LETTURE

NICOLA CHIAROMONTE,
INTELLETTUALE NON ALLINEATO


Per concessione della moglie Miriam, pubblichiamo le lettere inedite
dal grande letterato ad Albert Camus e Ignazio Silone


 

Matteo Lo Presti*



Aveva novantacinque anni Miriam Chiaromonte e una vitalità da ragazzina. Un brutto incidente casalingo l’ha costretta a trascorrere gli ultimi giorni della sua vita in ospedale, dove è spirata nella prima settimana di giugno. Una perdita per la cultura italiana e per tutti quelli che hanno avuto l’onore e la fortuna di conoscerla e di avere la possibilità di frequentare casa sua nei pressi della via Salaria.

Moglie dai tempi delle seconda guerra mondiale di Nicola Chiaromonte, uno dei maggiori e dei più trascurati (dimenticati?) intellettuali, che il nostro Paese abbia avuto negli ultimi cinquant’anni, Miriam aveva continuato un’intensa attività di diffusione e di pubblicazione delle opere del marito. Con molte cautele e con molto rigore, aveva accettato di fornire alla nostra rivista materiale inedito, soprattutto epistolare, che qui di seguito pubblichiamo, dispiaciuta perché ormai tutte le carte di Chiaromonte siano da leggere presso l’università americana di Yale.

Chiaromonte aveva vissuto in America, dopo essere stato eroico combattente nella squadriglia d’aviazione di André Malraux, durante gli ultimi anni della guerra civile in Spagna, e dopo essere stato esule in Algeria e Marocco. Rimase in America, a New York, fino al 1949 e in quegli anni incontrò Miriam, con la quale dopo tre anni trascorsi a Parigi, ritornò in Italia nel 1953. In sodalizio con Ignazio Silone fondò e diresse la rivista “Tempo presente” e fu critico teatrale prima del “Mondo” e poi dell’“Espresso” dal ‘68 fino al ‘72, anno della sua morte. Della sua vita privata poco si è sempre saputo.

Nei primi giorni di giugno, in ricordo di Miriam, è stato scritto sul quotidiano “La Repubblica” un dettagliato, preciso e appassionato articolo da parte di Alexander Stille, che la casa di Chiaromonte, a Roma, frequentò in anni lontani. L’affresco disegnato da Stille mostra quanto rigore e quanta discrezione ci fossero dietro un lavoro di preoccupata attenzione per le mostruose deformazioni che la cultura italiana andava assorbendo, senza che la moltitudine degli intellettuali si accorgesse della distanza abissale che si stava creando rispetto alle riflessioni intorno ad una più moderna società liberale.

Chiaromonte fu solitario accusatore di ogni dogmatismo, di ogni rigidità ideologica (per esempio scrisse, invano, parole chiare e precise per delimitare le abilità creative di Bertolt Brecht, a suo giudizio troppo esaltato da acritici giudizi impregnati di ideologismi), certamente laico, ma con un gran senso della tragicità del cercare religioso e con indicazioni chiare per definire i limiti della sua umanità libertaria e tollerante. Miriam Chiaromonte aveva promesso di fornirci anche le risposte degli amici ai quali il marito Nicola aveva indirizzato le missive che qui pubblichiamo. E noi dell’”Attimo Fuggente” speriamo, nei prossimi numeri, di completare questi importanti inediti. Alcune lettere sono indirizzate ad Albert Camus, altre ad Ignazio Silone. Giudicheranno i lettori della cristallina capacità di Chiaromonte di analizzare situazioni storiche, progetti politici e intrecci culturali. Mentre speriamo che la memoria di Miriam, il suo ricordo, la sua generosità, contribuiscano a preservare dall’oblio anche gli scritti importanti, originali e solitari del suo amato Nicola.


Nicola Chiaromonte ad Ignazio Silone

Parigi, 20 ottobre 1935

Caro Silone

mi pare che l’abbia saputo e ad ogni modo diciamolo ufficialmente, Luciano e il sottoscritto sono la stessa persona.

Rosselli mi ha passato la tua lettera da vari giorni. Se non ho risposto prima – e se, da quando ci vediamo a Zurigo, non ho mai scritto, gli è che i tempi sono brutti per la gente raminga. Voglio dire che ogni sforzo di iniziativa, e semplicemente ogni gusto di contatto libero con la gente lontana son stroncati dal perso alquanto orrendo delle preoccupazioni del giorno: lavori mercenari, come pagare l’albergo, che cosa succederà domani, ecc. Siccome non hai avuto la vita facile, mi capirai. E poi c’è la solitudine, che diventa a volte una melma in cui si affonda.

Proprio per questo, sentire la tua voce che rispondeva ad un mio scritto mi ha fatto un gran piacere. Gli articoli che faccio per G.L. li faccio così “a fondo perduto” che riceverne eco è addirittura una sorpresa. “L’elaborazione più vasta e coerente”, caro Silone, è quella che ho inseguito con una certa tenacia sia quando ero in Italia (e non potevo sperare pubblicità), sia in quest’anno di esilio.

Una casa editrice francese parrebbe disposta a pubblicare un mio libro sul fascismo (il fascismo, ad ogni modo, non sarebbe che il punto di partenza). Ma non c’è ancora niente di fatto.

A ogni modo, tutti i miei scritti sono a tua disposizione – e ti sono riconoscente dell’offerta. La conferenza consta di una trentina di pagine. Ma, riscrivendola e traducendola (è scritta in francese) prenderebbe, naturalmente, proporzioni un po’ maggiori. Non so se hai il Quaderno 12 di G.L.L.: lì, col titolo “La morte si chiama fascismo”, c’è un mio saggio di quaranta pagine fitte. Anche questo, per una pubblicazione, andrebbe rimaneggiato. C’è un numero di articoli su temi di attualità – di cui qualcuno entrerebbe organicamente nella serie. Ma intanto, in questo momento,sono assolutamente soffocato da persone, bisogni e preoccupazioni. Verso la fine dell’anno avrò, forse, un po’ di respiro.

Per fare una cosa organica, e non una semplice “raccolta” (è una forma che detesto), un paio di mesi mi sarebbero strettamente indispensabili. Per cose brevi, saggi, opuscoli, la conferenza in questione, naturalmente, diventa più facile. Su de Bosis, scriverei volentieri un saggio, sebbene alcune delle sue cose più importanti e significative (lettere, abbozzi) siano inedite e segrete. Ne ho avuto cenni in Italia. Su di lui, come esempio d’eroe, ebbene, non saprei esaltarlo senza seguirlo. Ma una semplice e umile biografia, si può fare, e non sarebbe senza efficacia.

Quanto al tuo invito affettuoso, te ne ringrazio affettuosamente. L’accetterei molto semplicemente, come mi è fatto – se non fosse lo scrupolo che, in questo momento, mi vieta di fare un semplice viaggetto di piacere. Ma se tu pensi che possa essere utile a qualcosa, per i primi di novembre potrei venire un paio di giorni. Al quale proposito, cedendo a insistenze, ti accenno, genericamente, una questione cui ti pregherei di dare una risposta di massima. Procedo per perifrasi, data la necessità di “cantar messa”, e data la nota condizione perché tale rituale abbia luogo, pensi possibile, opportuno, conveniente, utile fare sondaggi dalle tue parti? Eventualmente, se ci vediamo, potremo parlarne. Ma un “si” o un “no” preliminare servirebbero di orientamento.

Aspetto, secondo promessa, e in ogni caso, il manoscritto del tuo nuovo romanzo. Spero che tu non ti terrai al “contrappasso”, per quanto riguarda la frequenza epistolare. E ti ringrazio ancora una volta, affettuosamente e amichevolmente, della tua lettera.


Cordialmente
Nicola Chiaromonte


* * *

Parigi 27 ottobre 1935

Caro Silone,

ho ricevuto lettera e manoscritto. E ho già, quasi, terminato la lettura. Se permetti ti manderò delle note appena finito. Qui ti dirò una cosa in generale: col senso che hai della realtà, e, direi, dell’universo dei “cafoni”, potresti scrivere un nuovo “Malavoglia”. Ti nuoce una “maniera” che rischia di soffocare la vivacità della materia (maniera è una parola: si tratta, evidentemente, di un risentimento, passione, o affezione che dir si voglia, la cosa “vista così”, una volta, e che rimane, o tende a rimanere fissa in quella forma). Ti nuoce anche una certa fretta, ed è peccato, perché si tratta più che altro di “sbavature”.

Ho nominato i “Malavoglia”: naturalmente, non c’entra quasi nulla, tranne l’antica verità comune al popolo italiano abbandonato a se stesso. I “cafoni” sono, infinitamente, più disgraziati perché sono “inverosimili”. Il loro grottesco è ben più irrimediabile, e in ben altro senso che la “pena” dei pescatori siciliani. Eppure, proprio da lì può scaturire un senso della giustizia “in carne e ossa” che è il solo che gli italiani possano capire, e del quale il socialismo, come è stato inteso da noi, specialmente, non è che la spinta iniziale, ma, a confronto, con la realtà, risulta una rete dalle maglie troppo grosse, da cui i pesci scappano – se non addirittura il solito canestro per prender l’acqua. E, se non sbaglio, è proprio una certa ottica socialista quella che talvolta ti tradisce, nel senso che ti fa cadere nell’approssimativo.

Mi par di capire (sono a p. 100) che questa è, pressappoco, la crisi di Don Paolo Spada. Beh, noialtri italiani non abbiamo da avere nessun timore di veder tutto sfasciarsi se la “dittatura del proletariato” ci si è rivelata, cosa non solo odiosa, ma risibile: da noi, il socialismo è cominciato intorno al XII sec., con Gioacchino da Fiore, e le cose son rimaste pressappoco lì. Lasciamo andare queste divagazioni: se mai, le riprenderò a lettura finita. Mandami appena puoi la fine.

Dunque, passando ad altro: la biografia di De Bosis, sarei disposto a farla, e a mettermi subito al lavoro. Vorrei soltanto sapere con una certa sicurezza che sarà pubblicata e, pressappoco, quanto sarebbe compensata. Come traduttrice Anny Pohl è ottima: ha già fatto vari lavori di traduzione in Italia, ed ha un vero talento; potrebbe, dunque, tradurre il mio pezzo – ma, eventualmente, anche altre cose (sebbene ora non può affaticarsi troppo).

Sulla questione liturgica, così come l’hai intesa tu, siamo d’accordo non una, ma dieci volte. Ma non si trattava, precisamente, di quello. Si trattava, per essere chiari, di sapere se ci sono delle persone disposte ad aiutare, materialmente, delle “opere buone”. Ma se ci vediamo, ne parleremo a voce: io sono alquanto freddo per simili iniziative – ma siccome mi accusano di scetticismo negatore, ecco, faccio l’ambasciata.

Quanto allo Scarpa, è capo dell’ufficio II del Ministero degli esteri. Si dice rivoluzionario anche in Italia e, credo, con più calore del solito il 27 del mese. Può anche arrivare a dire “noialtri rivoluzionari”. Un mio amico che lo conosce da vicino dice che è un bravo ragazzo. Con questo, non è escluso affatto che abbia delle strette amicizie in polizia. Questi bravi ragazzi sono amici di tutti: amiconi, anzi. Ma se, per esempio, mostrasse desiderio di avvicinarti, oserei consigliarti di non rifiutare: può essere interessante da un punto di vista documentario, e può anche essere un’anima sperduta, come ce ne sono tante, e allora un discorso fatto sul serio, potrebbe toccarlo. Io, personalmente, so che a Roma, i giornalisti stranieri lo considerano con diffidenza. Di origine, è sindacalista anarcoide. È stato vari anni console in India, pare con brillanti risultati e conoscenza delle cose.

Del progetto di “Capolago”, credo sia Ferrero il promotore. Ne avevo sentito parlare anch’io in questi giorni.

A presto, cordialmente

Tuo

Nicola Chiaromonte

PS. Ti spedisco domani o dopodomani la conferenza e un certo numero di articoli.

* * *

Nicola Chiaromonte ad Albert Camus1

New York, 15 ottobre 1945

Caro Camus,

La vostra lettera mi ha profondamente commosso. Prima di tutto voglio esprimere – come dire? – una tenerezza profonda, i miei auguri e quelli di Miriam per queste due creature nate in casa vostra. Si ha un bel parlare di “futuro” e di tutto il turbamento esistenziale, ma è davanti a degli esseri che non sono altro che avvenire, che ci si sente veramente sconvolti dalla cosa “futuro”. Così non posso dire altro al vostro annuncio, e non che sono veramente commosso.

Con Miriam abbiamo pensato subito, che forse, non sarebbe inutile mandare a Francine delle cose così prosaiche come pannolini, mutandine di caucciù, sapone, golfini ecc. e anche un piccolo simbolo d’amicizia a Francine, da parte di Miriam (a proposito avete mai ricevuto i regalini che vi avevo mandato qualche tempo fa?).

Molte grazie della vostra offerta di collaborazione, ma ecco: ho pubblicato soltanto degli articoli e dei saggi su qualche rivista. Ho dovuto imparare a scrivere in inglese (sono arrivato al mio terzo cambiamento di lingua). Inoltre all’inizio ho dovuto infilarmi in una brutta situazione per guadagnarmi la vita, d’altra parte l’America mi aveva del tutto squilibrato, demoralizzato, ridotto in briciole. Niente di quello che pensavo – o semplicemente di quello che ero – sembrava valido o almeno reale.

Ne sono venuto fuori. Con una certa rivolta interiore (nella quale il costante pensiero dell’Europa è stato uno dei miei sostegni e l’altro, anche quello molto vivo, era Miriam e la sua amicizia di vera compagna) e adesso credo di essere entrato in un periodo d’accanito lavoro. Vi manderò, soprattutto per avere il vostro amichevole parere, un lungo saggio che conto di pubblicare qui.

Ignoro se ciò che scrivo può meritare l’onore di essere ammesso nella vostra collezione. Ma ciò che m’interessa è soprattutto stabilire un legame con voi, cioè farvi vedere cosa penso – e mi lusingo di potere aggiungere – cosa sono.

D’altronde ho delle cose scritte in francese, quando stavo a Parigi – che non valgono molto ne sono certo, ma che forse testimoniano di quello che aveva sentito in Francia uno “straniero” innamorato della Francia più di quanto possa dire.

Allora, caro Camus, può darsi, che voi sarete scocciato, da quest’orribile cosa, dai manoscritti. Quello che scrivo in inglese non oso tradurlo, perché non ho fiducia nei brandelli di francese che mi sono rimasti nella memoria.

Ma mi sembra di ricordare che voi conoscete benissimo l’inglese (o mi sbaglio?). Comunque tutto ciò non ha molta importanza – d’altra parte farò del mio meglio per informarvi di ciò che si pubblica in America, che potrebbe figurare nella vostra collezione “Promèthèe”. Qui, come vi avrà detto Sartre, per ciò che riguarda la filosofia (non tanto in senso tecnico – anche in questo – ma soprattutto nel senso della speculazione disinteressata) è tutto pesante e opaco.

Però ci sono degli specialisti seri. Mi domando se il libro di Ruth Benedict “Patterns of culture”, che è una specie di riassunto molto umanista dei risultati dell’antropologia moderna, potrebbe interessarvi.

Qui è considerato un ottimo libro dal grande pubblico (ma non nel senso volgare).

D’altra parte c’è Charles Mead – un filosofo di secondo ordine, ma molto americano, molto tipico di quel massimo sforzo che un bravo americano può fare per capire le cose. Ma pensandoci bene, in Francia non potrebbe essere considerato molto interessante, penso. Ma riflettendoci credo che tutto questo non risponde alla vostra domanda. Più contemporaneo c’è un poeta e prosatore di New York, Paul Goodman non privo d’interesse.

Il suo libro “The Facts of Life” (racconti molto “sophisticated”) contiene delle cose non stupide.Ma forse bisognerebbe considerarlo possibile candidato per la pubblicazione di uno dei suoi racconti in una rivista, più che per la pubblicazione di un intero volume (dopo di tutto non è mica tanto originale).

Ci sono poi degli altri scrittori del filone “ personalista”, che sono terribili confusionari: c’è poco da cavarne. D’altra parte c’è Meyer Schapiro (279 West 4th Street, New York) che Sartre ha incontrato qui. Essenzialmente è un dotto, storico dell’arte, ma con complicazioni e complessità.

Potrebbe darvi ottimi consigli, ma bisognerà spiegargli dettagliatamente gli scopi della collezione – altrimenti a sua volta vi porrà dei mucchi di domande. In ogni caso state tranquillo che avrò cura di informarvi al meglio intorno a quello che si pubblica qui.

In generale vi devo confessare, caro Camus, che ero terrorizzato, leggendo le riviste francesi di vedere a che punto parlando dell’America e dei suoi valori letterari ed artistici, si prendono lucciole per lanterne. Per esempio nessuno qui prende sul serio un tipo come Damon Runyon, che è un volgarissimo giornalista che scrive in modo molto flaccido in una flaccida lingua (che non ha niente a che fare con l’“argot” o lo “slang”, è semplicemente pesante, volgare, falsamente popolare).

Ci vogliono degli europei “raffinati” per commettere questi errori di giudizio. Questo è un esempio. Potrei darvene degli altri. Ed eccomi al punto dove volevo arrivare. Vi parlo molto seriamente, caro Camus: fate tutto quello che potete per venire qua qualche mese. Bisogna assolutamente che degli europei come voi conoscano l’America. Per sapere ciò che l’Europa può essere – e ciò che è inutile che essa provi ad essere – bisogna sapere ciò che è l’America. È sciocco e “pericoloso”fissarsi a delle idee anni 1920-1930.

Non vi parlo di civilizzazione meccanica, vi parlo del modo di essere dell’America. Bisogna penetrarla a forza d’attenzione – pone al mondo intero, all’uomo d’oggi un dilemma fondamentale. Il più piccolo grado di dilettantismo a questo riguardo può essere mortale, ma è anche vero che se ne fanno di cose mortali, non c’è che da scegliere…. Mortale, aggiungo immediatamente dal punto di vista della coscienza – perché evidentemente, per quanto riguarda la morte fisica della civiltà, può darsi benissimo che sia “scritto”. Questa lettera è diventata terribilmente lunga, mi vergogno, vi domando scusa. Se venite qui siamo parecchi che vi accoglieremo come un fratello.

E poi si potrebbe parlare un po’ non di questo o di quello, ma di ciò che a me e a qualche altra persona sta a cuore, di ciò che vorremmo gridare all’Europa (non all’Europa “ politica, ma a quella degli uomini) di ciò che vorremmo provare sull’unico piano che è proprio il nostro: quello della coscienza. Forse fra America ed Europa (e l’Europa per il momento sul piano delle idee è soltanto la Francia, perché per esempio in Italia c’è solo confusione e vecchiumi) si potrebbe organizzare qualcosa di meglio di più solido e sensato che “scambi culturali”.

Forse… non sarà stupido fare dei discorsi che implicano oggi in “questo” mondo una speranza. Forse. Ma per quanto si sia malconci, non si può lasciare perdere, non si può non credere a ciò che la nostra vita ha insegnato a ciascuno di noi. A nessun prezzo si può tradire o squagliarsela.

Se vi parlo con tanta confusa indiscrezione, caro Camus, è perché ho per voi un gran rispetto, una grand’ammirazione, un sentimento di fratellanza che non potrei esprimere tacendo o parlando d’altre cose. La lettura dello “Straniero” è stata l’unica vera emozione da me provata leggendo un contemporaneo da molti anni. E nel “Mito di Sisifo” più ancora della forma così sostenuta e della profonda serietà della questione dibattuta, ho ammirato soprattutto il carattere che vi si manifesta.

Ma questo libro è filosofia e mi sembra che il solo omaggio degno di un pensiero serio come il vostro sia di discuterla. Se verrete in America ne discuteremo. Ho l’intenzione di venire in Europa l’estate prossima, ma prevedo molte difficoltà (i visti mio caro…).

Sono felice di poter seguire la vostra battaglia in “Combat”. Fino a che voi avete parlato questa Francia e anche questa Europa martirizzata, pestata, avvilita, distrutta ha avuto una voce. La vostra uscita mi riempie di angoscia: possibile che ci sia qualcosa da fare, mi dico; se Camus ha sentito che non poteva continuare. Scusate vi prego queste effusioni sentimentali.

Non ho potuto impedirmi di lasciare parlare il mio cuore, che si è formato in Italia. Meglio interrompermi perché ho proprio abusato della vostra… ospitalità.

Grazie della vostra cordiale offerta di mandarmi dei libri. Certo mi piacerebbe ricevere da voi un esemplare dell’ “Etranger” e anche degli altri libri vostri che non ho potuto procurarmi. Mi piacerebbe anche avere l’“Etre et le Néant” (ma temo di essere indiscreto, mi si dice che è un’opera molto rara ). Per il resto posso pregarvi, mio caro, di decidere voi stesso quali libri della NRF valgono la pena di essere conosciuti.

Da parte mia prometto che proverò a scrivere delle schede (per “New Republic” e altre riviste) di tutti i libri al quale il pubblico americano è suscettibile di interessarsi.

E ora arrivederci, caro Camus, vi prendo in parola e aspetto una lettera appena sarà possibile. Miriam desidera pregare Francine di domandare senza imbarazzo qualsiasi cosa che lei sarà felice di spedirle. È molto più facile confezionare dei pacchi se si sa con precisione cosa spedire.

Con Miriam mando a tutti e quattro la mia fedele amicizia

Vostro

Nicola Chiaromonte


* * *



New York 22 dicembre 1945

Caro Camus

bisogna che vi spieghi un po’ meglio perché vi ho fatto il nome di Andrea Caffi:

Intanto ho pensato che una corrispondenza privata fra questo amico e me potrebbe interessarvi (la sua ammirazione per voi è molto grande);

Poi bisogna presentarvi Caffi con qualche dettaglio: nato in Russia da genitori italiani dopo avere partecipato alla Rivoluzione del 1905 (imprigionato ecc.) Caffi che ora ha 57 anni ha studiato in Germania con Simmel e Husserl, poi in Francia e in Italia é andato di nuovo in Russia nel 1920 e fu messo in prigione dai bolscevichi. Da lì in Italia da dove ha dovuto fuggire per venire in Francia nel 1926. Se fra i nostri amici c’è un europeo è proprio lui;

Le sue idee sulla libertà e la giustizia non hanno niente di convenzionale;

Ha essenzialmente la formazione di uno storico. Ma le sue opinioni sulla storia non hanno niente di professorale o di panglossiano;

Soprattutto, prima di tutto è uomo di gran finezza di una delicatezza morale quasi intransigente;

Per tutte queste ragioni mi sono permesso di suggerirvi il suo nome come quello di un uomo che si può certo aggiungere al piccolo numero di cui parlate. Penso solo ad uno scambio “privato” d’opinioni fra voi e lui e mi scuso di un passo che per quanto amichevole resta un po’ indiscreto, ma il fatto è che Caffi è molto timido e non vedrebbe nessuna ragione valida per importunarvi. Penso che vi dovevo queste spiegazioni.

Arrivederci caro Camus, con amicizia vostro Chiaromonte.

P.S. Caffi è anche l’autore degli articoli firmati “European” pubblicati in una rivista americana che dovrebbe arrivare regolarmente al vostro indirizzo.



(1) Traduzione di Francesco Servettaz.



*Dice di sé.
Matteo Lo Presti nato a Spilimbergo (Pordenone) nel 1944: dal padre siciliano ha ereditato il gusto prepotente per la libertà e dalla madre friulana il sapore onesto per il rigore e la solidarietà umana. Cresciuto a Genova ha studiato al Liceo Colombo lo stesso frequentato da Fabrizio De Andrè ed Enzo Tortora. Laureato in filosofia, ha imparato da Pietro Nenni e Sandro Pertini cosa valgano nella vita giustizia e libertà. Giornalista da tanti anni: Cesare Lanza suo direttore al quotidiano “Il Lavoro” gli ha insegnato a non avere paura delle notizie e del potere.



 

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