PROFILI

IL GRANDE HUGO,
CON GLI OCCHI DI UNA FIGLIA


Sento che è arrivato il momento di tornare ad essere
sua figlia e di non avere più paura di affermarlo.
Voglio uscire dal silenzio e rendergli omaggio con dignità


 

Silvina Pratt*

 


A tredici anni dalla morte del più celebre romanziere-vignettista italiano, Marsilio editore pubblica per l’Italia il libro testimonianza di Silvina Pratt “Con Hugo. Il creatore di Corto Maltese raccontato dalla figlia1”. Ricco di ricordi, foto familiari e creazioni inedite del grande Pratt, il libro è un percorso di pacificazione tra un padre ed una figlia che, in un modo sicuramente fuori dagli schemi, si sono amati moltissimo.

 

Radici

 

Che cosa sappiamo dei nostri genitori? Di come si sono incontrati? Del loro amore? Cresciamo insieme, al loro fianco, e pensiamo di conoscerne la storia, ma in fin dei conti sappiamo solo quello che hanno deciso di lasciar trapelare. E poi, quale figlio si interessa alla vita dei suoi genitori? Sono sempre già lì, nel presente, e allora per quale motivo farsi carico per giunta anche del loro passato? Eppure la loro vita è al tempo stesso parte della mia. Le mie radici. Ma quali radici? Qual è l’alchimia scattata tra due persone che ha presieduto alla mia nascita?

Che cosa so di Anne Frognier e di Hugo Pratt prima che diventassero i miei genitori?

 

Ugo

 

Che cosa non sappiamo della vita di Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese? Lui l’ha raccontata, a volte inventata, sempre mitizzata. Altri hanno cercato di stabilirne la cronologia puntigliosa o di diffonderne la leggenda avventurosa. Quello che so della vita di mio padre è nei miei ricordi – la profondità della memoria. Quello che ignoro della biografia di mio padre è nei libri – la superficie delle cose.

Hugo è davvero un amante della vita avventurosa o non è piuttosto l’avventura che gli corre continuamente dietro, contro la sua volontà? Credo che preferisse trascorrere tre giorni alla ricerca di aneddoti e storie nei suoi libri, piuttosto che partire per il giro del mondo. L’avventura e gli avventurieri si sono ricongiunti a lui nella sua leggenda. La realtà talvolta è più terra terra. Come quando si è recato sulla tomba di Stevenson sull’isola di Apia, nell’Oceano Pacifico. Mi ha raccontato che non ce la faceva, il sentiero era troppo ripido, gli mancava il fiato.

Ha finito per sorvolare la tomba dello scrittore in elicottero... Mio padre era uno con la parlantina sciolta, sempre pronto ad abbellire la verità. Voleva trasformare e correggere ogni cosa, il suo nome, il suo passato, la sua famiglia, le sue origini, i suoi figli. La realtà doveva apparirgli troppo scialba. La realtà della minuscola bottega di pedicure di suo nonno e l’odore di piedi. La realtà di tutti quegli adulti stipati nell’appartamento di famiglia a Venezia, tutte quelle donne, sua madre, le zie, la nonna, e tutti quegli uomini che vanno e vengono nelle loro uniformi militari.

A tavola, gli adulti e lui, il solo bambino, che si rifugia nel suo mondo grazie ai fumetti americani, un altro mondo, un mondo ancora da scoprire. La guerra non è ancora scoppiata, i fascisti non si prendono ancora gioco della sensibilità e degli artisti… Ma Hugo mi diceva che a quell’epoca, prima di Hitler, i fascisti erano diversi. Mi raccontava che un giorno sua madre aveva buttato nella spazzatura i suoi fumetti e i suoi disegni infantili.

Di fronte alla sua collera, gli aveva chiesto se preferisse essere piccolo nel mondo dei grandi o grande nel mondo dei piccoli. Hugo aveva risposto senza esitazioni: “Grande nel mondo dei piccoli!”.

A detta di Gilberto Fabiano, uno dei suoi migliori amici, Hugo si è sempre comportato come se fosse stato già famoso, come se fosse stato un personaggio ancora prima di diventarlo. Secondo Gilberto, per mio padre esisteva un solo rimedio contro la realtà. La solitudine.

 

Buenos Aires

 

Quando Hugo sbarca in Argentina ha ventidue anni. Come tutti gli emigranti va a cercare lavoro in quel paese “di cuccagna”. Non è il suo primo lungo viaggio. Ha vissuto cinque anni in Etiopia dove ha conosciuto la guerra, l’amicizia e le donne. Suo padre, fascista, è morto in un campo di prigionia sotto il sole d’Africa. Dal 1945, all’età didiciotto anni, si è lanciato nel fumetto con l’ “Asso di Picche”. Quando alla fine del 1949 arriva a Buenos Aires in compagnia di altri disegnatori italiani, non è solo il soffio dell’avventura a spingerlo in America latina, ma l’opportunità di lavorare per un editore argentino. Per Hugo l’Argentina è il paese della libertà. Di tutte le libertà. Mi ha raccontato che laggiù, a quell’epoca, non faceva che passare da una piscina all’altra, dalla casa di una a quella di un’altra, di “asado” in “asado”, da un barbecue all’altro. I commercianti chiudevano bottega quando usciva per strada lui, ubriaco, a torso nudo, con il calendario azteco appeso al collo. Cantava sui treni accompagnandosi con la chitarra e chiedeva l’elemosina.

Mi raccontava anche che accompagnava a scuola la figlia di alcuni vicini di origine belga, i Frognier. La piccola Anne aveva solo tredici anni. Anche se nel frattempo Hugo sposerà Gucky, con la quale avrà i suoi primi due figli – Lucas e Marina –, una decina d’anni più tardi quella ragazzina sarebbe diventata mia madre…

 

Ann

 

Maman. Mamma. Mia madre. Anne Frognier. Di origine belga, è nata in Argentina all’alba della Seconda guerra mondiale. I suoi genitori avevano lasciato Bruxelles nel 1933. Mio nonno aveva appena terminato le sue “due università”: chimica e filosofia. A ventitré anni, già padre di un’Albertine ancora piccola e ben presto di Isabelle, preoccupato per la piega che stavano prendendo le ostilità tra fiamminghi e valloni, risponde all’inserzione per un lavoro come chimico in una fonderia gestita da un belga… a Buenos Aires!

Fu così che la famiglia Frognier si stabilì al gran completo in Argentina e non ne volle più sapere di tornare in Belgio. Così facendo, mio nonno permise loro di evitare la guerra.

Oggi mia madre si divide tra Parigi, Venezia e Buenos Aires. Lei, rimasta confinata in casa così a lungo per crescerci aspettando il ritorno di Hugo, ormai viaggia continuamente. A volte non so dove trovarla, ma Internet ci permette di restare in contatto.

Sa che ho iniziato a scrivere questo libro. Ritiene che i ricordi puri e semplici non interessino a nessuno e che sia necessario inventare, come faceva lui, trasformando la realtà, quella verità alla quale non ha mai voluto credere; “sempre un po’ più lontano…”. Eppure, mi sembra che attraverso i miei ricordi sia proprio la verità che devo cercare. La mia verità. Mio padre è stato mio padre solo per come lo racconto io. Conosco i ritratti di Hugo scattati negli anni cinquanta. È magro, un viso che toglieva il fiato, lo sguardo profondo. Lo trovo davvero bello. Ma una fotografia non è altro che un attimo sottratto allo scorrere del tempo, un cliché, non ha rilievo. Io voglio raggiungere un’altra dimensione, ho bisogno di saperne di più. Anche la verità di mia madre mi interessa. E lei, accetterà di trasmettermi un po’ della sua memoria?

 

Venezia

 

Gli sbatto la porta in faccia!

Sono seduta sul seggiolone e Hugo cerca di entrare in cucina. Io non voglio che mi veda mangiare. A ogni suo tentativo, gli sbatto la porta in faccia. Una porta a vetri… Lui ride. È sicuramente offeso, ma il pasto è una faccenda privata, tra me e mia madre.

In quel periodo vivevamo in un appartamento al Lido, proprio davanti al mare. Ogni giorno vedo sorgere il sole, rosso come un pomodoro. Mio padre ha affittato l’appartamento qualche mese dopo la mia nascita a Buenos Aires.

Mia madre ha aspettato l’arrivo di mio fratello Jonas, quattordici mesi più tardi, per attraversare l’Atlantico e raggiungere Hugo a Venezia. I miei primi ricordi risalgono a quell’epoca. Hugo mi compra il mio primo vestitino, azzurro come il cielo, e un elefantino di peluche. La pancia gli esce dalla camicia. Quando si piega, gli si scoprono le natiche. Sotto i pantaloni non porta la biancheria. Non indossa nemmeno le calze. È a piedi nudi nelle sue Clarks.

Sono gli anni in cui i genitori non hanno il becco di un quattrino e vogliono far credere ai figli che tutto vada bene. Sono gli anni in cui i figli sono ancora delle piccole creature che vanno e vengono senza che i genitori li guardino troppo da vicino. Sono gli anni in cui i figli credono di poter salvare il mondo con un pezzo di spago. In quegli anni sono così piccola...

 

La casa

 

Un giorno ci trasferiamo a Malamocco, un villaggio di pescatori all’estremità del Lido di Venezia, tra il mare e la laguna. Il nostro è un appartamento in cima a un immobile bianco col tetto di mattoni rossi. Come giardino abbiamo un’immensa terrazza lastricata con pietre bianche.

La mamma ha piantato giganteschi girasoli gialli e delicate cosmee. A est l’edificio si affaccia sul mare dai colori cangianti e si sentono le onde che si infrangono sulle rocce notte e giorno. A ovest c’è la laguna. La sera, quando tramonta il sole, la sua superficie liscia si tinge di rosa, di violetto, d’arancione. Davanti alla terrazza, sull’altro lato della strada, campi di carciofi, prati e una siepe di bambù si frappongono tra mare e laguna. Dal terrazzo vedo gli arcobaleni spuntare dall’acqua e le rondini che volano tanto veloci. Non lo dimenticherò mai.

L’interno dell’abitazione è un insieme di pietre e legno. Il pavimento è di marmo, le travi a vista. Una larga colonna di pietra grezza nel centro del salone ne sostiene la struttura. Dal soffitto pende un dragone di cartone verde, la lingua rossa e fragile che gli spunta tra le zanne. Alla struttura in legno di una parete divisoria sono appese due chitarre e un liuto.

È stato mio padre a dipingere le finestre e gli armadi. Rosso carminio, turchese mischiato a un verde molto chiaro, bianco, nero e qua e là un tocco di giallo dorato. Sottile armonia di colori alla quale in seguito mi ispirerò per le mie collezioni d’abiti o le mie illustrazioni. I cassetti di un armadio sono pieni di diapositive: “i piccoli cimiteri…”, come li chiama Hugo. Sopra lo stesso armadio si trova anche un mistero, o un incubo. L’innominabile. In una scatola, una specie di bara di cartone blu, avvolta nella carta velina, riposa la testa rimpicciolita di un indio Jivaro. Le labbra sono cucite e i lunghi capelli neri sono spessi come crini di cavallo.

Davanti al televisore è sistemata una piccola poltrona in midollino. Una sola. Non appena mio fratello e io udiamo le prime note del Carosello, la pubblicità che segue il notiziario della sera, facciamo a gara per chi riesce a sedervisi per primo.

Hugo registra la musichetta sul magnetofono e ce la fa sentire in tutti i momenti della giornata per il semplice gusto di vederci correre come dei salami davanti allo schermo nero! In casa c’è sempre musica. Tango, jazz. I Beatles, Simon & Garfunkel, La Niña de los Peines, Joni Mitchell, Carly Simon… Mio padre suona la chitarra… alla spagnola, percuotendo la cassa con vigore. Gli piace cantare le ballate irlandesi. Balla pure.

A Malamocco gli amici sono sempre i benvenuti e gli riempiono la vita come dei personaggi. A volte li sceglie in base a criteri estetici, ma è soprattutto la gentilezza e la lealtà di alcuni di loro a commuoverlo. È sdoppiato, combattuto tra il desiderio di piacere e di far ridere e il suo grande bisogno di solitudine, di silenzio e di riflessione. Nel giro di pochi minuti può cambiare umore e piantare in asso chiunque. Solo coloro che sono in grado di accettare questo fatto senza esserne urtati gli resteranno vicini. Da piccola mi tengo un po’ alla larga dagli adulti. I grandi e i bambini hanno mondi e linguaggi diversi; i nostri incontri sono brevi e sfocati, ma ricordo le feste sulla terrazza. Mi ricordo di Guido e di sua moglie Mariolina che diventerà “Venexiana Stevenson” in “Corto Maltese”. Mi ricordo di Claude Moliterni che fa dei giochi di prestigio e aiuta Hugo a farsi conoscere in Francia. Mi ricordo di Gisela Dexter. So che è stata l’“amore” della sua vita in Argentina.

Mi regala un sacchettino fatto all’uncinetto. Hugo dice che avrei potuto essere sua figlia, mia mamma non gradisce troppo. In seguito non l’ha più rivista. Durante una mostra di Hugo a Buenos Aires, Gisela gli è restata accanto tutto il giorno senza che lui la riconoscesse. L’ha chiamato soltanto la sera per informarlo che era stata presente. Mi ricordo anche di Dizzy Gillespie.

Hugo mi porta ad un suo concerto al Lido, poi nel suo camerino. Il jazzman mi prende in braccio e mi regala un pallone firmato, il mio primo autografo. Prima di Dizzy Gillespie non avevo mai visto un uomo di colore. Ci sono anche delle “amiche” donne, parecchie: Patricia, Marie-France, Luisa, Noëlle…

Ci sono dei musicisti indù, si fanno gare per vedere chi inghiottirà più semi di zucca, la mamma prepara da mangiare per tutti, sotto lo sguardo attento di Hugo. Una sera i miei genitori fanno a pezzi il letto per alimentare il barbecue – tanto dormono per terra. Corto Maltese è nato lì: questa casa, sferzata dal vento, era la sua casa.

 

Le partenze

 

Dov’è Hugo? Le sue partenze fanno parte della mia vita con lui…

Quando mamma è incinta di me, alloggiata presso i suoi genitori a Buenos Aires, lo aspetterà per più di sei mesi. E lui riapparirà come per magia una settimana prima della mia nascita. Da bambina le sue partenze non mi rattristano, tanto lo so che torna sempre.

La notte in cui rientra dalla Lapponia – chissà mai cosa ci era andato a fare – la mamma ci sveglia, Jonas e me. Hugo ci ha portato dei regali. Per me una bambola con un costume tipico, molto carina, e un quarantacinque giri per il mio mangiadischi, “Casatchok”, un successo discografico russo, il mio primo disco. Prima di ogni partenza, mi stringe forte nelle sue grandi braccia e mi chiede se voglio bene al mio vecchio papà…

 

Malamocco

 

Alla fine degli anni Sessanta, lasceremo Venezia per Parigi, l’Italia per la Francia, dove risiedo tutt’ora. Ma l’abitazione di Malamocco resterà per molto tempo il nostro rifugio, la casa delle vacanze, la nostra vera casa. Hugo la abbandonerà a metà degli anni Ottanta, poco dopo la morte di sua madre, mia nonna Lina. Quella casa, la mia casa, esiste ancora ed è una specie di piccola arca di Noè su una palazzina guastata dal tempo, ma non è più nostra.

Adesso mia mamma ha un piccolo appartamento al Lido. Ci porto i miei tre figli, sulle tracce della mia infanzia. Ancora oggi ascolto i gabbiani e le onde. Mi ricordo anche del rumore del “refrigeration”, l’enorme apparecchio per l’aria condizionata acceso nel salone quando fuori faceva troppo caldo. Vedo mio padre, prende la mamma tra le braccia e le racconta delle barzellette. Li sento ridere insieme e c’è tanta gioia nelle loro risate.

 

Tradurre senza tradire

 

Quando ero piccola, a Malamocco e poi in rue de Lancry o a Losanna, ero ammessa accanto a Hugo mentre lui disegnava. Restavo in silenzio, intenta a leggere sul materasso appoggiato a terra o seduta al suo fianco. Potevo starmene lì per ore, non gli davo fastidio. Non cercavo di attirare la sua attenzione, mi bastava essere presente. Lui mi accettava nella sua “bolla”.

Qualche anno dopo Hugo mi ha concesso la parola all’interno di quella “bolla”. A partire dai miei diciotto anni fino alla sua morte ho tradotto la sua opera. Hugo in francese. All’inizio lavoravo con mia madre, che è stata la sua traduttrice per molto tempo, poi ho continuato da sola. Tradurre Pratt è un modo per guadagnarmi da vivere – pagata dagli editori – ma anche un’occasione per sentirmi in totale complicità con Hugo, per vivere nel suo universo e nei suoi sogni. Tradurre potrà anche significare tradire, ma è pur sempre una forma di scrittura. E giocare con le parole, per Hugo come per me, è sempre stato un piacere.

In questo modo mi coinvolgeva – per quanto infimo fosse il mio apporto – nel suo processo creativo. Nel corso del tempo ho lavorato alla traduzione di “Wheeling”, “Mu”, “La macumba del gringo”, “A ovest dell’Eden”, “La giovinezza di Corto Maltese”, “Favola di Venezia”, “Saint-Exupéry”…

La scelta di Hugo di lavorare prima con sua moglie e poi con sua figlia, non era tanto una sorta di favoritismo nepotistico, quanto piuttosto una necessità. Dal momento che inventava delle parole per metà veneziane, per metà non si sa che, sgorgate senza difficoltà dal suo cervello proprio per burlarsi del mondo, i dialoghi originali di Hugo erano infarciti di parole ed espressioni veneziane, o persino di neologismi: un vero rompicapo per un traduttore tradizionale e un rischio di perdita di tempo nonché di senso per Hugo. Quello che interessa a mio padre è essere tradotto da chi meglio conosce il suo uso della lingua, il suo fraseggio, le sue invenzioni verbali. Come rendere in francese il termine “sbrindolon” o “trombettin”? A volte è un vero tour de force. Queste traduzioni sono dunque il pretesto per un contatto costante. In seguito, quando Hugo si trasferirà in Svizzera e io in Spagna, saremo continuamente in collegamento telefonico. Al minimo dubbio lo chiamo. Ci telefoniamo a qualsiasi ora. Insieme, ci mettiamo alla ricerca del termine appropriato.

La sua buona conoscenza del francese gli permette di lavorare sulle sfumature, di sapere con esattezza quello che vuole. A volte conosce il suono e il senso di una parola francese, ma non sa come si scrive. Per questo sono ben attrezzata: mi ha regalato una sfilza di vocabolari – “Signorelli”, “Larousse”, “Encyclopediae Universalis”.

Per quanto lo riguarda, preferisce telefonarmi verso le cinque o le sei del mattino; sa che mi sveglio presto, ma non sempre. “Cosa! Dormi ancora? Non è possibile! Cosa combini?”. Queste conversazioni sono anche una scusa per parlare del più e del meno. “Hai visto Tina Turner?” mi chiede. “Visto che gambe? Alla sua età!”. O ancora: “Silvina, ma ti rendi conto? David Bowie si è sposato con una donna etiope che è alta il doppio di lui! Lo porta a spasso in braccio o cosa?”. Io sono felicissima quando Hugo mi sveglia alle ore più impensate per raccontarmi una storia qualsiasi. Desidero restare al telefono il più a lungo possibile. Forse all’altro capo del filo anche lui si sente solo. “Avevo un appuntamento” è l’ultima opera di Hugo che ho tradotto, poco prima della sua morte.

 

Arrivederci

 

Prima di sprofondare nel coma, le ultime parole che mi ha detto sono state: “Non ti preoccupare, tuo padre sarà sempre al tuo fianco…”. Questa frase è senza dubbio la cosa più importante e concreta che mi abbia lasciato, quella che mi permette di battermi ancora oggi, nonostante tutto. Arrivederci.

 

1)
Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore alcuni stralci dal libro “Con Hugo, il creatore di Corto Maltese raccontato dalla figlia”, di Silvina Pratt (Marsilio editori 2008). Riproduzione riservata.



*Dice di sé.

Silvina Pratt è nata nel 1964 a Buenos Aires. Insieme alla madre, ha tradotto gran parte dell’opera di Hugo Pratt in francese. Vive attualmente a Pantin con i tre





 

Copyright © 2007-2008

www.lamescolanza.com

Tutti i diritti riservati

disclamer