SCIENZA
PSICHIATRIA E PREGIUDIZI DA SUPERARE,
A PARTIRE DAI MEDICI DI BASE
Può risultare pericoloso e
deviante indirizzare un paziente
verso una psicoterapia, senza che vi sia stato,
preventivamente,
un colloquio con uno psichiatra
Domenico Mazzullo*
E’ diventato ormai un luogo comune, ripetuto ed accettato
senza riserve, che il medico di base si sia trasformato,
sempre di più, in un burocrate prescrittore, o meglio
trascrittore di ricette scritte da altri, abdicando così al
proprio ruolo istituzionale di primo contatto con il
paziente e di suo medico curante.
Parallelamente si accusa il medico di base di far ricorso,
sempre più frequentemente, all’opera di specialisti,
rinunciando, anche qui, al proprio ruolo di medico curante
e, quindi, di filtro e coordinatore dell’opera di
specialisti diversi. Se questo corrisponda, o meno, a verità
non mi è dato saperlo, ma come psichiatra posso invece
affermare che, per quanto riguarda la materia di mia
competenza, si verifica invece un fenomeno inverso.
Nella mia trentennale attività di psichiatra clinico, ho
potuto constatare, trovando anche il conforto e la conferma
di altri colleghi, che vi è invece una certa, se non
addirittura notevole riluttanza, da parte del medico di
famiglia, a consigliare ed inviare il proprio paziente da
uno specialista psichiatra, fatta eccezione, ovviamente, per
i casi più gravi e per le patologie che implicano una
pericolosità per il paziente stesso e per gli altri.
Quando proprio non si può fare a meno di affidare il
paziente a qualcuno, una “ottima” alternativa allo
psichiatra è rappresentata dallo psicologo, figura
professionale più rassicurante e specificando che non di
visita si tratta, ma di un “colloquio” – figura
professionale, però dotata di competenze specifiche tra le
quali, ahimè, manca proprio quella di fare una diagnosi e
prescrivere, conseguentemente, una opportuna terapia.
La responsabilità di questa prassi non è, però, solo del
medico curante, ma anche del paziente che, per una sorta di
ancestrale pregiudizio, mal sopporta, o sopporterebbe il
consiglio di sottoporsi ad una visita psichiatrica, per i
motivi che è facile immaginare.
Quali sono i rischi ed i pericoli insiti in tutto ciò? Ovvii
ed evidenti: il privarsi da parte del paziente, o il
sottrarre a questi l’opportunità di usufruire di una
diagnosi precoce e di una terapia specifica, o addirittura,
di una prevenzione che in tutta la medicina, ma soprattutto
in questo ambito specifico, è particolarmente utile ed
appropriata.
I pericoli non sono limitati solo al paziente, ma si
estendono anche al medico curante, costretto ad
avventurarsi, da solo, in un campo infido, irto di
trabocchetti e per qualche verso lontano dalla logica
vigente nelle altre branche della medicina.
Per dovere di ordine e chiarezza suddividerei i pericoli in
due ambiti: quello concernente il momento diagnostico e
quello attribuibile al momento terapeutico.
Riguardo al primo dei due, posso affermare che la diagnosi
in psichiatria raramente è facile ed a portata di mano,
anche quando, anzi soprattutto quando sembra evidente e
quasi banale; salvo poche eccezioni, essa non può giovarsi
dell’ausilio di esami strumentali, atti il più delle volte
piuttosto ad escludere patologie in ambito organico:
richiede tempo, molto tempo e raramente si può esaurire con
un solo incontro; differentemente che in altre patologie,
spesso il paziente non è neppure consapevole del suo stato
di malattia, o nella migliore delle ipotesi, si lamenta e
denuncia una sintomatologia, che richiama la sua attenzione,
ma che raramente costituisce il nucleo della patologia da
cui è affetto, e che spesso deve essere cercato e scoperto
con defatiganti quanto lunghe indagini dialogiche.
Si evince quindi quanto possa essere oneroso, in termini di
tempo, ahimè sempre scarso ed in termini di impegno
intellettuale, per il medico di famiglia il rapporto con un
malato psichiatrico.
A scopo esemplificativo voglio citare solo alcune situazioni
in cui facilmente si può incorrere in spiacevoli equivoci
diagnostici, seguiti dalle ovvie conseguenze terapeutiche.
Un paziente sotto altri aspetti sano, lamenta al medico
l’insorgenza di una spiacevole insonnia, iniziata alcuni
mesi addietro e divenuta, progressivamente, ingravescente;
inizialmente essa era caratterizzata da una difficoltà
nell’addormentamento, ma successivamente si è modificata,
assumendo i caratteri dell’insonnia “lacunare” e
“terminale”, ossia continui risvegli notturni, ad ore fisse,
che spiacevolmente interrompono la continuità del sonno, ed
un risveglio definitivo e senza speranze di
riaddormentamento, in ore antelucane. Va da sé una continua
e fastidiosa sonnolenza diurna.
A questo paziente si fornirebbe un pessimo servizio se ci si
limitasse, come purtroppo spesso avviene, a prescrivere un
ipnotico benzodiazepinico, o affine, che sintomaticamente
avrebbe il brillante successo di risolvere rapidamente, ma
solo in superficie, il problema al paziente, donandogli
sonni tranquilli, ma lo esporrebbe alla delusione cocente di
veder ricomparire immediatamente la sintomatologia
precedente, se non quantitativamente addirittura peggiorata,
nel momento stesso in cui si decidesse di sospendere, seppur
con tutte le precauzioni del caso, la somministrazione del
farmaco.
Perché tutto questo? Il tipo di insonnia di cui soffre il
nostro paziente è sintomatico e costituisce l’epifenomeno di
una “sindrome depressiva”, della quale spesso può costituire
il sintomo iniziale, precorrendo gli altri del corteo
sintomatologico anche di anni, oppure e più frequentemente
il sintomo che maggiormente disturba e richiama l’attenzione
del paziente e che, quindi, viene lamentato unicamente,
rimanendo purtroppo in ombra tutti gli altri sintomi della
depressione, meno eclatanti e che permarrebbero quindi
inascoltati, se non venissero attivamente cercati ed
investigati dal medico.
È evidente, quindi, che una terapia inappropriata, con un
ipnotico, produrrebbe un triplice danno: di essere solo
sintomatologicamente efficace, ma non etiologicamente
efficace; di sottrarre il paziente depresso ad una giusta
diagnosi e, quindi, ad una appropriata terapia; di
instaurare una pericolosa “dipendenza psicologica” nei
confronti dei farmaci ipnotici.
Analogo ragionamento vale per l’ansia, non occasionale e
legata a situazioni specifiche, ma quell’ansia che noi
definiamo “ansia libera”, continua, costante, che
costituisce una caratteristica precipua del paziente, spesso
definito o autodefinitosi come “personalità ansiosa”. Anche
in questa circostanza, come prima per l’insonnia, l’ansia
rappresenta spesso un fenomeno di superficie, più
appariscente, ma che sottende, il più delle volte una
sotterranea depressione, che se non indagata e riconosciuta,
rimarrebbe non diagnosticata e quindi non curata.
Un discorso simile attiene alle somatizzazioni a tutti i
livelli, comunemente e genericamente considerate espressione
di una sindrome ansiosa e che invece, a mio parere,
corrispondono anche esse ad una sindrome depressiva. Ho
citato più volte la depressione, patologia sempre più
frequente ed onerosa e che, per le previsioni ufficiali, nel
2023, diverrà la forma morbosa al primo posto per l’umanità.
Con tutto il rispetto per le previsioni, ritengo che non vi
sia da aspettare quell’anno per conseguire tale spiacevole
risultato, ma piuttosto che sia stato già ampiamente
raggiunto e non sia divenuto ancora statisticamente
ufficiale, solo perché la depressione, nonostante il risalto
che le viene dato, sia tuttora, poco conosciuta,
misconosciuta, sottostimata e sottodiagnosticata.
Non mi riferisco naturalmente alle forme più eclatanti ed
evidenti, di depressione maggiore, degli episodi depressivi,
nell’ambito di una psicosi maniaco-depressiva, della
depressione post-partum, tanto per citare alcune situazioni
patologiche di più facile ed evidente diagnosi, quanto
piuttosto a quelle forme depressive “minori”, nella
sintomatologia, ma non nella sofferenza per il paziente, che
purtroppo, proprio per la loro minore evidenza clinica,
rimangono non diagnosticate, come abbiamo visto in
precedenza, ma addirittura a volte sconosciute allo stesso
paziente, che si colpevolizza per la sua mancanza di
energia, per la ridotta affettività nei confronti dei suoi
cari, che si lamenta di una stanchezza, o pigrizia cronica,
di una perdita di entusiasmo per gli aspetti della vita che
prima gli piacevano, di una riduzione della libido, di una
ridotta progettualità verso il futuro, di una disaffezione
per la convivialità, di una ridotta capacità di
concentrazione, o di applicazione allo studio, se si tratta
di giovani, di un malessere vago ed ineffabile,
indefinibile, che non è un dolore pieno, ma tale da rendere
la vita insolitamente ed insopportabilmente pesante. Potrei
aggiungere molti altri sintomi, o meglio sensazioni
spiacevoli provate e riferite, ma rinuncio per tema di
annoiare.
Questo paziente, difficilmente, manifesterebbe ad altri, se
non a se stesso e ai propri familiari forse, il proprio
disagio; difficilmente attribuirebbe il proprio malessere ad
una malattia, addirittura psichica; difficilmente si
rivolgerebbe al medico per essere aiutato, ma se questo
avvenisse, la causa del malessere verrebbe cercata piuttosto
in una patologia organica, pluriinvestigata, ma che si
rivelerebbe evidentemente introvabile.
Questi quadri sintomatologici, evidentemente depressivi,
configurano quella che noi psichiatri denominiamo
“depressione mascherata” o “depressio sine depressione”,
volendosi intendere con questa terminologia una depressione
che manca o che non presenta così evidentemente il sintomo
patognomonico, ossia la deflessione negativa del tono
dell’umore.
Si comprende facilmente, quindi, la ragione per cui molte
depressioni, non arrivano mai all’osservazione del medico,
se non dopo molti anni dalla loro prima insorgenza e quando
arrivano, molte sono misconosciute, o tardivamente
riconosciute.
Discorso a parte merita la schizofrenia, la cui insorgenza è
a volte acuta e caratterizzata da sintomi positivi, ossia
deliri, allucinazioni, sintomi motori e mimici, prontamente
riconoscibili, ma spesso subdola, strisciante, lentamente
insinuantesi e progressivamente pervasiva, soprattutto nei
giovani, tanto da essere scambiata, a lungo, per una
problematica adolescenziale, un disturbo di personalità, una
depressione reattiva ad un insuccesso scolastico, una
delusione affettiva.
A volte invece, dietro una improvvisa caduta di rendimento
scolastico, una immotivata chiusura in se stesso e rifiuto
delle solite compagnie, un dimagrimento secondario ad una
dieta bizzarra autoprescritta, un’inspiegabile scontrosità
in un giovane precedentemente socievole ed estroverso, si
può nascondere il primo sintomo di una inquietante e grave
patologia psichica che naturalmente, quanto prima è
diagnosticata e curata, tanto meno può esercitare il suo
potere distruttivo e destrutturate sulla personalità del
nostro paziente. È immediatamente evidente quindi quanto sia
importante e determinante per il futuro del paziente una
diagnosi precoce e quindi una precoce terapia.
Per questo motivo e qui tocco un tema che mi sta
particolarmente a cuore, può risultare pericoloso e
deviante, intraprendere, o indirizzare un paziente
direttamente verso una
psicoterapia, senza che vi sia stato, preventivamente e
prioritariamente un colloquio con uno psichiatra, atto a
valutare la reale necessità di una psicoterapia e ad
escludere, o purtroppo a diagnosticare la eventuale e non
rara presenza di una patologia, nascosta tra le pieghe di
una equivocata problematica semplicemente psicologica.
Per quanto riguarda, invece, il secondo punto, ossia il
momento terapeutico, anche in questo, per il medico di base
sono presenti pericoli che è opportuno conoscere, quando
decide di seguire personalmente il proprio paziente.
In primis, si evince da quanto detto in precedenza, che
premessa e conditio sine qua non per una valida terapia è
rappresentata da una diagnosi precisa ed accurata. Solo a
titolo esemplificativo cito il caso di un paziente affetto
da un’evidente ed inequivocabile depressione alla quale il
medico decida di prescrivere un antidepressivo, come di
regola e secondo logica.
Il medico si è preoccupato di accertarsi, dall’anamnesi
raccolta dal paziente, ma anche dai familiari, se il
paziente stesso abbia in precedenza sofferto di altri
episodi depressivi e, ancora più importante, se in passato
abbia manifestato anche una sintomatologia diametralmente
opposta, ossia maniacale? In questo ultimo caso la
somministrazione di un antidepressivo dovrebbe essere
estremamente cauta e “protetta” da uno, o più stabilizzatori
dell’umore per non correre il pericolo di un viraggio in una
fase maniacale.
Vero è che le stesse caratteristiche della sintomatologia
depressiva dovrebbero metterci in guardia, ma per questo è
necessaria una lunga esperienza di malati psichiatrici. E se
decidiamo di prescrivere ad un paziente gravemente depresso,
a rischio di suicidio, una terapia antidepressiva, siamo
consapevoli che i momenti di maggior rischio sono proprio
quelli iniziali della terapia, quando l’ideazione suicidarla
rimane tuttavia intatta, mentre i farmaci migliorano
l’iniziativa e la capacità decisionale del paziente e quindi
la possibilità di metterlo in atto?
In questi ultimi tempi, si è molto diffuso l’utilizzo degli
antidepressivi, anti-MAO, triciclici ed inibitori della
ricaptazione dei neurotrasmettitori noradrenalina e
serotonina, con indicazioni che esulano dal territorio
specifico della depressione, per esempio il dolore cronico,
fibromialgia, sindrome della stanchezza cronica, disturbi
del comportamento alimentare, e nel caso specifico della
fluoxetina, per limitare la compulsione alla ingestione di
cibo, nella bulimia, ma anche e più impropriamente, per
favorire il dimagrimento, nel corso di diete a ridotto
apporto calorico.
Va da sé che questi farmaci vengano prescritti da medici e
specialisti non psichiatri, ai quali mi permetto di
raccomandare una attentissima raccolta della anamnesi, atta
ad evidenziare patologie psichiatriche e non, che potrebbero
essere misconosciute, o sottovalutate dal paziente, quali ad
esempio la presenza di pregressi episodi maniacali, episodi
di aggressività incontrollata, epilessia.
È evidente, per esempio, che la somministrazione di un
antidepressivo come la fluoxetina, per aiutarlo a dimagrire,
ad un paziente obeso, ma che abbia avuto anche un solo
episodio di eccitamento maniacale, potrebbe scatenare un
nuovo episodio maniacale che sarebbe poi difficile da
controllare.
Ritorno ancora una volta sul tema di una diagnosi precisa,
per ribadire il concetto di quanto possa risultare
controproducente e addirittura dannoso, non riconoscere,
dietro uno stato di ansia libera, o una insonnia di tipo
lacunare o terminale, una sottostante depressione e
prescrivere sic et simpliciter una benzodiazepina o un
ipnotico, farmaci sintomatici che non curano la depressione,
distolgono da una diagnosi precisa, ritardano una terapia
appropriata, a volte elicitano addirittura una franca
depressione. Ma anche successivamente alla scelta corretta e
appropriata di un antidepressivo, i pericoli di errore non
sono finiti.
Purtroppo è comune l’errore di prescrivere gli
antidepressivi con una posologia insufficiente e, quindi,
non terapeutica, col risultato di scoraggiare il paziente,
portarlo involontariamente ad aver sempre meno fiducia nei
farmaci, e quindi in ultima analisi rafforzare in lui il
pensiero depressivo di inguaribilità della sua condizione.
Tale sfiducia può contagiare anche il medico che può essere
portato a variare il farmaco, troppo presto, alla ricerca
disperata del sostituto efficace, prima di aver permesso al
precedente di esplicare il suo effetto.
Analogamente e spesso, i farmaci antidepressivi vengono
sospesi troppo presto, molte volte, autonomamente, dai
pazienti stessi che si sentono guariti, più raramente dal
medico, prima che essi abbiano portato a termine il processo
terapeutico. Conseguenza di ciò è evidentemente la ripresa
della sintomatologia depressiva a breve termine, oppure una
guarigione incompleta con lo stabilizzarsi del tono
dell’umore su un livello intermedio che non è più quello
iniziale, ma non ancora quello ottimale raggiungibile.
Ribadisco il concetto di quanto sia importante una terapia
corretta nella posologia e con una durata adeguata.
È anche importante sapere e tenere in considerazione che una
terapia inadeguata, inappropriata, con una posologia
anomala, frettolosa, non sufficientemente ponderata, può
inquinare irrimediabilmente la sintomatologia psichica, già
di per sé difficile da definire, rendendo oltremodo ardua la
diagnosi.
Ho volutamente trascurato di menzionare gli antipsicotici,
sia tipici sia atipici, che, per le peculiarità proprie
delle patologie che vanno a curare, sono più appannaggio
esclusivo dello specialista, con l’unica eccezione della
sulpiride e dell’smisulpiride, largamente usate in medicina
generale nelle somatizzazioni e nelle forme lievi di
depressione, privilegiate sugli altri antidepressivi, perché
ben tollerate dai pazienti e prive di effetti secondari
immediati, comunque rapidamente risolti, ma particolarmente
sgraditi ai pazienti, soprattutto se ipocondriaci e timorosi
nei confronti dei farmaci.
È un uso che sinceramente sconsiglio, a causa di altri
effetti secondari, più tardivi e meno evidenti, ma non per
questo meno importanti, in special modo nei confronti dei
pazienti di sesso femminile: aumento ponderale,
iperprolattinemia, galattorrea, irregolarità del ciclo
mestruale fino alla amenorrea.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario. Romanticamente illuminista.
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ITALO CALVINO
E io restavo senza
parola, perché capivo che la cucina
era il solo luogo di tutta la
casa in cui quella donna veramente
vivesse, e il resto, le stanze
adorne e continuamente spazzolate
e incerate erano una specie di
opera d’arte in cui lei riversava
tutti i suoi sogni di bellezza.
(Da “La
nuvola di smog ”,
1962)
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