INTERVISTE
CANDIDA MORVILLO, LA NOVELLA TI INTRIGA DI PIÙ
Sapiente mix di spigolosità e
dolcezza a trentaquattro anni ha conquistato da pochi
mesi la direzione dello storico settimanale fabbrica del
gossip. E spiega i segreti del suo lavoro
Francesco Canino*
Intrigante.
Come la voce nasale che camuffa un accento indefinito.
Precisa. Come le parole che escono sempre pensate e misurate
dalla sua bocca carnosa. Ironica. Come le situazioni al
limite del tragicomico che racconta, torturando la chiavetta
del caffè e mostrando, il minimo indispensabile,
all’interlocutore i grandi occhi da imperterrita scrutatrice
dell’animo umano (due segnali d’indiscutibile timidezza,
direbbe qualcuno).
Incontro Candida
Morvillo al quarto piano della torre di ottanta metri che
domina il nuovo quartier generale di Rcs, un’area di oltre
95 mila metri quadri a ridosso della storica sede Rizzoli,
terminata appena qualche mese fa e progettata dal
quotatissimo Stefano Boeri e dal suo staff di architetti.
Classe 1974, sorrentina, Candida Morvillo ha iniziato a
scrivere appena diciottenne su “Il Golfo”, allora quotidiano
della città di Sorrento, per passare subito dopo a fare
l’inviata dalla costiera per “Il Mattino”, raccontando tra
l’altro gli effetti di Tangentopoli e il tracollo della
Democrazia cristiana che considerava quelle zone un enorme
serbatoio di voti. Arrivata a Milano poco più che ventenne
entra all’istituto De Martino, la scuola per formazione al
giornalismo dell’Ordine dei giornalisti, e, dopo un
variegato percorso tra stage e contratti a tempo
determinato, viene assunta al settimanale “Oggi”: merito non
solo delle sue (innegabili) capacità, ma anche di quel
pizzico di astuzia e di furbizia che la portarono ad
intrufolarsi ad un matrimonio blindato e a fare uno degli
scoop della sua carriera. Sapiente mix di spigolosità e
dolcezza (proprio come la sua terra), a trentaquattro anni
la Morvillo ha conquistato da pochi mesi la direzione di
“Novella 2000”, fabbrica del gossip e storico settimanale
pettegolo, che sotto la sua direzione sta cambiando pelle,
raccontando non più solo gli amorazzi dei “soliti noti” di
casa nostra, ma anche le storie, le vite e gli intrighi di
quelli che contano: politici, imprenditori, manager (la
“razza padrona” insomma), sono finiti sotto lo sguardo
impertinente, frivolo e divertito della nuova “regina del
gossip” italiano.
“La Repubblica delle veline” è il
titolo di un libro che lei scrisse per Rizzoli e che fu
pubblicato esattamente cinque anni fa. Una specie di saggio,
accompagnato da non pochi mugugni, nel quale sollevò più di
qualche dubbio sulla patinata vita dei cosiddetti
“lavoratori dello spettacolo”. Mi racconta come nacque
questa sua tragicomica e puntuta opera?
“L’idea a dire il vero non fu mia. Fu piuttosto
un’intuizione intelligente di Franco Grassi, uno dei più
importanti esperti di narrativa italiana della Rizzoli, che
si era sempre occupato di cose molto più serie: non a caso
era l’editor di Oriana Fallaci. Lui aveva capito che
qualcosa stava cambiando, che c’era un nuovo fenomeno che si
affacciava nella società italiana. Stava esplodendo la
carica delle “ragazze spettacolo” che stavano diventando dei
nuovi idoli, come una volta lo erano state le modelle. In
quel periodo io lavoravo al settimanale “Oggi”, mi chiamò,
mi raccontò quali erano le sue intenzioni e nacque questo
saggio sociologico, ma anche pettegolo, sulle ragazze della
tivù”.
Volendo raccontare in estrema sintesi le intenzioni
del libro si potrebbe dire: ecco come sono cambiate le donne
in tivù, dalle annunciatrici bon chic bon genre della
tivù anni ’50 siamo passati alle “strappone” dei giorni
nostri.
“In parte è vero. Perché erano gli anni del
boom del “veliname” vario, in cui registravamo un’invasione
di veline, letterine, ereditiere, meteorine e via dicendo.
Quando ho scritto “La Repubblica delle veline”
nasceva un fenomeno che avevo l’esigenza di raccontare, ma
quello che poi m’interessava dimostrare, e penso di esserci
riuscita, è che dietro il luccichio c’erano e ci sono, i
compromessi, un mondo finto e costruito a tavolino, dove
quello che sembra essere vero è in realtà molto spesso solo
verosimile. Adesso tutti sanno che è così”.
Anche
perché nel frattempo è successo un po’ di tutto tra
scandali, inchieste ed intercettazioni varie. Sarà per
questo che il suo libro resta attualissimo. Cos’è cambiato
in questi ultimi 60 mesi?
“Fondamentalmente
rispetto a cinque anni fa il pubblico ha più consapevolezza
di quella che è la verità di quest’ambiente… cioè sa che lo
spettacolo è un mondo patinato in superficie e che basta
andare appena oltre l’apparenza per scoprire cose molto più
torbide. Questo essere consapevoli credo derivi anche dal
gran polverone sollevato dalle intercettazioni telefoniche e
dall’inchiesta denominata “Vallettopoli”, quella del pm di
Potenza Henry John Woodcock per intenderci, che sta finendo,
e in parte è finita, in una bolla di sapone e che ha
squarciato il velo su quello che c’era dietro le quinte. Di
quell’inchiesta per altro c’era già molto ne “La Repubblica
delle veline” dove avevo proposto quantomeno un affresco
d’ambiente che si è rivelato molto veritiero”.
Ha mai pensato ad un aggiornamento?
“Ci penso sempre da cinque anni, ma se non lo faccio mai è
perché sono sempre superata dalla realtà (e sorride
ironica). Diciamo che ci vorrebbe un aggiornamento
continuo”.
A proposito di “Vallettopoli”, lei che idea si è fatta di
quell’inchiesta?
“Non vorrei peccare di presunzione, ma
sono stata per molto tempo una delle poche a criticare quel
mondo fatto di lustrini, di feste e di lusso dove tutto
sembrava potesse essere concesso. Sono stata l’unica voce
fuori dal coro quando “la repubblica delle veline” veniva
descritto come il migliore dei mondi possibili. Proprio
perché quell’ambiente lo conosco bene e l’ho lungamente
raccontato, mi sono resa conto che si stava facendo
mediaticamente carne da macello di episodi che non erano
reati, tanto che poi molte vicende sono state archiviate o
posizioni minori stralciate dall’inchiesta principale e sono
poi finite in un nulla di fatto. Io non accuso nè
giustifico, sia chiaro, però specie da certi quotidiani e da
molte trasmissioni tivù Vallettopoli è stata trattata con
poca conoscenza dell’ambiente e dei meccanismi di questo
lavoro, scandalizzandosi per cose tutto sommato banali”.
“Il pettegolezzo è l’unica forma
di giornalismo. E di letteratura. Arbasino è stato un grande
scrittore di gossip. “Fratelli d’Italia” è un libro di
pettegolezzi. Come la “Ricerca del tempo perduto”…”. L’ha
detto uno dei grandi maestri del genere gossipparo, Roberto
D’Agostino. Lei concorda?
“Una volta con Gene Gnocchi
abbiamo fatto una tavola rotonda ad “Artù”, il programma che
il comico conduce su Rai Due, sostenendo ironicamente che il
giornalismo scandalistico è l’unica forma di giornalismo
veramente libera: più o meno quello che dice D’Agostino. Non
starei a scomodare Schopenhauer… noi al massimo abbiamo
scomodato le vallette di Gene Gnocchi!”.
Da
qualche mese lei è sulla plancia di comando della più famosa
“bibbia” dell’italico pettegolezzo, “Novella 2000”, da più
di mezzo secolo una vera e propria fabbrica del gossip. Come
sempre anticipa i tempi e ha rimodellato il giornale
spostando l’obiettivo: nel mirino non ci sono più solo
veline, calciatori e tronisti, ma anche il cosiddetto
“potere”.
“C’è un po’ di tutto, a dire il vero. Visto che le storie
dei personaggi dello spettacolo un po’ annoiano perché sono
sempre uguali, noi andiamo a pescare in un ambito che ai
lettori interessa sempre di più e dunque sotto la lente
d’ingrandimento del gossip finiscono adesso anche gli
imprenditori, i manager, gli scrittori di successo e i
politici. In questo momento il potere piace molto e sembra
convincere i lettori, che si divertono scoprendo aneddoti e
storie di volti magari ancora poco conosciuti”.
Questo cambiamento di rotta si è visto sin dal numero primo
del “Novella” dell’“era morvilliana”, quando ha messo
in copertina le bollenti effusioni tra il Presidente della
camera Gianfranco Fini e la compagna Elisabetta Tulliani.
Foto che hanno fatto molto discutere e che sono costate al
suo giornale una querela da parte della terza carica dello
Stato. Secondo lei si può pubblicare tutto?
“Tutto quello che la legge ti consente di pubblicare, in
primo luogo. E poi tutto quello che la coscienza mi consente
di pubblicare”.
Verrebbe da
aggiungere: tutto quello che l’editore le consente di
pubblicare…
“Qualcuno pensa che l’editore
vieti la pubblicazione di qualche cosa, ma credo che questo
non accada mai, o meglio, a me non è mai successo. C’è
piuttosto un linea editoriale concordata prima, questo
certamente, ma l’editore non dice mai cosa pubblicare e cosa
no. Oltretutto in una società come Rcs in cui l’editore non
è unico, ma ce ne sono almeno venti tutti importanti, se
dovessi dare retta solo ad uno farei un torto a tutti gli
altri (dice ridendo)”.
Ma le reazioni dei protagonisti non la spaventano?
“Io ho sempre la coscienza
tranquilla, sia dal punto di vista legale che umano. Certo,
se devo pubblicare qualcosa inerente alla salute di una
persona o qualcosa che può provocare la rottura di una
famiglia, allora mi metto lì e ci penso mille volte. Tutto
il resto m’intimorisce molto poco”.
Le “larghe intese” di Fini con la Tulliani ad esempio non
l’hanno spaventata?
“Per niente”.
Vorrei due nomi: quello del miglior giornalista “gossipparo”
in circolazione e quello del peggiore.
“Il migliore è sicuramente
Roberto D’Agostino. Il peggiore non saprei… fondamentalmente
dei peggiori dimentico le firme”.
Raccontiamo un po’ di lei. Sorrentina, nata nel 1974, ha
iniziato a scrivere subito dopo la maturità e non ha più
smesso. Tra collaborazioni varie, stage, scuola di
giornalismo e contratti a tempo la sua poteva sembrare la
storia di un qualunque aspirante giornalista. Finché un bel
giorno la mandano al blindatissimo matrimonio di Anna Oxa e
lì la sua carriera decolla.
“Era il 1999 e lavoravo al settimanale “Oggi”.
C’era il matrimonio di Anna Oxa, quell’anno vincitrice del
Festival di San Remo, con
Behgjet Pacolli, un miliardario kosovaro molto
discusso e conosciuto per essere implicato nell’inchiesta
“Russia gate”. I due organizzano un matrimonio in stile
kosovaro nel cuore della Brianza, era l’evento dell’anno e
ovviamente per tenere alla larga giornalisti e fotografi
ingaggiano un’agguerrita truppa di body guard: anche perchè
“Tv Sorrisi e Canzoni” aveva pagato l’esclusiva fotografica
60 milioni di lire. Era una domenica e nessuno dei colleghi
aveva voglia di andare a seguire un servizio che sarebbe
andato quasi sicuramente a buca visto che la cerimonia era
superblindata. Ovviamente scelgono me che ero l’ultima
arrivata e mi tenevo stretta il mio contratto di
sostituzione estiva. Quando mi mandano a questo matrimonio
penso sinceramente che la mia carriera è finita perché
succede il putiferio. Sono l’unica che riesce ad entrare
nella villa dove si celebra il matrimonio assieme ad un
gruppetto di fotografi”.
Il “Corriere della Sera”
scrisse che vi eravate calati dagli elicotteri per rimanere
arrampicati sugli alberi per paura di essere azzannati dai
cani da guardia. Quasi una scena da film dei Vanzina.
“Più o meno accadde proprio così.
Solo che loro erano in mimetica, arrampicati sugli alberi,
io invece ero vestita da matrimonio. E a differenza dei
fotografi entrai banalmente dal cancello, anche se le
guardie del corpo dopo sostennero che era impossibile e che
avevo scavalcato. In ogni modo una volta entrata faccio le
foto con la macchinetta che mi ero opportunamente nascosta
dentro i pantaloni e continuo ad aggirarmi per il matrimonio
come se niente fosse. Rido ancora adesso a pensarci perché
gli altri ospiti, scambiandomi per un’invitata, mi
raccontavano un sacco di cose, che teoricamente non avrei
dovuto sapere, tipo quanto era costato, dove sarebbero
andati in viaggio di nozze, eccetera. La scena memorabile è
quella col collega di “Tv Sorrisi e Canzoni” che
scambiandomi per una parente involontariamente mi diede un
sacco di informazioni preziosissime per il mio pezzo. Io ero
lì con mio cocktail, faccio le foto identiche a quelle che
erano state concordate per l’esclusiva e tranquilla sto per
andarmene. Ad un certo punto però i colleghi che erano
rimasti fuori fanno una soffiata ai gorilla e vengo
avvicinata dal manager della Oxa che mi dice: “Lei è Candida
Morvillo!”. Siccome non mi conosceva nessuno era impossibile
che sapesse il mio nome. Comunque mi accusa di violazione di
domicilio e chiama i carabinieri”.
Ma lei era entrata dal cancello, quindi era difficile
sostenere la violazione di domicilio. O sbaglio?
“Esatto. Lì poi succede di tutto.
Prima le guardie del corpo che si parlano e concordano la
stessa versione, dicendo di avermi vista scavalcare, cosa
non vera. Poi l’organizzazione dà l’ordine tassativo di non
farmi uscire, ma poi arrivano i carabinieri e ci
autodenunciamo a vicenda: loro per violazione di domicilio,
io per sequestro di persona. In questo parapiglia arrivo al
cancello, ma questi non mi vogliono fare uscire: a quel
punto sono in lacrime, disperata perché non so come venirne
fuori e nel frattempo scoppia una mega rissa tra body guard,
giornalisti e fotografi… una scena memorabile! Colgo la
palla al balzo e mi allontano disperata, ma sempre con la
mia macchinetta nei pantaloni: e la prima cosa che faccio è
chiamare il vice direttore del giornale convinta di essere
licenziata in tronco… invece tre giorni dopo venni assunta”.
Scusi ma la Oxa e Pacolli si erano accorti di tutto quel
trambusto durante il matrimonio?
“Credo se ne siano accorti
soprattutto quando “Tv Sorrisi e Canzoni” non gli ha
pagato l’esclusiva (ride). Però ho sempre pensato che
alla fine anche quando fai delle cose indiscrete o scomode
per un personaggio, se hai una tua lealtà alla fine ti viene
riconosciuta. Nel caso del matrimonio della Oxa io avevo
fatto il mio mestiere, non ero andata a togliere 60 milioni
a due poveracci che stentavano ad arrivare alla fine del
mese. Immaginavano certamente che qualcuno avrebbe potuto
violare l’esclusiva”.
C’è qualcuno che la detesta?
“Penso di si. Mi arrivano delle
voci ogni tanto, ma non ho “nemici”. Se qualcuno mi detesta
sono fatti suoi!”.
Immagino che la Oxa e l’ex marito saranno tra i suoi
peggiori nemici…
“A dire il vero sono stata la
prima ad intervistarli quando si separarono. E per lungo
tempo hanno parlato solo con me”.
C’è qualcuno che non fa mistero di non amarla
particolarmente: Lele Mora, agente di molte celebrità, al
centro delle cronache giudiziarie per Vallettopoli.
“Era lui che lo raccontava in
giro. Forse all’inizio era vero che non gli stavo simpatica,
quando ci siamo conosciuti posso avergli fatto
un’impressione sbagliata. Ma abbiamo sempre avuto rapporti
di grande rispetto nella reciprocità dei nostri ruoli
professionali. E non mi vergogno di dire che nonostante io
sia sempre passata per essere una delle sue prime nemiche,
sono una delle poche ad averlo chiamato nel giorno del suo
primo interrogatorio a Potenza sempre per l’inchiesta di
Woodcock”. “Confessione” piuttosto curiosa se si pensa
che quasi tutti hanno cercato di smarcarsi da certi
personaggi e da certi ambienti.
“Ripeto:
quell’ambiente l’ho raccontato e mi rendevo conto che molte
cose sono state travisate. Nel caso di Mora c’è stato un
polverone ingiusto su una persona che tutto sommato è
risultata poi essere estranea a determinati fatti. Che abbia
fatto degli errori è fuori di discussione, ma da lì a
giudicarlo un mostro credo ce ne passi”.
Torniamo al suo lavoro. Prima su
“Vanity Fair” poi sul settimanale “A”, le sue
interviste a metà strada tra amichevoli confidenze e una
seduta di psicanalisi hanno fatto molto parlare e sono
diventate un “cult”. Arti seduttive o poteri mistici: perché
i personaggi con lei si aprono e si raccontano come fanno
con pochi altri suoi colleghi?
“Credo che le persone si
accorgano quando ti avvicini a loro con rispetto. Senza
voler dare consigli o suggerimenti, perché ci sono colleghi
mille volte più bravi e capaci di me, ci sono però delle
accortezze fondamentali per portare a casa un’intervista
efficace e non una robetta qualsiasi. Intanto arrivare
preparato: leggere, documentarsi sul personaggio, telefonare
a tutte le persone che lo conoscono. Se chi hai di fronte
capisce che sta parlando con una persona preparata, che ha
idea del suo lavoro, che non sta facendo una chiacchierata
improvvisata, è sicuramente più disposto ad aprirsi. Non per
ruffianeria, ma proprio perché capisce che di fronte ha un
professionista. Un obiettivo fondamentale è quello trovare
il coraggio di fare tutte le domande che ci vengono in
mente, anche quello più scomode, e questa capacità spesso
non è un dono di natura… per me ad esempio è del tutto
innaturale”.
Mi vuol dire che la grintosa, caparbia e puntuta Morvillo in
fondo è timida?
“Proprio così. Di mio, per indole
e per carattere, non chiederei niente a nessuno. Poi siccome
faccio questo mestiere m’impongo di essere una che fa le
domande, anche quelle non farebbe mai. Ci sono colleghi che
fanno parlare anche i sassi, gli riesce con una facilità
tale che vanno avanti con le domande anche quando sono ormai
al limite di qualunque imbarazzo e più che un’intervista
sembra un interrogatorio. Io resto assolutamente stupefatta
davanti a queste persone che fanno con naturalezza delle
cose che io faccio con una fatica enorme. Per questo studio,
lavoro su me stessa… ma, ripeto, per me non è un dono di
natura”.
Sarà, ma lei appare un’ottima
scrutatrice dell’animo umano e il risultato sono sempre
interviste, per usare un’espressione vecchio stile, a “cuore
aperto”. Tra le più clamorose impossibile non citare quella
con Alessandro Cecchi Paone, che non ebbe alcun timore nel
raccontarle di essere bisessuale.
“Le persone che hanno voluto
aprirsi e raccontarmi cose particolarmente private
probabilmente lo fanno perché riconoscono che mi muovo con
professionalità e con grande empatia, cercando di capire chi
ho di fronte e non di scrutare o rubare. E poi c’è un altro
aspetto fondamentale: sono sempre molto chiara rispetto agli
obiettivi dell’intervista. Molto più importante
dell’intervista è quello che viene prima”.
Quello che i metodologi chiamano il “gioco della proposta”,
cioè la fase preliminare, che avviene al momento della
richiesta dell’intervista.
“Esatto. Nel momento in cui
concordo l’intervista e la fisso, gioco a carte scoperte,
dico fino a che punto vorrei potermi spingere. Nel caso di
Cecchi Paone, ad esempio, l’ho chiamato perché volevo il
coming out e per quanto non ci conoscessimo gli avevo fatto
capire di che cosa volevo arrivasse a parlare. Credo che il
personaggio tema soprattutto l’agguato, quindi se metto le
cose in chiaro e mi pongo in un determinato modo, serio, da
professionista, è più facile che decida di aprirsi.
Certamente tutto questo è più facile se il giornalista si
trova in una posizione di forza e dunque conta anche molto
il prestigio della testata”.
Qualche altra sfumatura che il “perfetto intervistatore”
deve saper cogliere per fare una buona intervista?
“Secondo me non bisogna mai
snaturare troppo il senso di cioè che viene detto: ci vuole
rispetto per quello che ti dicono. E poi rispetto per il
lettore. Sforzarsi di fare le domande significa anche
pensare a quello che il lettore vuole sapere. Mai risposte
sospese: in sostanza, se una mi dice che ha avuto un dolore
terribile e ha lasciato il marito, io devo chiederle, perché
non posso sapere, quale sia questo terribile dolore, perché
chi compra il giornale vuole saperlo”.
Lo sa che molti personaggi dello
show-business ambiscono ad essere intervistati da lei?
“Diciamo che ci sono quelli che
non vogliono assolutamente essere intervistati da me e
quelli che invece lo vogliono. Scherzando dico spesso che se
devo scegliere, in un’intervista preferisco sempre la
“circonvenzione di capace”. Perché trovo molto più
interessante “estorcere” le cose ad una persona intelligente
che non alla “squinzia” di turno che ci casca, non se ne
accorge e inizia a parlare senza riflettere su quello che
dice. La persona intelligente invece ti riconosce l’onore
delle armi. La squinzia nel temere me in realtà teme se
stessa, perché non sa quello che le potrebbe uscire di
bocca”.
Dunque le “squinzie”
esistono…
“Certo che esistono e secondo me sono delle figure
antropologicamente ben definite: la squinzia è consapevole
di esserlo, volutamente ammiccante e gatta morta, pronta ad
imboccare la prima scorciatoia a portata di mano. Poi
esistono le vallette o le aspiranti show girls che invece
sono ingenue, ci cascano, ci restano male, sbattono contro i
muri. E per fortuna poi però ci sono anche le vie di mezzo”.
Lei ha fama di essere un’intervistatrice
particolarmente cattiva. Pare che le “squinzie”
letteralmente la temano.
“Così mi hanno riferito. Non
perché io sia una “mangiavallette”, ma semplicemente perché
non sono la balia di nessuno e penso che ognuna vada
trattata per come si merita.
Ci sono quelle che si credono furbe e tentano di proporre
un’immagine di sé che alcuni giornali facilmente accettano.
Ma da quelle non mi faccio fregare: meritano di essere
“maltrattate”, sempre in maniera bonaria intendo. Le
squinzie non solo temono quello che potrebbero dire, ma sono
pronte a negare quello che hanno detto: io però le frego
perché registro sempre tutto”.
È da pochi mesi alla direzione di
“Novella 2000” quindi è troppo presto per tentare di fare un
bilancio di questa esperienza. Le manca la scrittura?
“No, perché fare un giornale è
come scrivere un pezzo all’ennesima potenza. Per me è molto
meno ansiogeno dirigere e fare il giornale piuttosto che
scrivere un pezzo. Non mi chieda il perché: è un mistero che
non ho ancora risolto”.
*Dice di sé.
Francesco Canino. Nato a Torino
ventisei anni fa, laureando (per la gioia della mamma) in
scienze politiche, con una tesi sulla “metamorfosi
dell’intervista”. Amerebbe scrivere un libro su Bettino
Craxi e sul suo ruolo di innovatore nella comunicazione
politica italiana. Collabora con i settimanali “Tu” e
“Confidenze”.
|
ANNA MAGNANI
Ho capito che ero nata attrice.
Avevo solo deciso di diventarlo
nella culla, tra una lacrima di
troppo e una carezza di meno.
(Da “Si
è detto tutto sulla Magnani”)
|
|