COSTUME
FENOMENOLOGIA DELLE REGOLE NEL MONDO TELEVISIVO1
Valgono solo al suo interno.
Ma è un cerchio sempre più esteso. I cui confini, ormai,
non sono più quelli del piccolo/grande schermo, ma quelli
del mondo. Come sempre avviene nei mondi inventati, ci
sono leggi ufficiali e regole mai scritte, che nessuno
mette in discussione. Come queste
Paolo Taggi*
A
La casta del casting
1a) Ognuno è stato almeno una
volta in tv
Quando la gente aspettava che i
personaggi della tv uscissero dal retro del piccolo schermo,
entrare in un programma era un sogno impossibile. Condannato
a rimanere fuori, ad adorare i piccoli dei catodici, lo
spettatore si domandava: che cosa si proverà nel paradiso
della tv? O semplicemente: come funzionerà?
Cinquant’anni dopo, attraverso le sue
porte troppo spalancate, milioni di italiani sono stati
protagonisti di almeno un programma. Conseguenza naturale:
non ci sono più solo spettatori. A forza di lanciare
messaggi in mare sono rimaste solo bottiglie. Quando saranno
finite le scorte di reclute di ogni età, quando non ci
saranno più protagonisti “per la prima volta sul piccolo
schermo”, svanirà con loro l’emozione primaria che li ha
caratterizzati: la sensazione ineguagliabile di tutto quello
che accade per la prima volta. È andata così anche con il
cinema: quando l’attore una tantum di un film neorealista si
iscriveva all’accademia la sua carriera automaticamente
finiva. Perché quello che contava, il motivo per cui era
stato scelto tra tanti era proprio il suo essere (stato,
ormai) un outsider.
Se sommiamo le ragioni della
spontaneità necessaria con quelle della casta del casting le
scorte di spettatori vergini da incanalare nei vari generi
televisivi stanno per esaurirsi. La domanda conseguente
sorge spontanea: quale sarà la nuova meta universalmente
sognata quando tutti almeno una volta saranno stati
protagonisti in tv?
Corollario: lo spettatore puro è il
reperto archeologico di una perduta età dell’oro.
2a) La prima volta in tv non si
nega mai (la seconda sempre)
Fiorello è stato ospite, un giorno, di
uno dei primi talk show “Lo specchio della vita”, condotto
da Nino Castelnuovo. Accompagnava, come testimone quasi
muto, la direttrice di una catena di villaggi turistici e
rappresentava la categoria degli animatori. Dopo
quell’apparizione secondaria ha impiegato diversi anni per
riuscire a ritornare in scena, dove si è imposto con merito
ed un po’ di ritardo.
La prima volta in tv non si nega a
nessuno, anzi. La seconda, però, è tassativamente vietata,
con tanto di legge marziale, imposta dalla dittatura del
casting. Se la prima volta è un’eccezione necessaria, come
abbiamo visto, la seconda potrebbe diventare una legittimata
abitudine. E questo gli inquilini privilegiati della tv, la
tribù degli ospiti d’onore con tanto di patentino non lo
possono permettere. Solo loro hanno facce da televisione,
acquisite con meriti dimenticati o con presenze progressive,
nelle quali consumano tristemente contratti artistici
firmati in giorni fortunati.
L’esposizione televisiva è un
meccanismo esponenziale: più appari, più sei presentabile.
La seconda volta ti colloca automaticamente sul nastro di
partenza nel gruppone degli invitabili, una zona affollata
come lo start della maratona di New York, ma pur sempre un
luogo dove i riflettori e le telecamere sono comunque
accesi. La casta del casting è molto attenta ad evitare che
il gruppo si infoltisca troppo e che qualcuno si infili
nelle maglie larghe di un momento di distrazione collettiva
per imporsi come nuovo ospite potenziale. Certe specie
inutili concentrano tutte le loro risorse e attenzioni sull’autoprotezione,
perché sanno che l’ospitabilità è un fenomeno virale.
Dopo la seconda volta il rischio di
esponibilità dell’intruso si fa pericolosamente alto, meglio
evitarlo con ogni mezzo. La seconda volta è la soglia
critica oltre la quale una faccia sconosciuta diventa
riconoscibile e quindi la possibilità di (onni)presenza
sugli schermi diventa esponenziale. Sei invitabile perché
riconoscibile. Sei riconoscibile perchè ti hanno già visto
in qualche altro programma. Gli invitabili non hanno niente
da dire né da dare, tantomeno uno spettacolo da offrire. Non
si esibiscono, ma esibiscono la loro presenza, esattamente
come la gran parte di quelli che passano il tempo ad
impedirglielo, almeno fino a quando sono arrivati i reality.
Corollario 1: chi riesce ad andare in
onda due volte, non ne esce più.
Corollario 2: in tv va chi ha qualcosa
da dire. Ma non sempre e non troppo.
3a) Archiviati i cinque minuti
da protagonista in scena, il pubblico avrà i suoi dieci da
autore
Steven Johnson descrive nel suo libro
“La nuova scienza dei sistemi emergenti” (Garzanti 2004) uno
spot andato in onda negli Stati Uniti nell’estate del
duemila. Immaginiamoci un sovraffollato open space,
dove qualcuno finge di fare qualcosa come i figuranti di
sfondo in un film, qualcuno cancella decisioni altrui e
altri pensano ad una scusa credibile per invitare a cena le
segretarie senza compromettersi. La voce fuori campo ci
informa che ci troviamo nel centro decisionale di un network
e quelli che vediamo ne sono i programmatori, cioè coloro
che decidono “che cosa guardiamo e quando lo guardiamo”. La
camera a mano attraversa una serie di porte, fino a
raggiungere l’oasi di pace in cui un dirigente coltiva altri
interessi. Non si accorge, il malcapitato, che due body
guard in T-shirt lo stanno per afferrare e non
ha tempo di reagire quando si ritrova a volare fuori dalla
finestra, senza ricevere una spiegazione. Sempre la voce
fuori campo chiarisce al pubblico il perché della condanna
appena eseguita: “chi ha bisogno di loro?”.
Nella regola n. 1a ci chiedevamo che
cosa sarebbe successo alla tv (e al mondo) quando tutti
fossero stati almeno una volta protagonisti in tv. La
risposta ce la offre probabilmente questa profezia
ravvicinata: la nuova frontiera è l’essere tutti autori. Il
pubblico di You tube e di Current ha
scelto l’autoproduzione, più spontanea, più diretta, più
reale. Lo è davvero? Non più di quanto lo sia
l’improvvisazione, in teatro come nella vita sociale. John
Kennedy, diventato famoso anche per le sue doti di
improvvisatore, passava ore a provare con registi dell’Actor’s
Studio le sue presunte uscite estemporanee.
Gran parte dei filmati di Current
è realizzata da autori raffinati, che lavorano i loro
servizi e programmi come se fossero autentici prodotti
amatoriali. A questo punto, come accade spesso, nasce una
nuova domanda/corollario: se You Tube, Current
e similari indicano una nuova strada, chi mette i cartelli
indicatori? Chi guida le scelte: il programmatore occulto o
l’utilizzatore illuso?
4a) L’ospite in tv è prima
di tutto lo spettatore di se stesso
In una puntata di “Affari tuoi” del
2007 il protagonista è entrato in scena stringendo in pugno
una telecamera digitale, puntata sul proprio profilo
migliore, ad una distanza opportunamente studiata. Ogni
tanto l’obiettivo si spostava sui compagni d’avventura, che
lo avevano seguito fin in lì, e poi sul pubblico, ma non
verso le altre telecamere (cioè verso gli spettatori che lo
stavano seguendo da casa).
È la conferma che cercavamo alla regola
n. 3a. Questa.
Quando una persona comune va in tv ha
finalmente rovesciato il campo di ripresa, ma rimane
saldamente legata al suo statuto precedente e a quello
futuro, che già intravede. Spettattore. Dieci per
cento futuro protagonista, dieci per cento ex protagonista,
ottanta per cento semplice destinatario di programmi pensati
per lui. Lo spettatore che entra trionfalmente nel piccolo
schermo non dimentica – una volta in scena – di essere stato
per anni seduto in poltrona in attesa di essere ripreso. E
contemporaneamente immagina già il suo ritorno a casa,
quando il suo essere stato protagonista sarà un ricordo da
ravvivare continuamente. Il più importante della sua vita. È
per questo che è lì, prima ancora che per vincere e molto
più che per partecipare. È lì per fabbricarsi il ricordo
destinato a diventare la pietra miliare, la boa a partire
dalla quale ricostruire il percorso della propria esistenza:
prima dell’apparizione, dopo l’apparizione.
Quando entra in scena, lo spettattore
non è più davanti al piccolo schermo, ma sta di fronte alla
poltrona vuota dove ha passato tutto il suo tempo in
compagnia della tv. Dall’inedita posizione il suo ego
spettatore (di solito molto esigente) gli detta gli
atteggiamenti giusti da tenere, gli stessi che ha amato,
approvato, ammirato seduto dall’altra parte. La sua
componente sopravvissuta di spettatore gli indica gli
accorgimenti da adottare per compiacere a quella parte di sè
che è rimasta idealmente sul divano consumato, dove il gatto
è rimasto solo a guardare il programma preferito e cerca di
raggiungerlo senza riuscirci.
Corollario: ci sono solo spettattori
5a) La tv parla ad una sola
persona per volta (e a tutti gli altri per conoscenza)
Ormai è una storia stanca. Quando gli
spettatori del primo film dei Lumière videro arrivare la
sbuffante locomotiva, si gettarono sotto le sedie del
cinema, per paura di essere travolti. Quando lo spettatore
televisivo era una creatura naif, ancora più ingenua della
televisione nascente, in molti si sentivano chiamati in
causa in prima persona e credevano che nell’appartamento a
fianco non avvenisse lo stesso miracolo. Quando il Mario
Riva della situazione diceva con il sorriso rimasto negli
archivi degli anni ‘50 “Buonasera”, rispondevano con un
cenno del capo, per educazione. Ma quando passava al tu,
sentivano il dovere di rispondergli personalmente, come se
li stesse guardando, uno per uno. Uno per volta. L’illusione
che la tv conosca bene ogni singolo spettatore, che e
preveda le mosse e le reazioni, e persino i comportamenti in
quel momento non è finita con l’età dell’oro. La tv la
alimenta, negli spot e con i programmi, con frasi mirate e
ammiccamenti sottili.
La tv non è più da tempo qualcosa che
si guarda, ma un universo intero che ti guarda e lo ha
dimostrato inserendo telecamere scoperte fin dentro i
pensieri. Basta un’ipotesi simile a quella che formulano
astrologhi e cartomanti (“in questo momento sei sospeso tra
felicità e infelicità”; “hai avuto diversi amori”; “qualcosa
ti preoccupa…”) per rafforzare nello spettatore la
sensazione che la tv stia parlando davvero a lui, che lo
conosca perfettamente, come dice la Rai dei suoi abbonati. Il programma, quel
programma è indirizzato solo a me, pensa. Certo, arriva
anche ad altri, ma con una minore intensità. Tutti gli altri
sono solo intrusi momentanei, informati per conoscenza.
B Le
regole del fare
1b) La tv si impara solo con
l’esperienza
È doloroso dirlo, ma va detto. Alle
migliaia di giovani che studiano comunicazione perché è
l’unica strada che conoscono per avvicinarsi al mondo della
tv. Ai tanti che provano ad insegnarla, perché il loro
privilegio non resti tale. C’è una strisciante certezza che
percorre la tv italiana: per fare tv occorre solo accumulare
esperienza. Ogni altra via, compreso lo studiarla, può avere
conseguenze fortemente negative. Addirittura letali. Ci sono
dei motivi, se questa è la situazione.
Intanto aver studiato la tv
insospettisce i compagni di stanza e d’avventura. E
soprattutto i capi messi lì da fuori. La competenza teorica
spaventa chi in tv ci è entrato per diritto divino, per la
forza di un cognome (magari senza verificare l’effettiva
parentela), un colpo di fortuna, una botta di sfortuna, un
equivoco non verificato in tempo, un’abitudine improvvisa,
una richiesta di compagnia, la volontà di un partito,
l’appropriazione indebita di un’idea altrui…
Per tutte queste persone (e molte
altre, che si sono accomodate nei titoli di testa con
diverse sfumature di spudoratezza e merito) la tv non si
impara sui banchi di scuola, non si conquista con i
concorsi, non si scala grazie ai risultati. Per loro la tv è
rimasta una forma di artigianato, che si crede parte
dell’industria culturale, ma è soltanto una sua illusione
(che sia industria magari no, ma culturale certamente si).
Per tutte queste persone chi ha studiato la teoria della tv
non fa altro che tentare di giustificarsi con citazioni
astratte, formule che funzionano solo altrove, presuntuose
ipotesi di classificazione che fanno a pugni con la magia.
Se la tv si impara solo con l’esperienza chi già la fa
decide a chi trasmettere la propria, senza doversi
giustificare con nessuno, e soprattutto senza doversi
chiedere se fino a quel momento il suo essere lì non è il
vero miracolo della tv. Per fortuna, qualcuno va oltre i
fuochi di sbarramento e si accorge che si tratta di una
falsa notizia, di una voce messa in giro ad arte per evitare
l’affollamento eccessivo, o di un alibi preventivo. Studiare
tv non basta per farla (per arrivare a farla e per saperla
fare). Ma aiuta. Con qualche controindicazione che è utile
sottolineare.
Primo: non dare troppo spazio allo
spirito critico.
Secondo: non dichiarare mai la teoria
come enunciato, ma tentare di tradurla in pratica.
Terzo: evitare le spiegazioni.
Quarto: viaggiare sottotraccia per un
po’.
Quinto: premettere ad ogni idea esposta
la formula di rito: “Probabilmente non sarà una buona idea…
ma la dico lo stesso” e – se per caso viene approvata
concludere con: “In realtà questa idea era la tua – riferito
al conduttore o all’autore più importante – io ve l’ho solo
ricordata…”
Corollario 1: prima di studiarla
studiate bene le controindicazioni
Corollario 2: se qualcuno fa tv in
famiglia, continuare sulla sua strada è un dovere etico, più
che un privilegio.
Corollario 3: chi ha troppa esperienza
della tv è pronto per la rottamazione
2b) Non si vive di sola
televisione
Chiariamolo subito: non è una questione
di soldi. Quelli, ancora per poco tempo, in tv continuano a
scorrere lungo fiumi sempre più in secca. Per pochi, non
certo per tutti, la tv è ancora il mitico Eldorado. Qualcosa
di troppo concreto per essere anche una fantasia. E allora
di che cosa parliamo dicendo che non si vive di sola
televisione?. Di qualcosa che ha che fare con l’impalpabile
concetto dell’ “immagine” di sé dentro la società delle
immagini.
Chi fa solo televisione è vissuto (e di
conseguenza spesso si sente davvero) come una specie di
paria della società. In fondo, confeziona l’effimero, il
transitorio, produce un bene di consumo che non lascia quasi
mai tracce durevoli (le uniche che restano sono le scorie,
con tutta la loro valenza negativa). Sarebbe tutto logico,
persino coerente, se non ci fosse un corollario che qualcuno
dovrà pur spiegare.
Corollario: chi fa anche televisione è
invece un vincente ed ha una marcia in più.
Questa affermazione è in totale
contraddizione con la norma di cui è il provocatorio
corollario. Chi fa solo televisione è un personaggio minore,
un illusionista o un venditore di miracoli a poco prezzo. Se
ha letto qualche libro in più, lo ha fatto per errore e
comunque è meglio che li dimentichi. Se usa musiche colte o
utilizza paradigmi narrativi riconoscibili è per uno scherzo
del caso o un’involontaria invasione di campo. Se un
giornalista, un intellettuale, un regista cinematografico
fanno anche televisione, allora si tratta di un evento da
celebrare e ricordare a priori, come quando un capo di stato
visita un sperduto villaggio nei fiordi. Chiunque faccia
anche televisione può vantarsene nei salotti bene, nelle
interviste esclusive e sulle quarte di copertina dei suoi
libri impegnati. La sua preziosa incursione nel regno del
significato zero gli dà una patina ulteriormente luminosa,
destinata a durare nel tempo.
3b) Il pubblico della tv odia
il nuovo, ma adora la parlola novità
Il nuovo attrae, ma fa paura. Il nuovo
si invoca, ma si evita. Almeno fino a quando rimane tale.
Tutti gli spettatori a parole esigono nuovi programmi, e
quando uno ogni cento giorni si insinua nei palinsesti
fatica a farsi scegliere, perché nessuno lo conosce ancora.
Il pubblico della tv, in realtà, ha
paura del nuovo e adora farsi cullare dal suono suadente
della parola novità. La blandisce come si fa con i propositi
che non devono necessariamente trasformarsi in realtà. Il
nuovo è un bagliore lontano. Se si avvicina rappresenta un
pericolo, come i tartari per la fortezza di Bastiano. Se
dovesse davvero arrivare, sarebbe l’inizio della fine: delle
abitudini, dei lamenti ripetuti come litanie, della noia a
dosaggio controllato (funzionale ad un ascolto distratto e
non esclusivo). Il nuovo assoluto è un pericolo mai
abbastanza segnalato. Per definizione, non ci si può
preparare ad affrontarlo e questo il pubblico non lo può
accettare. Il giorno dopo – quando la proposta troppo
innovativa verrà demolita dagli indici d’ascolto – troppe
lacrime di coccodrillo si sprecheranno al pensiero di non
aver avuto il tempo di farsene un’idea. Meglio così, in
fondo. Negli altri linguaggi, il nuovo si inserisce, si fa
conoscere e si impone a partire dalle cosiddette zone
periferiche: i teatri off Broadway, le case
editrici spregiudicate, alcune pagine in corsivo in un libro
monstre. La tv dispone di canali alternativi ed
orari meno combattuti, nei quali mandare in onda senza
rischio i programmi nuovi, ma l’insignificanza numerica o la
diversità nella composizione dei loro pubblici renderebbe
poco significativo ogni test. E allora? Se un programma non
è nuovo, si può sempre appoggiare un post it su uno
già consolidato e annunciarne la “novità”. È una strada
molto più sicura. Tanto da giustificare un corollario che è
la continuazione/precisazione della regola che lo ispira:
Corollario 1: non bisogna fare nuovi
programmi, ma saperli raccontare come se lo fossero
Corollario 2: il nuovo in tv si
presenta travestito, dentro programmi già conosciuti. Pronto
a gettare la maschera, ma solo in caso di vittoria.
4b) Regola derivata: al nuovo
assoluto il pubblico preferisce le repliche
La stagione delle repliche comincia
ogni anno quindici giorni prima, come il Ramadan, ma finisce
sempre più in là. (Oggi occupa un buon terzo dell’anno). Le
repliche hanno sempre un pubblico significativo, mentre il
nuovo quasi mai. Chi guarda le repliche? Quelli che si erano
persi la prima (o la seconda, la terza, la quarta) messa in
onda; quelli che non avevano ancora l’età: quelli (e sono la
maggioranza) che cercano nella replica la riedizione della
piacevole sensazione che hanno provato la prima volta;
quelli che trovano inebriante o almeno rassicurante il
piacere della ripetizione.
Nella replica, quello che in un primo
momento hanno immaginato, ipotizzato, intuito si trasforma
in un sottile gioco di conferme e di memoria (e di conferma
della propria memoria). Non c’è più il fascino del non
sapere come va a finire, ma la soddisfazione di constatare
che non poteva che finire così. È la logica di Biancaneve,
il primo cartoon (la prima fiction compiuta) che
guardano i bambini. Ogni volta tremano quando Biancaneve è
portata nel bosco dall’uomo incaricato dalla regina di
ucciderla, e si angosciano quando lui mostra alla regina
stessa un cuore (che non è quello della piccola
principessa).
Ogni volta che arrivano alla fine del
film tutti i bambini del mondo la rimettono dall’inizio, per
riprovare le stesse emozioni, che in realtà sono sempre un
po’ diverse, fino al giorno in cui si sentiranno grandi. E
allora cominciano ad aspettare il momento in cui lo
rivedranno con i loro figli ( e un giorno più lontano con i
loro nipotini).
Corollario: forse è venuto il momento
di fermarsi e ripetere tutto quello che c’è già stato
5b) Troppi canali riducono le
scelte
Siete tra quelli che preferiscono le
piccole librerie dove il proprietario attento ha scelto per
voi ciò che ritiene migliore e tra le poche proposte che
espone vi indica la novità gli è piaciuta di più o tra
quelli che si infilano in librerie cattedrale, e amano
trovare il titolo giusto come se ogni volta si trattasse di
una nuova scoperta dell’America o di una vittoria alla
caccia al tesoro? O, ancora, siete tra quelli che entrano
nell’immensa libreria con un foglietto dove avete appuntato
un titolo, uno solo, che vi è stato consigliato in tv?
(Peggio, che ha scritto un personaggio televisivo?)
Se appartenete alla prima o alla terza
categoria, per voi questa regola è più di un’ipotesi. È un
incubo prossimo venturo. Scegliere tra mille canali a
disposizione significa letteralmente avere a disposizione
ore intere per leggere tutte le proposte, documentarsi e
valutarle. I troppi canali hanno fatto la fortuna dei primi
invenduti cataloghi dei film (all’inizio gli spettatori li
consultavano per decidere il film della serata). Ma non
esistono guide approfondite su tutto il resto della
programmazione (tutti gli illustrati dei quotidiani sono
depliant pubblicitari con allegati frammenti di comunicati
stampa). Gli spettatori amano la possibilità di scegliere,
come amano l’idea del nuovo.
Rassicurati dalle mille reti di
protezione che non useranno mai, continuano a vedere pochi
canali, sempre gli stessi, come luoghi comuni
irrinunciabili.Troppi canali producono l’effetto opposto.
Convogliano le masse su pochi riferimenti riconoscibili
(come le pile di libri all’ingresso della libreria
attraggono il lettore debole, che alimenta la catena).
Una catena giapponese ha inventato il
supermercato con solo quattro referenze per prodotto. È
stato un successo. Qualcun altro ha proposto una memory
card che infilata nel carrello lo fa fermare o lo
illumina davanti agli articoli che il cliente acquista
abitualmente. Le troppe scelte riducono il telecomando a una
slot machine. Alla fine decide il caso (o i gestori
del gioco).
Domanda insinuante: se non ci fossero
tanti canali e gli sforzi produttivi si concentrassero su
pochi prodotti, la tv sarebbe migliore?
6b) I programmi sono la
confezione regalo degli spot pubblicitari
Certe regole non richiedono troppe
parole per essere spiegate. Questa, meno di altre. Per
verificarla basta una semplice controprova: togliere a molti
programmi di successo gli spot pubblicitari e vedere
l’effetto che fa. Molti, crollerebbero come il tendone di un
circo senza le impalcature che lo reggono. Gli spot
interrompono i programmi, ma ne sono anche le colonne
portanti, come i piloni per i ponti a lunga campata. Se il
fulcro dei programmi sono le attese, i breack le
giustificano, le ampliano, le rendono naturali.
7b) La tv ha inventato i
segreti ad orologeria
Ogni volta che un vip pubblica la
propria rinunciabilissima biografia, la notizia dell’uscita
si diffonde per via indiretta. La motrice che la porta su
tutte le pagine dei giornali (e nelle appendici dei Tg) è un
annuncio dotato di molto più appeal: la rivelazione
di un segreto gelosamente custodito fino a quel momento; un
figlio oscurato, una violenza subita nell’infanzia, un senso
di colpa che non vuole andar via, un amore inconfessabile
fino a quel momento. La tv è avidissima di segreti da
svelare pubblicamente. Il meccanismo è semplice, l’effetto
sicuro. Quando ne individua uno, in grado di rianimare in
modo insperato un ospite ormai consumato, lo coltiva come un
fiore raro. Uffici stampa ed autori lavorano insieme per
dargli il massimo risalto e fare in modo che la rivelazione
di quanto di più intimo ci sia avvenga di fronte al maggior
numero di testimoni stupiti (ed emozionati di essere
presenti in quel momento indimenticabile).
Il vip che decide di rivelare il
segreto più segreto della sua vita ha diversi motivi per
farlo: pubblicizzare una tournèe, creare glamour intorno
alla sua figura, rivalutare il cachet fermo da
anni, rientrare nella compagnia di giro degli ospitabili
dall’ingresso principale, liberarsi di un peso troppo
grande, attaccare qualcun altro fingendo di svelare se
stesso. In genere il segreto si affida ad un agente, che ne
valuta il valore come si fa con un tartufo bianco o una
pietra preziosa.
Spesso il segreto grezzo viene
raffinato, ripulito, arricchito di dettagli intriganti e
soprattutto affidato ad un buon narratore, in grado di dare
alla semplice cronaca degli eventi la struttura romanzesca
che altrimenti non avrebbe. A quel punto si lascia filtrare
la notizia della possibilità di una rivelazione clamorosa da
parte del personaggio – a determinate condizioni e con certe
garanzie – e si testa la reazione dei possibili interessati,
la cui scala di importanza è legata alla tipologia del
segreto e alla popolarità del titolare che sta per cederne i
diritti.
Una volta che il programma si è
assicurato l’esclusiva (magari dividendo l’investimento con
un giornale gradito all’editore) scatta la fase più
delicata, la rivelazione ad orologeria. Si inizia dal
cerchio più esterno, accennando vagamente a una rosa di
possibili rivelanti; all’àmbito ad un periodo e a una
stagione, fino ad accennare ad eventuali altre figure
coinvolte. A quel punto il cerchio si stringe fino alla
messa a fuoco progressiva del nucleo centrale dello
svelamento imminente, collocato inevitabilmente verso la
fine del programma, e tra due affollatissimi break
pubblicitari. I vantaggi della rivelazione di un segreto
sono tali da oscurare in ogni caso i piccoli inconvenienti
che un segreto diventato di dominio pubblico potrebbe
comportare. Per questo i segreti si coltivano in serra, in
vivaio, in zone biologiche protette. Chi non ne trova uno,
pur rovistando impietosamente negli angoli più oscuri del
suo passato incerto, se ne fa raccontare uno e lo sogna in
notti agitate fino a sentirlo suo fino in fondo. Almeno fino
a quando non riuscirà a liberarsene, dietro lauto compenso,
sciogliendo un nodo che diventava insopportabile in
comunione con il pubblico, in un’ emozionante confessione in
diretta.
Corollario: se vuoi andare in tv
costruisciti un passato compromettente da rivelare al
momento più opportuno
8b) Variante: il segreto in
pubblicità è un valore aggiunto, chissà per chi.
L’attrice che ha bisogno di didascalia
per essere riconosciuta, lo sportivo plurigriffato, lo
zainetto per le elementari hanno spesso un segreto da
nascondere mentre lo rivelano al maggior numero di persone
possibili. Consapevoli dell’etimologia della parola e della
contraddizione in termini che deriva dal presentarlo in uno
spot lo sussurrano, lo accennano, lo confidano come se si
trattasse di un consiglio mirato, confezionato su misura
per…
9b) Quando annunci un nuovo
programma preparati la descrizione di quello successivo
Se non c’è, inventalo pure. Almeno
nelle linee generali. La tv è vittima della sua stessa
nevrosi. Come i programmi inseguono l’attimo successivo,
così i giornali non amano parlare di quello che sta per
accadere, perché in teoria lo fanno già tutti. Per
dimostrarsi ancora una volta migliori, per fare uno scatto
in più rispetto alla concorrenza al giornalista pressato dal
caposervizio spietato non resta che chiedere l’anticipazione
in esclusiva (che escluderebbe la partecipazione di tutti
gli altri giornalisti ad una conferenza stampa su di una
notizia ormai bruciata).
Se viene negata – avviene spesso, ma
non sempre, qualche volta “La
Repubblica” e “Il Corriere della sera” ce
la fanno – al conduttore che non trascura nessun particolare
non resta che prepararsi all’incontro con la compagnia di
giro che lo attende (sempre gli stessi, sempre più
invecchiati) anticipando il loro bisogno/desiderio di
sentirsi dire qualcosa di diverso, naturalmente una volta
finita la parte ufficiale, in cui domande e risposte sono
condivise.
Dato che la domanda ricorrente,
irrinunciabile, unica sarà: “E dopo questo, che altro
programma farai/farà?” meglio prepararsi una risposta
convincente.
Non così clamorosa da annullare
totalmente l’importanza del programma per il quale i
giornalisti sono stati convocati (altrimenti sarà
completamente ignorato), ma neppure così vaga da indurre il
giornalista stesso – spesso dotato del fiuto pessimistico di
Marlowe – a credere che il futuro dell’intervistato sia
piuttosto vago, incerto, magari legato all’esito di un
programma, quello di cui non ha voluto parlare, che senza
dubbio lo lascia perplesso, e con lui i dirigenti della rete
che con tanto entusiasmo lo hanno invece presentato.
Già, quell’entusiasmo doveva essere
sospetto. Se il programma futuro non c’è, meglio inventarne
uno, magari ispirandosi ai successi che si annunciano sui
mercati. Per male che vada, sarà un’autocandidatura, e forse
un suggerimento per i direttori più pigri o disattenti.
10b) Il momento più bello di un
programma è sempre quello che sta per arrivare
Non è così. Non è come credevi. O come
ti hanno fatto credere fino ad un secondo prima. Il meglio
del programma che stai guardando non è quello che si è
appena concluso, ma quello che deve ancora arrivare.
Condannati a supplicare il pubblico di non cambiare canale,
costretti a misurarsi in ogni momento con la paura
dell’abbandono i programmi aggiungono promesse a promesse.
Il momento successivo è sempre il migliore, senza lasciare
il tempo allo spettatore di pensare che quello appena
trascorso non era altro che il meglio promesso un secondo
prima.
Da un annuncio all’altro, da un’attesa
all’altra la tv sfugge continuamente all’appuntamento con
l’adesso. Anche se tutte le emozioni accadono qui e ora, non
c’è mai un presente presente. Spesso si reimmerge nel
passato, sotto la superficie batte il cuore del futuro.
Muovendosi su di un piano inclinato, non può mai trovare una
posizione di riposo.
11b) Il bello della diretta è
fare le stesse cose in un quarto di tempo
Le barzellette si possono imporre anche
in assenza di genitori certi. Le frasi celebri no, hanno
bisogno di un testimonial pronto a rivendicarle. Come
“Presto che è tardi”. È stato Ezio Greggio a renderla
famosa, ma si sussurra nell’ambiente che la frase è stata
pronunciata per la prima volta agli albori della tv
commerciale italiana, da una delle colonne degli studi
Mediaset di Cologno Monzese: Enrico Roma (o suo fratello
Alan, su questo dettaglio le testimonianze sono
discordanti).
Erano i tempi in cui registrare una
puntata dei primi varietà del sabato sera si rivelava
un’impresa titanica, che iniziava nel pomeriggio e finiva la
mattina dopo. Erano i tempi in cui Mediaset lanciava il
guanto della sfida che sembrava impossibile, sottraendo alla
concorrenza personaggi che avevano fatto la storia della tv.
Sconsolate, consapevoli dell’importanza dell’impresa, ma non
altrettanto dei risultati (che poi sarebbero venuti) le
maestranze milanesi del Biscione si rincuoravano a vicenda
con uno slogan che si rilanciavano l’uno l’altro come un
grido di battaglia, sperando che risvegliasse le loro ultime
forze, scuotesse i riflessi ormai appannati da ore e ore di
lavoro, imprimesse lo scatto decisivo agli ultimi minuti di
ripresa (che come nello sport sono sempre i più difficili).
“Presto che è tardi”, perché l’assenza
della diretta era una garanzia di fronte agli errori, ma una
condanna da scontare giorno dopo giorno. I dipendenti di
Mediaset non sapevano, allora, che la maledizione della tv
registrata non sarebbe mai finita. E non solo per loro, ma
per tutti quelli che fanno tv.
Per motivi misteriosi, che appartengono
all’essenza più sfuggente della tv, i programmi registrati
sono uno straordinario magnete di problemi, un catalizzatore
di errori evitabili, un parafulmine sempre attivo,
bersagliato dalle intemperie.
C’è chi pensa che la diretta sia
l’essenza della tv. Molto più semplicemente l’unica cosa
bella della diretta è il fatto che una puntata in diretta si
esaurisce in un tempo rigidamente stabilito. Magari il
percorso sarà pieno di penalità (che il pubblico tende a
perdonare), ma non si andrà mai fuori tempo.
Il bello della diretta è nella media
diversa con la quale si realizzano gli stessi minuti di
televisione. Registrare, equivale a consumare un tempo molto
più lungo. Colpa della mancata concentrazione? Dell’assenza
di nevrosi, della rete di protezione che diventa ossessione
della perfezione?
E se la spiegazione fosse un’altra,
tutta interna alla tv stessa: se la registrazione fosse
un’irrinunciabile fonte di alimentazione dei programmi
vampiro, che si nutrono di papere ed errori altrui?
Controindicazioni: il secondo aspetto
positivo della diretta – il primo per chi guarda – è il
fatto che aggiunge adrenalina (al conduttore, all’apparato
produttivo, agli spettatori, sempre attratti dal fascino
dell’incidente imprevisto).
Il suo lato negativo è nel fatto che
gli uffici stampa non possono amplificare l’eventuale,
spettacolare evento clamoroso (una rissa, un duello
rusticano, una rivelazione inaspettata, un proclama alle
nazioni,la vincita del jackpot) che si è verificato in un
istante fuggitivo. Se fosse accaduto in fase di
registrazione, invece, ci sarebbe stato tutto il tempo per
annunciarlo ai quattro venti.
12b) La tv non ha smesso di
insegnare: solo ha cambiato materia
La tv ama ancora insegnare, anche se in
molti la considerano una cattiva maestra. La tv adora
insegnare, ma cambia spesso disciplina. Prima ha spiegato
come leggere e scrivere, poi l’educazione civica ed oggi
l’alfabeto dei sentimenti universali. Che poi sia un
alfabeto particolare – il suo – è un discorso diverso, che
va oltre i nostri confini.
I manuali pratici insegnano a coltivare
le rose d’inverno e a ridipingere la credenza con vernici
intermittenti, ma quello che la gente vuole è capire chi
siamo. Non sempre i manuali lo dicono. C’è chi dice che il
compito sia troppo difficile. Ma la tv adora le imprese
impossibili ed è questa la materia che ha scelto per i
prossimi anni. Per tutti coloro che sono alla perenne
ricerca di consigli da mettere in pratica nella quotidiana
vita di relazioni, la tv si propone come una continua fonte
di ispirazione. Espone modelli. Racconta di scelte vissute e
delle loro conseguenze dichiarate. Se è vero che gli esseri
umani sono lettori innati della mente, la tv fornisce a ogni
ora i lasciapassare per leggere dentro le menti altrui. E se
intuire è ancora troppo faticoso, spinge i suoi protagonisti
a rendere pubblici i propri pensieri interiori.
Perché chi guarda non fatichi troppo, e
soprattutto non ci siano margini di fraintendimento (a meno
che siano funzionali alla formula). Se è vero che siamo
coscienti dei nostri pensieri e delle nostre azioni solo
perché sappiamo immaginare quelli degli altri, la tv è una
vera enciclopedia permanente del vivere qui e ora. Propone
agli spettatori interi cataloghi di comportamenti specchio,
sui quali modellarsi o rispetto ai quali ritagliare le
differenze, con un surplus di coraggio che non è facile
avere.
C Le
regole generali
1c) Molti vedono la tv, ma
nessuno guarda davvero un programma
Tradotta in termini più diretti, questa
regola potrebbe suonare così: inutile farsi illusioni. Guai
a lasciarsi accarezzare dall’ingenua speranza di poter
scrivere un programma che richiede una forte complicità da
parte di chi guarda. Lo spettatore televisivo non è una
figura reale, quindi non contate su di lui. Non esistono lo
spettatore tipo, né quello ideale, né quello medio. Lo
spettatore di un programma è solo una media aritmetica,
un’astrazione statistica – come il fatto che la famiglia
media italiana è composta da una persona e tre quarti. Se
leggete che gli italiani mangiano in media due torte
all’anno sapete bene cosa significa: che qualcuno ne mangia
venti e in tanti nessuna. Se il reddito medio è di 5.000
euro, in molti sono nullatenenti e qualcuno guadagna milioni
di euro.
Se un programma sbandiera quattro
milioni di spettatori (è il valore assoluto che appare sul
Televideo) può voler dire che in venti milioni ne hanno
visto un quinto o che in cinque milioni lo hanno visto quasi
tutto. La differenza è fondamentale: in un caso ci saranno
stati molti contatti: tante persone hanno assaggiato il
programma per almeno un minuto (e non gli è piaciuto o lo
hanno fatto quando la cucina stava chiudendo-in quel caso
ritorneranno); nell’altro caso sono stati in pochi a subirne
l’attrazione iniziale, ma ne sono stati conquistati, facendo
scattare un’alta permanenza. Con un pubblico così, un autore
potrebbe anche tentare di costruire il suo programma come fa
un regista con un film o uno scrittore con un libro. Ma è un
caso raro. Che sfugge alle previsioni come un temporale sul
lago Maggiore quando il meteo ha previsto il sereno
sull’Italia del nord.
Corollario 1: nessun programma può
essere troppo costruito
Chi mai guarderebbe in partenza un
quinto di uno spettacolo teatrale, un sesto di un musical o
si accontenterebbe di leggere un capitolo centrale di un
romanzo, convinto di averlo letto tutto? È quello che fa
normalmente lo spettatore televisivo. I quattro milioni di
persone che statisticamente hanno seguito un programma di
prima serata non sono una platea attenta, ma una carovana
errante, incerta ed incostante, aperta a mille
sollecitazioni e in cerca di sempre nuove distrazioni
(magari da rifiutare), incapace di scegliere solo un
programma e decisa (o costretta dalle sue stesse abitudini)
a inventarsene uno proprio, assemblaggio di molti frammenti
dispersi e raccolti qua e là.
Il programma che ognuno ha visto non è
quello che l’autore ha pensato, ma quello che il singolo
spettatore si è trovato a vedere. Somma, moltiplicazione,
sottrazione di momenti culminanti persi e di pause
insignificanti intercettate per caso; di emozioni perdute e
di altre lasciate a malincuore. La tv declina ogni
responsabilità dovuta ai suoi limiti iniziali. La vittima di
un delitto annunciato può mai essere (anche) il colpevole?
Corollario 2: i programmi di successo
fanno prigionieri gli spettatori per il loro bene
Se non esiste lo spettatore di un
programma, ma molti spettatori di frammenti di un programma,
la conseguenza necessaria (e dolorosa) è che nessuna
trasmissione può essere un testo omogeneo, costruito con
troppa cura, che confida sulla volontà partecipe dello
spettatore che lavora a completarlo o a decodificarlo. Se
ciascuno ne vede una parte, nessuna può essere essenziale
per la comprensione del senso finale, e l’unica strada
possibile è la progressione nella ridondanza. Traduzione in
termini meno spottistici: i programmi avanzano aggiungendo
elementi (informazioni, emozioni) con un occhio sempre
rivolto al passato, per non escludere i ritardatari e i
distratti.
Sembra un paradosso ma non lo è; solo i
programmi che ammaliano lo spettatore e contano sulla forza
di un incantesimo che gli impedisce di abbandonarli possono
in teoria permettersi una costruzione simile a quella di un
film o di un romanzo: una struttura narrativa forte o
tendente al poetico. La consapevolezza di poter contare su
di un pubblico attento migliora i programmi. Una volta
catturati, gli spettatori “magnetizzati” scopriranno che
l’incantesimo di cui sono vittima in realtà gli regala un
prodotto migliore.
2c) Un televisore in casa univa
la famiglia, troppi televisori la dividono
Domanda consequenziale: le famiglie si
assottigliano e le televisioni aumentano. C’è una relazione
tra i due fatti ?
Quando le prime aziende hanno iniziato
a pubblicizzare i televisori come un nuovo oggetto del
desiderio, la domanda che si facevano gli americani sulle
pagine del “Reader’s Digest” aveva una percentuale di
ingenuità come tutto ciò che riguarda le origini della tv.
Quale poteva essere – se c’era – la sua posizione ideale
all’interno delle loro case accoglienti? Qualcuno proponeva
uno spazio tra le piastre del gas, altri nella parte
superiore del forno, in modo che le felici donne di casa
potessero guardarla senza rinunciare ai loro gratificanti
lavori domestici.
In fondo, i primi programmi contenevano
consigli di cucina o matrimoniali, e qualche domanda a
bruciapelo, che si poteva anche solo ascoltare mentre il
tacchino rosolava in attesa del ripieno di castagne. Qualcun
altro suggeriva gli ampi spazi intorno all’ingresso, altri
il salone, magari appendendo il televisore in alto perché
quando rimaneva spento non occupasse uno spazio inutile. Che
mobile era, un televisore spento? Erano i tempi di
Pleasentville, tutte le forme erano arrotondate, i
colori vivaci e/o pastellati, i sorrisi aperti dalla
colazione alla buona notte, come i primi Seven Eleven.
La tv era sola in casa ed in ogni casa
ce n’era rigorosamente una sola, come le automobili. La
famiglia si riuniva a guardarla, come un tempo succedeva
intorno al fuoco. E chi non l’aveva si accomodava dai
vicini, così la tv favoriva nuove relazioni. Poi gli
apparecchi si sono moltiplicati. I nuclei monofamiliari
aumentano, ma in ogni casa ci sono almeno due televisori.
Spesso anche tre. C’è un televisore in ogni stanza, e magari
anche in auto, nel cellulare e in una cintura. L’apparecchio
televisivo non è più in grado di riunire le famiglie.
Moltiplicarne la presenza le ha ancora più divise. Ma è
colpa della tv se le persone guardano lo stesso programma in
stanze diverse?
3c) In tv l’esclusiva è una
forma avanzata di multiproprietà
Il vip stellare è appena sceso
dall’aereo/arrivato sulla Laguna in motoscafo/uscito dal
Parlamento. Una selva di microfoni lo accoglie, con gli
adesivi delle varie testate che li identificano e
pubblicizzano un po’. Il vip pronuncia qualche parola di
getto e poi risponde a domande volanti, senza un soggetto
riconoscibile, perché le telecamere sono tutte puntate verso
di lui. Qualche minuto e qualche ora dopo, l’improvvisata
conferenza stampa (o l’imboscata mediatica alla quale la
star non è del tutto sfuggita) viene annunciata come una
eccezionale esclusiva da ognuna delle emittenti presenti e
rappresentate da un microfono volante.
Lo stesso vale per le prime immagini
che riguardano eventi shock. Basta ingrandire un dettaglio,
rimontarle in una diversa successione per gridare ai quattro
venti il loro statuto di esclusiva assoluta. E che dire
delle repliche estive “in esclusiva” su di un’altra rete
rispetto a quella dove la serie è andata in onda le prime
volte? La parola “esclusivo!”, sbandierata con un uso
insistito della grafica è il manifesto che richiama lo
spettatore a una speciale attenzione. Dal momento che
ciascuno ne fa l’uso che crede, come in una multiproprietà
impazzita, non è importante che sia vero. L’importante è
poterlo annunciare.
4c) Se il successo è una forma
virale, l’insuccesso lo è ancora di più
Nessuno decide di far parte di uno
sciame. Ogni volta che facciamo una scelta (di una meta
turistica, di una camicia, di un olio di semi) siamo
convinti di aver esercitato il privilegio di scegliere, in
base ai nostri gusti, ragione o emotività. Il fatto che
qualcuno abbia studiato in partenza le nostre reazioni
spontanee e pensi di prevederle ci lascia indifferenti (e
comunque come combatterlo?).
L’aggregazione (virtuale) delle persone
sulla base dei gusti e delle scelte avviene a posteriori,
quando si analizzano i dati di vendita, le presenze
turistiche, o – in tv – quando, alle dieci del mattino,
arrivano i dati d’ascolto. Il legame che unisce gli
spettatori che la sera prima hanno visto lo stesso programma
è inizialmente un poco più forte di quello che potrebbe
avvicinare i consumatori di uno stesso detersivo, ma non più
preciso, resistente e consapevole di chi sceglie un giorno
lo stesso film, o acquista un’auto con gli stessi optional
(non è facile che accada, di fronte a centinaia di migliaia
di combinazioni). Un riunirsi incerto, qualche volta
imprevisto, in realtà virtuale. Ma quando l’Auditel gli
conferma che la sua scelta è stata condivisa da molti altri
spettatori, il singolo utente si sente “premiato dalla
scelta premiata”.
Il consenso altrui non solo gli
conferma di non avere sbagliato, ma gli consegna un
attestato di buon gusto, la rassicurante assicurazione di
avere avuto intùito, e di esseri mosso ancora una volta in
favore e non contro la corrente.
Al contrario, l’insuccesso del day
after di un programma che non gli era dispiaciuto lo
preoccupa, amplifica i segnali di piccolo disagio che scopre
di aver colpevolmente trascurato, lo convince di non aver
amato fino in fondo quel programma, anzi di averlo
disapprovato dopo pochi minuti. Magari si convince di aver
scelto di restare lì “per vedere fino a che punto poteva
spingersi un esempio di cattiva tv” o ingannato da una falsa
attesa, o per pigrizia, per volontà di qualcun altro (la
moglie, il marito, i bambini) o semplicemente per inerzia,
distratto o comunque accompagnato da mille altri pensieri.
Ma è un errore che non si ripeterà. La nuova puntata, il
nuovo episodio, non lo vedranno certamente al via, perché
nessuno è complice, e neppure testimone volontario, della
parabola scritta di un insuccesso.
5c) La buona televisione sfiora
sempre la banalità
La buona tv non è mai banale. Ma non
ignora l’esistenza della banalità. Al contrario: la provoca,
la evoca, la risveglia, la stimola. Le si avvicina cercando
il limite massimo di prossimità, senza mai farsi
raggiungere, né tantomeno colpire. Le si avvicina per
dimostrare la sua capacità di schivarla, sfiorarla e farsi
sfiorare. Il torero più bravo è quello che riduce sempre più
la distanza tra lui e il toro. Che sincronizza i suoi
movimenti con la musica che li accompagnano. Tra lui ed il
pianista nessuno prevale, agiscono insieme. Lo spazio tra
lui ed il pericolo si riducono man mano che la cerimonia
avanza (o il massacro, fate voi), ed è questo l’esorcismo
che il pubblico esige. La banalità (del bene, del male,
della quotidianità, della norma, persino dell’eccezionale) è
la materia prima di una parte della buona televisione. Il
suo punto di partenza, e qualche volta quello d’arrivo.
6c) Il successo di un programma
si ottiene dribblando le controprove
C’è un segreto per fare in modo che il
successo di un programma risalti e risulti tale senza dubbi
e ombre. Sfruttare al massimo le circostanze fortunate (?
Vedi il corollario seguente) e soprattutto evitare i siluri
delle contromosse avversarie, l’arrivo di altre trasmissioni
più forti, insomma ogni controprova.
Se non fosse arrivata Antonella Clerici
con “Ti lascio una canzone”, saremmo ancora convinti che “La Corrida” è una trasmissione imbattibile. Se “La Corrida” avesse cambiato
serata prima di essere dimezzata dai bambini cantanti della
bionda conduttrice legnanese continueremmo a pensarla come
un programma inaffondabile. Se “Striscia la notizia” non
fosse andata in onda una sola volta alle 22.30, (dopo una
partita di calcio) non sapremmo che a quell’ora dimezza il
suo share; se “Fatti vostri” anni fa non avesse fatto
un’incursione alle 14 avremmo pensato che il 24% del
compianto Alberto Castagna a quell’ora su Canale 5 era
soltanto un risultato discreto. Se “Fantastica Italiana”
dopo la prima puntata di “Big Brother” avesse chiuso i
battenti adesso diremmo che era più forte del programma di
John De Mol (che ha perso il primo scontro, ma nelle
settimane successive ha ridotta in briciole la proposta di
Rai 1). Senza le accidentali controprove, saremmo davanti a
successi inconfutabili. La controprova li ha ridimensionati
senza discussione. L’aura mediatica di certi successi rimane
tale fino a che, per qualche circostanza sfortunata (per
loro), le condizioni cambiano.
Perché comunque vada sia un successo
occorre dunque dribblare gli agguati della
controprogrammazione, evitare i programmi kamikaze,
destinati ad esplodere all’interno dello stesso segmento di
pubblico, senza possibilità di vincere, ma con buone
probabilità di erodere una parte del pubblico elettivo del
programma che hanno preso di mira.
Se evitarli con un agile slalom è
davvero impossibile, se la controprova non si è potuta
evitare (con tutte le conseguenze negative del caso) ecco
una serie di strategie secondarie, pronte per l’uso:
a) trovare una somma di alibi e
spiegazioni che ne attenuino o annullino la portata;
b) disporre di un ufficio stampa capace
di negare la verità più evidente;
c) cancellare con la massima rapidità
possibile ogni possibile traccia di un dubbio legittimo
sull’effettiva entità del successo accreditato fino alla
déblacle, prima che qualcuno arrivi a formularlo, magari
solo tra sé.
Corollario 1: in tv comunque vada sarà
sempre e solo un successo relativo
Corollario 2: per fare un programma di
successo bisogna prima di tutto assicurarsi una
programmazione spalla.
I programmi prima ancora di nascere
cercano un pò di luce come le piante nel sottobosco,
facendosi strada nelle nicchie di ascolto, studiando i
flussi e capitalizzando gli sganci e le debolezze di quelli
già esistenti.
I presupposti di un successo si creano
molto prima di mandarlo in onda, e vanno in gran parte oltre
la sua forza endemica. I migliori autori (e i più attenti,
tra i conduttori, nel gestire la propria immagine) passano
ore e giorni e mesi a studiare la controprogrammazione
possibile. Cercano il mese giusto, l’occasione propizia, il
punto di debolezza altrui, le abitudini del proprio
pubblico, il momento in grado di mettere maggiormente in
risalto le peculiarità della proposta che stanno per varare.
I continui spostamenti di serata di
importanti programmi del prime time che non possono fallire
dimostrano che il successo (o il minor insuccesso,
l’insuccesso mediaticamente controllabile) si realizzano con
programmazioni slalom, capaci di insinuarsi, settimana dopo
settimana, negli interstizi lasciati liberi dall’offerta
altrui. Ma i conduttori più attenti e potenti vanno oltre.
Non si accontentano del male minore, e da una strategia
difensiva passano all’attacco. Sono loro a suggerire
(direttamente o indirettamente) e magari a determinare i
palinsesti ideali per il successo del loro programma, almeno
all’interno della stessa azienda. I televisivi più attenti
(e potenti) si scelgono la controprogrammazione spalla,
perfetta per esaltare le caratteristiche vincenti della
trasmissione leader, cioè la loro.
Un rinnovo di contratto più volte
rimandato, un “si” ad una proposta per la stagione
successiva dipendono anche dal grado di collaboratività
dimostrata dall’azienda al momento di decidere quando
mandare in onda il loro programma, fino a che ora
sgomberargli il palinsesto, contro chi si scontrerà. (Una
telefonatina anche all’azienda “nemica” si può sempre fare…).
*Dice di sé.
Paolo Taggi. Ho passato gran parte
della vita a realizzare cose che potessero finire in una
quarta di copertina realistica e accattivante. Poi mi sono
accorto che neanche questo mi avrebbe cambiato la vita. Ma è
troppo tardi per tornare indietro: e poi, per fare che cosa?
Tutto quello che so fare è scrivere,
insegnare a scrivere (cinema e televisione), fare
fotografie, ideare programmi e realizzare documentari,
cercando di dare un senso a tutto questo, anche se un senso
non sempre ce l’ha. Me lo avevano detto quando ero
adolescente, ma allora non credevo a niente di quello che mi
dicevano gli altri. Oggi ancora meno. Non mi resta che
aspettare: che gli editori mi paghino i diritti sui miei
libri, che i programmi italiani si vendano all’estero e che
il Novara torni in serie A.
1) Prima parte
|
FEDERICO FELLINI
Ad una prima lettura salta
agli occhi
che la mancanza di un’idea
problematica, o se si vuole
di una premessa filosofica, rende
il film una suite di episodi
assolutamente gratuiti... Mi
perdoni, ma questa può essere
la dimostrazione più patetica che
il cinema è irrimediabilmente
in ritardo di cinquant’anni su
tutte le altre arti.
(Da “81/2 ”,
1963)
|
|
STEVEN SPIELBERG
Il vizio
più costoso nel mondo non è l’eroina ma la
celluloide,
e io ho bisogno di una dose ogni
due anni.
(Da “Time”,
1979)
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