SOCIETà



MA CRISTO È SEMPRE FERMO AD EBOLI


Al Sud niente sembra cambiare: il popolo napoletano vive le
sue giornate da eterno reduce, con fatalismo ed entusiasmo,
tra inedia e vivacità

 

 

Fiammetta Jori*

 

La possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta:

una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza.

Arrotoliamo i secoli, i millenni, e forse ne troveremo l’origine

nelle convulsioni del suolo, negli sbuffi di mortifero vapore

che erompevano improvvisi, nelle onde che scavalcavano le colline,

in tutti i pericoli che qui insediavano la vita umana;

è l’oro di Napoli questa pazienza.

(da “L’oro di Napoli”, Giuseppe Marotta)

 

 

 



Un’altra invasione a Napoli, una ennesima dominazione, più di tutte le altre “fetente” (è il caso di dirlo), una nuova dittatura senza ideologie né tanto meno idealismi ad innescarla. Solo, purtroppo, malgoverno, impegni disattesi, cattiva organizzazione, assenteismi più o meno dolosi. Tanti “nodi” per un solo pettine!

Al di là di tutte le sacrosante recriminazioni e i furor di popolo, qualcuno ha ironizzato: “A Napoli non si butta niente, neanche la spazzatura!” (parola di Achille Bonito Oliva) e qualcun altro, come un sempre lucido Adriano Sofri, ha visto in questa orrenda massa di rifiuti che sommergeva la capitale campana, fino a pochissimi giorni fa, l’ineluttabile contrappasso della civiltà di questi, non proprio rosei, albori del terzo millennio; “l’ombra” inquietante che ci lasciamo dietro vivendo. La scia maleodorante di un popolo, ormai globale, di planetari “consigli per gli acquisti”.

Vane elucubrazioni, forse, ma in questo moderno catechismo pro raccolta differenziata sarà previsto un cassonetto per le speranze a pezzi, per i sogni dismessi di tanti giovani, per i brandelli di valori che con le quotazioni in borsa non hanno nulla a che fare!?

Eccola, allora, dopo i longobardi, i saraceni, i normanni, gli svevi, dopo le monarchie angioina e aragonese, la dominazione spagnola, i Borboni, l’occupazione tedesca, e quella anglo-americana, ecco “Sua Maestà ‘a munnezza” – questa il grande Eduardo se l’è persa – una fetida regina, senza re né discendenze, di un reame, Napoli, splendido e nei secoli conteso, un po’ da tutti.

Disperata e irridente, Napoli, eroica e vile, gloriosa e pezzente, tragica e comica; un teatro impareggiabile, un landscape da cartolina, lo scenario perfetto per l’ultima “scena” da girare in questa italica fiction, purtroppo in mondovisione, che tutti ci vede coprotagonisti (Lega compresa). Il set è perfetto, la location divina: è Napoli, baby!

Così, discettando di termovalorizzatori ed inceneritori, ciò che marcisce, alla faccia del biodegradabile, è l’immagine non di Napoli e basta, non del sud dell’Italia e basta, non del sud del sud dell’Europa (che è poi, comunque, il nord di qualcun altro), ma è l’immagine stessa di un’umanità usa e getta, fagocitata dai suoi rifiuti.

Metafora (mica tanto!) che ultimamente è stata anche messa in scena in alcune rappresentazioni teatrali quali un “Mozart e Pulcinella”, opera musicale di Gianni Aversano, proposta con successo a Napoli (con tanto di sacchetti di spazzatura sul proscenio) e uno splendido allestimento del “Re muore” di Eugène Ionesco, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, al teatro Eliseo di Roma.

Protagonista del titolo, era, peraltro, l’attore napoletano Nello Mascia che in un’intervista ad Emilia Costantini, dello scorso marzo, sottolineava quanto Ionesco fosse stato profetico nel voler rappresentare l’estinzione dell’umanità come coincidente con la crisi di tutto il sistema della civiltà occidentale.

E il regista, Pietro Carriglio, nella sua rilettura della pièce, denuncia un re morente nella “spazzatura”, ultimo ricordo che di sé l’uomo lascerà sulla terra.

L’homo erectus resterà sapiens ancora un po’? Albert Einstein, a cui non mancava un certo sense of humor, sentenziava: “Non so se ci sarà la terza guerra mondiale, ma sicuramente la quarta si combatterà con sassi e fionde…”. Dunque, questo nostro sofisticato futuro tutto web, tutto net, tanto cyber, fiero delle sue derive on-lineça va sans dire – ritornerà, tra siti, blog ed email, al vecchio sillabario, emblematico incipit di una “età scolare” da palingenesi universale prossima ventura? Non a caso è la stessa cinematografia americana a propinarci terrificanti day after, ottimi per il box office.

Del resto, viviamo un tempo di negatività alla ribalta, grandi ascolti per stupri, omicidi e riti satanici ripassati alla “moviola”; i più romantici rimpiangono, forse, il vecchio adagio “sesso, droga e rock’n roll”.

Bei tempi! Recente grande successo ed “eccesso” d’attenzione, infatti, per un libro (e consecutivo film) quale “Gomorra”. Confesso che mi aspetto “Sodoma” da un momento all’altro…

Stiamo sollevando la pietra e, come in campagna, quando si alza un sasso anche bellissimo, si trova un microcosmo non certo appetitoso – vermi, formiche, serpi – che, però ha, geologicamente, diritto a vivere.

Altre specie, più o meno vertebrate, (sempre meglio delle “bestie di Satana”), striscianti e brulicanti, esponenti dell’immenso ordine entomologico che numericamente ci batte e forse ci sopravviverà, libero finalmente da umane tirannie. (Un buon plot per Dario Argento, se non altro).

“Per fortuna, niente può offenderci. Questo è il solo vantaggio di Napoli” – ritrovo nella memoria questa lapidaria affermazione, dolce e amara insieme, pronunciata da non so chi, nel sublime “Il mare non bagna Napoli”, discussa opera del ’53, della troppo trascurata Anna Maria Ortese.

Pagine impregnate, nel bene e nel male, della Napoli martoriata del dopoguerra che, forse, alla scrittrice non perdonò allora tanto “realismo”.

Ma Napoli lo sa bene, ed è la sua forza e la sua grandezza, che in essa si respira sempre un’aria da scampato pericolo, perché il popolo napoletano vive le sue giornate da eterno reduce, quindi con fatalismo ed entusiasmo, tra inedia e vivacità; l’inalienabile chiaroscuro che dell’esistere è la cifra più autentica.

“Miseria e nobiltà” di una commedia scevra da copioni, ma ostaggio di tiranniche regie, libera da qualunque cliché; a Napoli ogni giorno si recita “a soggetto”, unica scena aperta al mondo senza mai sipario o finale.

Come la vita, insondabile, che sempre ci sorprende e ci smaschera, laddove, quasi in un’immagine all’infinito, anche la morte non sarà che l’azzardo, forse, di un’altra vita, in un mondo “altro”. Impasto sapiente di filosofia, fede, superstizione, eroismo, rassegnazione… Seduttivo mélange è Napoli, anzi la “napoletanità”, misterioso quid che sa stregare il mondo!

Ora, grazie al “B-factor” (Berlusconi+Bertolaso, riarruolato sottosegretario per l’emergenza rifiuti) il Governo, con giustificata enfasi, ha dichiarato che il pericolo è passato (18 luglio 2008). Tutto è rientrato nella norma, le vie “ripulite”, i vicoli riaperti, la gente riprende a sorridere.

E un’altra “nuttata” è passata. Tace il coro dolente dei numerosi napoletani affranti: l’imprenditore Marinella che temeva di chiudere per sempre (le sue cravatte sono ricercatissime), intellettuali e scrittori come Erri De Luca, Raffaele La Capria (furente per le cristallizzazioni popolari che hanno generato un falsato “stereotipo” di Napoli) e ancora Ermanno Rea, Sophia Loren e Peppino di Capri, Renzo Arbore (napoletano in pectore) e tanti, tanti altri.

Sulle opinioni di tutti, ha prevalso per me uno speciale bellissimo, trasmesso in aprile dalla Rai, a firma della grande Lina Wertmüller.

Il titolo, un ossimoro che è già una morale “Monnezza e bellezza”. Perfetto il dosaggio delle immagini filmate, tristi cumuli di immondizia e squarci di sontuosa bellezza.

Un documento “d’autore” che resterà quale denuncia di una vergogna collettiva, italiana, esposta a cielo aperto per le vie di Napoli, tra la sua gente, come una ferita purulenta sulla pelle di tutti noi.

E sapiente, quanto eloquente, il contrappunto, in un montaggio calibrato ed emotivamente memorabile del visivo e del sonoro.

Nessuna “carrellata” superflua o banale, con affondi descrittivi, di un luogo o di un incontro, sempre funzionali alla dimostrazione della tesi implicita e inferibile da ogni inquadratura. L’occhio di Lina indugia sul brutto e sul bello, e non sono mai “pari”!

Le ineffabili poetiche estetiche ed architettoniche di Napoli, i musei, i grandi dell’arte, gli spazi impregnati di voci, una cultura millenaria, la forza della “luce” partenopea; quell’intreccio unico, irripetibile di vita, arte e storia che ha reso questa città, il suo golfo straordinario un patrimonio inestimabile, per ogni cittadino del mondo.

Ma mondo significa anche “pulito”, dunque non può, lessicalmente, prevalere chò che, invece, è “immondo”: sarebbe una contraddizione in termini. Impari la lotta, allora, provocatoriamente enunciata nella rima baciata del titolo “Monnezza e bellezza”, e scontato l’esito di un match improbabile. Quale arbitro migliore della nostrana Lina Wertmüller Job (che io ricordo di un’esplosiva simpativa, quando anni fa mi concesse un’intervista-fiume per l’“Avanti”) per decretare che di Napoli non può che “vincere” la bellezza?

“Il mare è a due passi, assorto e solenne davanti a questo martirio come un’acquasantiera” – è l’epilogo del racconto “L’oro di Napoli”, e Marotta così conclude: “Non appena il cielo sarà sgombro di minacce – pensavo nel 1943 – i napoletani intingeranno le dita in questa cara acqua benigna, e fattisi il segno della croce ricominceranno a lavorare e a ridere”.

Sacro e profano che sia, il mare che bagna Napoli, continua a compiere i suoi prodigi. Materica, laica presenza di un’azzurra divinità che del miracolo ha tutta la bellezza. Ieri oggi e domani… tre avverbi di tempo che sono una involontaria citazione di un film-cult, ed è una chiusura perfetta, per questo mio pezzo d’amore per Napoli.

Imprevista, folgorante: un bacio, alto tra le stelle, al grandissimo Vittorio De Sica, da una Napoli in festa!! (Chiudi gli occhi, lettore, e sentirai scoppi di mortaretti, lunghi fischi di razzi e l’esplosione di fuochi d’artificio, da gran soirée). Napoli è così, paisà.

 

 

 

*Post scriptum

Non sono napoletana, ma una “sudista” convinta. Di napoletano verace ho avuto uno zio molto amato, marito di una sorella di mio padre. Anche una cugina paterna ha avuto due mariti, entrambi napoletani. Quanto a me, nel mio piccolo, posso vantarmi di qualche flirt (qualcuno prolongé) e forse un grande amore? E pensare che avrei potuto chiamarmi Fiammetta Jori Di Giacomo, sì, proprio un discendente del poeta…

Ma amavo di più il mio attuale, unico, marito che, essendo siriano, è molto più a sud di Napoli!

Comunque sono pronta a testimoniare che non esiste sulla terra nulla di più charmant ed indimenticabile di un napoletano “innammorato” (sul serio o per gioco) che ti corteggi, possibilmente sul mare e au clair de lune!! Provare per credere.

Inoltre, ed è un ricordo bellissimo, struggente: nel 1979 lessi con Dario Bellezza ed altri poeti, le mie poesie al San Ferdinando di Napoli. Ci furono grandi applausi, anche per me, nel “tempio” di Eduardo! Dario ed io dividemmo il grande letto matrimoniale di Serana Vitale al Vomero (non si fidava il mio dolce Dario di lasciarmi dormire con altri…).

Forse “napoletani” lo si può anche diventare, almeno nel cuore.







EDGAR MORIN

Come la musica, il cinema racchiude in sé la percezione

immediata dell’anima. Come la poesia,

esso si sviluppa nel campo dell’immaginario.

(Da “Il cinema o dell’immaginario”, 1962)






 

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