SCIENZA
UNA NUOVA MALATTIA,
L’ECCITAMENTO SESSUALE CONTINUO
Parla Jeannie Allen.
L’orgasmo? Un sogno per molte donne,
un incubo, che può diventare terribile, per altre
Rachele Zinzocchi*
Primavera 2006. Il noto tabloid britannico “News of the
world” titola: “10 orgasmi l’ora, 250 al giorno”. Sono
quelli di cui godrebbe una giovane londinese, 28 anni
all’epoca.
Perché? Per un disturbo poco noto, ma che accende subito le
fantasie degli inglesi. E, sembra, anche quelle della
ragazza: “È fantastico”, avrebbe commentato lei, stando ai
giornali. “Gli uomini si vantano di portare una donna
all’orgasmo, ma io ho difficoltà a trovare un partner che
riesca a stare al mio passo”.
La protagonista del presunto scoop, nonostante l’evidente
inconsuetudine della sua condizione, non parrebbe insomma
troppo dispiaciuta da quel continuo piacere cui madre
natura l’avrebbe costretta. Anzi, stando alle parole
attribuitele sulla stampa, più che una costrizione questo
parrebbe un “affascinante destino”. La curiosità esplode.
Chi è
questa ragazza in apparenza tanto fortunata? Perché e come
si trova a vivere una situazione del genere?
Scattano le ricerche. I pochi medici che accettano di
avventurarsi in un terreno scientifico tanto ambiguo
appaiono scettici. “Difficile”, si dice “che si possano
avere davvero tanti
orgasmi tutti insieme”. E difficile soprattutto che – pur
ammettendone la possibilità – si riesca a mantenere una vita
normale, psicologicamente e socialmente serena.
Non ci interessa qui certo entrare nel merito del caso
diffuso allora dal tabloid britannico, o di qualche altro
caso, sporadicamente apparso qua e là nel tempo, di altre
presunte
giovani teoricamente “pluriorgasmiche” e, sempre
teoricamente, felici di esserlo. A interessarci è,
piuttosto, la questione della veridicità storica e
scientifica di una situazione del
genere: la possibilità che donne simili esistano, il perché
ci siano e quale vita realmente conducano.
La realtà si è dimostrata ben più drammatica e incredibile
di qualsiasi fantasia. Donne così, o analoghe, ci sono
eccome: ma vivono un’esistenza ben diversa. Perché, alla
base di
tutto, c’è un problema medico di estrema serietà, che
neppure la medicina più avanzata aveva scoperto fino a poco
fa e rispetto al quale, purtroppo, naviga, in gran parte,
nel
vuoto.
La malattia di queste donne ha un nome: PSAS,
Permanent
sexual arousal syndrome, ovvero “Sindrome da eccitamento
sessuale permanente”. Per essere esatti, oggi che se ne
sa qualcosa in più è stata ribattezzata PGAD, Persistent
genital arousal disorder, “Disordine da eccitamento genitale
permanente”. Se questa malattia oggi è nota, e in tante
hanno potuto trovare un barlume di senso per una condizione
prima inspiegabile, il merito è in buona parte di una donna
in particolare. Colei che, per prima, ha avuto il coraggio
di vedere chiaro in quanto di assurdo le stava accadendo
consentendo, così, di arrivare a far diagnosticare al mondo
medico-scientifico una malattia sino ad allora ignota.
Questa
donna vive negli Stati Uniti e si chiama Jeannie Allen. Non
è una ragazzina, eccita meno le fantasie di altri presunti
casi analoghi al suo. Ma di certo rappresenta il primo caso,
il
più eclatante in assoluto. Abbiamo deciso di incontrarla per
raccontare la sua storia, quella sua malattia, ancora
praticamente sconosciuta all’Italia e anche a buona parte
dell’Europa.
Andiamo con ordine, Jeannie. Vuoi parlarci un po’ di te?
“Sono una donna come tante: 56 anni, tre figli ormai grandi
e ben cinque nipoti. Nessun compagno: ho divorziato, e ora
sono single. Vivo e lavoro negli Stati Uniti a Burbank, in
California, presso un’industria cinematografica, dove mi
occupo di software e supporto tecnico. Quello è il mio
lavoro primario, ma svolgo anche altre attività: sono una
scrittrice freelance. E, soprattutto, sono una strenua sostenitrice dei
diritti di chiunque soffra di PGAD, “Disordine da
eccitamento genitale permanente”: noto anche PSAS, “Sindrome
da
eccitamento sessuale permanente”.
Quando hai iniziato a sentire che qualcosa, dentro di te,
non era più come prima?
“Sono passati tredici anni ormai. I primi sintomi di questa
malattia li ho sentiti per la prima volta nel 1995. Ricordo
che era fine estate”.
Che problemi hai avuto esattamente?
“Quattro mesi prima dell’attacco di PGAD, mi venne
diagnosticato un “disordine da stress post traumatico”, e
una forte ansia derivante da un infortunio sul lavoro. Pian
piano
cominciai ad avvertire i primi sintomi fisici di un
eccitamento, senza che avessi alcun pensiero o fantasia,
alcun stimolo visivo legato al sesso. Era uno strano insieme
di tensioni
muscolari e un formicolio leggero solo nell’area genitale.
Con il passare del tempo, queste sensazioni aumentavano
sempre di più, diventando più frequenti ed intense finché, a
un certo punto, non si fermarono più”.
Cosa ti dissero i dottori? Capirono che avevi un problema
serio?
“Figuriamoci! Il primo medico che mi visitò mi disse di
farmi vedere da un bravo psichiatra. Il mio ginecologo
invece – un maschio – se ne uscì affermando che ero il sogno
di ogni
uomo”.
Ironia di basso livello?
“In questi 13 anni avrò visto all’incirca cinquanta medici
diversi: nessuno che avesse mai sentito o saputo niente su
un malessere del genere. Nessuno perciò ha mai capito
l’importanza della mia situazione, e soprattutto la mia
disperazione nel dover vivere in questo modo”.
Hai iniziato così a convivere con un eccitamento continuo,
non voluto né cercato. Di te hanno scritto che allora avevi
addirittura “800 orgasmi al giorno”. È così?
“Beh, questo assolutamente no. Si trattò di un’invenzione
del giornalista che scrisse il pezzo, fatta apposta per fare
scalpore. Capisco che la mia storia possa essere inusuale,
che faccia sensazione. Ma non penso che nessuno possa avere
davvero 800 orgasmi al giorno. Per quanto drammatica sia la
condizione che ho vissuto e vivo, la possibilità di
bugie tanto oltraggiose non ha fatto che aggiungere insulti
a una ferita già aperta, rendendo ancora più difficile
l’essere creduti e capiti”.
Vero è che tu vivi, in uno stato di eccitazione costante che
non passa, e porta quasi all’ingestibilità di una vita
normale. Tu ci sei riuscita?
“La mia vita, così come quella di tutte le altre donne che
poi ho saputo avere lo stesso problema, è cambiata
drammaticamente. Ad esempio, ho divorziato da mio marito
appena
mi sono accorta che il problema non si sarebbe arrestato e
che nessun dottore sapeva nulla di una malattia del genere.
Come avrei potuto spiegarglielo, senza che mi prendesse
per pazza? Era più facile mettere la parola fine al nostro
matrimonio, piuttosto che descrivergli ciò che stava
succedendo realmente”.
Come ti sei sentita?
“Il divorzio è stato un momento dolorosissimo. E purtroppo
era solo l’inizio. Anche cose un tempo banalissime, come
andare in macchina, viaggiare in aereo, in treno, in
metropolitana, sono diventate, improvvisamente,
inaccessibili, per i problemi che le vibrazioni mi avrebbero
provocato. È vero, posso fare in modo di guidare giusto il
tempo che
serve per andare a lavoro o per brevi viaggi (massimo
un’ora) – o, se devo andare in aereo, solo per brevi voli.
Ma il problema resta”.
Una vita stravolta…
“Tutte le cose che mi piacevano, come stare con gli amici,
bere qualcosa con loro o andare a una festa, viaggiare, gli
sport che mi divertivano… Tutto questo oggi non esiste più.
C’è solo uno “svago”, se così lo vogliamo chiamare, che
posso concedermi, e che anzi mi aiuta molto: stare
completamente immersa nell’acqua, per esempio in un bagno
molto
caldo. L’ho sempre trovato molto singolare, ma in effetti,
se faccio così, ogni sensazione che il PGAD mi dà
scompare!”.
Può dipendere dal fatto che, in quel caso, ti rilassi?
“È possibile. In effetti, un altro dei principali aspetti
della mia malattia è dato dalle forti emozioni che tutte noi
siamo costrette a sopportare. Il PGAD provoca un’ansia
continua,
causa depressione, ti fa sentire completamente senza
speranza. E poi porta paura, rabbia, angoscia, imbarazzo,
persino senso di colpa. È così duro avere a che fare ogni
giorno
con tutto questo “pacchetto” di sensazioni! Sentimenti che
ti si aggrovigliano dentro, e tu non sai come uscirne. Ma,
d’altronde, c’è un solo modo sensato di affrontare tutto
questo: procedere piano, un giorno per volta”.
Divorzi da tuo marito. Com’è andata poi con gli uomini? Ti
sei innamorata di qualcuno, hai avuto altre relazioni?
“Mai più. Non sono mai più uscita con nessuno. Nessun
fidanzato, nessuna relazione. Tra le conseguenze della mia
depressione c’è stato anche, fra l’altro, il fatto che sono
diventata estremamente introversa. Purtroppo ho preso pure
molto peso e ciò non ha fatto che aumentare la depressione.
Mi sentivo semplicemente una miserabile. E certo la
stima di me stessa, che era già piuttosto scarsa, è
scomparsa completamente dopo essere ingrassata. Così, con
sofferenza, ho chiuso con gli uomini”.
Dal 1995 arriviamo alle soglie del nuovo millennio.
Possibile che, nel frattempo, nessun medico fosse stato in
grado di capire qualcosa in più del tuo malessere?
“Il 99% dei dottori si sono sempre limitati, semplicemente,
a fare tutto il possibile per cacciarmi fuori dal loro
ufficio, perché non avevano mai sentito nulla del genere, e
quindi non
avevano la più pallida idea di cosa avrebbero potuto fare
per me. Al massimo mi consigliavano di vedere qualcun altro,
rinviandomi come una pallina da qualche presunto
“specialista” – insomma, mi mandavano da un altro dottore”.
Neanche l’ombra di una medicina, di una cura adeguata?
“Provai una medicina giusto all’inizio. Era il “Sudafed”, un
decongestionante, che, neanche a dirlo, non aiutava affatto.
Alcuni rilassanti muscolari come il “Soma” possono essere
utili, specie per placare l’ansia. Peccato però che non si
possano prendere se poi ci si deve concentrare a lavoro o
nella guida.
Non ho mai preso nessuna altra medicina: sono
un’“antichimica” per eccellenza, odio tutto ciò che è
chimico, come le cure farmacologiche, fanno solo male. Molte
altre donne,
invece, hanno provato di tutto e di più. L’unica cosa valida
è il “Soma” che, però, ha le notevoli controindicazioni che
dicevo. Personalmente, ad avermi aiutata, in seguito, è
stata
soltanto la terapia “mente-corpo”: l’ho iniziata alla fine
del 2004, e mi ha sostenuta tantissimo. Ad esempio adesso,
la notte, faccio meditazione per immagini simboliche mentre
sento il mio IPod. Se il corpo è meno teso, anche il PGAD è
minore. Di recente ho anche iniziato a lavorare con un
agopunturista, davvero bravo”.
Nel 2001 però, finalmente, riesci a trovare un medico un po’
più esperto degli altri. Chi era? E in che modo ti è stato
d’aiuto?
“Trovai la dottoressa Jennifer Barman, un’urologa che
all’epoca lavorava all’UCLA, l’Università della California
di Los Angeles. Lei e sua sorella, una psicologa, avevano
frequentato una clinica per la salute sessuale della donna e
loro, finalmente, avevano sentito parlare di un problema del
genere alla “Fondazione internazionale per la salute
sessuale della donna”. La dottoressa mi disse di recarmi
dalla dottoressa Sandra Leiblum, che allora lavorava presso
l’Università Robert Wood del New Jersey. La dottoressa
Leiblum è stata l’unica a scoprire che esisteva una
sintomatologia precisa, un modello tipico di problemi nelle
donne che lei aveva visto, e iniziò a documentare
scientificamente
tali disagi. La Leiblum è stata la prima a chiamare questa
malattia con il suo nome PSAS, “Sindrome da eccitamento
sessuale permanente”.
Tre anni dopo, però, la dottoressa si è resa conto che si
trattava più di un “disordine” che di una “sindrome”, e ha
sostituito l’aggettivo “sessuale” con “genitale”. Così
adesso il
nome ufficiale della malattia è PGAD: “Disordine da
eccitamento genitale persistente”.
Quella fu la prima volta in cui la PSAS – o PGAD – fu
diagnosticata. Una nuova malattia era stata scoperta. Qual è
la causa?
“Purtroppo non la si conosce ancora. Si pensa che potrebbero
esserci uno o più fattori, che combinandosi provocano questa
malattia. Lo stress c’entra sicuramente. Anche le
ghiandole dell’adrenalina e i livelli di cortisolo
potrebbero essere un fattore, così come gli ormoni. Occorre
procedere con maggiori ricerche. Bisognerebbe istituire un
fondo per
questa malattia”.
E la sintomatologia? In che consiste, esattamente?
“I sintomi sono dati da spasmi costanti di uno o più muscoli
nella regione pelvica. Questi spasmi sembrano essere
collegati con un nervo che causa sensazioni di formicolio,
che
viaggiano sino alla regione genitale.
Una simile combinazione agisce come stimolo di eccitamento,
il che a sua volta porta alla necessità di trovar sollievo
attraverso l’orgasmo”.
Per chi ancora volesse fare ironie, puoi ripeterci la
differenza tra il sesso vero, normale, e una malattia come
il PGAD?
“Semplice: durante il normale sesso si vive un misto di
pensieri e desideri, di cui l’orgasmo è l’apice, che
conclude il tutto. Con il PGAD, invece, non c’è ombra né di
pensieri né di
desideri, e in pochi minuti, in poco tempo tutto ritorna
come prima. E, il più delle volte, non v’è alcuna speranza
che queste “agitazioni” si plachino”.
Il primo passo per te è stato conoscere la tua malattia. Il
secondo, darne testimonianza pubblica per rompere il muro
del silenzio. Avevi capito che in realtà non eri l’unica con
questa patologia?
“Sì, ho iniziato a parlarne in un’intervista, all’inizio. Ma
a quella, poi, ne sono seguite tante altre. L’ho fatto
perché volevo che tutti e tutte venissero a conoscenza di
questa
malattia.
Ho rilasciato tante interviste in America e in Canada, ma
anche in Inghilterra e in Australia, in Messico e in
Portogallo. Però c’è ancora tanto da fare: bisogna fare
molto di più
affinché questa malattia venga riconosciuta e diagnosticata
in tutti i casi necessari”.
Sei riuscita a far sì che, grazie alle tue parole, tante
donne si riconoscano nella tua situazione, iniziando ad
uscire dal loro disagio?
“Posso dire che, in questo modo, ho aiutato tante come me a
sapere che esisteva un nome per ciò di cui loro soffrivano
in silenzio: qualcosa di terribile e vergognoso da dire a
chiunque, a cominciare naturalmente dal proprio partner, la
famiglia, i medici. Il far sapere che questa malattia
esisteva davvero – e che io ne soffrivo, e ne parlavo
pubblicamente
– è stato utile per loro, anche perché così avevano nuovo
materiale (quello di cui potevano disporre proprio dalle
interviste che rilasciavo) da sottoporre ai loro medici.
Su richiesta posso spedire una copia del documentario in cui
sono stata coinvolta per la Gran Bretagna, o quanto è stato
fatto per il “Discovery health channel Canada” e ancora,
di recente, grazie a due diversi episodi del noto show TV
“20/20” negli Stati Uniti.
Abbiamo anche un reportage su uno show dedicato alla salute
trasmesso sulla Tv via cavo.
E non è finita: saremo pure in un nuovo show che il dott.
Phil sta realizzando. Il titolo è “Chiedilo al medico!”:
partirà a settembre negli Stati Uniti”.
Quante altre donne soffrono di PGAD?
“Non è possibile fornire un numero scientificamente certo:
con tutta l’attenzione che questa malattia ottiene tramite i
mass media, ogni giorno si fanno passi avanti, e aumentano
i contatti con il gruppo di supporto.
Comunque, approssimativamente, credo che siano 300 o 400
donne”.
E i medici? Grazie alla tua testimonianza sono diventati più
esperti della malattia? Stanno trovando una cura per voi?
“Assolutamente no! I medici brancolano ancora nel buio.
Sebbene pian piano in parecchi ormai inizino ad aver sentito
parlare del PGAD, la maggior parte non sa che fare.
È ancora necessario che li “educhiamo” su ciò che noi
soffriamo tutti i giorni”.
Ad aiutare queste donne, comunque, ci hai pensato tu in
prima persona. Parlavi prima di un tuo gruppo di supporto.
Di che si tratta?
“È un “gruppo di discussione”, e appunto “di supporto”, cui
ho voluto dare vita nel 2003, per unire tutte le donne che
soffrivano
e chiedevano aiuto.
Il gruppo è nato su Yahoo. Poi, nel 2006, ho creato il mio
sito personale: in questo modo gli argomenti possono essere
più facilmente organizzati, affinché donne o uomini trovino
le informazioni di cui maggiormente necessitano”.
Anche gli uomini possono soffrire di questa malattia?
“Beh, dal momento che sussiste una connessione tra nervi e
muscoli e, probabilmente, ghiandole adrenaliniche e livelli
di cortisolo, mi dico… “Perché no?!”.
A dire il vero, ho sentito solo di tre o quattro uomini in
questa situazione, ma può anche darsi che non se la sentano
di uscire allo scoperto. È un passo certo molto imbarazzante
da fare”.
Come vivi adesso?
“Giorno per giorno. Come ripeto, ho iniziato la meditazione,
che mi aiuta. Controllare i fattori di stress su mente e
corpo è la chiave per abbassare l’intensità delle sensazioni
che
mi attanagliano.
Ho ricominciato a socializzare: la prima volta in tredici
anni! Mi sembra bello e spaventoso allo stesso tempo. È
ancora una battaglia incredibile riuscire a farsi ascoltare
dai medici,
ottenere la loro attenzione: senza contare la vera guerra
con le compagnie di assicurazione, affinché paghino per
trattamenti medici per noi indispensabili, e che loro invece
considerano solo “prove” o “ricerca”.
Questo, naturalmente, aggiunge stress a stress: rabbia,
frustrazione, paura.
E sono proprio questi fattori, reali e tangibili, a far sì
che i nostri sintomi aumentino vertiginosamente. Io continuo
a sostenere le mie ragioni, e cerco di tenere sempre viva
l’attenzione dei mass media, con questo solo scopo: far sì
che, attraverso la conoscenza del mio caso, i medici possano
disporre delle più ampie informazioni possibili, e accettino
finalmente che tutto questo è reale”.
Sei una donna molto forte. Cosa bisogna fare oggi contro il
PGAD, per te e per tutte le altre nella tua situazione?
“La cosa più importante e necessaria è trovare fondi per
maggiori studi. Senza finanziamenti la ricerca partita lo
scorso giugno alla Rutgers university, a Newark, nel New
Jersey,
non può continuare.
E questa sarebbe davvero una tragedia: quella ricerca
iniziale, di cui io ho fatto parte, ha mostrato con
chiarezza che succede qualcosa di assolutamente non normale
in tutte
noi.
Il team di ricerca ci ha detto subito, senza alcuna
incertezza: “Signore, il problema non è nella vostra testa.
È reale!”.
*Dice di sé.
Rachele Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita, ma
romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla
Scuola Normale Superiore di Pisa – sulla metafisica e la
finitezza
umana – e un amore ancora oggi viscerale per ciò che
significa “pensare”: oltre che per la possente lingua
tedesca. Giornalista per desiderio di libertà nella
comunicazione, è
stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina.
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ANDREA BOCELLI
E sogno cose che non so
di te, dove sarà che strada farà il tuo
ritorno. Sogno. Qui ti aspetterò
e ruberò i baci al tempo.
Sogno un rumore il vento che mi
sveglia e sei già qua.
(Da “Sogno”,
in “Sogno ”
1999)
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