COSTUME

FENOMENOLOGIA DELLE REGOLE
NEL MONDO TELEVISIVO
1


Valgono solo al suo interno. Ma è un cerchio sempre più esteso.
I cui confini, ormai, non sono più quelli del piccolo/grande schermo, ma quelli
del mondo. Come sempre avviene nei mondi inventati, ci sono leggi ufficiali
e regole mai scritte, che nessuno mette in discussione. Come queste


 

Paolo Taggi*



A La casta del casting

 

1a) Ognuno è stato almeno una volta in tv

 

Quando la gente aspettava che i personaggi della tv uscissero dal retro del piccolo schermo, entrare in un programma era un sogno impossibile. Condannato a rimanere fuori, ad adorare i piccoli dei catodici, lo spettatore si domandava: che cosa si proverà nel paradiso della tv? O semplicemente: come funzionerà?

Cinquant’anni dopo, attraverso le sue porte troppo spalancate, milioni di italiani sono stati protagonisti di almeno un programma. Conseguenza naturale: non ci sono più solo spettatori. A forza di lanciare messaggi in mare sono rimaste solo bottiglie. Quando saranno finite le scorte di reclute di ogni età, quando non ci saranno più protagonisti “per la prima volta sul piccolo schermo”, svanirà con loro l’emozione primaria che li ha caratterizzati: la sensazione ineguagliabile di tutto quello che accade per la prima volta. È andata così anche con il cinema: quando l’attore una tantum di un film neorealista si iscriveva all’accademia la sua carriera automaticamente finiva. Perché quello che contava, il motivo per cui era stato scelto tra tanti era proprio il suo essere (stato, ormai) un outsider.

Se sommiamo le ragioni della spontaneità necessaria con quelle della casta del casting le scorte di spettatori vergini da incanalare nei vari generi televisivi stanno per esaurirsi. La domanda conseguente sorge spontanea: quale sarà la nuova meta universalmente sognata quando tutti almeno una volta saranno stati protagonisti in tv?

 

Corollario: lo spettatore puro è il reperto archeologico di una perduta età dell’oro.

 

2a) La prima volta in tv non si nega mai (la seconda sempre)

 

Fiorello è stato ospite, un giorno, di uno dei primi talk show “Lo specchio della vita”, condotto da Nino Castelnuovo. Accompagnava, come testimone quasi muto, la direttrice di una catena di villaggi turistici e rappresentava la categoria degli animatori. Dopo quell’apparizione secondaria ha impiegato diversi anni per riuscire a ritornare in scena, dove si è imposto con merito ed un po’ di ritardo.

La prima volta in tv non si nega a nessuno, anzi. La seconda, però, è tassativamente vietata, con tanto di legge marziale, imposta dalla dittatura del casting. Se la prima volta è un’eccezione necessaria, come abbiamo visto, la seconda potrebbe diventare una legittimata abitudine. E questo gli inquilini privilegiati della tv, la tribù degli ospiti d’onore con tanto di patentino non lo possono permettere. Solo loro hanno facce da televisione, acquisite con meriti dimenticati o con presenze progressive, nelle quali consumano tristemente contratti artistici firmati in giorni fortunati.

L’esposizione televisiva è un meccanismo esponenziale: più appari, più sei presentabile. La seconda volta ti colloca automaticamente sul nastro di partenza nel gruppone degli invitabili, una zona affollata come lo start della maratona di New York, ma pur sempre un luogo dove i riflettori e le telecamere sono comunque accesi. La casta del casting è molto attenta ad evitare che il gruppo si infoltisca troppo e che qualcuno si infili nelle maglie larghe di un momento di distrazione collettiva per imporsi come nuovo ospite potenziale. Certe specie inutili concentrano tutte le loro risorse e attenzioni sull’autoprotezione, perché sanno che l’ospitabilità è un fenomeno virale.

Dopo la seconda volta il rischio di esponibilità dell’intruso si fa pericolosamente alto, meglio evitarlo con ogni mezzo. La seconda volta è la soglia critica oltre la quale una faccia sconosciuta diventa riconoscibile e quindi la possibilità di (onni)presenza sugli schermi diventa esponenziale. Sei invitabile perché riconoscibile. Sei riconoscibile perchè ti hanno già visto in qualche altro programma. Gli invitabili non hanno niente da dire né da dare, tantomeno uno spettacolo da offrire. Non si esibiscono, ma esibiscono la loro presenza, esattamente come la gran parte di quelli che passano il tempo ad impedirglielo, almeno fino a quando sono arrivati i reality.

 

Corollario 1: chi riesce ad andare in onda due volte, non ne esce più.

Corollario 2: in tv va chi ha qualcosa da dire. Ma non sempre e non troppo.

 

3a) Archiviati i cinque minuti da protagonista in scena, il pubblico avrà i suoi dieci da autore

 

Steven Johnson descrive nel suo libro “La nuova scienza dei sistemi emergenti” (Garzanti 2004) uno spot andato in onda negli Stati Uniti nell’estate del duemila. Immaginiamoci un sovraffollato open space, dove qualcuno finge di fare qualcosa come i figuranti di sfondo in un film, qualcuno cancella decisioni altrui e altri pensano ad una scusa credibile per invitare a cena le segretarie senza compromettersi. La voce fuori campo ci informa che ci troviamo nel centro decisionale di un network e quelli che vediamo ne sono i programmatori, cioè coloro che decidono “che cosa guardiamo e quando lo guardiamo”. La camera a mano attraversa una serie di porte, fino a raggiungere l’oasi di pace in cui un dirigente coltiva altri interessi. Non si accorge, il malcapitato, che due body guard in T-shirt lo stanno per afferrare e non ha tempo di reagire quando si ritrova a volare fuori dalla finestra, senza ricevere una spiegazione. Sempre la voce fuori campo chiarisce al pubblico il perché della condanna appena eseguita: “chi ha bisogno di loro?”.

Nella regola n. 1a ci chiedevamo che cosa sarebbe successo alla tv (e al mondo) quando tutti fossero stati almeno una volta protagonisti in tv. La risposta ce la offre probabilmente questa profezia ravvicinata: la nuova frontiera è l’essere tutti autori. Il pubblico di You tube e di Current ha scelto l’autoproduzione, più spontanea, più diretta, più reale. Lo è davvero? Non più di quanto lo sia l’improvvisazione, in teatro come nella vita sociale. John Kennedy, diventato famoso anche per le sue doti di improvvisatore, passava ore a provare con registi dell’Actor’s Studio le sue presunte uscite estemporanee.

Gran parte dei filmati di Current è realizzata da autori raffinati, che lavorano i loro servizi e programmi come se fossero autentici prodotti amatoriali. A questo punto, come accade spesso, nasce una nuova domanda/corollario: se You Tube, Current e similari indicano una nuova strada, chi mette i cartelli indicatori? Chi guida le scelte: il programmatore occulto o l’utilizzatore illuso?


4a) L’ospite in tv è prima di tutto lo spettatore di se stesso

 

In una puntata di “Affari tuoi” del 2007 il protagonista è entrato in scena stringendo in pugno una telecamera digitale, puntata sul proprio profilo migliore, ad una distanza opportunamente studiata. Ogni tanto l’obiettivo si spostava sui compagni d’avventura, che lo avevano seguito fin in lì, e poi sul pubblico, ma non verso le altre telecamere (cioè verso gli spettatori che lo stavano seguendo da casa).

È la conferma che cercavamo alla regola n. 3a. Questa.

Quando una persona comune va in tv ha finalmente rovesciato il campo di ripresa, ma rimane saldamente legata al suo statuto precedente e a quello futuro, che già intravede. Spettattore. Dieci per cento futuro protagonista, dieci per cento ex protagonista, ottanta per cento semplice destinatario di programmi pensati per lui. Lo spettatore che entra trionfalmente nel piccolo schermo non dimentica – una volta in scena – di essere stato per anni seduto in poltrona in attesa di essere ripreso. E contemporaneamente immagina già il suo ritorno a casa, quando il suo essere stato protagonista sarà un ricordo da ravvivare continuamente. Il più importante della sua vita. È per questo che è lì, prima ancora che per vincere e molto più che per partecipare. È lì per fabbricarsi il ricordo destinato a diventare la pietra miliare, la boa a partire dalla quale ricostruire il percorso della propria esistenza: prima dell’apparizione, dopo l’apparizione.

Quando entra in scena, lo spettattore non è più davanti al piccolo schermo, ma sta di fronte alla poltrona vuota dove ha passato tutto il suo tempo in compagnia della tv. Dall’inedita posizione il suo ego spettatore (di solito molto esigente) gli detta gli atteggiamenti giusti da tenere, gli stessi che ha amato, approvato, ammirato seduto dall’altra parte. La sua componente sopravvissuta di spettatore gli indica gli accorgimenti da adottare per compiacere a quella parte di sè che è rimasta idealmente sul divano consumato, dove il gatto è rimasto solo a guardare il programma preferito e cerca di raggiungerlo senza riuscirci.

 

Corollario: ci sono solo spettattori

 

5a) La tv parla ad una sola persona per volta (e a tutti gli altri per conoscenza)

 

Ormai è una storia stanca. Quando gli spettatori del primo film dei Lumière videro arrivare la sbuffante locomotiva, si gettarono sotto le sedie del cinema, per paura di essere travolti. Quando lo spettatore televisivo era una creatura naif, ancora più ingenua della televisione nascente, in molti si sentivano chiamati in causa in prima persona e credevano che nell’appartamento a fianco non avvenisse lo stesso miracolo. Quando il Mario Riva della situazione diceva con il sorriso rimasto negli archivi degli anni ‘50 “Buonasera”, rispondevano con un cenno del capo, per educazione. Ma quando passava al tu, sentivano il dovere di rispondergli personalmente, come se li stesse guardando, uno per uno. Uno per volta. L’illusione che la tv conosca bene ogni singolo spettatore, che e preveda le mosse e le reazioni, e persino i comportamenti in quel momento non è finita con l’età dell’oro. La tv la alimenta, negli spot e con i programmi, con frasi mirate e ammiccamenti sottili.

La tv non è più da tempo qualcosa che si guarda, ma un universo intero che ti guarda e lo ha dimostrato inserendo telecamere scoperte fin dentro i pensieri. Basta un’ipotesi simile a quella che formulano astrologhi e cartomanti (“in questo momento sei sospeso tra felicità e infelicità”; “hai avuto diversi amori”; “qualcosa ti preoccupa…”) per rafforzare nello spettatore la sensazione che la tv stia parlando davvero a lui, che lo conosca perfettamente, come dice la Rai dei suoi abbonati. Il programma, quel programma è indirizzato solo a me, pensa. Certo, arriva anche ad altri, ma con una minore intensità. Tutti gli altri sono solo intrusi momentanei, informati per conoscenza.

 

B Le regole del fare

 

1b) La tv si impara solo con l’esperienza

 

È doloroso dirlo, ma va detto. Alle migliaia di giovani che studiano comunicazione perché è l’unica strada che conoscono per avvicinarsi al mondo della tv. Ai tanti che provano ad insegnarla, perché il loro privilegio non resti tale. C’è una strisciante certezza che percorre la tv italiana: per fare tv occorre solo accumulare esperienza. Ogni altra via, compreso lo studiarla, può avere conseguenze fortemente negative. Addirittura letali. Ci sono dei motivi, se questa è la situazione.

Intanto aver studiato la tv insospettisce i compagni di stanza e d’avventura. E soprattutto i capi messi lì da fuori. La competenza teorica spaventa chi in tv ci è entrato per diritto divino, per la forza di un cognome (magari senza verificare l’effettiva parentela), un colpo di fortuna, una botta di sfortuna, un equivoco non verificato in tempo, un’abitudine improvvisa, una richiesta di compagnia, la volontà di un partito, l’appropriazione indebita di un’idea altrui…

Per tutte queste persone (e molte altre, che si sono accomodate nei titoli di testa con diverse sfumature di spudoratezza e merito) la tv non si impara sui banchi di scuola, non si conquista con i concorsi, non si scala grazie ai risultati. Per loro la tv è rimasta una forma di artigianato, che si crede parte dell’industria culturale, ma è soltanto una sua illusione (che sia industria magari no, ma culturale certamente si). Per tutte queste persone chi ha studiato la teoria della tv non fa altro che tentare di giustificarsi con citazioni astratte, formule che funzionano solo altrove, presuntuose ipotesi di classificazione che fanno a pugni con la magia. Se la tv si impara solo con l’esperienza chi già la fa decide a chi trasmettere la propria, senza doversi giustificare con nessuno, e soprattutto senza doversi chiedere se fino a quel momento il suo essere lì non è il vero miracolo della tv. Per fortuna, qualcuno va oltre i fuochi di sbarramento e si accorge che si tratta di una falsa notizia, di una voce messa in giro ad arte per evitare l’affollamento eccessivo, o di un alibi preventivo. Studiare tv non basta per farla (per arrivare a farla e per saperla fare). Ma aiuta. Con qualche controindicazione che è utile sottolineare.

Primo: non dare troppo spazio allo spirito critico.

Secondo: non dichiarare mai la teoria come enunciato, ma tentare di tradurla in pratica.

Terzo: evitare le spiegazioni.

Quarto: viaggiare sottotraccia per un po’.

Quinto: premettere ad ogni idea esposta la formula di rito: “Probabilmente non sarà una buona idea… ma la dico lo stesso” e – se per caso viene approvata concludere con: “In realtà questa idea era la tua – riferito al conduttore o all’autore più importante – io ve l’ho solo ricordata…”

 

Corollario 1: prima di studiarla studiate bene le controindicazioni

 

Corollario 2: se qualcuno fa tv in famiglia, continuare sulla sua strada è un dovere etico, più che un privilegio.

 

Corollario 3: chi ha troppa esperienza della tv è pronto per la rottamazione

 

2b) Non si vive di sola televisione

 

Chiariamolo subito: non è una questione di soldi. Quelli, ancora per poco tempo, in tv continuano a scorrere lungo fiumi sempre più in secca. Per pochi, non certo per tutti, la tv è ancora il mitico Eldorado. Qualcosa di troppo concreto per essere anche una fantasia. E allora di che cosa parliamo dicendo che non si vive di sola televisione?. Di qualcosa che ha che fare con l’impalpabile concetto dell’ “immagine” di sé dentro la società delle immagini.

Chi fa solo televisione è vissuto (e di conseguenza spesso si sente davvero) come una specie di paria della società. In fondo, confeziona l’effimero, il transitorio, produce un bene di consumo che non lascia quasi mai tracce durevoli (le uniche che restano sono le scorie, con tutta la loro valenza negativa). Sarebbe tutto logico, persino coerente, se non ci fosse un corollario che qualcuno dovrà pur spiegare.

 

Corollario: chi fa anche televisione è invece un vincente ed ha una marcia in più.

 

Questa affermazione è in totale contraddizione con la norma di cui è il provocatorio corollario. Chi fa solo televisione è un personaggio minore, un illusionista o un venditore di miracoli a poco prezzo. Se ha letto qualche libro in più, lo ha fatto per errore e comunque è meglio che li dimentichi. Se usa musiche colte o utilizza paradigmi narrativi riconoscibili è per uno scherzo del caso o un’involontaria invasione di campo. Se un giornalista, un intellettuale, un regista cinematografico fanno anche televisione, allora si tratta di un evento da celebrare e ricordare a priori, come quando un capo di stato visita un sperduto villaggio nei fiordi. Chiunque faccia anche televisione può vantarsene nei salotti bene, nelle interviste esclusive e sulle quarte di copertina dei suoi libri impegnati. La sua preziosa incursione nel regno del significato zero gli dà una patina ulteriormente luminosa, destinata a durare nel tempo.

 

3b) Il pubblico della tv odia il nuovo, ma adora la parlola novità

 

Il nuovo attrae, ma fa paura. Il nuovo si invoca, ma si evita. Almeno fino a quando rimane tale. Tutti gli spettatori a parole esigono nuovi programmi, e quando uno ogni cento giorni si insinua nei palinsesti fatica a farsi scegliere, perché nessuno lo conosce ancora.

Il pubblico della tv, in realtà, ha paura del nuovo e adora farsi cullare dal suono suadente della parola novità. La blandisce come si fa con i propositi che non devono necessariamente trasformarsi in realtà. Il nuovo è un bagliore lontano. Se si avvicina rappresenta un pericolo, come i tartari per la fortezza di Bastiano. Se dovesse davvero arrivare, sarebbe l’inizio della fine: delle abitudini, dei lamenti ripetuti come litanie, della noia a dosaggio controllato (funzionale ad un ascolto distratto e non esclusivo). Il nuovo assoluto è un pericolo mai abbastanza segnalato. Per definizione, non ci si può preparare ad affrontarlo e questo il pubblico non lo può accettare. Il giorno dopo – quando la proposta troppo innovativa verrà demolita dagli indici d’ascolto – troppe lacrime di coccodrillo si sprecheranno al pensiero di non aver avuto il tempo di farsene un’idea. Meglio così, in fondo. Negli altri linguaggi, il nuovo si inserisce, si fa conoscere e si impone a partire dalle cosiddette zone periferiche: i teatri off Broadway, le case editrici spregiudicate, alcune pagine in corsivo in un libro monstre. La tv dispone di canali alternativi ed orari meno combattuti, nei quali mandare in onda senza rischio i programmi nuovi, ma l’insignificanza numerica o la diversità nella composizione dei loro pubblici renderebbe poco significativo ogni test. E allora? Se un programma non è nuovo, si può sempre appoggiare un post it su uno già consolidato e annunciarne la “novità”. È una strada molto più sicura. Tanto da giustificare un corollario che è la continuazione/precisazione della regola che lo ispira:

 

Corollario 1: non bisogna fare nuovi programmi, ma saperli raccontare come se lo fossero

 

Corollario 2: il nuovo in tv si presenta travestito, dentro programmi già conosciuti. Pronto a gettare la maschera, ma solo in caso di vittoria.

 

4b) Regola derivata: al nuovo assoluto il pubblico preferisce le repliche

 

La stagione delle repliche comincia ogni anno quindici giorni prima, come il Ramadan, ma finisce sempre più in là. (Oggi occupa un buon terzo dell’anno). Le repliche hanno sempre un pubblico significativo, mentre il nuovo quasi mai. Chi guarda le repliche? Quelli che si erano persi la prima (o la seconda, la terza, la quarta) messa in onda; quelli che non avevano ancora l’età: quelli (e sono la maggioranza) che cercano nella replica la riedizione della piacevole sensazione che hanno provato la prima volta; quelli che trovano inebriante o almeno rassicurante il piacere della ripetizione.

Nella replica, quello che in un primo momento hanno immaginato, ipotizzato, intuito si trasforma in un sottile gioco di conferme e di memoria (e di conferma della propria memoria). Non c’è più il fascino del non sapere come va a finire, ma la soddisfazione di constatare che non poteva che finire così. È la logica di Biancaneve, il primo cartoon (la prima fiction compiuta) che guardano i bambini. Ogni volta tremano quando Biancaneve è portata nel bosco dall’uomo incaricato dalla regina di ucciderla, e si angosciano quando lui mostra alla regina stessa un cuore (che non è quello della piccola principessa).

Ogni volta che arrivano alla fine del film tutti i bambini del mondo la rimettono dall’inizio, per riprovare le stesse emozioni, che in realtà sono sempre un po’ diverse, fino al giorno in cui si sentiranno grandi. E allora cominciano ad aspettare il momento in cui lo rivedranno con i loro figli ( e un giorno più lontano con i loro nipotini).

 

Corollario: forse è venuto il momento di fermarsi e ripetere tutto quello che c’è già stato

 

5b) Troppi canali riducono le scelte

 

Siete tra quelli che preferiscono le piccole librerie dove il proprietario attento ha scelto per voi ciò che ritiene migliore e tra le poche proposte che espone vi indica la novità gli è piaciuta di più o tra quelli che si infilano in librerie cattedrale, e amano trovare il titolo giusto come se ogni volta si trattasse di una nuova scoperta dell’America o di una vittoria alla caccia al tesoro? O, ancora, siete tra quelli che entrano nell’immensa libreria con un foglietto dove avete appuntato un titolo, uno solo, che vi è stato consigliato in tv? (Peggio, che ha scritto un personaggio televisivo?)

Se appartenete alla prima o alla terza categoria, per voi questa regola è più di un’ipotesi. È un incubo prossimo venturo. Scegliere tra mille canali a disposizione significa letteralmente avere a disposizione ore intere per leggere tutte le proposte, documentarsi e valutarle. I troppi canali hanno fatto la fortuna dei primi invenduti cataloghi dei film (all’inizio gli spettatori li consultavano per decidere il film della serata). Ma non esistono guide approfondite su tutto il resto della programmazione (tutti gli illustrati dei quotidiani sono depliant pubblicitari con allegati frammenti di comunicati stampa). Gli spettatori amano la possibilità di scegliere, come amano l’idea del nuovo.

Rassicurati dalle mille reti di protezione che non useranno mai, continuano a vedere pochi canali, sempre gli stessi, come luoghi comuni irrinunciabili.Troppi canali producono l’effetto opposto. Convogliano le masse su pochi riferimenti riconoscibili (come le pile di libri all’ingresso della libreria attraggono il lettore debole, che alimenta la catena).

Una catena giapponese ha inventato il supermercato con solo quattro referenze per prodotto. È stato un successo. Qualcun altro ha proposto una memory card che infilata nel carrello lo fa fermare o lo illumina davanti agli articoli che il cliente acquista abitualmente. Le troppe scelte riducono il telecomando a una slot machine. Alla fine decide il caso (o i gestori del gioco).

Domanda insinuante: se non ci fossero tanti canali e gli sforzi produttivi si concentrassero su pochi prodotti, la tv sarebbe migliore?

 

6b) I programmi sono la confezione regalo degli spot pubblicitari

 

Certe regole non richiedono troppe parole per essere spiegate. Questa, meno di altre. Per verificarla basta una semplice controprova: togliere a molti programmi di successo gli spot pubblicitari e vedere l’effetto che fa. Molti, crollerebbero come il tendone di un circo senza le impalcature che lo reggono. Gli spot interrompono i programmi, ma ne sono anche le colonne portanti, come i piloni per i ponti a lunga campata. Se il fulcro dei programmi sono le attese, i breack le giustificano, le ampliano, le rendono naturali.

 

7b) La tv ha inventato i segreti ad orologeria

 

Ogni volta che un vip pubblica la propria rinunciabilissima biografia, la notizia dell’uscita si diffonde per via indiretta. La motrice che la porta su tutte le pagine dei giornali (e nelle appendici dei Tg) è un annuncio dotato di molto più appeal: la rivelazione di un segreto gelosamente custodito fino a quel momento; un figlio oscurato, una violenza subita nell’infanzia, un senso di colpa che non vuole andar via, un amore inconfessabile fino a quel momento. La tv è avidissima di segreti da svelare pubblicamente. Il meccanismo è semplice, l’effetto sicuro. Quando ne individua uno, in grado di rianimare in modo insperato un ospite ormai consumato, lo coltiva come un fiore raro. Uffici stampa ed autori lavorano insieme per dargli il massimo risalto e fare in modo che la rivelazione di quanto di più intimo ci sia avvenga di fronte al maggior numero di testimoni stupiti (ed emozionati di essere presenti in quel momento indimenticabile).

Il vip che decide di rivelare il segreto più segreto della sua vita ha diversi motivi per farlo: pubblicizzare una tournèe, creare glamour intorno alla sua figura, rivalutare il cachet fermo da anni, rientrare nella compagnia di giro degli ospitabili dall’ingresso principale, liberarsi di un peso troppo grande, attaccare qualcun altro fingendo di svelare se stesso. In genere il segreto si affida ad un agente, che ne valuta il valore come si fa con un tartufo bianco o una pietra preziosa.

Spesso il segreto grezzo viene raffinato, ripulito, arricchito di dettagli intriganti e soprattutto affidato ad un buon narratore, in grado di dare alla semplice cronaca degli eventi la struttura romanzesca che altrimenti non avrebbe. A quel punto si lascia filtrare la notizia della possibilità di una rivelazione clamorosa da parte del personaggio – a determinate condizioni e con certe garanzie – e si testa la reazione dei possibili interessati, la cui scala di importanza è legata alla tipologia del segreto e alla popolarità del titolare che sta per cederne i diritti.

Una volta che il programma si è assicurato l’esclusiva (magari dividendo l’investimento con un giornale gradito all’editore) scatta la fase più delicata, la rivelazione ad orologeria. Si inizia dal cerchio più esterno, accennando vagamente a una rosa di possibili rivelanti; all’àmbito ad un periodo e a una stagione, fino ad accennare ad eventuali altre figure coinvolte. A quel punto il cerchio si stringe fino alla messa a fuoco progressiva del nucleo centrale dello svelamento imminente, collocato inevitabilmente verso la fine del programma, e tra due affollatissimi break pubblicitari. I vantaggi della rivelazione di un segreto sono tali da oscurare in ogni caso i piccoli inconvenienti che un segreto diventato di dominio pubblico potrebbe comportare. Per questo i segreti si coltivano in serra, in vivaio, in zone biologiche protette. Chi non ne trova uno, pur rovistando impietosamente negli angoli più oscuri del suo passato incerto, se ne fa raccontare uno e lo sogna in notti agitate fino a sentirlo suo fino in fondo. Almeno fino a quando non riuscirà a liberarsene, dietro lauto compenso, sciogliendo un nodo che diventava insopportabile in comunione con il pubblico, in un’ emozionante confessione in diretta.

 

Corollario: se vuoi andare in tv costruisciti un passato compromettente da rivelare al momento più opportuno

 

8b) Variante: il segreto in pubblicità è un valore aggiunto, chissà per chi.

 

L’attrice che ha bisogno di didascalia per essere riconosciuta, lo sportivo plurigriffato, lo zainetto per le elementari hanno spesso un segreto da nascondere mentre lo rivelano al maggior numero di persone possibili. Consapevoli dell’etimologia della parola e della contraddizione in termini che deriva dal presentarlo in uno spot lo sussurrano, lo accennano, lo confidano come se si trattasse di un consiglio mirato, confezionato su misura per…

 

9b) Quando annunci un nuovo programma preparati la descrizione di quello successivo

 

Se non c’è, inventalo pure. Almeno nelle linee generali. La tv è vittima della sua stessa nevrosi. Come i programmi inseguono l’attimo successivo, così i giornali non amano parlare di quello che sta per accadere, perché in teoria lo fanno già tutti. Per dimostrarsi ancora una volta migliori, per fare uno scatto in più rispetto alla concorrenza al giornalista pressato dal caposervizio spietato non resta che chiedere l’anticipazione in esclusiva (che escluderebbe la partecipazione di tutti gli altri giornalisti ad una conferenza stampa su di una notizia ormai bruciata).

Se viene negata – avviene spesso, ma non sempre, qualche volta “La Repubblica” e “Il Corriere della sera” ce la fanno – al conduttore che non trascura nessun particolare non resta che prepararsi all’incontro con la compagnia di giro che lo attende (sempre gli stessi, sempre più invecchiati) anticipando il loro bisogno/desiderio di sentirsi dire qualcosa di diverso, naturalmente una volta finita la parte ufficiale, in cui domande e risposte sono condivise.

Dato che la domanda ricorrente, irrinunciabile, unica sarà: “E dopo questo, che altro programma farai/farà?” meglio prepararsi una risposta convincente.

Non così clamorosa da annullare totalmente l’importanza del programma per il quale i giornalisti sono stati convocati (altrimenti sarà completamente ignorato), ma neppure così vaga da indurre il giornalista stesso – spesso dotato del fiuto pessimistico di Marlowe – a credere che il futuro dell’intervistato sia piuttosto vago, incerto, magari legato all’esito di un programma, quello di cui non ha voluto parlare, che senza dubbio lo lascia perplesso, e con lui i dirigenti della rete che con tanto entusiasmo lo hanno invece presentato.

Già, quell’entusiasmo doveva essere sospetto. Se il programma futuro non c’è, meglio inventarne uno, magari ispirandosi ai successi che si annunciano sui mercati. Per male che vada, sarà un’autocandidatura, e forse un suggerimento per i direttori più pigri o disattenti.

10b) Il momento più bello di un programma è sempre quello che sta per arrivare

 

Non è così. Non è come credevi. O come ti hanno fatto credere fino ad un secondo prima. Il meglio del programma che stai guardando non è quello che si è appena concluso, ma quello che deve ancora arrivare. Condannati a supplicare il pubblico di non cambiare canale, costretti a misurarsi in ogni momento con la paura dell’abbandono i programmi aggiungono promesse a promesse. Il momento successivo è sempre il migliore, senza lasciare il tempo allo spettatore di pensare che quello appena trascorso non era altro che il meglio promesso un secondo prima.

Da un annuncio all’altro, da un’attesa all’altra la tv sfugge continuamente all’appuntamento con l’adesso. Anche se tutte le emozioni accadono qui e ora, non c’è mai un presente presente. Spesso si reimmerge nel passato, sotto la superficie batte il cuore del futuro. Muovendosi su di un piano inclinato, non può mai trovare una posizione di riposo.

 

11b) Il bello della diretta è fare le stesse cose in un quarto di tempo

 

Le barzellette si possono imporre anche in assenza di genitori certi. Le frasi celebri no, hanno bisogno di un testimonial pronto a rivendicarle. Come “Presto che è tardi”. È stato Ezio Greggio a renderla famosa, ma si sussurra nell’ambiente che la frase è stata pronunciata per la prima volta agli albori della tv commerciale italiana, da una delle colonne degli studi Mediaset di Cologno Monzese: Enrico Roma (o suo fratello Alan, su questo dettaglio le testimonianze sono discordanti).

Erano i tempi in cui registrare una puntata dei primi varietà del sabato sera si rivelava un’impresa titanica, che iniziava nel pomeriggio e finiva la mattina dopo. Erano i tempi in cui Mediaset lanciava il guanto della sfida che sembrava impossibile, sottraendo alla concorrenza personaggi che avevano fatto la storia della tv. Sconsolate, consapevoli dell’importanza dell’impresa, ma non altrettanto dei risultati (che poi sarebbero venuti) le maestranze milanesi del Biscione si rincuoravano a vicenda con uno slogan che si rilanciavano l’uno l’altro come un grido di battaglia, sperando che risvegliasse le loro ultime forze, scuotesse i riflessi ormai appannati da ore e ore di lavoro, imprimesse lo scatto decisivo agli ultimi minuti di ripresa (che come nello sport sono sempre i più difficili).

“Presto che è tardi”, perché l’assenza della diretta era una garanzia di fronte agli errori, ma una condanna da scontare giorno dopo giorno. I dipendenti di Mediaset non sapevano, allora, che la maledizione della tv registrata non sarebbe mai finita. E non solo per loro, ma per tutti quelli che fanno tv.

Per motivi misteriosi, che appartengono all’essenza più sfuggente della tv, i programmi registrati sono uno straordinario magnete di problemi, un catalizzatore di errori evitabili, un parafulmine sempre attivo, bersagliato dalle intemperie.

C’è chi pensa che la diretta sia l’essenza della tv. Molto più semplicemente l’unica cosa bella della diretta è il fatto che una puntata in diretta si esaurisce in un tempo rigidamente stabilito. Magari il percorso sarà pieno di penalità (che il pubblico tende a perdonare), ma non si andrà mai fuori tempo.

Il bello della diretta è nella media diversa con la quale si realizzano gli stessi minuti di televisione. Registrare, equivale a consumare un tempo molto più lungo. Colpa della mancata concentrazione? Dell’assenza di nevrosi, della rete di protezione che diventa ossessione della perfezione?

E se la spiegazione fosse un’altra, tutta interna alla tv stessa: se la registrazione fosse un’irrinunciabile fonte di alimentazione dei programmi vampiro, che si nutrono di papere ed errori altrui?

Controindicazioni: il secondo aspetto positivo della diretta – il primo per chi guarda – è il fatto che aggiunge adrenalina (al conduttore, all’apparato produttivo, agli spettatori, sempre attratti dal fascino dell’incidente imprevisto).

Il suo lato negativo è nel fatto che gli uffici stampa non possono amplificare l’eventuale, spettacolare evento clamoroso (una rissa, un duello rusticano, una rivelazione inaspettata, un proclama alle nazioni,la vincita del jackpot) che si è verificato in un istante fuggitivo. Se fosse accaduto in fase di registrazione, invece, ci sarebbe stato tutto il tempo per annunciarlo ai quattro venti.

 

12b) La tv non ha smesso di insegnare: solo ha cambiato materia

 

La tv ama ancora insegnare, anche se in molti la considerano una cattiva maestra. La tv adora insegnare, ma cambia spesso disciplina. Prima ha spiegato come leggere e scrivere, poi l’educazione civica ed oggi l’alfabeto dei sentimenti universali. Che poi sia un alfabeto particolare – il suo – è un discorso diverso, che va oltre i nostri confini.

I manuali pratici insegnano a coltivare le rose d’inverno e a ridipingere la credenza con vernici intermittenti, ma quello che la gente vuole è capire chi siamo. Non sempre i manuali lo dicono. C’è chi dice che il compito sia troppo difficile. Ma la tv adora le imprese impossibili ed è questa la materia che ha scelto per i prossimi anni. Per tutti coloro che sono alla perenne ricerca di consigli da mettere in pratica nella quotidiana vita di relazioni, la tv si propone come una continua fonte di ispirazione. Espone modelli. Racconta di scelte vissute e delle loro conseguenze dichiarate. Se è vero che gli esseri umani sono lettori innati della mente, la tv fornisce a ogni ora i lasciapassare per leggere dentro le menti altrui. E se intuire è ancora troppo faticoso, spinge i suoi protagonisti a rendere pubblici i propri pensieri interiori.

Perché chi guarda non fatichi troppo, e soprattutto non ci siano margini di fraintendimento (a meno che siano funzionali alla formula). Se è vero che siamo coscienti dei nostri pensieri e delle nostre azioni solo perché sappiamo immaginare quelli degli altri, la tv è una vera enciclopedia permanente del vivere qui e ora. Propone agli spettatori interi cataloghi di comportamenti specchio, sui quali modellarsi o rispetto ai quali ritagliare le differenze, con un surplus di coraggio che non è facile avere.

 

C Le regole generali

 

1c) Molti vedono la tv, ma nessuno guarda davvero un programma

 

Tradotta in termini più diretti, questa regola potrebbe suonare così: inutile farsi illusioni. Guai a lasciarsi accarezzare dall’ingenua speranza di poter scrivere un programma che richiede una forte complicità da parte di chi guarda. Lo spettatore televisivo non è una figura reale, quindi non contate su di lui. Non esistono lo spettatore tipo, né quello ideale, né quello medio. Lo spettatore di un programma è solo una media aritmetica, un’astrazione statistica – come il fatto che la famiglia media italiana è composta da una persona e tre quarti. Se leggete che gli italiani mangiano in media due torte all’anno sapete bene cosa significa: che qualcuno ne mangia venti e in tanti nessuna. Se il reddito medio è di 5.000 euro, in molti sono nullatenenti e qualcuno guadagna milioni di euro.

Se un programma sbandiera quattro milioni di spettatori (è il valore assoluto che appare sul Televideo) può voler dire che in venti milioni ne hanno visto un quinto o che in cinque milioni lo hanno visto quasi tutto. La differenza è fondamentale: in un caso ci saranno stati molti contatti: tante persone hanno assaggiato il programma per almeno un minuto (e non gli è piaciuto o lo hanno fatto quando la cucina stava chiudendo-in quel caso ritorneranno); nell’altro caso sono stati in pochi a subirne l’attrazione iniziale, ma ne sono stati conquistati, facendo scattare un’alta permanenza. Con un pubblico così, un autore potrebbe anche tentare di costruire il suo programma come fa un regista con un film o uno scrittore con un libro. Ma è un caso raro. Che sfugge alle previsioni come un temporale sul lago Maggiore quando il meteo ha previsto il sereno sull’Italia del nord.

 

Corollario 1: nessun programma può essere troppo costruito

 

Chi mai guarderebbe in partenza un quinto di uno spettacolo teatrale, un sesto di un musical o si accontenterebbe di leggere un capitolo centrale di un romanzo, convinto di averlo letto tutto? È quello che fa normalmente lo spettatore televisivo. I quattro milioni di persone che statisticamente hanno seguito un programma di prima serata non sono una platea attenta, ma una carovana errante, incerta ed incostante, aperta a mille sollecitazioni e in cerca di sempre nuove distrazioni (magari da rifiutare), incapace di scegliere solo un programma e decisa (o costretta dalle sue stesse abitudini) a inventarsene uno proprio, assemblaggio di molti frammenti dispersi e raccolti qua e là.

Il programma che ognuno ha visto non è quello che l’autore ha pensato, ma quello che il singolo spettatore si è trovato a vedere. Somma, moltiplicazione, sottrazione di momenti culminanti persi e di pause insignificanti intercettate per caso; di emozioni perdute e di altre lasciate a malincuore. La tv declina ogni responsabilità dovuta ai suoi limiti iniziali. La vittima di un delitto annunciato può mai essere (anche) il colpevole?

 

Corollario 2: i programmi di successo fanno prigionieri gli spettatori per il loro bene

 

Se non esiste lo spettatore di un programma, ma molti spettatori di frammenti di un programma, la conseguenza necessaria (e dolorosa) è che nessuna trasmissione può essere un testo omogeneo, costruito con troppa cura, che confida sulla volontà partecipe dello spettatore che lavora a completarlo o a decodificarlo. Se ciascuno ne vede una parte, nessuna può essere essenziale per la comprensione del senso finale, e l’unica strada possibile è la progressione nella ridondanza. Traduzione in termini meno spottistici: i programmi avanzano aggiungendo elementi (informazioni, emozioni) con un occhio sempre rivolto al passato, per non escludere i ritardatari e i distratti.

Sembra un paradosso ma non lo è; solo i programmi che ammaliano lo spettatore e contano sulla forza di un incantesimo che gli impedisce di abbandonarli possono in teoria permettersi una costruzione simile a quella di un film o di un romanzo: una struttura narrativa forte o tendente al poetico. La consapevolezza di poter contare su di un pubblico attento migliora i programmi. Una volta catturati, gli spettatori “magnetizzati” scopriranno che l’incantesimo di cui sono vittima in realtà gli regala un prodotto migliore.

 

2c) Un televisore in casa univa la famiglia, troppi televisori la dividono

 

Domanda consequenziale: le famiglie si assottigliano e le televisioni aumentano. C’è una relazione tra i due fatti ?

 

Quando le prime aziende hanno iniziato a pubblicizzare i televisori come un nuovo oggetto del desiderio, la domanda che si facevano gli americani sulle pagine del “Reader’s Digest” aveva una percentuale di ingenuità come tutto ciò che riguarda le origini della tv. Quale poteva essere – se c’era – la sua posizione ideale all’interno delle loro case accoglienti? Qualcuno proponeva uno spazio tra le piastre del gas, altri nella parte superiore del forno, in modo che le felici donne di casa potessero guardarla senza rinunciare ai loro gratificanti lavori domestici.

In fondo, i primi programmi contenevano consigli di cucina o matrimoniali, e qualche domanda a bruciapelo, che si poteva anche solo ascoltare mentre il tacchino rosolava in attesa del ripieno di castagne. Qualcun altro suggeriva gli ampi spazi intorno all’ingresso, altri il salone, magari appendendo il televisore in alto perché quando rimaneva spento non occupasse uno spazio inutile. Che mobile era, un televisore spento? Erano i tempi di Pleasentville, tutte le forme erano arrotondate, i colori vivaci e/o pastellati, i sorrisi aperti dalla colazione alla buona notte, come i primi Seven Eleven.

La tv era sola in casa ed in ogni casa ce n’era rigorosamente una sola, come le automobili. La famiglia si riuniva a guardarla, come un tempo succedeva intorno al fuoco. E chi non l’aveva si accomodava dai vicini, così la tv favoriva nuove relazioni. Poi gli apparecchi si sono moltiplicati. I nuclei monofamiliari aumentano, ma in ogni casa ci sono almeno due televisori. Spesso anche tre. C’è un televisore in ogni stanza, e magari anche in auto, nel cellulare e in una cintura. L’apparecchio televisivo non è più in grado di riunire le famiglie. Moltiplicarne la presenza le ha ancora più divise. Ma è colpa della tv se le persone guardano lo stesso programma in stanze diverse?

 

3c) In tv l’esclusiva è una forma avanzata di multiproprietà

 

Il vip stellare è appena sceso dall’aereo/arrivato sulla Laguna in motoscafo/uscito dal Parlamento. Una selva di microfoni lo accoglie, con gli adesivi delle varie testate che li identificano e pubblicizzano un po’. Il vip pronuncia qualche parola di getto e poi risponde a domande volanti, senza un soggetto riconoscibile, perché le telecamere sono tutte puntate verso di lui. Qualche minuto e qualche ora dopo, l’improvvisata conferenza stampa (o l’imboscata mediatica alla quale la star non è del tutto sfuggita) viene annunciata come una eccezionale esclusiva da ognuna delle emittenti presenti e rappresentate da un microfono volante.

Lo stesso vale per le prime immagini che riguardano eventi shock. Basta ingrandire un dettaglio, rimontarle in una diversa successione per gridare ai quattro venti il loro statuto di esclusiva assoluta. E che dire delle repliche estive “in esclusiva” su di un’altra rete rispetto a quella dove la serie è andata in onda le prime volte? La parola “esclusivo!”, sbandierata con un uso insistito della grafica è il manifesto che richiama lo spettatore a una speciale attenzione. Dal momento che ciascuno ne fa l’uso che crede, come in una multiproprietà impazzita, non è importante che sia vero. L’importante è poterlo annunciare.

 

4c) Se il successo è una forma virale, l’insuccesso lo è ancora di più

 

Nessuno decide di far parte di uno sciame. Ogni volta che facciamo una scelta (di una meta turistica, di una camicia, di un olio di semi) siamo convinti di aver esercitato il privilegio di scegliere, in base ai nostri gusti, ragione o emotività. Il fatto che qualcuno abbia studiato in partenza le nostre reazioni spontanee e pensi di prevederle ci lascia indifferenti (e comunque come combatterlo?).

L’aggregazione (virtuale) delle persone sulla base dei gusti e delle scelte avviene a posteriori, quando si analizzano i dati di vendita, le presenze turistiche, o – in tv – quando, alle dieci del mattino, arrivano i dati d’ascolto. Il legame che unisce gli spettatori che la sera prima hanno visto lo stesso programma è inizialmente un poco più forte di quello che potrebbe avvicinare i consumatori di uno stesso detersivo, ma non più preciso, resistente e consapevole di chi sceglie un giorno lo stesso film, o acquista un’auto con gli stessi optional (non è facile che accada, di fronte a centinaia di migliaia di combinazioni). Un riunirsi incerto, qualche volta imprevisto, in realtà virtuale. Ma quando l’Auditel gli conferma che la sua scelta è stata condivisa da molti altri spettatori, il singolo utente si sente “premiato dalla scelta premiata”.

Il consenso altrui non solo gli conferma di non avere sbagliato, ma gli consegna un attestato di buon gusto, la rassicurante assicurazione di avere avuto intùito, e di esseri mosso ancora una volta in favore e non contro la corrente.

Al contrario, l’insuccesso del day after di un programma che non gli era dispiaciuto lo preoccupa, amplifica i segnali di piccolo disagio che scopre di aver colpevolmente trascurato, lo convince di non aver amato fino in fondo quel programma, anzi di averlo disapprovato dopo pochi minuti. Magari si convince di aver scelto di restare lì “per vedere fino a che punto poteva spingersi un esempio di cattiva tv” o ingannato da una falsa attesa, o per pigrizia, per volontà di qualcun altro (la moglie, il marito, i bambini) o semplicemente per inerzia, distratto o comunque accompagnato da mille altri pensieri. Ma è un errore che non si ripeterà. La nuova puntata, il nuovo episodio, non lo vedranno certamente al via, perché nessuno è complice, e neppure testimone volontario, della parabola scritta di un insuccesso.

 

5c) La buona televisione sfiora sempre la banalità

 

La buona tv non è mai banale. Ma non ignora l’esistenza della banalità. Al contrario: la provoca, la evoca, la risveglia, la stimola. Le si avvicina cercando il limite massimo di prossimità, senza mai farsi raggiungere, né tantomeno colpire. Le si avvicina per dimostrare la sua capacità di schivarla, sfiorarla e farsi sfiorare. Il torero più bravo è quello che riduce sempre più la distanza tra lui e il toro. Che sincronizza i suoi movimenti con la musica che li accompagnano. Tra lui ed il pianista nessuno prevale, agiscono insieme. Lo spazio tra lui ed il pericolo si riducono man mano che la cerimonia avanza (o il massacro, fate voi), ed è questo l’esorcismo che il pubblico esige. La banalità (del bene, del male, della quotidianità, della norma, persino dell’eccezionale) è la materia prima di una parte della buona televisione. Il suo punto di partenza, e qualche volta quello d’arrivo.

 

6c) Il successo di un programma si ottiene dribblando le controprove

 

C’è un segreto per fare in modo che il successo di un programma risalti e risulti tale senza dubbi e ombre. Sfruttare al massimo le circostanze fortunate (? Vedi il corollario seguente) e soprattutto evitare i siluri delle contromosse avversarie, l’arrivo di altre trasmissioni più forti, insomma ogni controprova.

Se non fosse arrivata Antonella Clerici con “Ti lascio una canzone”, saremmo ancora convinti che “La Corrida” è una trasmissione imbattibile. Se “La Corrida” avesse cambiato serata prima di essere dimezzata dai bambini cantanti della bionda conduttrice legnanese continueremmo a pensarla come un programma inaffondabile. Se “Striscia la notizia” non fosse andata in onda una sola volta alle 22.30, (dopo una partita di calcio) non sapremmo che a quell’ora dimezza il suo share; se “Fatti vostri” anni fa non avesse fatto un’incursione alle 14 avremmo pensato che il 24% del compianto Alberto Castagna a quell’ora su Canale 5 era soltanto un risultato discreto. Se “Fantastica Italiana” dopo la prima puntata di “Big Brother” avesse chiuso i battenti adesso diremmo che era più forte del programma di John De Mol (che ha perso il primo scontro, ma nelle settimane successive ha ridotta in briciole la proposta di Rai 1). Senza le accidentali controprove, saremmo davanti a successi inconfutabili. La controprova li ha ridimensionati senza discussione. L’aura mediatica di certi successi rimane tale fino a che, per qualche circostanza sfortunata (per loro), le condizioni cambiano.

Perché comunque vada sia un successo occorre dunque dribblare gli agguati della controprogrammazione, evitare i programmi kamikaze, destinati ad esplodere all’interno dello stesso segmento di pubblico, senza possibilità di vincere, ma con buone probabilità di erodere una parte del pubblico elettivo del programma che hanno preso di mira.

Se evitarli con un agile slalom è davvero impossibile, se la controprova non si è potuta evitare (con tutte le conseguenze negative del caso) ecco una serie di strategie secondarie, pronte per l’uso:

a) trovare una somma di alibi e spiegazioni che ne attenuino o annullino la portata;

b) disporre di un ufficio stampa capace di negare la verità più evidente;

c) cancellare con la massima rapidità possibile ogni possibile traccia di un dubbio legittimo sull’effettiva entità del successo accreditato fino alla déblacle, prima che qualcuno arrivi a formularlo, magari solo tra sé.

 

Corollario 1: in tv comunque vada sarà sempre e solo un successo relativo

 

Corollario 2: per fare un programma di successo bisogna prima di tutto assicurarsi una programmazione spalla.

 

I programmi prima ancora di nascere cercano un pò di luce come le piante nel sottobosco, facendosi strada nelle nicchie di ascolto, studiando i flussi e capitalizzando gli sganci e le debolezze di quelli già esistenti.

I presupposti di un successo si creano molto prima di mandarlo in onda, e vanno in gran parte oltre la sua forza endemica. I migliori autori (e i più attenti, tra i conduttori, nel gestire la propria immagine) passano ore e giorni e mesi a studiare la controprogrammazione possibile. Cercano il mese giusto, l’occasione propizia, il punto di debolezza altrui, le abitudini del proprio pubblico, il momento in grado di mettere maggiormente in risalto le peculiarità della proposta che stanno per varare.

I continui spostamenti di serata di importanti programmi del prime time che non possono fallire dimostrano che il successo (o il minor insuccesso, l’insuccesso mediaticamente controllabile) si realizzano con programmazioni slalom, capaci di insinuarsi, settimana dopo settimana, negli interstizi lasciati liberi dall’offerta altrui. Ma i conduttori più attenti e potenti vanno oltre. Non si accontentano del male minore, e da una strategia difensiva passano all’attacco. Sono loro a suggerire (direttamente o indirettamente) e magari a determinare i palinsesti ideali per il successo del loro programma, almeno all’interno della stessa azienda. I televisivi più attenti (e potenti) si scelgono la controprogrammazione spalla, perfetta per esaltare le caratteristiche vincenti della trasmissione leader, cioè la loro.

Un rinnovo di contratto più volte rimandato, un “si” ad una proposta per la stagione successiva dipendono anche dal grado di collaboratività dimostrata dall’azienda al momento di decidere quando mandare in onda il loro programma, fino a che ora sgomberargli il palinsesto, contro chi si scontrerà. (Una telefonatina anche all’azienda “nemica” si può sempre fare…).

 

*Dice di sé.

Paolo Taggi. Ho passato gran parte della vita a realizzare cose che potessero finire in una quarta di copertina realistica e accattivante. Poi mi sono accorto che neanche questo mi avrebbe cambiato la vita. Ma è troppo tardi per tornare indietro: e poi, per fare che cosa?

Tutto quello che so fare è scrivere, insegnare a scrivere (cinema e televisione), fare fotografie, ideare programmi e realizzare documentari, cercando di dare un senso a tutto questo, anche se un senso non sempre ce l’ha. Me lo avevano detto quando ero adolescente, ma allora non credevo a niente di quello che mi dicevano gli altri. Oggi ancora meno. Non mi resta che aspettare: che gli editori mi paghino i diritti sui miei libri, che i programmi italiani si vendano all’estero e che il Novara torni in serie A.



1) Prima parte





FEDERICO FELLINI



Ad una prima lettura salta agli occhi

che la mancanza di un’idea problematica, o se si vuole

di una premessa filosofica, rende il film una suite di episodi

assolutamente gratuiti... Mi perdoni, ma questa può essere

la dimostrazione più patetica che il cinema è irrimediabilmente

in ritardo di cinquant’anni su tutte le altre arti.

(Da “81/2”, 1963)





STEVEN SPIELBERG

Il vizio più costoso nel mondo non è l’eroina ma la celluloide,

e io ho bisogno di una dose ogni due anni.

(Da “Time”, 1979)







 

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