PROVOCAZIONI
LUCIO DALLA
“IO? MAI STATO COMUNISTA”
Numerosi cantautori hanno
preso le distanze da quell’assunzione
di responsabilità civile e politica che ha caratterizzato
le loro trentennali carriere
Dario Salvatori*
Qualcuno li ha chiamati revisionisti, altri fingono
di non vedere o sentire, ma è un dato di fatto che
all’interno della musica leggera italiana, è in atto
una mutazione significativa.
Tutta una schiera di cantautori, per lo più
impegnati, come si diceva una volta, hanno preso le
distanze da quell’impegno e soprattutto dallo
schieramento che ha caratterizzato
carriere trentennali.
Il primo è stato Lucio Dalla. “Io? Mai stato
comunista.” Seguito a ruota dai conterranei e sodali
nell’impegno Gianni Morandi e Francesco Guccini, il
quale ha precisato: “Semmai
filo-americano”.
Francesco De Gregori ha fatto di più, con la famosa
frase “preferisco la Bindi…”, voltando le spalle al
suo vecchio amico Walter Veltroni, reo di non averlo
considerato un maestro
di pensiero o quanto meno come lui si aspettava.
Non solo. Il Principe ha decisamente aperto un
filone neo-governativo: “Berlusconi ha una solida
maggioranza e speriamo che la usi per modernizzare
il Paese. Se ci riuscisse, non farebbe una politica
di destra o di sinistra, ma soltanto il bene di
tutti”.
Se Francesco De Gregori si smarca da bandiere ed
etichette, c’è chi si spinge ancora più in là. Pino
Daniele, per esempio. “Napul’è ‘na carta sporca e
nisciuno se ne ‘mporta”,
cantava una ventina di anni fa.
I napoletani andavano in delirio. Paladino del sud,
Daniele si schierò contro l’avanzata federalista,
definendo Bossi “uno stronzo”.
Ora che Napoli è diventata una discarica a cielo
aperto, il cantautore ha cambiato idea: “Sulla
vicenda dei rifiuti sono con loro. Ora la Lega è più
matura ed equilibrata.
Su Napoli ha fatto la scelta giusta, linea dura ad
oltranza”. Il risultato è stato che Napoli lo ha
mollato.
Proprio nell’occasione in cui Pino Daniele ha
riunito dopo tanti anni il suo gruppo storico (James
Senese, Tony Esposito, Tullio De Piscopo), lo stadio
San Paolo ha detto no.
Idem per l’Ippodromo di Agnano.
Dichiarazioni imbarazzanti, al limite della
vergogna, che se non hanno, fino ad oggi, creato
disillusioni (anzi, i loro dischi hanno raggiunto il
vertice della hit parade) creano uno
scompenso, un senso di decontestualizzazione e anche
di tradimento nei confronti di chi li ha sempre
seguiti e stimati.
De Gregori e soci, insomma, hanno cavalcato un’onda,
ne hanno tratto tutti i vantaggi possibili
(popolarità, denaro, successo, considerazione) e
ora, maturi e svuotati come zucchine, ma senza
nessuna voglia di fare un passo indietro,
restituiscono al mittente quell’impegno di cui non
sanno più che farsene.
Esala un maleodorante calcolo, una nausea artistica
della quale qualcuno dovrebbe pagare le conseguenze.
Tutto questo per rimanere nell’ambito degli artisti
di prima fascia, ovvero i più noti e affermati. La
situazione si complica se si estende il discorso
agli impegnati meno noti, ovvero a tutta quella
pletora di artisti o pseudo artisti che vivono con
il denaro pubblico.
Si tratta di gruppi e cantanti per i quali il
botteghino potrebbe anche chiudere.
Per un artista il botteghino dovrebbe essere quello
che l’Auditel è per un televisivo, il consenso per
un politico, il fatturato per un imprenditore, cioè
il risultato e la verifica della
bontà di quanto si è prodotto.
Per gli impegnati di seconda e terza fascia non è
così. Comune, regione, assessorato, enti o
fondazioni, c’è sempre un pantalone che paga con il
nostro denaro; quante siano le
persone in grado di interessarsi ai loro progetti
poco conta. L’importante è che tutto sia già pagato
alla fonte, senza rischio d’impresa.
La trafila è sempre la stessa. Si mette insieme un
progetto, possibilmente strampalato, cervellotico,
arrogante e carico di prosopopea – che naturalmente
verrebbe bocciato da qualsiasi impresario o da un
agente che dovesse rischiare con denaro proprio – e
si cerca di intortare un assessore, un sindaco, un
addetto alla cultura qualsiasi.
Personaggi che a Roma, Firenze o Milano hanno, non
sempre una loro credibilità, magari anche un nome,
qualche volta addirittura una competenza.
Non così nelle migliaia di comuni sparsi nella
penisola, dove l’assessore è un signore che magari
di professione fa l’impiegato, il pediatra, il
commerciante. Dunque un incompetente, uno facile da
intortare e magari privo di trasparenza, che però
gestisce, senza nessuna capacità, il denaro della
comunità.
Ora che i cordoni della borsa si stanno
restringendo, che le stagioni saltano, le notti
bianche diminuiscono e gli spazi scarseggiano si
grida allo scandalo, alla cultura soffocata,
alla mancata pluralità artistica. Balle.
Gli organizzatori bravi, le proposte che reggono
anche autonomamente hanno dimostrato di saper
sopravvivere eccome. A Roma è il caso di “Fiesta”,
la rassegna dedicata alla
musica latino-americana e il Festival Jazz di Villa
Celimontana.
Due esempi da seguire, sia dal punto di vista
imprenditoriale che artistico. Due manifestazioni
che il pubblico ha gradito fin dalla prima edizione
e che non spacciano imbroglioni o
incapaci per grandi artisti mascherati sotto qualche
cartello.
*Dice di sé.
Dario Salvatori.
Giornalista, conduttore radio-Tv, scrittore. È
ideatore e coordinatore del progetto della divisione
radiofonia Radioscrigno, per il recupero e la
valorizzazione del patrimonio discografico della
Rai. Possiede 60.000 dischi e otto milioni di
figurine (top collezionista in Italia): unico a
poter invitare una ragazza a veder la propria
collezione di figurine senza rischio di venir
equivocato. Il suo anagramma è: “Rovista la radio”.
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EDGAR ALLAN POE
Quel sogno
beato, quel sogno beato,
mentre il mondo intero m’era
avverso,
m’ha rallegrato come un raggio
cortese
che sa guidare un animo
scontroso.
(Da “Un
sogno”, 1827)
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PAULO COELHO
Tutto
l’universo cospira affinché chi lo desidera
con tutto sé stesso possa
riuscire a realizzare i propri sogni.
(Da “L’alchimista”,
1988)
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