AMARCORD

GÉRARD PHILIPE
“INVENTARE SIGNIFICA AMARE”


Quando ci incontrammo e mi presentai, fu dapprima scontroso,
annoiato poi, a poco a poco, si animò. Raccontava e recitava


 

Elda Lanza*

 


Ho scritto un romanzo – in cerca di editore – sulle ferite dei non amati. I bambini di genitori separati. “La bambina che non sapeva piangere” è il racconto doloroso di una bimba che si farà donna nel rimpianto dell’unico amore che le è stato negato, suo padre. Che nella ricerca dolorosa di un amore sostitutivo, nell’alternarsi di speranze e di rimpianti, di eroismi e frustrazioni, faticosamente, senza imbarazzo e senza pietà per se stessa, si racconta.
Non è comunque un’autobiografia. Anche se in questa storia ci sono le radici della mia storia personale, di quello che avrei voluto essere, comprese tutte le cose che non avrei mai voluto conoscere. Che pubblico soltanto ora perché finalmente mi riconosco senza dolore.

Poiché nella mia storia personale importante è stata l’esperienza televisiva, durata nella realtà vent’anni e nel romanzo pochi faticosissimi anni, mi è piaciuto raccontarla. Dagli inizi, da quel “primo volto della televisione italiana” agli incontri con personaggi speciali. Gérard Philipe era certamente di quelli.

Nel racconto che segue – un breve capitolo del romanzo – è la protagonista che lo intervista, non io. Sentimenti, fatti e parole appartengono a lei – e alla sua storia. Nella realtà io conoscevo Gérard molto prima di quella intervista, realmente realizzata in occasione della prima di Camus a Vicenza. Eravamo amici, come si può essere amici di un mito. Con molta pazienza, capaci di aspettare.

Io sonola bambina che non sapeva piangere”: alla sua morte ho pianto.

Non era completamente vero che la televisione mi avesse cancellata dall’elenco dei collaboratori affidabili. Le produzioni più importanti erano realizzate nei nuovi studi di Roma; a Milano erano rimaste trasmissioni ormai collaudate e già assegnate a qualcuno. A volte, a distanza di molti mesi, quando avevano un vuoto mi richiamavano: ero a portata di mano, avevo esperienza e con un po’ di trucco reggevo ancora bene il video. Così era avvenuto per una trasmissione dedicata a Gabriele D’Annunzio, dal Museo Poldi e Pezzoli; per un lungo reportage su Mozart, da Salisburgo, che mi era valso anche un premio a Saint Vincent; per una divertente trasmissione sui cantastorie e gli artisti di strada e per una appassionante storia del cinema in sei puntate. Quando mi richiamavano, ero a disposizione. Due giorni di prove, la messa in onda come voce fuori campo o presentatrice in video, i testi: salutavo tutti, passavo alla cassa e tornavo a casa.

Non era più la stessa cosa del tempo in cui la televisione ero soprattutto io; ma aveva ragione Argìa, bisognava resistere. In quello stato di cose io resistetti altri due anni. Verso la metà di febbraio la televisione mi affidò un’intervista a Gérard Philipe: interpretava Caligola di Camus al teatro di Vicenza con la Comedie française. Dal mattino alla sera. Tutti gli accordi erano stati presi; l’attore, che non amava essere intervistato soprattutto per la televisione, aveva acconsentito a tre minuti di domande.

Assistetti alle prove del mattino.

Quando ci incontrammo e mi presentai, fu dapprima scontroso, annoiato, come se fosse pentito di quell’accordo. Poi, a poco a poco, mentre parlavamo seduti su una panchina poco lontana dal teatro, si animò. Raccontava e recitava. Muoveva alte le braccia. Rideva, gettando indietro la testa, passandosi la mano tra i capelli. Mi guardava per sedurmi: non ero io a interessarlo, ma l’immagine di sé che io riflettevo.

Si sorprese del mio francese corretto. “Ho studiato a Ginevra. A casa parlavamo francese, mio nonno era nato a Parigi”.

“Ginevra, il miglior francese possibile. Io ho dovuto lottare, invece, con la dizione: vengo dalla costa, conosce la Costa Azzurra?”.

“Ci sono stata”.

“Bene. Parlano un patois incomprensibile”. Disse qualche parola che non compresi, e scoppiammo a ridere.

“Lei è sposato…”:

“Sì, ho due figli. Fantastici. Anche mia moglie è fantastica. Si chiama Nicole, ma io l’ho sempre chiamata Anne”.

“Perché? Nicole è un bel nome”.

“Sì. Ma ambiguo. Je suis tombé amoureux de Nicole. È un uomo o una donna?”.

“Perché la cosa dovrebbe imbarazzarla?”.

Non mi rispose, come se non lo avessi interrotto. “Anche mia madre ha contato molto, nella mia vita. Mia madre ha fatto di me un attore, mia moglie Anne ha fatto di me un uomo”.

“Non capisco: era molto giovane quando vi siete incontrati?”.

“In qualche modo, sì. Lei era partigiana, io un ragazzo che voleva fare del teatro. Avevo interpretato un film che avrebbero visto in pochi…”.

“Io sì”, lo interruppi. “L’idiota”. Lei prometteva già di diventare quello che è ora… peccato che quel film non abbia avuto successo”.

Sorrise, approvando. Si guardò a lungo le mani prima di proseguire.“Io pensavo che il teatro fosse l’unico modo di vivere. Anne mi ha insegnato la consapevolezza, la partecipazione. Essere presenti nel momento in cui si vive. Questo ho imparato da lei. Recitare non è tutto”.

“Lei ha fatto del cinema…”.

“Non mi piace, anche se devo a un film se mi conoscono: “Le diable au corps”, l’ha visto?”.

“Sì, anni fa, subito dopo la guerra. Stupendo, e lei straordinario… Nessuno avrebbe potuto rendere meglio quel personaggio”.

Acconsentì con un gesto del capo. “Non ero così giovane come il personaggio, ma fu un bel film con un grande regista. Ma il cinema non mi piace, sei in mano totalmente agli altri, al regista, al datore luci, al microfonista… Non sei padrone della scena, come in teatro”.

“È il teatro la sua vera passione?”.

“Sì, assolutamente. Mi rendo conto che il teatro non ti porta lontano, senza cinema io sarei conosciuto soltanto in Francia, e forse soltanto a Parigi”. Rise, gettando indietro la testa, per civetteria. “Invece, ora andremo in Russia…”.

“In America?”.

“No… l’America non mi attira”:

“L’Italia le piace?”.

“Molto. Gli italiani sono così…”. Rise, mostrandomi i suoi piccoli denti aguzzi. “…così italiani. Urlano, gridano, ti danno calore. Un pubblico stupendo. Verrò a Milano, al Piccolo. Spero. A Roma ho terminato “Fanfan la Tulipe” con la Lollobrigida e mi sono divertito davvero. Ecco, quello è un film in cui mi hanno lasciato fare”.

“Progetti?”.

“Sì, due film. Uno che inizierà tra poco sulle avventure di un eroe fiammingo… Till Eulenspieghel, ne ha sentito parlare?”.

“Sì, una storia che piaceva a mio nonno”:

“Davvero?”.

Sorrise di compiacimento, come se fosse importante affidarsi per un’intervista a una donna che conosceva il suo prossimo eroe. “Vedremo, una storia intrigante”. Mi guardò avvicinando il suo viso al mio, e mi accorsi del colore incredibile dei suoi occhi. Pervinca, grigi, scuri… Rideva con malizia. “Non starò annoiandola, vero, mademoiselle?”.

“Oh, no davvero!”.

“Bene, allora. L’altro lo girerò in Messico, con Buñuel, forse tra un anno. Due, non so… Ci tengo molto”.

“Amleto è tra i suoi progetti futuri?”.

Storse le labbra. “Presto, ma non subito. Devo farmela con un mostro sacro come Lawrence Oliver: una sfida che accetterò, magari tra un paio d’anni”.

“Che cosa legge?”.

“Euripide. Se lo ricorda?”. Accennai di sì con il capo. “Così grandioso e minuzioso nella perfezione. Un mito dal cuore umano”. Mi posò, leggera, una mano sulla spalla.“Come si chiama?”. Glielo dissi. “Complicato. La chiamerò Zoé…”.

“Chi è?”.

“Un personaggio inventato da me. Ho due figli, gliel’ho detto?”.

Accennai di sì, con il capo: era stata la prima domanda che gli avevo rivolto. Un lampo d’orgoglio gli attraversò lo sguardo. Rise. “Racconto ai miei figli, come faceva mia madre con me, le avventure di Zoé che combina sempre molti pasticci …”.

“Le sembra che io combini molti pasticci?”. Storse le labbra: aveva colpito nel segno, io ero come Zoé. “Anche mio padre” proseguii, per impedirgli di rispondere. “Mi raccontava storie che non trovavo in nessun libro. Le inventava…”.

“Significa che l’amava molto. Inventare per qualcuno significa dare amore, non crede?”.

“Suppongo di sì”.

“Si ferma questa sera per lo spettacolo?”.

Scossi il capo: a casa avevo Francesca che mi aspettava. “No, non può partire senza aver visto lo spettacolo. La prego, si fermi”. Trovai la scusa del lavoro, in televisione aspettavano l’intervista e la traduzione. Sbuffò, alzandosi. Non gli piaceva perdere, era suscettibile. Considerò una mancanza di attenzione nei suoi confronti rinunciare a sentirlo recitare. “Quando vuole la sua intervista?”.

“Quando lei è disponibile, anche subito”.

“Va bene, andiamo allora”.

Nella hall dell’albergo dove alloggiava, i tecnici che erano con me avevano allestito l’angolo per l’intervista. Ci accomodammo: io fuori campo, lui in piena luce. La camicia bianca ampia, con le maniche rimboccate. Dal colletto aperto il collo usciva esile. Fragile, come il collo di un bambino. La carnagione trasparente.

Tre minuti. Domande e risposte. Guardava la telecamera con un’espressione sorniona di sfida. I suoi occhi, in primo piano, erano irriverenti e magnetici. Le sue risposte gentili, quasi a sottolinearne la banalità.

Mi innamorai di lui. Me ne innamorai in modo così violento e inaspettato, che rendermene conto mi travolse. Telefonai a Federica e la pregai di badare a Francesca, io sarei tornata il mattino dopo.

“Perché? Io non posso fare la balia a tua figlia…”.

“Ti prego, Federica. Ti giuro che non accadrà mai più, ma ora non posso tornare. Domattina vado io a prenderla a scuola. Ti prego…”.

“Va bene, ma che non si ripeta. Era nei patti: a Francesca avresti sempre badato tu”.

“Sì, d’accordo, sì… grazie, sei un tesoro”.

Avevo deciso, mi sarei fermata e avrei visto lo spettacolo. Volevo restare, sentirlo parlare, guardarlo. Seguire i suoi gesti nel vuoto. Riappropriarmi, prima che mi sfuggisse ancora, di un amore che avevo perduto. Non mi accorsi di quanto somigliasse a mio padre: me ne innamorai e basta. Con un sentimento che mi tolse ogni energia.

Prima che il cameraman e il resto della troupe partissero, consegnai la traduzione delle domande e delle risposte.

“Tu non vieni?”.

“No, mi fermo. Vedo lo spettacolo e torno stanotte. Domattina vengo in moviola a registrare le mie domande”.

“Mi raccomando, va in onda domani sera”:

“Lo so, non sono incosciente”. Innamorata, ma vigile.

Andai da lui con il viso pentito. “Mi fermo”, dissi sottovoce.

Si illuminò di un sorriso. “Venga, le faccio avere un biglietto”:

“Io ho solo questo”, mormorai, accennando ai miei pantaloni di vigogna e al maglione blu. Mi puntò l’indice in mezzo alla fronte. “Tu hai qui tutto quello che ti serve. Vieni”. Mi prese per mano. Mi aggrappai a lui, avendo paura.

Ognuna delle persone presenti in teatro quella sera difficilmente avrà dimenticato quello che ha visto e sentito. Un uomo, un re, che si faceva piccolo e goffo, grande e dominatore, pazzo e lucido, insignificante e astuto, irriverente e pauroso. Docile e caparbio come un eroe furbo. Gérard Philipe, quella sera su quel palcoscenico nei panni di Caligola, fu l’uno e l’altro, continuamente incalzato dalle parole, dai gesti, dai silenzi.

Al termine dello spettacolo, in un applauso ininterrotto durato molti minuti, gli spettatori scesero dalle gradinate spintonandosi fino al palcoscenico, per sfiorargli la toga, una mano. Signore impellicciate, che nella corsa perdevano le scarpe, la veletta di traverso, la borsetta protesa in avanti per farsi notare da lui. Gérard Philipe, in apparenza indifferente a quel trionfo, guardava la folla spingendo lo sguardo più lontano, altrove da lì. Uno sguardo paziente, di consapevolezza. Serio, senza un sorriso. L’inchino profondo, ripetuto più volte. Un gesto verso i compagni. Sparito. Lasciando il palcoscenico completamente vuoto. Ritornato di cartapesta con le famose quinte in prospettiva nell’ottica di far apparire una profondità inesistente.

Io rimasi in piedi, ammutolita. Ero commossa. Non sapevo se avrei dovuto raggiungerlo in camerino, se mi fosse consentito, o se avessi dovuto seguire la folla fino all’uscita, per vederlo passare. Venne un usciere, a cercarmi; lui mi voleva in camerino. C’era molta gente nei corridoi. Molte voci. Odori, profumi. Parole ad alta voce. Sorrisi. Applausi. Attori truccati che sorridevano, donne in attesa.

Si scansavano per lasciarmi passare, forse qualcuno mi riconosceva. Io ero la televisione, priorità assoluta su tutti. Nel suo camerino lui era solo. Il viso stretto tra le mani, gli occhi chiusi. Non si mosse sentendomi entrare.

“Stanco?”.

“Non molto”. Alzò gli occhi e attraverso lo specchio mi diede un’occhiata di sfuggita. “Bene?”.

“Sì. Vorrei trovare parole adatte per dirti quello che provo…”.

“Allora, taci. Non dire niente. Ho recitato per te…”.

Cenammo da soli, in albergo. Mi raccontò episodi della sua vita, da quando era ragazzo con la passione del teatro fino al suo incontro con Jean Vilar e al successo. Di me seppe soltanto che avevo una figlia e non ero sposata. Speravo che non si stancasse, che non mi dicesse a un tratto: ora ho sonno, buonanotte. Volevo il regalo della sua presenza nella mia vita, con un’intensità persino dolorosa.

Saltava da un argomento all’altro, con leggerezza di gesti e di toni. “Proust… Hai letto Proust?”.

“Sì, voracemente”.

“Io, no. Annoiandomi a volte. Come ti può annoiare la perfezione: con invidia profonda. Si può descrivere il bacio della buonanotte alla madre in trentadue pagine? Ti rendi conto? Trentadue pagine di emozioni lievi, attesa, impazienza, desiderio… In fin dei conti era sua madre”.

“Tu dovresti saperlo, anche tu hai un amore speciale verso tua madre”.

“Tutti i miei amori sono speciali…”.

Volli farlo sorridere. “Angelo o diavolo?”.

“Non lo so, Zoé… Davvero, non lo so”. Era, all’improvviso, diventato triste. “Comunque è Charlus il mio personaggio preferito…”. Era tornato a parlare di Proust. “Se facessero un film de “La Recherche”, vorrei interpretare Charlus”.

“Ma è vecchio e grasso”, esclamai ridendo.

“E allora? Che attore sarei se non potessi interpretare un uomo vecchio e grasso? Ma è intelligente, malizioso, sublime…”. Mentre parlava muoveva le braccia e gonfiava le guance: era diventato Charlus, e io scoppiai a ridere.

Attraversammo la città, i vicoli, le strade, i portici seguendo i palazzi nell’armonia geometrica e grandiosa della piazza o nel disordine di strettoie senza uscita. Guidati da una luna lattiginosa che scompariva a tratti dietro i tetti. Tenendoci per mano, come se quel mondo che stavamo scoprendo insieme, dentro e fuori di noi, ci spaventasse. Un gatto. Un cane. Un viandante. Un’auto. Una bicicletta. Voci. Riflessi di una luce, di una stanza, attraverso una finestra.

Annotavo ogni particolare perché niente di quella notte andasse perduto. A ogni folata di vento nascondevamo il mento entro il bavero rialzato del cappotto. Il suo cappotto color cammello chiaro, ampio e lungo, accanto al mio impermeabile blu, il suo braccio sulla mia spalla, la sua voce sopra e dentro di me. Il nostro fiato che si confondeva con l’aria della notte.

Alle prime luci dell’alba, adagio per non svegliarlo, mi alzai dal divano dove avevamo trascorso gran parte della notte parlando e ascoltando: dormiva con il capo appoggiato al braccio piegato, all’altezza del gomito. Gli vedevo soltanto la nuca, così ben disegnata in quel gesto di abbandono. Mi allontanavo con la sensazione di aver rubato qualcosa.

Gli scrissi due volte: una volta qualche giorno dopo il nostro incontro; l’altra, qualche mese più tardi. Non mi ha mai risposto. Dei suoi progetti riuscì a realizzarne soltanto alcuni, e neppure i migliori. Morì tre anni dopo per un tumore allo stomaco.

Con il cuore addolorato seguii il suo funerale in televisione. Fu allora che mi accorsi di quanto somigliasse a mio padre. E di quanto lo avrei amato per quell’amore che mi era stato nuovamente tolto. Faticavo a distinguerlo da mio padre, attribuendo all’uno o all’altro gesti e parole che ormai appartenevano a me soltanto. Alla mia memoria corrotta dalle emozioni.

Nella mia camera appesi la foto che mi aveva regalato nel suo camerino. Lo sguardo severo, il sorriso imbronciato, la giacca di velluto a coste. E la dedica: “Pour Zoé, son ami G."

 

*Dice di sé.

Elda Lanza. Si considera un’autentica dilettante: il suo investimento è la passione.






 

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