AMARCORD

INCONTRI DI UNA VITA
DA SCIASCIA A TERRACINI E BUFALINO


Ci sono occasioni nelle quali il mestiere di giornalista consente
di vivere emozioni che vanno oltre la professione


 

Riccardo Bormioli*

 


Lo vedevo incedere lentamente nel transatlantico di Montecitorio, la sigaretta nella mano sinistra, la destra che impugnava un elegante bastone dal manico d’argento. Non ho mai saputo se quel bastone fosse una necessità o un vezzo. Avvertivo però in quell’appoggiarsi l’eleganza tipica di una sicilianità colta e discreta. Leonardo Sciascia era colto, elegante, discreto, ma soprattutto siciliano. Quando l’ho conosciuto era appena stato eletto deputato nelle liste dei Radicali: un’esperienza che, ritengo, lo abbia deluso, forse mortificato intellettualmente. È una sensazione perché nei nostri incontri non abbiamo mai affrontato la questione.

Abituato a frequentare la Camera dei deputati per raccontare protagonisti e retroscena della battaglia politica di allora, gli incontri con Leonardo Sciascia avevano, almeno per me, qualcosa di magico, erano un tuffo nella dimensione onirica che solo la letteratura può regalare. Lo aspettavo, ogni mattina, poco prima delle nove davanti alla buvette di Montecitorio per un rito che lo scrittore amava molto, quello del caffè cui seguiva l’immancabile sigaretta.

La prima volta che approcciai Sciascia lo feci per congratularmi con lui per aver curato l’allora nascente collana “La Memoria” – edita da Elvira Sellerio – che si era aperta proprio con un libro dello scrittore siciliano “Dalle parti degli infedeli”. Mi rispose con un semplice “grazie” e mi offrì un caffè. Cominciammo a parlare di letteratura, e parlai soprattutto io. Sciascia annuiva, ogni tanto il suo sguardo si apriva in un timido sorriso e molto più raramente formulava qualche giudizio.

Solo una mattina, quando gli raccontai della mia passione per Dostoevskij si lasciò andare. “Non esiste solo il Dostoevskij tormentato – mi disse – prova a leggere i racconti umoristici. Sono straordinari”. Non li conoscevo e confessai il mio imbarazzo che lui capì e comprese. “Sono stati pubblicati molti anni fa e poi dimenticati; ora li abbiamo recuperati con Elvira Sellerio e stiamo per ripubblicarli”. Quei racconti uscirono pochi mesi dopo con il titolo “Il villaggio di Stepancikovo”. Li lessi e quando rincontrai lo scrittore siciliano per il solito caffè gli raccontai dello stupore che avevo provato immergendomi in quel Dostoevskij per me inedito.

Non era facile parlare con Leonardo Sciascia di Sicilia, sicilianità, mafia e quant’altro. Preferiva affidare i suoi pensieri alla parola scritta; solo una volta si lasciò andare ad una frase criptica, “la Sicilia non è”, mi disse, e fu tutto. Cercai di sollecitarlo, sostenendo che la lettura dei suoi romanzi mi aveva dato l’impressione che il suo scrivere e il suo raccontare fossero comunque venati da una sofferenza intima e profonda per la sua terra, come se si combattessero due pulsioni contrastanti: restare o andarsene.

D’altra parte Sciascia era un cosmopolita, come scrittore e come uomo. Amava la Francia, amava Parigi, amava gli scrittori d’oltralpe, ma ho sempre avuto la convinzione che quelle letture e quegli amori fossero funzionali alla sua straniante e straziante sicilianità. Le nostre chiacchierate, mai troppo lunghe e mai troppo confessorali, avevano il pregio, per me ovviamente, di non dover essere raccontate sotto la spinta del dovere professionale. Erano e sono rimaste per molti anni un patrimonio della mente; a Sciascia chiedevo senza pudore che mi consigliasse romanzi, racconti o anche saggi. Ho sempre seguito le sue indicazioni, sempre espresse con imbarazzo e una certa vergogna e devo a lui alcune scoperte, come quella del Simenon romanziere e non solo come il padre di Maigret che già conoscevo e frequentavo. Mi godevo quelle poche decine di minuti davanti al caffè come una sorta di lezione privata, che custodivo poi gelosamente. E come qualsivoglia allievo diligente davo conto di quel che avevo letto: ho sempre avuto la sensazione che seguire i suoi consigli, in fondo, lo inorgoglisse.

È giusto a questo punto aprire una parentesi sul mestiere del giornalista e su ciò che rimane delle tante conoscenze occasionali o approfondite che si fanno nel corso di una vita professionale. Per mestiere lo “scriba” prende soltanto e non da. Ascolta, racconta, ma al suo interlocutore non consegna nulla di se stesso: ecco perché non ho mai creduto più di tanto alle amicizie tra intervistato e intervistatore.

Ma ci sono comunque occasioni nelle quali il mestiere consente di vivere emozioni intellettuali ed umane che vanno oltre la professione: sono gli incontri fondamentali di una carriera, quelli che si ricordano, ma spesso non si raccontano sulla pagina. A me è capitato con Leonardo Sciascia e con Umberto Terracini.

Avevo chiesto all’anziano senatore un’intervista perché volevo sapere, da uno dei fondatori del partito comunista, cosa ne pensasse di un’intervista che in quei giorni -siamo alla fine degli anni settanta – il suo compagno di partito Giorgio Amendola aveva dato a “Rinascita”. Quell’intervista che affrontava i temi del nuovo partito, della contestatazione e del nascente terrorismo aveva sollevato polemiche e commenti.

Non avevo molte speranze che Terracini mi ricevesse anche se mi presentavo come redattore di un antico giornale genovese “Il Lavoro”, diretto per 18 anni da Sandro Pertini. E invece fui ricevuto a palazzo Giustiniani, in una tarda e soleggiata mattinata di giugno. La prima impressione che mi fece Terracini fu quella di uno “incazzoso”, un polemista nato, che non aveva peli sulla lingua. D’altra parte la sua storia politica e personale era quella di un uomo che non cedeva se non alla forza del suo pensiero e delle sue idee. Ci sedemmo su due poltroncine dell’ufficio che il Senato metteva a disposizione di Terracini e entrammo subito nel vivo dell’intervista. Per quel che ricordo Terracini la pensava esattamente al contrario di Amendola e non fece nulla per nascondere i suoi giudizi.

Forse fu una mia domanda, o al contrario il fluire dei pensieri fatto è che piano piano la discussione, o meglio il monologo di Terracini, scivolò sulla storia del partito comunista e sulla sua nascita in quel lontano 1921 a Livorno.

Come uno studentello un po’ ignorante feci una domanda che fece scattare Terracini sulla poltroncina: “Non mi racconti cose che ho vissuto direttamente – mi disse – io a Livorno c’ero e sono stato uno dei fondatori del partito comunista”.

Avrei nascosto la testa sotto la sabbia se me ne fosse stata data l’opportunità; cercai di blaterare qualche parola, ma fu proprio Terracini a salvarmi, cominciando a raccontare fatti e vicende che fino a quel giorno avevo letto soltanto sui libri di storia. Davanti a me scorrevano le polemiche tra Terracini e Rosa Luxemburg, gli scontri che l’allora giovane esponente del Pci aveva avuto con Lenin, il dramma dello stalinismo, la lotta di liberazione e il ritorno in Italia alla democrazia.

Ogni tanto interloquivo per chiedere qualche delucidazione. Era una lezione di vita e di storia insieme. Non riuscivo a staccarmi da quel racconto né volevo riportare il discorso all’attualità. Lo stesso Terracini ad un certo punto se ne rese conto e mi chiese: “Ma lei non è venuto per parlare dell’intervista di Amendola?”. “Sì” – risposi – “credo, però, che tutto quel che mi sta raccontando sia più interessante, almeno per me”. Restai ad ascoltare Terracini quasi tre ore, affascinato da questo vecchio di grande energia e di grande lucidità che mi parlava di sessanta anni di storia italiana e mondiale. Venne ovviamente il momento dei saluti.

Ci stringemmo la mano e lo ringraziai non senza avergli detto che non avrei scritto una riga per i miei lettori. “Perché?” mi chiese. “La prego di scusarmi” risposi, “ma come si fa a raccontare in un articolo di giornale una grande e affascinante lezione di storia. La tengo per me”. Non disse niente, mi ringraziò per la visita e mi accomiatò. Sono rimasto per circa trent’anni all’impegno preso con me stesso di non scrivere nulla di quell’incontro. Se ho tradito quell’impegno con me stesso è perchè qui si parla di emozioni.

Devo dire che fu appunto, con una certa emozione, che in vacanza nel ragusano nella casa di campagna di mia moglie, telefonai a Gesualdo Bufalino. Sapevo che abitava a Comiso e che il suo numero di telefono era sull’elenco. Avevo appena letto il suo primo romanzo “Argo e il cieco” e volevo conoscerlo. Sapevo della sua ritrosia a concedere interviste e dunque promisi che nulla avrei scritto di quel che ci saremmo detti: volevo conoscere lo scrittore e parlare con lui di letteratura e di Sicilia.

Fissammo l’appuntamento. Mi avrebbe ricevuto il giorno dopo alle 12, a casa sua, aggiungendo che non saremmo stati soli: aveva invitato anche un tenore siciliano con la moglie, una soprano di origini tedesche. Lo ringraziai e gli disse che avrei portato mia moglie. Ora bisogna dire che Comiso non ha nulla, ma proprio nulla di attraente: è un posto anonimo, con case anonime e un panorama anonimo. Ma soprattutto ci fa un caldo terribile, sembra di soffocare: ti manca l’aria, la testa ti scoppia.

Gesualdo Bufalino viveva in un anonimo caseggiato di sei piani frutto, probabilmente, di qualche speculazione edilizia tipica degli anni settanta-ottanta. L’appartamento era nello stile della piccola-medio borghesia italiana. Poteva abitarci un impiegato del catasto come un insegnante, cosa che per altro lo scrittore era stato. Nulla nell’ingresso o nel salotto poteva far pensare alla dimora di un intellettuale, un raffinato romanziere nonché cultore delle lettere, quale in fondo Bufalino era. Solo lo studio, con una grande libreria alle spalle di un tavolo da lavoro, poteva dirci che in quel luogo si pensava e si scriveva.

Più che i libri ciò che mi colpì era la sterminata collezione di videocassette (allora il dvd non aveva ancora fatto la sua comparsa), che con una precisione maniacale Bufalino aveva ordinato e catalogato. “Il cinema è la mia vera passione e passo le mie notti a vedere e rivedere pellicole” mi disse. Immaginai quell’uomo magro e pallido, seduto su una poltrona che viaggiava con la mente e con gli occhi nelle storie e nei mondi che il cinema gli regalava.

“Mi piace il cinema neorealista italiano e quello francese degli anni di Jean Gabin” mi spiegò. E colsi in quell’affermazione quasi il desiderio di tornare indietro nel tempo come se l’oggi non gli piacesse. Bufalino, come Sciascia, amava la Francia e la sua letteratura, ma al contrario del suo collega scrittore di Racalmuto, non portava dentro di sé lo stesso cosmopolitismo. Non mi azzardai a chiederlo, ma avevo l’impressione che uscire da quell’appartamento e da quel caseggiato lo impaurisse, lo sgomentasse. Si rinserrava nel suo mondo, lo stesso tormentato dei suoi romanzi, così come si rinserrava in quella casa dove non apriva mai le finestre, almeno di giorno. Ci raccontò che i suoi spostamenti erano molto limitati: “Vivo con mia madre, molto anziana e molto malata e non posso lasciarla” ci disse.

Viaggiava con la mente, la scrittura, le sue letture, ma soprattutto con il cinema. La sua era una Sicilia intimista, fatta di piccoli grandi drammi, quotidiani e personali, e non aveva nessuna vocazione, almeno così mi parve, pedagogica. Parlò molto di musica con gli altri due ospiti e soprattutto di pittura e di fotografia. Aveva una predilezione per un pittore locale per altro abbastanza famoso, Guccione e per alcuni fotografi siciliani che avevano raccontato la sua e la loro terra con immagini dove predominava una sottile tristezza. Restammo a chiacchierare per un paio d’ore “strangolati” da un caldo insopportabile in quell’appartamento con le finestre sprangate e il sole che batteva su mobili e pavimento con tutta la sua forza. Lo ringraziai della visita e credo che quelle due ore trascorse a parlare di libri, cinema e Sicilia gli abbiano fatto piacere.

Nelle settimane successive ho dedicato molte ore delle mie vacanze a rileggere i romanzi di Bufalino; volevo capire, attraverso le storie che raccontava, l’uomo che avevo incontrato, come si sposavano i sentimenti forti di alcuni suoi personaggi con quella ritrosia e quella timidezza che tanto mi avevano colpito. Mi sono dato una spiegazione nella solitudine di un uomo che facendosi scrittore vive molte vite quasi sempre molto diverse dalla sua.

 

*Dice di sé.

Riccardo Bormioli. Ligure, giornalista da fin troppi anni, ama profondamente Cristina, Giuliano, Carolina, Petronilla e Mara; cioè la moglie, i due figli e i due cani. Di tutto il resto ormai poco gli importa. Anzi non gli frega proprio nulla.







JEAN-LUC GODARD



Il cinema non è un mestiere. È un’arte.

Non significa lavoro di gruppo. Si è sempre soli;

sul set così come prima la pagina bianca.

(Da “Cahiers du cinéma”, 1958)





DARIO ARGENTO

È il mondo del cinema che mi interessa. Nel mezzo di una scena

inventata da me c’è una citazione, un parallelo con una scena

che ho già visto, può provenire indifferentemente dall’espressionismo

tedesco o dal cinema sperimentale.

(Da “Il Manifesto”, 2005)







 

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