SOCIETÀ

RIFLESSIONI SULLE CONTRADDIZIONI
DELLA FAMIGLIA DI OGGI


Per apprezzare fino in fondo la realtà familiare occorre
riconoscerla come comunità originaria, primo luogo
in cui la società stessa sorge, si sviluppa e si rigenera*


 

Dionigi Tettamanzi*

 

Nel contesto della vita di oggi la famiglia è insieme molto amata e molto discussa. È molto amata perché nell’esperienza della famiglia si riconosce la propria esperienza affettiva fondamentale. Anche tra gli adolescenti e i giovani – che sono per molti aspetti critici con il mondo adulto e con le strutture sociali – troviamo un ampio apprezzamento della famiglia: è sentita come l’ambiente di riferimento, dove ci si sente accolti e amati, il rifugio sempre possibile nelle fatiche e nelle sconfitte.

L’apprezzamento è frutto, a volte, anche di una certa idealizzazione un po’ semplicistica, per cui la famiglia viene immaginata e descritta come un’oasi di relazioni affettive autentiche dentro il deserto di una società anonima e fredda. Vi è infine una considerazione positiva del ruolo educativo ed assistenziale svolto in modo ampio e capillare dalle famiglie: un bambino, un giovane, un anziano, un ammalato difficilmente troveranno cura più amorevole e tenace che nella propria famiglia. Da molte parti tuttavia nascono critiche radicali alla fisionomia e alla vita della famiglia. Si contesta il modello della cosiddetta famiglia tradizionale, ritenuto un modello sociale che si concentra sul ruolo degli adulti e degli anziani, a scapito dei giovani o che viene giudicato discriminante nei confronti di chi non intende vivere il matrimonio.

Anche il modello della famiglia nucleare, che si è progressivamente imposto nel dopoguerra ed è stato il protagonista del “boom” economico e demografico degli anni ’60, viene, ora, considerato superato. Il calo dei matrimoni religiosi e, poi, anche civili, a partire dagli anni ’80, e l’esplosione delle convivenze negli ultimi 10-15 anni manifestano con chiarezza la crisi di questo modello.

Una critica alla famiglia viene anche da chi la ritiene responsabile di impedire la libertà dei singoli che vogliono essere sciolti da legami relazionali vincolanti. Anche i legami familiari – si dice – sono divenuti irrimediabilmente fragili, liquidi, precari: non è più precario solo il lavoro, ma anche gli affetti sono in balia della precarietà.

Di fronte a questo scenario, ci è chiesto innanzitutto di saper osservare e verificare la realtà in cui viviamo. È particolarmente urgente una riflessione sapiente e coraggiosa per leggere nelle differenti situazioni le cause che possono scoraggiare e le motivazioni che ancora oggi, nonostante tutto, possono favorire la scelta di amare in modo unico e incondizionato per tutta la vita. Il primo passo da compiere è quello di comprendere il senso e di spiegare le ragioni per cui la famiglia deve ritenersi ancora fondata sull’unione stabile di un uomo e di una donna che decidono di amarsi per sempre e di aprirsi alla vita. E bisogna far vedere che ciò continua ad essere plausibile, anzi altamente significativo anche nell’attuale contesto sociale e culturale. Si tratta non di difendere un modello “tradizionale” di famiglia, ma di annunciare la possibilità di una vita familiare “autentica”, che sia davvero all’altezza della capacità di amore di un uomo e di una donna e che divenga sorgente di vita e di educazione, ponendosi così al servizio del bene di tutti e del futuro dell’umanità.

Solo a partire da una riflessione razionale approfondita e condivisa e da un assiduo e sempre rinnovato ascolto della parola di Dio possiamo acquisire quello sguardo perennemente nuovo che è in grado di vedere nella giusta luce, senza enfatizzazioni o riduttività, tutta la comune e straordinaria ricchezza presente nel vissuto familiare di oggi.

Non è sufficiente, però, il solo sguardo della ragione, anche se illuminata e purificata dalla fede, per arrivare a cogliere e a far cogliere il senso profondo della famiglia e la sua perenne validità. In un contesto come quello attuale, così poco razionale e fortemente legato alle emozioni e alle sensazioni, è del tutto necessario e decisivo offrire esperienze concrete e umanamente persuasive di vita familiare riuscita.

La Chiesa, nel suo essere insieme madre e maestra, ci guida e ci sostiene nel cogliere la verità e la bellezza e, insieme, i compiti irrinunciabili della famiglia secondo il disegno sapiente e amoroso di Dio, da lui impresso nelle aspirazioni più profonde del cuore dell’uomo e della donna. È un magistero che per noi costituisce una grande grazia e una grave responsabilità, diventando un prezioso punto di riferimento in una stagione sociale e culturale come quella attuale, così spesso confusa circa il vero volto del matrimonio e della famiglia.

Dobbiamo allora, con rinnovato servizio alla persona umana, impegnarci con la riflessione, la proposta e la testimonianza a restituire alla famiglia la sua immagine vera e autentica anche nel contesto della società di oggi.

La famiglia, infatti, non deve essere idealizzata né considerata luogo in cui l’amore agirebbe di per sé, in forza di una pura spontaneità. Voi – sposi, genitori, figli – sapete bene che anche nella famiglia l’amore agisce dove c’è la pratica del dono di se stessi, dove si affrontano fatiche e sacrifici per donarsi reciprocamente, dove si traduce in concretezza di servizio quotidiano il sentimento che lega gli uni agli altri. Ma, d’altra parte, la famiglia non può neppure essere sminuita, considerandola al pari di una qualsiasi aggregazione sociale, istituita allo scopo di dare ordine e solidità alle diverse istituzioni esistenti e operanti nella società.

Per apprezzare fino in fondo la realtà familiare occorre invece riconoscerla come comunità “originaria”, cioè primo luogo in cui la società stessa sorge, si sviluppa e si rigenera di continuo. In questo senso nella famiglia gli affetti personali e i legami sociali si uniscono e si compongono tra loro. È proprio in famiglia che si impara a non contrapporre mai gli aspetti comunitari, personali e affettivi, a quelli istituzionali che ci fanno entrare in relazione con la società al di là degli affetti e dei legami di sangue, perché di entrambi ha bisogno la vita dell’uomo. In tal senso la famiglia viene definita a ragione primo “soggetto sociale”.

La famiglia, quindi, esiste prima di qualsiasi suo riconoscimento sociale perché scaturisce dalla “esigenza profonda” dell’amore dell’uomo e della donna: un amore che desidera essere autentico e totale, che trova la sua pienezza nel donarsi reciprocamente in modo definitivo, stabile e pubblico, quando cioè si offre alla persona amata non una parte di se stessi e della propria esistenza, ma una comunione di vita che abbraccia tutte le dimensioni del proprio esistere, anche quelle pratiche del vivere quotidiano, quelle pubbliche del collocarsi in una società e quelle che attraversano il tempo in una dedizione che vuole abbracciare anche il futuro.

Per questo il legame matrimoniale che unisce l’uomo e la donna, costituendoli “coppia” in forza della loro differenza, reciprocità e complementarietà, è del tutto “singolare” e non può essere assimilato a nessun’altra esperienza di relazioni tra le persone: né l’amicizia, né altre forme di unione affettiva possono essere equiparate all’intensità e profondità, alla fedeltà e comunanza di vita, di intenti, di decisioni che si possono realizzare tra due sposi.

Un amore così, da cui nasce la comunità familiare, segna in modo indelebile coloro che ne entrano a far parte. La vita dei membri di una famiglia trova la propria identità in questo legame d’amore per cui ciascuno sa di esistere grazie a questa stessa esperienza di amore. Essere sposo, genitore, figlio, fratello non è un caso, una convenzione sociale, un ruolo o una funzione temporanea. È piuttosto la propria originaria identità, che niente potrà cancellare.

Sono i legami di amore inscritti in noi a renderci consapevoli di noi stessi. E da questi legami originari noi possiamo partire all’avventura della vita come capaci di relazione con altri, di presenza attiva nel mondo, di protagonismo nella società.

Già in quanto comunità interpersonale “originaria e singolare”, la famiglia si manifesta realmente come nativa, unica e insostituibile anima del mondo.

Il riconoscimento di ciò che costituisce il contenuto essenziale del vissuto familiare ci dà la possibilità non solo di dare piena valorizzazione alla famiglia, ma anche di cogliere la relazione reciproca che esiste tra la famiglia, la comunità cristiana e la società.

La famiglia, infatti, è al tempo stesso soggetto ecclesiale e sociale; è ambito privilegiato in cui la Chiesa e la società si incontrano, si esprimono e si realizzano. L’una e l’altra, in famiglia e attraverso la famiglia, possono crescere e svilupparsi insieme. E questo perché la famiglia è la prima scuola viva in cui si impara a stare insieme e perché ha molto da dire e da testimoniare circa la qualità delle relazioni tra le persone; come pure perché la famiglia stessa impara a ricevere e a portare al di fuori – in particolare nella società e nella Chiesa – la ricchezza e la bellezza delle relazioni che in essa nascono, senza però esaurirsi al suo interno.

La famiglia, anzitutto, offre un apporto decisivo alle relazioni ecclesiali. Dalla famiglia la comunità cristiana può attingere quello stile di accoglienza e ascolto, di prossimità e solidarietà, che è caratteristico del vissuto familiare. A loro volta le famiglie sono chiamate a vivere e ad apprendere dal vissuto della comunità cristiana altre e sempre nuove forme espressive della fede, che la famiglia da se stessa non può realizzare. Così la famiglia e tutte le forme di vita ecclesiale – comunità, associazioni, movimenti, gruppi, ecc. – sono sollecitate a questa stessa importante reciprocità: una vera e propria “alleanza”. In questo senso la famiglia è detta “piccola Chiesa domestica” e la comunità cristiana viene talvolta chiamata “famiglia di famiglie”.

Numerose e molto positive potrebbero essere le implicazioni per una pastorale di Chiesa che si facesse carico della prospettiva familiare in tutti i suoi aspetti, assumendo i ritmi, i tempi, le modalità relazionali di una famiglia come criterio ordinario del proprio vivere e operare. Credo che da qui possa davvero scaturire un autentico ripensamento della nostra pastorale, innanzitutto a partire dalle nostre parrocchie. Una pastorale “a misura di famiglia” si rivelerebbe infatti una pastorale concretissima, capace di incontrare il reale vissuto della gente e si arricchirebbe dell’apporto originale e unico delle persone, tutte riconosciute autentici soggetti attivi, “protagonisti” nella comunità ecclesiale. Si tratta dunque di assumere seriamente le ricchezze e di promuovere le responsabilità possibili nell’ambito dell’intero popolo di Dio e in particolare delle famiglie. La modalità della celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, l’annuncio della Parola e la catechesi, le responsabilità nei confronti degli oratori e della pastorale giovanile, i gruppi parrocchiali, i rapporti con il territorio e con le altre realtà civili e sociali possono essere ampiamente ripensati tenendo realmente conto di una generosa e responsabile partecipazione familiare. La pastorale parrocchiale nei suoi vari ambiti potrebbe venire modificata e rinnovata nell’ottica della famiglia, stimata e amata nella sua piena soggettività, nel suo essere “viva immagine e storica ripresentazione del mistero stesso della Chiesa” (“Familiaris consortio”, n. 49).

Così la famiglia potrà essere “il soggetto centrale della vita ecclesiale, grembo vitale di educazione alla fede e cellula fondante e ineguagliabile della vita sociale. Ciò richiede un’attenzione pastorale privilegiata per la sua formazione umana e spirituale, insieme al rispetto dei suoi tempi e delle sue esigenze” (Nota pastorale dopo il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona “Rigenerati per una speranza viva”, n. 12).

Una rinnovata considerazione della famiglia, che il Concilio definisce “prima e vitale cellula della società” (“Apostolicam actuositatem”, n. 11), potrebbe inoltre costituire una grande forza rinnovatrice per tutto il tessuto sociale. Una più forte centratura sulla famiglia rifluirebbe beneficamente sulla società che, da un lato, potrebbe fruire di legami forti, solidi e autentici, e che, dall’altro lato, riceverebbe un forte impulso al superamento delle solitudini, dei particolarismi e delle emarginazioni che in molti modi affliggono la nostra vita sociale.

Senza indulgere in alcun modo ad una sorta di familismo, ovvero di assolutizzazione della famiglia, occorre ribadire che, nel contesto delle attuali difficoltà a ricreare un tessuto di solidarietà sociale, la famiglia può rappresentare non soltanto una risorsa, ma un modello sempre nuovo e fecondo al quale ispirarsi: è l’umanesimo familiare. La vita familiare può realmente guarire da quel ripiegamento su se stessi che troppe volte minaccia la vita dell’uomo d’oggi, e può restituire a ciascuno un’apertura serena agli altri e al mondo, e ancor più a Dio e al suo amore. Nel soggetto familiare è agevolmente riconoscibile il primo anello di congiunzione tra la persona e la società, la prima delle realtà basilari di ogni tessuto sociale. Ciò significa che non dobbiamo parlare – come abitualmente avviene – solo di persona e di società, ma sempre di persona, famiglia e vita sociale. In questo senso diventa importante il riferimento alla persona non solo in quanto tale, ma anche in quanto persona cristiana, con le implicazioni sociali che ne derivano. Così, pur sapendo che anche la famiglia non è realtà “ultima” perché è relativa al regno di Dio, essa tuttavia è chiamata a vivere un “anticipo” del Regno nella comunità umana dei discepoli del Vangelo che “fanno la volontà del Padre”, attraverso quei legami tra “fratello, sorella e madre” (Matteo 12,50) che vengono generati non dalla carne e dal sangue, ma da Dio stesso (cfr Giovanni 1,13). Per questa via, le famiglie cristiane possono presentare all’interno della nostra società la testimonianza di un’autentica “umanità” attraverso la “novità” che viene dal Vangelo: è quella novità che vivifica e sostiene uno stile di vita umana ispirato alle beatitudini di Cristo e pertanto “alternativo” alla proposta culturale del “mondo”.

Il magistero della Chiesa ha sottolineato la singolare ricchezza che le relazioni proprie della famiglia possono apportare al bene della società. A titolo d’esempio, basti una citazione tratta dal “Compendio della dottrina sociale della Chiesa”, là dove si afferma che “La famiglia, comunità naturale in cui si sperimenta la socialità umana, contribuisce in modo unico e insostituibile al bene della società. La comunità familiare, infatti, nasce dalla comunione delle persone… Una società a misura di famiglia è la migliore garanzia contro ogni deriva di tipo individualista o collettivista, perché in essa la persona è sempre al centro dell’attenzione in quanto fine e mai come mezzo. È del tutto evidente che il bene delle persone e il buon funzionamento della società sono strettamente connessi “con una felice collocazione della comunità coniugale e familiare” (“Gaudium et spes”, n. 47). Senza famiglie forti nella comunione e stabili nell’impegno, i popoli si indeboliscono. Nella famiglia vengono inculcati fin dai primi anni di vita i valori morali, si trasmette il patrimonio spirituale della comunità religiosa e quello culturale della nazione. In essa si fa l’apprendistato delle responsabilità sociali e della solidarietà” (n. 213). Ogni famiglia a suo modo, può “diventare” anima del mondo, perchè secondo il disegno efficace di Dio “è” anima del mondo!

 

*Dice di sé.

Dionigi Tettamanzi. Cardinale Arcivescovo di Milano. Nato a Renate, in Diocesi di Milano, il 14 marzo del 1934. Ordinato presbitero dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini il 28 giugno del 1957. Docente di teologia morale nei seminari milanesi. Eletto Arcivescovo di Ancona-Osimo nel 1989, nominato Segretario Generale della CEI nel 1991, trasferito a Genova nel 1995, trasferito a Milano nel 2002.





 

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