INTERVISTE
ENNIO DORIS, STORIA DI UN SOGNO ITALIANO
Dalla rinuncia all’università
per aiutare la famiglia all’incontro fondamentale con
Silvio Berlusconi. Per il futuro il sogno è creare una
struttura che rappresenti, anche all’estero,
l’eccellenza dell’Italia nel settore dei servizi bancari
Antonio Eustor*
Fondatore
e capo esecutivo della Mediolanum S.p.a., il cui patrimonio
stimato ammonta a oltre 2,5 miliardi in dollari Usa, Ennio
Doris nel 1969 inizia a lavorare nel campo della consulenza
finanziaria come impiegato per la Fideuram. Nel 1971 entra a
far parte della Dival (gruppo RAS), dove diventa il capo di
un gruppo di 700 promotori finanziari. Nel 1982 fonda la
società “Programma Italia” e convince un giovane
imprenditore, che risponde al nome Silvio Berlusconi, ad
investire una cifra pari agli attuali 250.000 euro, in
cambio della comproprietà del 50% della società.
La sua strategia è di specializzarsi nel rapporto
con il cliente, mentre subappalta la gestione dei fondi ad
altre società. Sotto la sua guida carismatica la sua rete di
promotori cresce rapidamente, come d’altronde il fatturato
dell’azienda.
Aggiunge all’attività originaria, quelle di
assicurazione (vita e danni) e di banca e rinomina l’azienda
stessa in Mediolanum. Nel giugno del 1996 l’azienda viene
quotata in Borsa. Nel 2002 Doris viene nominato cavaliere
del lavoro.
Partiamo dalle origini. La sua
che tipo di famiglia era?
“La mia era una di quelle
famiglie che pur nella povertà era ricca di valori e molto
unita. Eravamo in quattro, i miei genitori, mia sorella ed
io, ma la nostra casa era inserita in un caseggiato dove, in
altre tre case, vivevano altrettante famiglie per cui, come
accadeva spesso una volta, la vicinanza e l’amicizia
trasformavano i vicini di casa in “quasi parenti”.
Ricordo con piacere quei tempi e
soprattutto ricordo la dolcezza di mia madre e gli
insegnamenti morali e materiali che mio padre riusciva a
darmi dialogando con me e con il suo esempio”.
Che tipo di studi ha fatto e come
è entrato nel mondo del lavoro?
“Per rispondere a questa domanda
devo raccontare un po’ la storia del mio paese. Sono nato a
Tombolo, in provincia di Padova, un territorio oggi
decisamente benestante, ma negli anni ’40 al centro di una
zona contadina abbastanza depressa. In particolare Tombolo,
per ragioni storiche che neanche conosco, ha avuto poca
terra rispetto al numero degli abitanti, nonostante una
cultura strettamente legata ai frutti dell’agricoltura e
dell’allevamento; non c’erano risorse sufficienti per tutti
e gli uomini si sono inventati la professione del mediatore
di bestiame, che andava all’alba nei mercati dei paesi
vicini ad intraprendere “trattative per conto terzi”.
Questa era la professione di mio
padre e, chissà, forse sarebbe stata anche la mia. Andavo a
scuola, alle elementari, quando purtroppo mi ammalai di
nefrite, allora malattia molto grave e curabile solo con la
penicillina; rimasi a letto per un anno e mi appassionai
alla lettura e allo studio, non potendo fare altro. Una
volta guarito continuai la scuola e scoprii una propensione
per la matematica. Mi diplomai in ragioneria e fui subito ad
un bivio in quanto mi si presentò la possibilità di lavorare
in banca o, sponsor la mia professoressa di matematica, di
andare all’università. Optai per la prima soluzione, anche
perché non vedevo l’ora di poter portare un aiuto concreto
alla mia famiglia, dopo tutti i sacrifici che aveva fatto
per me. Quindi entrai come impiegato alla Banca Antoniana e
vi restai per otto anni”.
C’è stato un momento preciso in
cui ha capito che desiderava più di ciò che le offriva la
sua attività?
“Già dall’inizio fui un bancario
atipico in quanto, conoscendo molto bene le reali necessità
dei miei compaesani che, alzandosi all’alba per andare ai
mercati, non potevano di certo recarsi in banca durante
l’orario di apertura, avevo creato, d’accordo con il
direttore della filiale, un servizio di ritiro o consegna di
assegni “porta a porta”, cioè al domicilio del cliente, al
termine dell’orario di lavoro.
Dopo otto anni di banca divenni
direttore generale di una piccola azienda metalmeccanica, la
Talin di Cittadella, e mi sentivo quasi arrivato. Un giorno
però salii sul sedile posteriore dell’auto del proprietario
dell’azienda, una Citroen Pallas, bellissima per quei tempi,
e di colpo ebbi una folgorazione dicendo a me stesso:
“Quest’uomo sta guidando l’auto che mi piacerebbe avere,
anzi, sta guidando la mia vita” e capii in un lampo che non
ero più soddisfatto del mio lavoro e che dovevo trovare
un’attività in proprio, che mi consentisse di prendere in
mano le redini del mio futuro.
L’occasione arrivò qualche mese
dopo, quando un mio compagno di studi mi propose di
intraprendere l’attività del “consulente finanziario”,
allora si chiamavano così, l’unica attività imprenditoriale
che avrei potuto avviare senza disporre di un capitale. Mi
buttai a testa bassa in questo nuovo impegno e, grazie anche
all’aiuto di mia moglie che mi affiancò e sostenne
moltissimo soprattutto in queste prime fasi facendomi da
autista, segretaria, telefonista, ottenni subito ottimi
risultati. Ricordo che nel solo primo mese guadagnai in
commissioni l’equivalente di un anno di banca. Iniziò per me
un periodo nel quale non stetti fermo un attimo. Lavoravo
364 giorni l’anno, escluso il Natale, con orari che andavano
dalle otto del mattino sino a quasi mezzanotte”.
Il 1982 è l’anno della svolta.
Fonda “Programma Italia” e incontra Silvio Berlusconi, dando
vita a Mediolanum. Che ricordi ha di quella successione di
eventi?
“La nuova attività andò talmente
bene che nel 1980, dopo un passaggio in Fideuram, lavoravo
in Dival del Gruppo Ras, avevo sotto di me un gruppo di
circa ottocento agenti e guadagnavo già un centinaio di
milioni di lire al mese. Il mio sogno però era quello di
riuscire a realizzare una struttura con figure professionali
che fossero in grado di gestire le esigenze del cliente, che
per me è sempre stato identificato nella famiglia, dal punto
di vista del risparmio, della previdenza, della casa e dei
servizi bancari: tutti comparti che nel mercato italiano non
dialogavano tra di loro. Per fare ciò avrei dovuto trovare
un socio in grado di fornirmi la struttura aziendale che io
non avevo e che fosse sufficientemente attento e innovativo
da sposare l’idea della “consulenza globale”.
Questo socio lo identificai in
Silvio Berlusconi, che incontrai quasi per caso a Portofino
e subito gli sottoposi l’idea di costruire un’azienda che
avesse l’obiettivo di diventare il punto di riferimento
delle famiglie italiane per tutto ciò che riguardasse il
risparmio, la previdenza e la casa. Dopo quindici giorni
Berlusconi mi chiamò e da lì nacque un sodalizio che
continua ancora”.
Del Presidente Berlusconi si sa
tutto o quasi. Cosa si ignora che invece si dovrebbe sapere?
“L’ha detto lei, si sa quasi
tutto e si ignora pochissimo e, per quanto mi riguarda, due
delle sue caratteristiche che maggiormente colpiscono
l’interlocutore sono la capacità e la velocità di entrare in
un settore non suo durante una discussione e di capirne
immediatamente le problematicità, i punti di forza e quelli
di debolezza. Veramente una mente non comune. La mia
fortuna, a pensarci bene, non è stata tanto averlo come
alleato quanto non averlo come concorrente”.
Come è cambiato nel tempo il
vostro rapporto?
“Da sempre ho avuto, in quanto
operativo ed esperto del settore, la massima indipendenza,
accollandomi direttamente la responsabilità di iniziative di
rilievo nell’economia aziendale, come ad esempio l’acquisto
di Mediolanum assicurazioni e Mediolanum vita nel 1984.
Comunque Silvio era sempre presente ed era un punto di
riferimento al quale facevo ricorso e con il quale decidevo
le strategie di massima. Da quando è entrato in politica,
purtroppo, lo vedo molto poco, un paio di cene all’anno, e
in quelle occasioni parliamo di tutto tranne che di lavoro.
Spesso rimpiango i suoi consigli e la sua lucidità”.
Umanità, tecnologia, tradizione e
futuro sono i punti cardine della sua mission aziendale.
Come è possibile conciliare questi aspetti?
“Non è per niente difficile in
quanto questi punti non sono il risultato di un processo, ma
la fotografia di una realtà. Non dobbiamo mettere insieme
umanità, tecnologia, tradizione e futuro e quindi porci il
problema di come farli convivere, ma questi quattro elementi
sono l’essenza stessa di Banca Mediolanum, inscindibili
nell’immagine esterna, nei rapporti interni e per l’insieme
della community di manager, dipendenti, agenti e
clienti. Grazie all’esistenza di queste caratteristiche
siamo immediatamente riconoscibili e comprensibili da
qualunque tipologia di cliente, dalla casalinga di Voghera
che può contattare la banca anche solo utilizzando il
telefono e la televisione di casa, al giovane
tecnologicamente evoluto che usa solo Internet, al grande
imprenditore che tratta direttamente da casa le sue
questioni, di successione aziendale ad esempio, con il
proprio private banker”.
Che cosa l’ha spinta ad essere
testimonial nelle pubblicità Banca Mediolanum, con la
famosa poltrona rossa sul lago salato?
“Veramente non pensavo che le
nostre campagne pubblicitarie potessero arrivare a darmi una
tale notorietà. Tutto è nato dalla necessità di rafforzare
l’immagine e di dare grande credibilità ad una azienda che
si presentava priva di strutture materiali, visto che non
abbiamo filiali, e che trattava un argomento delicato per le
famiglie, quale il risparmio. Abbiamo fatto un parallelismo
con la pubblicità di prodotti alimentari: l’esempio è
l’amico Giovanni Rana il quale mi ha raccontato di aver
avuto lo stesso problema di credibilità. Lui doveva esporsi
in prima persona per garantire la qualità dei propri
prodotti alimentari, settore anch’esso molto delicato.
Io ho fatto la stessa cosa
mettendo in gioco la mia reputazione come presidente della
banca, che parla direttamente ai propri clienti. In più la
mia presenza come protagonista dello spot aveva anche la
funzione di alimentare le prospettive dei nostri agenti che
potevano vedere in me la realizzazione di un sogno e un
modello da seguire con obiettivi senza limiti”.
Le persone fanno la differenza. È
solo uno slogan o qualcosa in cui crede?
“Ci credo, anzi tutta l’azienda
ci crede fortemente, tanto che le posizioni chiave della mia
rete di vendita hanno, da sempre, un turn over pari
allo zero e questa nei fatti è la dimostrazione di quanto
l’azienda conti sui rapporti umani”.
La parola famiglia ricorre spesso
nelle sue attività. Lo stesso family banker è un
professionista che ha nelle famiglie il suo target
principale. Ci spiega perché?
La famiglia è il nucleo
principale su cui si basa l’organizzazione civile. La
famiglia per me è stata ed è importantissima. L’azienda è,
sarà anche banale, una grande famiglia – a questo proposito
sono orgoglioso di dire che abbiamo, nella nostra sede di
Milano3, un eccellente asilo nido per i figli dei nostri
dipendenti –-, e da famiglie è formata tutta la nostra
clientela. Il family banker, evoluzione del
consulente globale degli esordi, è il direttore di banca del
terzo millennio, che svolge la sua professione affiancando
direttamente la famiglia, raggiungendola anche a casa, con
un rapporto diretto e umano, tutta la professionalità e la
tecnologia adeguate ai nostri tempi. A questo punto la
famiglia non poteva che essere al centro di tutta la nostra
attività”.
A proposito di famiglia, c’è un
episodio di quando incontrò per la prima volta i parenti
della sua futura moglie, che merita di essere raccontato...
“La prima volta che vidi mia
moglie, lavoravo in banca e stavo recandomi da un suo zio
per consegnare degli assegni, ne rimasi fulminato e decisi
immediatamente che l’avrei sposata. Non persi tempo e dopo
pochi giorni, d’accordo con lei, mi presentai a casa sua
chiedendone la mano. Rimasero tutti un po’ stupiti, ma la
mia determinazione fu tale che alla fine accettarono. È
stata la migliore decisione della mia vita”.
I suoi figli sono dei
privilegiati. Quali insegnamenti ha passato loro?
“Certamente i miei figli possono
essere considerati dei privilegiati, ma i loro privilegi,
proprio perché conoscono bene la storia della famiglia,
entro certi limiti se li sono dovuti conquistare. Sara e
Massimo sono stati e sono due bravi ragazzi, molto vicini a
noi e tra di loro. Mi stanno dando molte soddisfazioni e mi
hanno dato sei nipotini, quattro femmine sono figlie di Sara
e un maschio e una femmina figli di Massimo. Posso dire con
certezza che siamo riusciti a trasmettere loro tutti i
valori delle famiglie mia e di mia moglie e sono sicuro che
continueranno la tradizione con i miei nipotini”.
E nella loro vita professionale,
hanno seguito la sua strada o hanno preferito dedicarsi ad
attività diverse?
“Mio figlio Massimo, che oggi ha
40 anni, è entrato presto nel consiglio d’amministrazione.
Appena laureato è stato per un anno e mezzo in Inghilterra
per fare esperienza in alcune tra le maggiori case di
investimento. Rientrato in Italia, dopo aver fatto anche il
promotore finanziario, ha lavorato nei settori più
importanti e strategici della banca, dal controllo di
gestione al marketing, sino a diventare il responsabile
della formazione della rete e infine capo degli allora
cinquemila agenti di Banca Mediolanum. Negli ultimi tre anni
è stato in Spagna, in qualità di amministratore delegato di
Fibanc Mediolanum, la nostra controllata spagnola, e dal 30
luglio è tornato in Italia come amministratore delegato e
direttore generale di Banca Mediolanum.
Una bella carriera tutta
meritata. Certo è mio figlio, ma proprio per questo per
arrivare dove è arrivato ha dovuto dimostrare le sue doti
più di chiunque altro. Mia figlia Sara è anche lei da sempre
in azienda, oggi si occupa, oltre che delle sue quattro
bambine, di tutti gli asset non tangibili del gruppo e in
particolare della Fondazione Mediolanum”.
Nel 2001 lei ha lanciato
Mediolanum channel, il cui palinsesto prevede una
programmazione basata su auto-produzioni riguardanti
finanza, cinema, teatro, tecnologia e viaggi. Vuol fare
concorrenza al suo socio?
“No, assolutamente. L’obiettivo
di Mediolanum channel è quello di essere un punto di
incontro per la community che gravita attorno alla banca,
cioè i clienti, gli agenti e i dipendenti. I risultati di
ascolto, di gradimento e di ricordo ci gratificano molto
perché testimoniano la qualità del prodotto che realizziamo.
Certamente non vogliamo fare concorrenza alle reti Mediaset,
anzi non vogliamo fare concorrenza a nessuno, vogliamo
comunicare bene e in modo corretto”.
Come valuta, nel complesso,
l’offerta della tv generalista?
“Ogni tv, anche quella
generalista, ha un suo target. Non la si può prendere nel
suo insieme, ma la sua offerta va valutata in funzione del
target al quale si rivolge e pertanto ogni canale, servizio
pubblico incluso, rispecchia esattamente ciò che il suo
pubblico richiede. Senza questa premessa non si può dare un
giudizio e grazie a questa premessa non si può dare un
giudizio.
Nel caso di Mediolanum channel
riteniamo di avere realizzato non tanto una tv generalista,
ma una tv delle tv di nicchia. Cioè possiamo permetterci,
non essendo assillati da necessità di audience e
pubblicitarie, di dedicare ampi spazi ad argomenti e settori
che le altre tv non possono approfondire e questo porta
grandi soddisfazioni”.
A proposito di concorrenza, i
grandi gruppi bancari costituiscono, per alcuni, il vero
centro del potere. La Mediolanum come si inserisce in questo
scenario?
“Banca Mediolanum è il nuovo.
Banca Mediolanum è snella. Banca Mediolanum è vicina alla
gente. Banca Mediolanum è alla portata di tutti. Tragga lei
le conclusioni”.
Inflazione, aumento dei prezzi,
mutui a tassi di interesse fissi e variabili. Come può un
piccolo risparmiatore sopravvivere in questa giungla?
“Bisogna distinguere prima di
tutto tra un risparmiatore, anche piccolo, che ha un
capitale da proteggere e da incrementare e chi purtroppo non
ha assolutamente armi finanziarie per difendersi
dall’aumento dei prezzi e dall’inflazione. Nel primo caso,
dopo aver fatto una attenta analisi dei propri bisogni
futuri, se si riesce a superare il naturale “istinto di
sopravvienza”, che tiene lontani dalle borse quando scendono
mentre sarebbe proprio quello il periodo ideale per
approfittarne, investire una parte del proprio risparmio,
quella parte che si può lasciare investita almeno per dieci
anni, in un investimento azionario il più possibile
diversificato sia geograficamente sia settorialmente. In
questo caso non bisogna far altro che attendere e i
risultati arriveranno.
Diversa è la situazione di chi
alla terza o quarta settimana del mese ha esaurito lo
stipendio e non riesce più a pagare la rata del mutuo. Noi
di Banca Mediolanum abbiamo cercato di venire incontro ai
nostri clienti con due iniziative importanti: la prima è la
riduzione unilaterale dello spread sulla rata dei
mutui, abbassandolo mediamente dello 0,66%, con un mancato
guadagno calcolato per l’azienda di 65 milioni di euro in 22
anni, che è la durata media del nostro portafoglio mutui in
essere. Inoltre, affinchè nessun nostro cliente debba mai
perdere la casa per un grave infortunio o grave malattia,
abbiamo istituito, a spese della banca, un fondo di
solidarietà per proteggere i nostri clienti da questi gravi
eventi che, oltre al danno diretto, potrebbero causare anche
la perdita della casa”.
Lei risiede a Milano, ma ogni
fine settimana torna a Tombolo, suo paese d’origine. Le
serve come ricarica?
“Certamente, sono legatissimo
alla mia terra e appena posso torno a casa, purtroppo sempre
meno di frequente, faccio anche una partita a carte, con i
“soci” di sempre. Giochiamo a “briscolon” e tutti i segnali
sono leciti”.
Forbes, ogni anno, stila la
graduatoria degli uomini più ricchi d’Italia. Nel 2007 lei
risulta 11°. È una classifica che aspetta o non le
interessa?
“Non mi interessa più di tanto,
certo può far piacere, ma tutto sommato mi lascia quasi
indifferente”.
Due grandi passioni la
caratterizzano da sempre: l’amore per il ciclismo e per il
buon vino. Conferma?
“Non del tutto. Sicuramente
l’amore per il ciclismo lo ribadisco, anche se rimango solo
un “coppista”; il vino non è una passione specifica, certo a
tavola se bevo, preferisco un buon bicchiere di vino di
qualità, ma non lo considero tra i miei bisogni primari”.
Il doping nel ciclismo e la
contraffazione enologica incidono, pesantemente, in questi
due settori. Cosa sarebbe necessario fare?
“Per quanto riguarda il ciclismo
ho sentito delle teorie pazzesche che dicono che dal momento
che tutti fanno uso di sostanze dopanti, i pochi che non ne
fanno uso sarebbero svantaggiati e quindi viene cercata una
giustificazione all’Epo o altre schifezze del genere.
Pazzesco! Stanno ammazzando uno sport tra i più belli e
spettacolari che siano mai esistiti. L’unica soluzione
sarebbe cambiare la mentalità dei giovani e condannare
pesantemente, molto pesantemente, allenatori e maneggioni
che forniscono le sostanze proibite. Qualcosa si sta
facendo, ma non è ancora abbastanza.
Per quanto attiene la
sofisticazione del vino, c’è poco da dire, purtroppo i
disonesti ci sono e, anche se molto pochi, mettono a
repentaglio la salute pubblica e l’immagine della stragrande
maggioranza dei produttori onesti e seri che contribuiscono
con il loro lavoro a creare e sviluppare un’immagine
positiva e fattiva dell’Italia nel mondo. Anche qui il pugno
deve essere molto duro”.
E la passione politica l’ha mai
tentata al punto da farle prendere in considerazione un
impegno in prima persona?
“No. La fa già il mio socio e se
entro anch’io in politica chi si occupa dell’azienda? A
parte gli scherzi, da giovane un po’ di politica l’ho fatta,
ma sempre con moderazione e durante la prima campagna
elettorale di Forza Italia, data la mia esperienza nel
parlare in pubblico, ho dato una mano tenendo comizi per
conto dei candidati che non avevano tale esperienza.
Null’altro. E poi mi diverto troppo mandando avanti il mio
gruppo”.
Ripensando alla sua attività:
quando è partito sperava di arrivare dove è arrivato?
“Non sono arrivato, sono solo
all’inizio. Sono partito con una visione di massima che era
l’idea del “consulente globale”, affiancata al concetto di
imprenditorialità per tutti i collaboratori. Via via l’idea
si è affinata, aggiungendo tasselli e concetti che hanno
oggi la loro totale fotografia nell’essenza stessa della
banca multicanale integrata com’è Mediolanum e nella figura
del family banker. Lo sviluppo all’estero è
l’evoluzione, ma il sogno è quello di creare una struttura
che rappresenti in tutto il mondo il concetto di eccellenza
dell’Italia anche nel settore dei servizi bancari,
finanziari e della consulenza alle famiglie come “Ferrari”
per le automobili e le grandi firme per la moda.
Ennio Doris, ma cosa vuol fare da
grande?
“Non so, c’è ancora tempo”.
*Dice di sé.
Antonio Eustor. Un americano a
Roma: ha studiato e a lungo vissuto a New York, con preziose
esperienze manageriali. Poi, in Italia, è da trent’anni il
braccio destro di Cesare Lanza. In Rai per sette anni
consulente di “Domenica in” e di altri programmi. Dal 2005,
a Canale 5, segue in particolare, come uno degli autori, il
programma di Paolo Bonolis “Il senso della vita”.
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GÉRARD DEPARDIEU
Sofia Loren
è la madre di tutti gli attori,
la santa patrona degli attori,
un’intelligenza fuori dal comune,
un saper vivere e una discrezione
unici.
(Da “Amo
la vita ”,
2005)
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