Azione giovani, che conta, su tutto il territorio nazionale, oltre 60.000 iscritti: conosco tantissimi ragazzi che fanno politica per passione, non perché attratti da una possibilità di carriera.

Come è capitato a me, da quando avevo quindici anni e certamente non desideravo, da grande, fare il vicepresidente della Camera: sono stata straodinariamente turbata dalla strage di via D’Amelio. Un dramma seguito a Tangentopoli, al collasso del sistema politico, alla strage di Capaci. Un periodo terribile. Ricordo che, dopo aver visto il telegiornale con le immagini dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, ho detto: “Bisogna fare qualcosa”.

Ero al liceo, mi piacevano le lingue, e intanto avevo scoperto la poesia: mi avevano colpito Foscolo e poi i francesi, i decadenti, l’Albatros di Baudelaire, l’incredibile coerenza di Rimbaud, il veggente, il poeta maledetto, che dopo aver scritto tutto da giovanissimo, se n’è andato in giro per il mondo, a fare quella vita pazzesca. Mi piaceva chi aveva un mito dell’antiborghese e si proclamava rivoluzionario, anche se poi leggevo più con l’anima che con gli occhi della politica”.

Giorgia Meloni rievoca quegli anni, svelando anche un trauma familiare subito in piena adolescenza. “Vivo tuttora, dove sono nata, alla Garbatella, a Roma sud. Sono innamorata di quei luoghi: sto cercando casa, non penso che verrò in centro, rimarrò in quel quadrato della città. Ci sono cresciuta con mia madre, i miei nonni e mia sorella, che adesso fa anche lei politica. I miei si sono separati quando avevo tre anni, ho continuato a vedere mio padre ad intervalli, fino a quando non ho compiuto undici anni. Poi, lui è partito e non l’ho più visto. Però ho rimosso tutto, non provo neanche risentimento, nulla”.

Impossibile non pensare, anche solo un attimo, a Rimbaud, tra i preferiti dell’onorevole Meloni, che da bambino aveva vissuto un’esperienza simile. Ma la parentesi privata si chiude rapidamente. “Dopo la strage Borsellino, avevo assistito a scuola e nel mio quartiere, ad alcune manifestazioni del Fronte della gioventù, il movimento giovanile del Msi. Quei ragazzi rappresentavano un mondo che era stato fuori dalle logiche affaristiche e di potere di una certa politica di quegli anni e che non aveva nessuna responsabilità nello sfascio degli anni novanta: incarnavano l’alternativa.

I giovani di sinistra, al contrario, mi erano sembrati contraddittori, con quel loro ammantarsi da difensori della libertà e dei diritti, salvo poi manifestare la più assoluta intolleranza nei confronti di chi non la pensava come loro. Non nascondo, inoltre, che la mia simpatia per i ragazzi del Fronte si era irrobustita dopo che, alcuni di loro erano stati denunciati per attentato agli organi costituzionali dello Stato, perché avevano partecipato ad un girotondo, assolutamente, pacifico attorno a Montecitorio, indossando delle “pericolosissime” magliette con la scritta: “Arrendetevi, siete circondati”. Si erano tenuti per mano e avevano urlato qualcosa come: “Andate a casa”. Tutto qui. Eravamo in piena stagione Mani pulite, il riferimento era ai parlamentari inquisiti. La sera, i Tg avevano aperto parlando di “assalto squadrista al Parlamento”, di atmosfera da golpe, assurdità.

Mi sono presentata al circolo del Fronte della gioventù, alla Garbatella, sono entrata e non sono uscita più: mi sono subito messa a fare politica tra gli studenti, prima alle medie, poi alle superiori, poi all’università. Non avevo scelto di guardare al passato, semmai il contrario: nel momento in cui la politica appariva lontanissima dalla gente, la destra, radicata nel territorio, fedele ai suoi principi, fuori da sempre dai giochi di potere, rappresentava la più grande novità nel panorama politico. Era esattamente quello che cercavo”.

Intanto il Movimento sociale si scioglie a Fiuggi, nel 1995, nasce Alleanza nazionale. Azione giovani prende il posto del Fronte della gioventù. È da dirigente della nuova organizzazione giovanile della destra che Giorgia Meloni consegue alcuni importanti risultati politici. “Abbiamo chiesto e ottenuto l’apertura pomeridiana degli istituti, perché la scuola potesse essere un punto di riferimento per le comunità di quartiere e per i ragazzi, in un paese in cui non ci sono spazi di aggregazione: l’allora ministro Berlinguer ha accolto la nostra proposta. Io, personalmente, inoltre, sono stata promotrice della campagna contro la faziosità dei libri di scuola sulla storia del Novecento. Ricordo di essermi letta tantissimi testi, adottati in diverse classi, e di aver trovato una quantità impressionante di falsi storici, omissioni, mistificazioni. L’ideologia marxista aveva fatto da velo all’affermazione della verità: la nostra denuncia ha avuto una vasta eco, ne hanno parlato a lungo in televisione. Mi piace ricordare anche di aver presentato una proposta di legge perché le scuole prestassero i testi scolastici agli studenti che non possono permettersi di comprarli”.

Nel ricostruire il periodo di evoluzione delle formazioni della destra, la Meloni traccia un autoritratto in cui, tra le passioni, domina ancora oggi la politica che, per lei, non può essere un mestiere. “Tutto sommato, ho vissuto con maggiore difficoltà il passaggio da Fronte della gioventù ad Azione giovani, nel ’96, che non quello dal Movimento sociale ad An, di un anno prima: il partito lo frequentavo poco, sentivo più mia la casa del Fronte, da noi c’è sempre stata una grande tradizione di autonomia del gruppo giovanili, i tesserati non sono, necessariamente, iscritti al partito, e viceversa, per gli under 30.

In ogni caso, malgrado siano passati quindici anni dall’inizio del mio impegno e sia arrivata ai vertici delle istituzioni, continuo a non considerare la politica come una professione e penso che questo salto non lo farò mai. Concepire l’attività in un partito o nel Palazzo, come un lavoro, secondo me, fa male: si finisce per essere schiavi della politica, per volerla fare a tutti i costi, ance per decenni, e quindi per farla male o non farla del tutto. La politica deve rimanere uno strumento per ottenere qualcosa, non l’obiettivo del nostro agire: bisogna essere disposti anche a lasciarla, quando è il momento”.

Sul tema, delicato e controverso, dell’odio politico e dei possibili valori condivisi, che consentano al nostro paese di voltare pagina rispetto al passato recente, dal vicepresidente della Camera arrivano parole importanti, ma anche polemiche. “C’è ancora chi pensa sia possibile costruire consenso sull’odio: giusto un anno fa, a settembre, Azione giovani ha invitato all’Eur, alla festa del movimento, intitolata ad Atreju il protagonista della “Storia infinita”, il presidente Bertinotti: gli abbiamo chiesto di partecipare ad un dibattito con Gianfranco Fini. Bertinotti ha accettato: è stato il primo esponente comunista a partecipare ad una manifestazione di quel genere, della nostra area.

È stato un confronto civile, cortese, a tratti anche divertente. Bertinotti ha esposto le sue tesi e si è preso pure qualche applauso, malgrado parlasse a giovani che, certamente, non condividono il suo punto di vista. Sia lui, sia Fini hanno detto, chiaramente, quanti guai avessero provocato, negli anni passati, gli opposti estremismi, le stagioni delle ostilità violente, costate la vita a tanti, troppi giovani. È stato un segnale molto importante. È stato detto, chiaramente, da entrambe le parti che la politica, in passato, ha avuto le sue responsabilità e che da quella esperienza bisognava trarre insegnamento: ci si può ritrovare da avversari nelle assemblee di scuola, come in Parlamento, ovunque, ma in un sistema democratico non si possono accettare criminalizzazione, violenza, discriminazione. E non si può nemmeno minimizzare, come fanno, invece, esponenti della sinistra radicale, il riaffiorare delle Brigate rosse, un fenomeno preoccupante che rischia di portarci indietro di trent’anni.

Quel dibattito ha avuto un significato importante, esattamente nella direzione del superamento di quella lacerazione cha ha segnato fino ad oggi la storia della repubblica. Eppure, c’è stato chi ha voluto condannare l’avvenimento. Docenti della Sapienza, persona che hanno la responsabilità di formare i giovani, hanno rimproverato a Bertinotti di aver dialogato con noi, perché, hanno detto, non siamo antropologicamente degni. E, nella sinistra radicale, c’è stato chi, come Marco Rizzo, dei Comunisti italiani, ha portato una corona di fiori alle Fosse ardeatine. È stata, chiaramente, un’iniziativa strumentale, un tentativo di rubare qualche “votarello” a Rifondazione. Per una partita puramente elettoralistica, si è tornati ad istigare all’odio, dimenticando che i ragazzi di Azione, nella migliore delle ipotesi, sono nati negli anni ottanta e quindi non hanno nulla a che vedere con le tragedie della seconda guerra mondiale. Quei giovani, additati come fascisti, hanno dato grande dimostrazione di cosa vogliano dire le parole democrazia, pluralismo, rispetto e identità: le identità forti non hanno paura del confronto, chi è fiero di essere se stesso non teme di parlare con l’altro”.

Quei ragazzi sono un po’ anche i suoi: l’onorevole Meloni, che si è formata, politicamente, nel movimento giovanile di Fini, da tre anni ne è la presidente. “Sono studenti, disoccupati, professionisti, ci sono famiglie. Insieme, abbiamo organizzato feste, concerti, ma anche cortei, autogestioni, occupazioni, di tutto. Rabbia e amore sono i loro tratti distintivi: i giovani tendono ad amare molto, ma sentono anche una gran voglia di ribellione e questo rende, giocoforza, istintivamente radicali le loro posizioni. Azione giovani non è un movimento incline al compromesso, ma non esprime nessuna posizione “nostalgica”, quanto piuttosto la difesa di valori e principi tradizionali: patria e famiglia anzitutto e, ancora, centralità della vita, dimensione spirituale dell’esistenza, rifiuto del materialismo e dell’individualismo, comunità. La dimensione comunitaria è molto sentita, con buona pace di chi sostiene che la destra è per l’individualismo. Indica la capacità di vivere il proprio percorso in relazione agli altri, dal nucleo familiare fino all’intera comunità nazionale. L’individualismo noi lo combattiamo. Negli anni del centrodestra al governo, ho temuto che Azione giovani perdesse lo smalto di un movimento, tradizionalmente, all’opposizione. Invece, devo dire che ci siamo smarcati piuttosto bene dal collateralismo, probabilmente per via di quella tendenza all’autonomia dal partito di cui ho già parlato. Abbiamo criticato alcune scelte del governo e abbiamo formulato le nostre proposte: il problema del file sharing, la musica scaricata illegalmente da Internet, non si risolve soltanto con l’introduzione di pene durissime per i pirati, come prevedeva il decreto Urbani. Abbiamo insistito sul fatto che va affrontato anche il problema del costo della musica: i cd hanno prezzi assolutamente proibitivi. Tenuto conto del fatto che la musica è il principale veicolo di aggregazione giovanile, le scelte di politica fiscale sui cd dovrebbero essere equivalenti a quelle sui libri.

Abbiamo detto anche che, per prevenire le stragi del sabato sera, la chiusura anticipata delle discoteche sarebbe servita a poco. Tanto per dirne una, i buttafuori dovrebbero diventare veri e propri operatori sociali, in grado, ad esempio, di mettere su un taxi i giovani ubriachi, per impedire loro di guidare in quelle condizioni, invece di limitarsi a cacciarli fuori dai locali, perché magari molestano qualcuno. L’anno scorso, comunque, siamo tornati all’opposizione e con il governo Prodi, devo dire, stiamo vivendo grandi soddisfazioni”. (Ride).

“Prossimamente, presenteremo una proposta di legge che ha per tema l’incentivazione della maternità e della natalità. C’è un problema gravissimo di demografia nel nostro paese: secondo le previsioni Istat, nel 2050 il 35% della popolazione avrà più di 65 anni. Questo è un tema che sembra non interessi nessuno e invece è decisivo: non facciamo niente per favorire la nascita di bambini, il governo si occupa di tutt’altro”.

L’onorevole Meloni torna in aula, e ci lascia con parole non formali: “Un giorno anche a me piacerebbe avere una famiglia. Per adesso, resto molto concentrata sui miei impegni: sono una piuttosto accentratrice e, se dovessi spegnere il telefono anche solo per mezza giornata, mi sentirei in ansia, come se fosse impossibile fare a meno di me. Certo, lavorare è stato molto importante per la mia carriera. Oltre alla determinazione, l’umiltà e la fortuna”.


1) Pubblichiamo, uno stralcio dal libro “Sotto i 40. Storie di giovani in un paese vecchio”, di Michele Cucuzza (Donzelli Editore 2007). Riproduzione riservata.



*Dice di sé.
Michele Cucuzza. Catania 1952, giornalista professionista dal 1979, esordisce a Milano a Radio Popolare. Approda in Rai nel 1985, realizzando più di mille servizi per i telegiornali; per dieci anni conduce le varie edizioni del Tg2 e, dal 1998 “La vita in diretta”, in onda tutti i pomeriggi su Rai Uno. È autore di “Ma il cielo è sempre più blu” (Editori riuniti, 2006) sulla rivolta dei giovani di Locri contro la ‘ndrangheta.





LUIGI MALERBA


Tutti i sogni sono sempre un po’ misteriosi e questo è il loro bello,

ma certi sono misteriosissimi, cioè non si capisce niente,

sono come dei rebus. Mentre i rebus hanno una soluzione,

loro non ce l’hanno, puoi dargli cento significati diversi e

l’uno vale l’altro.

(Da “Il serpente”, 1963)





 

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