COSTUME
FESTIVAL LIRICI TUTTI AL FEMMINILE,
OMAGGIO ALLA “MUSA BIZZARRA E ALTERA”
Anche le manifestazioni
minori svolgono una funzione utile:
ricordano che la lirica è un’espressione d’arte, dal vivo,
italianissima, che non merita di essere consegnata ai musei
Giuseppe Pennisi*
Un giro d’orizzonte
Non so se e quanto il color rosa si addice alla
politica. In questa primavera-estate è, tuttavia, la
tinta dominante dei maggiori festival musicali
dedicati a quella che in un libro
pubblicato nel 1984 dalla Cornell University Press,
il musicologo Herbert Lindenberger chiamò,
appropriatamente, “la musa bizzarra e altera”- la
lirica. Mi riferisco ai maggiori,
quelli di più prestigio e di migliore qualità: ogni
estate, l’Italia pullula di festival lirici, spesso
organizzati alla buona con compagnie improvvisate o
reclutate in paesi a basso costodell’Europa dell’est (ove non dell’Asia centrale)
con l’obiettivo di rallegrare qualche serata in
piazza dopo una giornata in spiaggia.
Nel 2007 i festival lirici estivi sono stati, in
totale, 35 – una cifra analoga si profila per
l’estate 2008. Pure i festival minori svolgono una
funzione utile: ricordare che la lirica è
un’espressione d’arte, dal vivo, italianissima, che
non merita di essere consegnata ai musei e che per
due secoli ebbe un forte contenuto popolare.
Limitiamo, però, l’attenzione ai cinque festival che
attraggono pubblico qualificato da tutto il mondo:
il Maggio musicale fiorentino, il Ravenna festival,
il Puccini festival, lo
Sferisterio opera festival e il Rossini opera
festival. Ce ne sono, senza dubbio, altri di rilievo
(ad esempio il festival di Valle d’Itria), ma non
tali da avere una risonanza
internazionale come i cinque indicati. Sono proprio
questi che hanno, nell’estate 2008, la donna come
tema dominante.
Il 26 aprile il Maggio musicale fiorentino è
iniziato all’insegna di “Donne contro”. Avrebbe
dovuto aprire con “Giovanna d’Arco al rogo” di
Arthur Honegger, ma le ristrettezze
finanziarie hanno indotto gli organizzatori ad
inaugurare con “Un sopravvissuto a Varsavia” di
Arnold Schönberg (voce recitante Charlotte Rampling)
ed a puntare, per fare
cassetta, su un nuovo allestimento della “Carmen” di
Georges Bizet. Ove la mangiatrice d’uomini di
Siviglia non fosse abbastanza “contro”, seguono a
ruota “Erodiade” di
Giovanni Testori, “Phaedra” di Hans Werner Henze ed
il gran finale (nell’ultima settimana di giugno) è
la serial killer Katerina Ismailova protagonista di
“Lady Macbeth del distretto
di Mtsensk” di Dmitrij Šostakovič. C’è un momento
di relax, tra tanto sangue. “La bella addormentata”
di Ciajkovskij.
Meno cruento, il “Ravenna festival” (13 giugno – 19
luglio) dedicato a donne “erranti, erotiche,
eretiche” (un titolo che il femminismo potrebbe
quasi considerare offensivo).
Naturalmente la verdiana “Traviata”, seguita da una
novità su Anita Garibaldi, un incontro-scontro tra
Norma e Medea, opere teatrali della monaca Rosvita
ed una sibilla
romagnola del Medioevo e via discorrendo sino ad una
serie di voci di donne nel mistero liturgico.
Alla “seduzione” (prevalentemente femminile) è
dedicato il Festival Sferisterio a Macerata e
dintorni, dal 25 luglio all’11 agosto. Ci sarà una
rarità come “Cleopatra” (di seduzione
se ne intendeva non poco) di Lauro Rossi
(compositore marchigiano di chiara fama
nell’ottocento) a guisa d’introduzione a seduttrici
di lungo corso, e ben note al pubblico, come
“Carmen” di Bizet e “Tosca” di Puccini. Non manca
all’appello una seduttrice verdiana: Odabella che
con le sue armi convince “Attila” (a cui è stata
intitolata l’opera) a non
marciare su Roma. C’è spazio per la seduzione
vagamente ambigua: la novità assoluta “The servant”
di Marco Tutino, dal film di Joseph Losey del 1963,
in cui s’intrecciano scambi
di coppia e situazioni omo-erotiche.
Al femminile naturalmente il Festival pucciniano (11
luglio – 27 agosto), imperniato su tre donne
“Turandot”, “Tosca” e “Madama Butterfly”, oltre che
su una vasta serie di
iniziative (tra cui l’inaugurazione del nuovo Grande
teatro e la messa in scena di una rarità come “Edgard”)
in occasione dei 150 anni dalla nascita del
compositore. Profumo di
donna infine pure a Pesaro (9 – 23 agosto); gli
spettacoli più attesi sono “Ermione” e “Maometto
II”, i cui protagonisti, nonostante i titoli, sono
due donne (Andromaca e Anna
Erisso) che sfidano la politica ed il fato.
Le sanguinarie del Maggio fiorentino
Il Maggio musicale fiorentino è nato per essere
dedicato alla riscoperta di musica rara o
dimenticata. Pur se inaugurato con uno spettacolo
multimediale per la regia di Peter
Greenway (su musica – come si è detto- di Schönberg),
il programma – tre opere, quattro balletti, due
spettacoli di prosa e 11 concerti – non contiene
nessuna riscoperta, tranne
la novità (per l’Italia) “Phaedra” di Henze, ma
nuovi allestimenti o riprese di lavori che hanno
avuto successo e su cui gli organizzatori (reduci di
una grave crisi finanziaria che ha
ridotto le attività della manifestazione per un paio
d’anni) possono puntare con buona probabilità di
vincere.
Nonostante la regia di Carlos Saura, l’impianto
scenografico ispirato al visivo di Gustave Doré e la
direzione musicale di Zubin Mehta, “Carmen” non è
stata l’asso nella manica su
cui si è puntato. La regia e le scene sono parse
datate (ricordavano l’edizione, sempre a cura di
Saura, presentata circa dieci anni fa a Spoleto), la
direzione di Mehta priva del
fuoco necessario, i cantanti-attori bravi, ma non
eccezionali.
Più interessanti le altre “donne contro” in
programma al Maggio. “Phaedra” dell’ottaduenne Hans
Werner Henze è un gioiello d’opera da camera per
gusti raffinati. Ha debuttato
in dicembre a Berlino, ma è già stata vista, o
prenotata, a Francoforte, Bruxelles, e Vienna
nell’allestimento originale della
Staatsoper-unter-den-Linden. A Firenze si mette in
scena una nuova produzione – appena due sere nel
minuscolo Teatro Goldoni. C’è da augurarsi che sia
ripresa tanto nella capitale della Toscana quanto in
altri teatri la prossima
stagione, poiché è espressione della seconda
giovinezza di un compositore che nella seconda metà
del novecento ha portato la dodecafonia al grande
pubblico.
Importante anche “La lady Macbeth del distretto di
Mtsensk” di Dmitrij Šostakovič, (di cui si è visto
un allestimento l’anno scorso alla Scala). La
protagonista commette tre omicidi
in quattro atti – suocero, marito e nuova amichetta
dell’amante, prima dell’inevitabile suicidio finale.
È un capolavoro assoluto su cui gravò l’anatema di
Stalin in persona. Viene
riproposto (soltanto per tre sere) un allestimento
che proprio a Firenze trionfò dieci anni fa ed
ottenne il “Premio Abbiati 1998” (l’oscar della
lirica). Naturalmente, la direzione
musicale ed i cantanti sono nuovi e la stessa regia
è stata ritoccata da Lev Dodin in persona. Eleganti,
ma non leggeri i due spettacoli di prosa: “Herodias”
di Giovanni Testori
ed “Il Dolore” di Margherite Duras. In equilibrio
fra tradizione ed innovazione il balletto (dalla
consueta “Bella Addormentata” di Ciajkovskij, ma in
una versione quasi
d’avanguardia, al balletto di Tokyo alle prese con
nuove coreografie di partiture occidentali).
Le eretiche erotiche di Ravenna
“La Traviata” viene annunciata in allestimento
particolarmente innovativo, firmato da Cristina
Mazzavillani Muti, sapientemente “illuminato” dal
light designer Vincent Longuemare,
e “spazializzato” dalle alchimie foniche di Luigi
Ceccarelli. La declinazione al femminile del tema
viene poi scandita in una serie di cinque ritratti,
appositamente commissionati dal
festival e affidati ad altrettante protagoniste del
teatro e della musica, soprattutto della nostra
terra, la Romagna. Ermanna Montanari, Elena Bucci,
Daniela Piccari, Luisa
Cottifogli, assieme alle “visioni” (un incontro da
sogno fra Norma e Medea) di Cristina Mazzavillani
Muti, daranno vita ad una serie di figure di donne
d’eccezione, da una monaca
“commediografa” dell’anno 1000, come Rosvita,
all’eroina dei due mondi Anita Garibaldi.
Seguono altre presenze, tra miti antichi e del
nostro tempo: da Salomé a Juliette Greco ed un
articolato omaggio al compositore italiano Giacinto
Scelsi. Il festival è, senza dubbio,
al femminile. È, però, tutto da vedere quanto tratti
di erranti, eretiche ed erotiche. Probabilmente,
specialmente d’eros, ce ne sarà molto meno di quanto
annunciato.
Le seduttrici dello Sferisterio
Vi ricordate il film “Sangue e Arena”? Nella prima
versione (1922), Nita Naldi e Lita Lee combattevano
tra di loro per portarsi Rodolfo Valentino ciascuna
sotto le proprie lenzuola.
Nella seconda (1941), Rita Hayworth e Linda Darnell
braccavano (sempre per motivi di letto) Tyrone Power.
Mutati i tempi, a Hollywood è stato progettato (ma
mai realizzato) un
più esplicito “Sesso e Arena”, con la vicenda
trasportata dalla Spagna degli anni 20 alla
libertina Spagna di oggidì.
L’idea è stata, inconsapevolmente, fatta propria dal
78enne Pier Luigi Pizzi, regista, scenografo,
pittore ed organizzatore di spettacoli: in primavera
ha iniziato nel cattolicissimo
Sodalizio dei Piceni di Roma un “road show” in varie
città italiane per presentare la terza edizione del
festival dell’Arena Sferisterio da lui diretto nella
super-perbenista Macerata.
Il tema primo Festival era “il viaggio iniziatico”.
Il secondo “il gioco del potere” (delle donne sugli
uomini). Il terzo appuntamento è all’insegna della
“seduzione”.
Nell’Arena Sferisterio e dintorni, dal 25 luglio
all’11 agosto, si vedrà ed ascolterà una rarità come
“Cleopatra” di Lauro Rossi. Seguono “Carmen” di
Georges Bizet (nella versione
tradizionale, ma con regia, scene e costumi di Dante
Ferretti e “Tosca” di Giacomo Puccini. La verdiana
Odabella – come si è accennato – convince, con la
seduzione, “Attila” (a cui
è stata intitolata l’opera) a deporre le armi ed ad
inginocchiarsi di fronte al Papa. Nella novità
assoluta “The servant” di Marco Tutino, dal film di
Joseph Losey del 1963, in cui si
intrecciano seduzioni ambigue. Già nel 2005, Tutino
aveva presentato, a Macerata, una prima mondiale “Le
bel indifferent” in cui Danilo Fernandez, attore di
origine uruguaiana,
stava in scena tutto nudo per l’intera durata
dell’atto unico, facendo anche la doccia ed
utilizzando i servizi igienici posti sul
palcoscenico.
La formula “Sesso e Arena” è redditizia. Quattro
anni fa l’associazione che gestisce lo Sferisterio
stava per chiudere bottega in quanto sommersa dai
debiti. L’anno scorso,
nell’arco di tre settimane, ci sono stati 25.000
spettatori paganti. Gli apporti di sponsor privati
(in varie categorie) è ora di un milione d’euro a
stagione. Il teatro delle Muse
d’Ancona e l’Orchestra marchigiana hanno concluso un
accordo con lo Sferisterio per scambi di produzione.
Non prendiamocela con i registi tedeschi e spagnoli
(nonché svedesi)
che attualizzano le trame delle opere liriche e
spogliano tutti e tutte. Ne copiamo lo stile. In
quel di Macerata.
Le “fragili” fanciulle pucciniane
I 150 anni dalla nascita di Puccini ed il festival
di Torre del Lago dovrebbero portare ad una
riconsiderazione dell’aggettivo “fragile” usualmente
appioppato alle “fanciulle”
rossiniane. “Manon Lescaut” – che questa stagione si
è vista in vari teatri – ne fa di cotte e di crude
(rubando gioielli ed argenteria tra un amante e
l’altro) prima di finire nel
deserto della Luisiana. “Tosca”, protagonista di uno
degli spettacoli del festival, ammazza a coltellate
il capo della polizia in quel di palazzo Farnese,
mentre la Regina di Napoli dà
un banchetto e Napoleone vince la battaglia di
Marengo.
“Madama Butterfly” fa, stoicamente, hara-kiri.
“Turandot”, invece, se la spassa a far decapitare i
propri innamorati. Giorgetta (de “Il tabarro”) fa
l’amore quasi di fronte al proprio
marito. “Suor Angelica” non ha paura di andare
all’inferno suicidandosi. E Minnie de “La fanciulla
del West”? Bara a poker: la posta è il suo uomo Dick
(ed evitare di andare a letto
con lo sceriffo Jack).
Quando tutti si accorgono che a ragione della
cattiveria del Fato e della malignità umana, Dick fa
l’onorata professione del ladro di cavalli e di oro
– scavato a dura fatica dai
minitori – e decidono, perciò, di impiccarlo sulla
pubblica piazza del villaggio, la “fragile
fanciulla” salta sul proprio destriero e con la
carabina spianata si riprende il giovanotto
(specificando che appartiene a lei, e a Dio)
impegnandosi ad andare a giuste nozze (i Dico non
erano di moda ai tempi della febbre dell’oro) e di
lasciare, per sempre, la California.
Sulla fragilità della rappresentazione del “genere
debole” nelle convenzioni operistiche, Catherine
Clément, allieva dell’Ecole normale superieure,
prediletta da Lévi-Strauss,
scrisse un saggio di 360 pagine (“L’Opéra ou la
défaite des femmes”, “L’opera o la disfatta delle
donne”). Lo pubblicò Gallimard nel 1979, epoca di
femminismo imperante ed
imperversante. Fu prontamente tradotto in italiano
per i tipi di Marsilio. Ne sono al centro non
soltanto le delicate fanciulle pucciniane, ma anche
le donne wagneriane,
considerate “forti per finta”. Negli Anni Ottanta, i
registi facevano a gara a mostrare ancora più debole
quello che Simone de Beauvoir chiamava “il secondo
sesso”. Un augurio:
dal nuovo Grande Teatro in riva al lago parta un
invito a ripensare le donne pucciniane in chiave di
“Donne contro”, per mutuare il lessico dal titolo
del Maggio musicale fiorentino
2008.
Le forti donne rossiniane
Tutt’altro che deboli o fragili anche le donne
rossiniane, specialmente le protagoniste del
Festival pescarese giunto alla 20° edizione. In “Ermione”
– è vero – l’eponima dà segni
di cedimento, poiché impazzisce dopo aver fatto
uccidere per gelosia il proprio fidanzato Pirro, ma
la sua deuteragonista, Andromaca, finge,
freddamente, di essere innamorata
del bellimbusto (per salvare la vita al figlio
Astianatte), ma è al centro del complotto, e del
relativo spargimento di sangue. Ancora più Anna
Erisso.
Abbindola addirittura Maometto II (con cui ha avuto
un lontano flirt, senza conoscerne l’identità, tempo
addietro), pur restando fedelissima al proprio
marito Calbo; in una
Siracusa tecnicamente sconfitta dai mussulmani
riesce, con il proprio sacrificio, a rivoltare le
sorti della battaglia. In confronto a lei, la Rosina
del “Barbiere di Siviglia” e l’Isabella
de “L’Italiana in Algeri” sono timide dilettanti.
*Dice di sé.
Giuseppe Pennisi è docente stabile d’economia alla
Scuola Superione della Pubblica Amministrazione.
Melomane da sempre collabora, in materia d’opera
lirica, al mensile “Musica”,
al settimanale “Il Domenicale”, al quotidiano
“Milano Finanza” ed ai quotidiani telematici
www.operaclick.com, www.ilvelino.it ,
www.loccidentale.it
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VICTOR HUGO
Se
fosse dato ai nostri occhi terreni di vedere
nella coscienza
altrui, si giudicherebbe
molto più sicuramente un uomo
da quel che sogna, che da
quel che pensa.
(Da
“I miserabili”,
1862)
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