NEOREALISMO
“ROMA CITTÀ APERTA”,
IL CINEMA DIVENTA REALTÀ NUOVA
Movimento composito,
che abbraccia diverse esperienze espressive,
il neorealismo influenzò, con le sue istanze sociali,
differenti
campi artistici
Francesca Magini*
Nel 1945 l’Italia è un cumulo di macerie e la gente ha fame.
Ma è proprio a partire da questa fame e da queste macerie
che, con uno straordinario spirito di rivalsa, il Paese
cerca di risollevarsi. A
questo generalizzato fenomeno di rinascita non sono,
naturalmente, estranei molti intellettuali italiani i quali,
dopo il lungo letargo del Ventennio, hanno scoperto nella
lotta di liberazione e nel
conseguente contatto con le masse diseredate, un nuovo e
differente modo di porsi di fronte alla realtà.
Il termine
neorealismo, secondo quanto riferisce Luchino
Visconti, fu applicato per la prima volta al cinema dal
montatore Mario Serandei, proprio a proposito di un film del
regista milanese
“Ossessione” (1943).
Tale vocabolo si ricollegava, idealmente, ad una tendenza
della cinematografia italiana risalente già al 1913, che con
film quali “Sperduti nel buio” (1914), di Nino Martoglio e
“Assunta Spina” (1915),
di Gustavo Serena richiamava, palesemente, un verismo di
marca letteraria. Ed è proprio al verismo e alla lezione
della letteratura realista francese del 1800, Balzac e Zola,
che la critica guarda alla
ricerca degli antecedenti storici del neorealismo.
A queste lontane fonti si può quindi aggiungere l’influenza
del cinema francese degli anni trenta (J. Renoir, M. Carnè,
J. Duvivier), o di film come il già citato “Ossessione”, “I
bambini ci guardano”
(Vittorio De Sica – 1943) o “Uomini sul fondo” (Francesco De
Robertis – 1941), pellicole che gettano uno sguardo più
crudo e anticonformista sulla realtà. Aquesto quadro di
riferimento, comunque
schematico, è infine tutt’altro che estraneo l’apporto
critico di riviste come “Cinema” e “Bianco e Nero”, per cui
scrissero futuri registi quali Giuseppe De Santis, Antonio
Pietrangeli e Carlo Lizzani, che
sollecitavano una spinta realista nel cinema nostrano.
Movimento composito che abbraccia diverse esperienze
espressive, il neorealismo influenzò con le sue istanze
sociali, svincolate da ogni forma di calligrafismo e di
artificio, diversi campi artistici. Si
parla così, accanto ad un più noto neorealismo
cinematografico, di un neorealismo pittorico e letterario.
Nello specifico, se il neorealismo cinematografico ha finito
per identificarsi nell’immaginario
collettivo con il neorealismo tout court, ciò è dovuto,
principalmente, alla sua carica diffusiva e alla sua
capacità di essere, più facilmente, fruibile da parte di un
vasto pubblico.
La scarsità di mezzi e l’indisponibilità di teatri di posa,
dopo il 1944, determinò inoltre l’obbligo di girare nelle
strade, di ambientare i lungometraggi nei luoghi autentici:
ciò divenne una sorta di cifra
stilistica del neorealismo, che riuscì ad ottenere
un’incredibile carica di verità da queste apparenti
limitazioni.
Rifiutando il cinema fascista dei telefoni bianchi e della
commedia rosa di intrattenimento, in parte diretta
conseguenza della letteratura languida del romanticismo
della seconda metà dell’ottocento,
il neorealismo recupera i fermenti di giustizia sociale che
pervadevano la nazione, gettando, al contempo, un più libero
sguardo sui disastri, le sofferenze, i problemi irrisolti
che il fascismo e la fine del
conflitto avevano lasciato in eredità. Meglio ancora che
scuola, movimento o tendenza, come qualcuno ha preferito
dire, il neorealismo può essere definito come un nuovo,
rivoluzionario sguardo sul
mondo.
In questa stagione di passaggio, caratterizzata dall’impulso
irrefrenabile a rivelare l’Italia agli italiani, senza più
l’ausilio di maschere, ipocrisie o tabù, il neorealismo
s’incunea come esperienza
principe di un diverso e più autonomo sguardo sulla realtà e
sulla storia.
Si individua qui il cosiddetto fenomeno della “seconda
vista” che porta a scorgere, al di là della realtà
apparente, la sostanza vera, autentica delle cose. Il cinema
torna allora alle origini, si fa
“primitivo”, ritrova nell’improvvisazione, nel caso, nella
costruzione quotidiana della sceneggiatura, nella
recitazione non professionale, in una certa ruvidezza
dell’immagine e del montaggio, la sua
essenza. Il linguaggio si fa semplice ed elementare. Il
rapporto tra regista, macchina da presa e spettatore cambia:
si comincia a credere che il punto di vista della cinepresa
non debba più coincidere
con quello dell’autore, ma possa invece riflettere punti di
vista plurimi e coincidenti con i molteplici sguardi della
gente.
Avviene cosi un avvicinamento tra il pubblico e l’opera, sia
per quanto concerne la forma, sia per quanto riguarda i
contenuti. Come notò Cesare Zavattini, indubbiamente il più
importante
sceneggiatore e teorico del neorealismo, “l’artista e l’uomo
apparivano così uniti, che non si sa bene dove cominciava
l’uno e dove finiva l’altro; più che il come, prima colpiva
la cosa da raccontare, e
se questo movimento postulava l’uomo prima dell’artista,
l’artista era felice di venire dopo l’uomo”.
La lingua stessa muta; non più quella pomposa, “romana” e
dannunziana dei discorsi mussoliniani, ma quella frammentata
e istintiva dei dialetti.
Il neorealismo scopre la dimensione quotidiana del vivere e
lo spazio pubblico in cui si svolgono drammi, che tutti
possono riconoscere; scopre che non esiste più uno sguardo
privilegiato che impone
una lettura precostituita della realtà, scopre l’esistenza
di personaggi che si muovono con naturalezza in uno spazio
scenico, tanto da fondersi con esso.
A questo proposito è forse utile riportare una dichiarazione
di Roberto Rossellini, in merito al suo modo di procedere
nella creazione dello spazio scenico: “D’abitudine –
scriveva il regista romano –
nel cinema tradizionale si “taglia” una scena in questo
modo: piano totale, si precisa l’ambiente, si scopre un
individuo, ci si avvicina ad esso, piano medio, piano
americano, primo piano, e si comincia
a raccontare la sua storia. Io procedo nella maniera
esattamente opposta: un uomo si sposta e grazie al suo
spostamento si scopre l’ambiente in cui si trova. Comincio
sempre con un primo piano,
poi il movimento di macchina, che accompagna l’attore,
scopre l’ambiente”. Un’estetica del “pedinamento del vicino
di casa” introduce così lo svelamento di un universo di
gesti e di storie piccole. In
questo modo, quando la storia è ancora cronaca, il
neorealismo ha il coraggio di prendere la cronaca e di
elevarla a storia.
“Roma città aperta” (1945) di Roberto Rossellini è il film
che segna l’inizio della nuova epoca. Realizzato con mezzi
di fortuna, la pellicola prende spunto da fatti di cronaca
relativi al periodo in cui,
caduto il fascismo, Roma, in attesa dell’arrivo delle truppe
americane, fu teatro dello scontro tra le forze della
resistenza e la rabbiosa determinazione dell’esercito
tedesco.
Alcune scene del film diventarono immediatamente celebri:
quella di Pina, la popolana interpretata da Anna Magnani,
che viene falciata dai colpi di mitra dei soldati tedeschi
che, nel corso di un
rastrellamento, hanno prelevato il suo uomo, Francesco,
sospettato di essere responsabile di un attentato; quella
delle torture subite da Manfredi, l’intellettuale comunista
interpretato da Marcello
Pagliero; o quella della fucilazione di don Pietro (Aldo
Fabrizi).
Se il film di Rossellini presenta ancora aspetti
tradizionali – è interpretato da attori di grande esperienza
e popolarità come Anna Magnani e Aldo Fabrizi e fa ricorso a
metodi di enfatizzazione
drammatica degli episodi – tuttavia esso costituisce un
preciso segnale circa la direzione in cui si dovrà muovere
il nuovo cinema: trarre ispirazione dalla realtà quotidiana,
dare la priorità assoluta
alla cronaca e alla forza delle reazioni morali, di fronte
alla disumanità di una tragedia che non ha risparmiato
nessuno.
La forza d’impatto di “Roma città aperta” trovò subito dopo
conferma in “Paisà” (1946) e “Germania anno zero” (1948),
con i quali Rossellini completava una sorta di trilogia
della guerra, in “Sciuscià”
(1946) e “Ladri di biciclette” (1948) di Vittorio De Sica e
in “La terra trema” (1948) di Luchino Visconti. Data la non
omogeneità, culturale, ideologica e politica, dei registi,
che si sono appropriati dello
sguardo neorealista, risulta chiaro che tutte le componenti
del movimento, fin qui delineate, presentano, in ciascun
autore, caratteristiche originali.
La provenienza dei vari registi è a ben vedere la più
disparata: Rossellini aveva girato film di propaganda nel
periodo anteriore al 1943 (“La nave bianca”, 1941 – “Un
pilota ritorna”, 1942); De Sica,
con al fianco l’inseparabile Zavattini, aveva alle spalle
una notevole esperienza attoriale e alcune regie; Visconti,
infine, possedeva una vasta conoscenza letteraria, teatrale
e delle arti figurative.
Tuttavia, nonostante le peculiarità proprie di ognuno, è
possibile individuare, almeno in una prima fase
dell’esperienza neorealista, una certa unitarietà di fondo
sia a livello linguistico, sia a livello
tematico.
Distinguiamo, in effetti, una prima fase, (1945 – 1948), più
unitaria, in cui si assiste ad un’intensa collaborazione tra
artisti, registi e politici, ed una seconda fase, (1949 –
1956), in cui il quadro si
irrigidisce e i rapporti di collaborazione e di osmosi
tendono a tramutarsi in direzione dei poli culturali sui
registi. A questo mutamento non è estraneo il cambiamento
dell’assetto politico che vede
l’affermarsi come partito di governo della Democrazia
cristiana col conseguente definitivo ingresso dell’Italia
nell’orbita del blocco occidentale.
A partire dal 1948, l’anno de “La terra trema” di Visconti, a
quasi più nessuno sarà concesso di realizzare, liberamente e
con coerenza, i soggetti desiderati.
Privo di un alveo ideologico definito in cui scorrere, il
neorealismo, da questa data, finisce per risentire in
maniera oppressiva delle accuse che gli vengono mosse tanto
da destra, quanto da sinistra.
Parte della sinistra, che si riconosce nell’estetica del
realismo socialista, rinfaccia al neorealismo di limitarsi
alla denuncia, senza avere il coraggio di passare alla fase
critica, mentre parte del mondo
cattolico gli rimprovera l’ardire di gettare uno sguardo
disincantato e indiscreto sulle piaghe della nazione.
Ai denigratori, che pescano un po’ qua e un po’ là, nei due
schieramenti, si oppongono le forze più progressiste e
liberali che riconoscono al neorealismo il merito di aver
introdotto nella narrativa
cinematografica una vena autenticamente popolare, in grado
di dar voce agli interessi dell’opinione pubblica e ai
problemi di giustizia sociale.
Sotto il prevalere delle varie spinte critiche e a seguito
anche dei mutati equilibri politici e culturali, la grande
stagione di anarchia e di emancipazione espressiva, che va
sotto il nome di neorealismo,
imbocca lentamente, ma inesorabilmente, la strada
dell’omologazione ai canoni culturali del nuovo sistema.
*Dice di sé.
Francesca Magini è nata a Napoli ventinove anni fa.
Innamorata del teatro, ha presto abbandonato la terra natia
per trasferirsi a Roma dove si è laureata al Dams.
Improvvisamente travolta dalla
passione per il giornalismo, è approdata prima a Radio Rai e
poi a Repubblica Tv, il canale televisivo dell’omonimo
quotidiano. Collabora con La7 e il Corriere della sera.
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LUCREZIO
Onde
il più delle volte in sogno appare o cosa a
cui per obbligo
s’attende o che gran
tempo esercitossi innanzi o
che molto ci appaga.
(Da
“De rerum
natura ,
I sec. a.C.)
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ANATOLE FRANCE
Era uno di
quegli uomini che pretendono di rinchiudere
l’universo in un armadio. Questo
è il sogno di ogni collezionista.
E siccome questo sogno è
irrealizzabile, i veri collezionisti,
come gli amanti, anche nella
felicità vengono colti da tristezza
infinita. Sanno che non potranno
mai chiudere a chiave la terra
intera, mettendola in una
vetrina.
Da qui viene la loro profonda
malinconia.
(Da “La
carezza del bibliofilo”,
“Il manifesto”
11/08/2008 )
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