PROTAGONISTI
GUGLIELMO MARCHETTI CINEMA DI QUALITÀ E BUSINESS,
QUESTO È IL DILEMMA...
L’amministratore delegato di
Moviemax Italia riconosce che le priorità della
produzione cinematografica italiana sono fare sistema e
puntare a coproduzioni internazionali. “Dino De
Laurentiis è un grande, non dimenticherò mai le sue parole”
Antonella Parmentola*
Manager fra i più quotati in
Italia, della sua vita privata si sa poco o niente. Dopo
aver lavorato nel gruppo Perugina Nestlé, nel 1991 approda
in “Buena Vista home entertainment” con l’incarico di
responsabile vendita del canale tradizionale. I successi
ottenuti gli consentono di ampliare ulteriormente la sua
esperienza. Nel dicembre del 2001 assume la responsabilità
di direttore generale della neonata Mondo H.E., distributore
di prodotti home video e di diritti video on demand,
organizzando e gestendone lo start-up. Il successo è
suggellato dalla successiva quotazione in borsa della
società.
Dall’ottobre 2004, alla carica di
direttore generale affianca quella di amministratore
delegato di Mondo H.E.: gli ottimi risultati conseguiti
permettono alla società di diventare, in pochi anni, una
delle principali realtà del settore.
Nel 2005 Mondo H.E. è primo
azionista di Moviemax Italia, ed entra così a fare parte,
direttamente, del mondo della distribuzione, presidiando sia
la distribuzione cinematografica sia quella televisiva.
Lei sembra molto attento a voler
tutelare la sua privacy... esprimo solo una
curiosità: cosa sognava di fare da bambino?
“Quando ero bambino, alla fine
degli anni sessanta, lo sbarco sulla luna è stato il
fenomeno mediatico di maggiore rilevanza. Un bambino a quel
tempo non poteva che sognare di fare l’astronauta. Poi
qualche anno dopo, ho avuto la fortuna di avere un compagno
di classe alle medie che aveva il padre che gli procurava
biglietti gratuiti per andare al cinema. Da quel momento è
nata una grande passione …”.
La sua carriera parte con un
ruolo di responsabilità nella Perugina Nestlè: come da una
delle più grandi multinazionali dolciarie è passato ad una
delle più grandi multinazionali dell’entertainment?
“Ecco la grande fortuna non si è
esaurita alle medie. Una società di consulenza per la
ricerca di figure professionali specializzate insomma un
cacciatore di teste, tramite un annuncio ricercava un’area
manager per il centro-sud Italia. L’annuncio era generico
solo al terzo di sette colloqui ho saputo che era la “Walt
Disney Company”. Era il 1990, in Italia la “Buena Vista H.E.”
ancora non esisteva, la Disney cercava un manager nel
commerciale per la sua divisione home video. Per me un sogno
che si realizzava”.
Che idea aveva del mondo del
cinema prima che diventasse oggetto del suo lavoro?
“Come dicevo una grande passione
che negli anni non si è mai affievolita… anzi. Al tempo,
come oggi, prediligevo un certo tipo di cinema “impegnato”,
in particolare quello italiano. Mi ricordo che non perdevo
un film di Moretti o di Nuti, poi sono arrivati grandi
riconoscimenti a registi straordinari come Salvatores e
Tornatore, un periodo meraviglioso.
Ho sempre riconosciuto al cinema
un grande valore artistico, al tempo capivo che esisteva una
produzione commerciale, non solo oltre oceano, e una di
“qualità” meno ricca, ma straordinariamente bella. La mia
idea era che qualunque genere di film doveva avere la sua
dignità, e non sempre era così”.
Lei ha l’opportunità di
osservarlo da una prospettiva privilegiata. È molto diverso
da come appare?
“No, non ci sono grandi
differenze rispetto alla percezione di un non addetto ai
lavori. Rimangono sempre due grandi filoni, quello
commerciale, per lo più delle grandi produzioni americane,
tutto effetti speciali, grandi star, moda, eventi e poi il
lavoro meno roboante di una cinematografia più discreta del
cinema “d’autore”. Entrambi, attraverso la comunicazione
globale dei vari media, riescono ad arrivare al grande
pubblico rappresentandosi per quello che sono, né più né
meno”.
Il cinema negli Stati Uniti è
considerato una vera e propria industria, dalla produzione
alla distribuzione. In Italia qual è lo stato dell’arte?
“In Italia non è un’industria e
non è un male. Sarebbe un grande errore cercare di emulare
gli States. La vela non sarà mai lo sport nazionale
italiano come per la Nuova Zelanda, però amiamo andare in
vela e abbiamo anche delle eccellenze in questo campo. Anche
nel cinema italiano ci sono delle eccellenze e da sempre ci
siamo distinti più per la qualità creativa che per quella
industriale.
Dal neorealismo in avanti il
cinema italiano ha saputo sempre crearsi uno spazio di
successo importante, delimitato il più delle volte ai
confini nazionali. Tutto il mondo ha guardato, sbirciato e
imparato dai nostri cineasti, ma l’industria è un’altra
cosa. Oggi il passo che la produzione italiana deve fare è
quello di guardare sempre più a coproduzioni internazionali
per dare al cinema un respiro commerciale maggiore, vale a
dire fuori dai nostri confini”.
Quali sono, al momento, gli
obiettivi prioritari della Moviemax?
“Moviemax vuole consolidare la
propria posizione nel mercato italiano. Abbiamo lavorato
sodo negli ultimi due anni e i risultati sono arrivati.
Moviemax è una società di distribuzione, acquisiamo film per
tutti i diritti, per lo più da produttori nord americani. La
nostra ambizione è quella di coniugare il business con la
qualità. Vorremmo avere film che hanno buone performance al
botteghino, ma che allo stesso tempo facciano emozionare chi
va a vederli. Devo dire che ci stiamo riuscendo”.
Nel 2007 la Moviemax si cimenta,
per la priva volta, nella produzione cinematografica,
co-producendo “Piano 17” dei Manetti Bros e producendo
interamente “Nero bifamiliare”, esordio alla regia del
cantautore Federico Zampaglione. Come giudica i risultati
ottenuti? E cosa, eventualmente, bisogna migliorare?
“Sono state due ottime
esperienze, il bilancio è positivo. Il cinema ha bisogno di
storie: per migliorare è necessario avere una grande
attenzione ai contenuti. Trovare dei soggetti originali,
quindi un lavoro di scouting è la vera chiave del
successo”.
Come sceglie un film da
distribuire (o da produrre)? Con quali criteri?
“Per i film di produzione, come
dicevo, prima di tutto le storie. Quanto ai film di
acquisizione leggiamo più di trecento sceneggiature
all’anno. Gli elementi che consideriamo per la selezione
sono diversi, tra i più importanti: chi lo produce, quale
sarà la sua distribuzione in U.S.A, il periodo di release,
il cast artistico, il budget di produzione, il
prezzo”.
La Mondo H.E. vanta prestigiosi
sodalizi, quello con l’Istituto Luce è un po’ il fiore
all’occhiello... Come nascono queste collaborazioni?
“È una mia personale battaglia,
vinta ormai quattro anni fa. Volevo a tutti i costi
distribuire in home video quello che ritengo l’archivio
documentaristico più ricco e straordinario al mondo. Quando
l’allora amministratore delegato dell’Istituto Luce, Luciano
Sovena, ha visto che mi brillavano gli occhi all’idea, non
ha potuto dire di no, anche in considerazione dell’offerta,
che ha fatto brillare gli occhi a lui…”.
C’è un film del passato che le
sarebbe piaciuto produrre o distribuire?
“Più di uno, gliene ne cito tre:
“C’era una volta in America”, “La vita è bella” e “Un
Americano a Roma”. Tre capolavori”.
E in anni più recenti?
“Uno americano per par condicio:
“Forrest Gump”.
C’è un produttore cinematografico
a cui guarda con ammirazione e perché?
“Ultimamente ho avuto un’enorme
fortuna, e forse ancora non l’ho colta a pieno. Lo scorso
anno ero a Los Angeles, arrivo ad un appuntamento, mi siedo
davanti al mio interlocutore che mi guarda e dice: “Guagliò,
tengo solo cinque minuti di che parliamo?”. Io gli ho
risposto: “Me ne bastano tre”. Non scorderò mai le oltre due
ore di piacevole chiacchierata, durante le quali ho avuto
davanti a me un uomo, credo di oltre ottanta anni, segnato
dal tempo, ma con una lucidità, un’energia, una passione
davvero fuori dal comune. Ho incontrato nel suo ufficio Dino
De Laurentiis. Ecco, lo ammiro più di ogni altro, perché ha
capito che l’industria del cinema non puoi farla in Italia”.
Molti film validi non arrivano al
grande pubblico perché incontrano difficoltà nella
distribuzione. È proprio inevitabile?
“Si è inevitabile, gli americani
dicono “Business is business”!”.
In Italia esistono festival
importanti. Come li giudica? Possono essere un buon volano
per la crescita del cinema made in Italy?
“I festival sono importanti, ma
la crescita del cinema italiano passa per altre strade. È
necessario fare “sistema” tra istituzioni, film commission,
associazioni di categoria, autori, compratori di contenuti.
I produttori devono fare gli imprenditori, lo Stato deve
metterli in condizione di farlo, non con aiuti una tantum,
ma con leggi che favoriscano lo sviluppo dell’impresa
cinema.
Ci sono tanti produttori capaci e
seri in Italia che conoscono bene le regole d’impresa, è
necessario metterli in condizione di immaginare un futuro
chiaro nel medio e lungo periodo. Fino ad oggi siamo andati
avanti con il day by day. Così è difficile. Tuttavia
il tax-shelter, recentemente approvato, è un
importante segnale positivo che va nella giusta direzione”.
Cosa pensa dei famigerati “cinepanettoni”?
“Il meglio possibile. Tengono
incollati in sala milioni di persone. Sono veramente come il
panettone a Natale, immancabili. Prima o poi ne vedrò uno”.
Su cosa, in particolare, il
cinema italiano dovrebbe puntare per acquisire un livello di
maggior prestigio internazionale?
“Dovrebbe saper unire la sua
riconosciuta creatività alla capacità di dargli un valore
più ampio in termini produttivi, creare un prodotto che
possa varcare quindi i confini nazionali. Per questo serve
fare coproduzioni internazionali”.
La tecnologia oggi consente di
vedere un film sullo schermo di un cellulare o del proprio
Ipod. Quali sono i nuovi scenari?
“Non credo molto a queste
modalità di fruizione, la magia di un film è in sala.
Tuttavia la tecnologia non possiamo fermarla e sono sicuro
continuerà a stupirci”.
Televisione, home video, cinema.
Tre ambiti differenti che, però, sono sempre più collegati.
Secondo lei si va verso un’interconnessione totale?
“Certamente, l’avvento del
digitale in tutti i media porterà sempre più la possibilità
di interconnessione e soprattutto le finestre di fruizione,
tra un media e l’altro, presto spariranno”.
Cosa vede nel futuro della
Moviemax?
“Un film che incasserà dieci
milioni di euro! Scherzi a parte Moviemax è la Cenerentola
della distribuzione italiana, abbiamo davanti a noi
importanti sfide che ci danno una grande carica, siamo
pronti ad affrontarle per consolidare la nostra posizione
sul mercato”.
E nel suo futuro personale?
“Sempre un film da dieci milioni
di euro!!”.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce,
dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro
etimologia, del loro senso originale e della successiva
evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui
tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire
qualcosa possa ancora fare la differenza.
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SABRINA FERILLI
Io sono
innamorata del cinema e il cinema è innamorato di
me.
Ed ho anche nella mia testa una
figura definita e chiara
del cinema, un cavaliere
bellissimo.
(Da “Il
Tempo”, 2007)
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