LETTURE
LE SCARPE
Racconto inedito ed insolito
di una giornata particolare in grado di cambiare, per
sempre, la vita di un uomo semplice
Domenico Mazzullo*
La
giornata sembrava veramente “una giornata come tutte le
altre”, il sole sorse come sempre all’alba, nel punto
prefissato ed indicato dalla bussola come est, e le stelle e
la luna andarono a dormire avendo ultimato il loro turno di
notte; il signor M. si svegliò come al solito, puntualmente,
alle 6 del mattino, e non richiamato al dovere dal brusco
trillo delle due sveglie che teneva sul comodino, ambedue
puntate alle 7 per un eccesso di sicurezza e che avrebbero
suonato all’unisono se egli glielo avesse permesso, ma
destato, irrimediabilmente, da una sorta di puntualissimo
orologio interno, regolato un’ora avanti e che purtroppo non
riconosceva natali, pasque, domeniche ed altri giorni
festivi comandati, religiosi o laici, ma che richiamava,
imperiosamente, ogni mattina il signor M. al proprio dovere
quotidiano con teutonica quanto crudele determinatezza.
Anche quella mattina, come ormai da anni, il
rituale si ripeté, costante, identico a se stesso,
irrinunciabile ed immodificabile; l’orologio interno trillò
nel capo del signor M., all’ora prefissata e questi con un
balzo atletico, in stile olimpionico, si gettò giù dal letto
completamente sveglio, pago di poter godere di un’ora in più
sul programma dei doveri prefissati per la giornata; la
felicità può essere anche rappresentata da una piccola,
sparuta ora, una pausa di anticipo sui tempi costituiti.
Sembrava proprio una giornata come tutte le altre
anche al signor M., rassicurato da questa continuità, da
questa immutabilità, da questa pedissequa ripetitività; ogni
mattina gli stessi gesti, le stesse azioni, gli stessi
tempi, gli stessi intervalli tra l’uno e l’altro, le stesse
pause, le stesse interruzioni; i vicini avevano confessato
al signor M., non senza una certa punta di ironia, che i
rumori che egli produceva in cucina e nel bagno – l’acqua
scrosciante della doccia, il confortante ronzio del rasoio
elettrico, lo scarico dell’acqua del water – erano così
ritmici, così puntuali nella loro rassicurante
prevedibilità, che era possibile rimettere a punto,
basandosi su questi, gli orologi di casa, meglio e con
maggiore precisione dello stesso segnale orario radiofonico.
Questa affermazione, lungi dal disturbare od offendere il
signor M., lo aveva al contrario inorgoglito e forse un po’
insuperbito, fornendogli il senso di uno scopo e di una
precisa funzione all’interno del casamento; da quel giorno
in poi il signor M. aveva, forse inconsapevolmente, cercato
di fare un poco più di rumore, un po’ più di leggero e
discreto chiasso, per farsi udire più chiaramente dai vicini
e favorire il loro compito mattutino di appuntare gli
orologi.
Quella mattina, però, c’era qualcosa nell’aria di
non ancora definito, di non ancora chiarito e coscientemente
percepito che disturbava il tranquillo risveglio del signor
M. e creava nel suo animo sereno l’inquietudine tipica degli
imprevisti, quando ancora non si sono verificati.
Il signor M. già mettendo sul fornello del gas la
macchinetta del caffè, preparata con accuratezza e religiosa
cura la sera prima, per averla già pronta e disponibile al
mattino seguente, aveva percepito che quello appena
cominciato, pur essendo nelle apparenze un inizio di
giornata come tutti gli altri, lo era in realtà solo nelle
apparenze. Mentre nel bagno si lavava i denti con lo
spazzolino in setole naturali ripetendo ritmicamente ed
uniformemente gli stessi, soliti gesti la cui lunghezza e
durata era stata sperimentalmente misurata, nel corso di
lunghi anni d’esperienza, in maniera tale che l’operazione
denti avesse fine mentre il caffè cominciava ad uscire,
profumando l’ambiente, il signor M. aveva percepito dentro
di sé quell’inquietudine incresciosa che ogni inizio di
primavera provocava ed evocava in lui, ritmicamente ed
ineluttabilmente ogni anno, ogni qual volta questa stagione,
da altri amata ed agognata, si affacciava sul bordo del
calendario.
Agli inizi il signor M. aveva cercato di darsene
una ragione; si era rivolto anche ad uno psicoanalista, ma
dopo anni ed anni di lunghe ed estenuanti sedute disteso sul
lettino, si era arrivati alla strabiliante conclusione che
forse la primavera rappresentava per il nostro amico,
qualcosa di simbolico, di nascosto tra le pieghe della
memoria; forse essa evocava un trauma infantile vissuto
dolorosamente e rimosso, ma con probabilità sarebbero stati
necessari ancora anni ed anni per scavare più profondamente
nell’inconscio del signor M. alla ricerca delle cause remote
e ora occulte.
Il signor M. lo avrebbe fatto molto volentieri, ma
erano finiti i soldi per continuare e la banca, di cui era
cliente, si rifiutava di rinnovargli il mutuo che aveva
acceso quando aveva iniziato il trattamento psicoanalitico.
Così il signor M. dovette accontentarsi della
consapevolezza che la primavera era per lui simbolica di
qualche altra cosa, e già questa gli sembrava una conquista
più che soddisfacente. Quella mattina sentì che ciò che
paventava da tempo era al fine giunto e con la primavera un
lieve aumento della temperatura esigeva improrogabilmente un
cambio di guardaroba che, per quanto minimo e graduale,
purtuttavia sconvolgeva e turbava l’ordinata esistenza del
signor M.
Questi, infatti, aveva costruito la propria vita su
poche, succinte, ma ferree regole che, nella loro
semplicità, ma rigida e pedissequa osservanza, fornivano un
rassicurante quanto confortante binario rettilineo lungo il
quale la vita del signor M. scorreva e viaggiava senza
scosse. Una di queste regole riguardava l’abbigliamento
costituito da giacche rigorosamente marina scuro, abbinate
senza alcuna variazione a pantaloni grigi con risvolto, di
foggia piuttosto antiquata nonché classica a costituire quel
connubio serio, sobrio ed elegante che gli inglesi chiamano
blazer.
Unico elemento di imprevedibile quanto
imperscrutabile variabilità, atto a rompere l’indissolubile
continuità di questo connubio secolare, era rappresentato
dalla cravatta che l’estro nascosto del signor M. non aveva
concesso di foggia e taglio classico, ma aveva eletto
piuttosto a proprio status simbol, un estroso e
improbabile fiocco o papillon, che rompeva
bruscamente la grigia monotonia dell’insieme, gettando
un’ombra di follia rivoluzionaria ed anarchica sulla
tranquilla immagine che il nostro amico forniva di sé
stesso.
Egli non sapeva o non ricordava più come, quando o
perché avesse deciso e si fosse concesso quest’imperdonabile
stravaganza, ma sta di fatto che una volta ammessa nella
modesta continuità della sua vita, essa aveva assunto un
proprio spazio ed una propria funzione divenendo un elemento
ed una caratteristica inalienabile dell’immagine che il
signor M. forniva di sé agli altri.
I papillon che ormai possedeva erano tanti,
innumerevoli, impossibili a contarsi e ordinarsi, ma tanto
numero e tanta copia corrispondevano perfettamente
all’esigenza e conseguente regola che il signor M. si era
imposto con assoluta rigidità, consistente nell’inderogabile
imperativo categorico di non indossare mai, a nessun costo,
lo stesso papillon per due giorni consecutivi e si comprende
bene come tale stretta osservanza obbligasse ad una
copiosità senza pari.
Facevano da sfondo opportuno a questi stravaganti
nastri di stoffa sagomati ad arte, che il signor M.
avvolgeva con maestria ed avvedutezza attorno al collo,
traendo da una semplice striscia di tessuto forme
inimmaginabili, sobrie camicie di taglio inglese, ora a
righine blu o azzurro chiaro per il mattino, ora di un
azzurro pallido e rigorosamente di tessuto Oxford per il
pomeriggio, ora, ma erano più rare e numericamente meno
rappresentate, bianche di seta, per le serate fuori casa che
molto raramente il sobrio signor M. si concedeva.
Vero tocco finale, ma di classe e di discreta
sobria eleganza erano le scarpe, vera e propria passione del
signor M. fin da quando era piccolo; nell’infanzia, infatti,
già si incantava ammirato davanti alle vetrine dei negozi di
scarpe, ove questi oggetti magici, indispensabili, che
suscitavano fantasie irripetibili, facevano bella mostra di
sé, allineate e in fila come soldati, l’una accanto
all’altra, lucide e brillanti, in attesa di essere
indossate, provate e comprate.
“La felicità”, – una volta il signor M. bambino
aveva pensato – “è rappresentata da un bel paio di scarpe
comode”, possibilmente con lo scrocchio, quando si cammina,
tali e quali quelle del papà, la cui venuta era per
l’appunto annunciata e presagita da quel caratteristico,
inimitabile rumore che le scarpe producono quando sono
adoperate, se sono di buona marca e fattura.
Tali erano quelle che il signor M. si concedeva,
dopo inutili quanto estenuanti elucubrazioni sul prezzo di
queste e sul dovere al risparmio, e non senza laceranti
sensi di colpa al pensiero di tutti coloro i quali le scarpe
non le possedevano e non potevano concedersele, neppure di
cartone. Ciononostante, alla fine, il signor M. cedeva
sempre alla tentazione e alla lusinga di possedere un paio
di scarpe nuove e dopo lunghi tentennamenti, due volte
l’anno, faceva ingresso nel negozio di scarpe, rigorosamente
di stile inglese, ove si serviva, e compiva, con
soddisfazione non disgiunta da infantile emozione,
l’acquisto agognato.
Non che questo si notasse, né che desse i suoi
frutti immediatamente e neppure visibilmente; il signor M.,
infatti, da quando aveva scoperto, lunghi anni addietro, che
il suo piede non cresceva più e si era attestato su una
classica misura di 42 e mezzo, aveva deciso di tesaurizzare
i frutti dei suoi acquisti riponendo le scarpe nuove che via
via comprava in un apposito scaffale, ove esse giacevano in
bell’ordine, in attesa, speranzose, che quelle attualmente
in uso si consumassero in maniera irreversibile e giungesse
così finalmente il “loro turno” di essere indossate ed
utilizzate.
Ciò, purtroppo per loro, non era ancora avvenuto;
piuttosto il signor M. quello sfortunato mattino, solo
apparentemente come tutti gli altri, si rese conto, non
senza un notevole disappunto ed una malcelata stizza, che i
mocassini estivi che aveva deciso di indossare e che avrebbe
utilizzato per tutta la stagione a venire, ben conservati
nell’aspetto esterno, erano stati colpiti da
un’inequivocabile, evidentissima usura di ambedue i tacchi,
naturalmente anche essa assolutamente simmetrica ed
equanimamente distribuita su ambedue i soggetti.
Il signor M. si rese conto che non era
assolutamente possibile procrastinare un intervento
ricostruttivo, quanto mai necessario ed urgente; neppure
naturalmente sarebbe stato possibile indossare un paio di
scarpe nuove, tra quelle a disposizione e giacenti in
bell’ordine, prima che fossero state completamente
utilizzate, fino al disfacimento, quelle attualmente in uso
in quanto fruibili; e neppure, a rendere ancora più
complicata la questione, rimandare al giorno dopo il già
deciso e determinato cambio delle scarpe, da quelle
invernali a quelle estive, stabilito e fissato proprio per
quel giorno.
Per uscire dall’impasse che la situazione
comportava e dall’angosciante dilemma che turbava l’animo
ordinato e rigoroso del signor M., questi decise, a
malincuore e non senza un pesante turbamento, di optare per
il male minore, ossia per la soluzione che offrisse meno
rischi in assoluto e arrecasse minore turbativa alla propria
vita regolata e sicura.
Decise di concedere qualcosa, di fare qualche
timida apertura verso una modernità che considerava comunque
minacciosa e incomprensibile; si recò in un grande
magazzino, a pochi passi da casa, ove una volta, aggirandosi
smarrito e sconcertato in un reparto del sottosuolo, alla
ricerca, risultata poi infruttuosa, di bicchieri da acqua,
si era imbattuto, non senza stupore e disappunto in uno
strano minuscolo locale ove un uomo vestito di arancione e
con una scarpa in mano pretendeva di essere capace di
fornire riparazioni di preziosissimi capi di abbigliamento,
istantaneamente e con consegna immediata, concedendosi al
massimo tempi di attesa di un modesto quarto d’ora.
Il signor M. si era allontanato inorridito, come
chi dotato di sincero e profondo spirito religioso, fugge da
un’immagine sacrilega ed oltraggiosa della fede in cui
confidiamo; e tale era, infatti, il sentimento religioso che
il nostro eroe nutriva per le proprie scarpe e per tutte le
scarpe in generale.
Ma, evidentemente, questa immagine era rimasta
vivida: sepolta nei meandri della memoria, catalogata,
ordinata e qualificata come inutile ed inservibile tornava
ora in superficie, balzava in evidenza; ora e proprio ora
che da inutile ed oltraggiosa si rilevava invece risolutoria
e salvifica di una situazione altrimenti seriamente critica.
Con un sacchetto di carta biodegradabile in mano,
che aveva contenuto ben altri oggetti, nella sua prima
utilizzazione, e che ora custodiva e proteggeva le preziose
scarpe mutilate nel tacco, il signor M. varcò, non senza
timore e emozione vicina al panico, la porta a vetri del
grande magazzino, ove, immediatamente dopo l’ingresso, si
senti investito da un getto di aria refrigerata che lo fece
rabbrividire e che gli avrebbe scompigliato i capelli sul
capo se mai li avesse avuti; ma la sorte aveva voluto
diversamente ed egli si era assoggettato di buon grado a
questa; timido e rassegnato, con un intrinseco senso di
colpa, il nostro amico si diresse, di malavoglia e con mille
esitazioni, verso la scala mobile che recava al sottosuolo e
che al signor M. apparve come un traghetto verso l’inferno,
un ascensore all’inverso che lo avrebbe sprofondato al
centro della terra.
Si sentiva anche in colpa il signor M. per essersi
lasciato allettare dall’egoistica idea di ottenere le
proprie scarpe riparate in pochi minuti, non tenendo
minimamente conto della legittima e comprensibile esigenza
da parte di queste, di sentirsi affidate a una persona di
loro fiducia e non piuttosto ad uno sconosciuto vestito di
arancione che non offriva alcuna garanzia se non quella
della rapidità e della consegna immediata o quasi.
Il signor M. pensò con rammarico e rimpianto a
Pasquale, il suo ciabattino di fiducia da tempo
immemorabile, un punto di riferimento, quasi un amico per
lui e per le sue scarpe; ma Pasquale l’anno addietro si era
allontanato, era partito per il lungo viaggio senza ritorno
che a tutti noi tocca intraprendere, una volta o l’altra,
silenziosamente, in punta di piedi, come sempre era vissuto
e come si addice ad un ciabattino, lasciando un gran vuoto
dietro di sé e gettando nella disperazione il signor M. e le
sue scarpe.
Ma, come si sa, la vita continua, così a malincuore
e con la morte nell’animo anche il signor M. e le sue scarpe
si erano dovuti assoggettare e rivolgersi all’uomo vestito
di arancione del grande magazzino.
“Buon giorno”, disse il signor M., con voce timida
ed esitante, come suo solito, “avrei bisogno, di far
riparare queste scarpe; temo che si sia consumato il tacco”,
e dicendo questo porse con mano tremante il sacchettino
all’uomo vestito di arancione, che lo afferrò, invece, con
brutalità e durezza, ignaro della preziosità e delicatezza
del contenuto.
Una fitta profonda quanto repentina colse al cuore
il nostro signor M. nel momento della separazione dalle sue
compagne scarpe, per gli altri solamente oggetti, ma per
lui, amiche confidenti, testimoni dei suoi momenti di
malinconia e tristezza e delle sue gioie, sempre troppo
poche rispetto ai primi.
Nell’attimo stesso in cui affidava le sue
“compagne” all’uomo in arancione, provò la stessa emozione
che – immaginava non avendolo mai potuto provare realmente
da scapolo quale era – deve cogliere ed attanagliare un
padre quando affida il proprio figliuolo alle mani di un
chirurgo, che lo dovrà operare per salvarlo da una mortale
malattia. Allora, il signor M. lo fece e immaginò lo
facessero anche gli altri “padri”; scrutò il viso, le mani,
gli occhi, l’espressione, l’abbigliamento, la voce dell’uomo
a cui si affida con fiducia ciò che di più prezioso,
irrinunciabile, assoluto possediamo nella vita: i figli per
gli altri “padri”, le scarpe per il signor M.
“Torni tra un quarto dora”, disse l’uomo in
arancione, con voce rozza e per nulla riguardosa del dramma
interiore che stava vivendo in quegli attimi il signor M. al
quale intanto, la fitta nel petto si era fatta vieppiù
dolorosa e gli ricordava, nella intensità della sofferenza,
quella che aveva provato quando egli, figlio unico, si era
dovuto separare definitivamente dai suoi genitori,
accompagnandoli, prima l’uno e poi l’altro, alla loro
estrema dimora.
Credeva che non avrebbe mai più dovuto provare un
dolore simile, uno strazio così forte, un’angoscia così
profonda, e, forse inconsciamente, per proteggersi da questa
aveva accuratamente e diligentemente evitato di crearsi
nuovi legami affettivi, nuovi rapporti umani, la cui rottura
eventuale lo avrebbe fatto soffrire troppo.
Barattava così una tranquillità, quasi
un’assicurazione su un futuro di non sofferenza, con un
presente di malinconica, dignitosa, sobria solitudine,
difficile, ma non impossibile da tollerarsi e recare sulle
spalle rese un po’ curve dagli anni e dai dispiaceri, con
accurata e oscura forza interiore. Ma nel computo
ragionieristico degli affetti, nella contabilità fredda dei
sentimenti, il signor M. non aveva tenuto conto,
incautamente, degli oggetti, delle cose, dei corollari
inanimati della vita, di cui si era circondato, e che si
erano trasformati, si erano sostituiti, nella sua scala
emotiva, affettiva, agli esseri umani, della cui compagnia
si era privato.
Ed allora una penna stilografica, un papillon, un
libro cui era particolarmente legato, una bottiglietta di
prezioso inchiostro nero indelebile dalla fattura e
composizione misteriosa, un paio d’occhiali d’oro dalla
foggia antiquata, erano divenuti silenziosamente,
subdolamente i suoi affetti preziosi ed insostituibili, i
destinatari dei suoi sentimenti, e si erano trasformati,
nella sua immaginazione dell’animo e dello spirito in
moglie, figli, amici sinceri, fratelli, cugini, nipoti, zii
e zie, parenti tutti, vanificando in un sol colpo ogni
tentativo, ogni desiderio di salvaguardia dalle sofferenze,
attraverso un’attenta ed accurata deprivazione degli umani
affetti.
Naturalmente al primo posto, in questa gerarchia
dei valori affettivi ed emozionali risiedevano a tutto
diritto le scarpe, cui spettava una collocazione di
primus inter pares, come con dolore e sofferenza sincera
dell’animo, il signor M. stava sperimentando in quei momenti
di alta, drammatica tensione, quando esse venivano affidate,
abbandonate all’altrui mano, estranea e straniera.
“Torni tra un quarto d’ora”, si andava intanto
ripetendo il signor M. tra sé e sé; “un quarto d’ora”, un
tempo breve, quasi un battere d’ali, per gli altri; ma non
per lui, per il quale un quarto d’ora senza le sue scarpe,
senza le sue scarpe affidate, abbandonate a mani estranee e
straniere si sarebbe trasformato in un secolo, un tempo
interminabile di sofferenza e di passione.
“Come riempire questo quarto d’ora?”, si chiedeva
angosciato e trepidante, “come potrò impiegare questo breve,
ma lunghissimo tempo?”, e si affollavano nella sua mente in
fiamme mille consigli, mille soluzioni, che venivano
scartate con la stessa velocità con la quale si
presentavano.
Alla fine si risolse di recarsi al piano superiore,
anzi al primo piano del magazzino ove ricordava di aver
identificato il reparto di abbigliamento maschile, con la
segreta e recondita speranza interiore di invenire
un’ennesima giacca blu oppure, in alternativa, una camicia
azzurro pallido che potessero, per un attimo, captare la sua
attenzione di acquirente, distogliendola così dai foschi
pensieri di padre trepidante per le sue scarpe affidate,
incautamente, ma ormai irrevocabilmente a mani fino ad
allora sconosciute.
Si arrischiò sulla “scala mobile” strumento ancora
infernale per il signor M. che volentieri si sarebbe
sottoposto alla fatica di salire a piedi gli scalini di una
rassicurante e solidamente ferma scala, ma le esigenze di
modernità di chi aveva progettato e costruito il magazzino
avevano fatto sì che tali strumenti di un passato desueto
fossero stati ricusati con sprezzo e susseguioso orgoglio.
Giunto al termine del breve viaggio in salita, ma
trepidante per la novella avventura e ancora di più per il
pensiero di “coloro” che aveva abbandonato a mani
violentatrici, il nostro piccolo signor M. si avventurò a
capo chino, per nulla disposto all’ottimismo, nei meandri
labirintici del “reparto uomo” del grande magazzino.
Scartò in fretta l’abbigliamento casual, che
non degnò neppure un’occhiata e attraverso una breve sosta
interessata nello spazio riservato all’“intimo”, osservato
sempre ed ancora con una qual pudica circospezione, approdò
finalmente in prossimità di una lunghissima teoria di
giacche rigorosamente blu marino, monopetto o doppio-petto
con bottoni d’oro.
Forse attirato dal luccichio accattivante di detti
bottoni, analoghi per lui come funzione, allo specchietto
per allodole, il nostro compunto ed educato personaggio non
si rese conto di essere oggetto di un’attenta quanto
insolita osservazione da parte di una signorina, dalla
divisa si sarebbe dedotto una commessa, la quale lo aveva
notato da quando aveva preso terra, rischiando di
inciampare, al termine del suo viaggio sulla scala mobile.
Ella lo aveva seguito con lo sguardo attraverso gli
indumenti intimi, aveva sorriso tra sé e sé, comprendendo il
suo imbarazzo, e infine le sembrava già di conoscerlo quando
era finalmente giunto al suo reparto “giacche da uomo”. In
cuor suo aveva sperato che proprio questa fosse la
destinazione dell’omino misterioso vestito di blu e grigio,
con uno strano fiocchetto al collo, che si aggirava con aria
smarrita nei meandri oscuri, per lui, di questo moderno ed
incomprensibile magazzino.
Forse era stata proprio l’aria smarrita e timorosa,
insolita per questi tempi, che aveva attirato la sua
curiosità, suscitando in lei un inconsapevole e non
confessabile, né confessato, desiderio di proteggere,
difendere, aiutare, forse chissà anche di amare l’ignoto e
curioso personaggio apparsole dinanzi. Lei stessa, per
prima, si stupiva e si sconcertava per questi sentimenti,
certo più che semplici emozioni, insortile improvvisamente
ed inaspettatamente, incomprensibili e forse insolite in una
giovane donna, che solo da poco aveva cessato di essere una
ragazza; una giovane donna abituata ad essere corteggiata,
adulata, desiderata, circondata dall’affetto e
dall’ammirazione degli amici, che in gran numero possedeva e
che considerava ormai come un’insopprimibile abitudine.
Nonostante Francesca non potesse più fare a meno di
questo alone adulatorio che la circondava, ormai, come una
corona principesca, nonostante tutto si sentiva
insoddisfatta, inappagata, quasi insicura, con un vago
sentimento di inadeguatezza, d’incompiutezza, di inutilità e
vacuità esistenziale che la faceva soffrire pur non
raggiungendo l’intensità di un dolore pieno. Si sentiva come
un vuoto nello stomaco, ma in uno stomaco non fisico, che
non rispondeva a stimoli materiali quali i cibi solidi o
liquidi, ma piuttosto, morali, psicologici, affettivi,
esistenziali, avrebbe detto Francesca, se la parola stessa
non le fosse apparsa troppo grossa ed impegnativa.
Era un vuoto che sentiva colmarsi solamente quando
poteva essere utile ad un cliente in difficoltà, quando
poteva aiutare un indeciso a prendere, finalmente,
un’agognata decisione, quando poteva manifestare la sua
presenza nella vita non come figura umana da guardare ed
ammirare, ma piuttosto come essere umano che potesse fare
qualcosa di utile ed opportuno per gli altri.
Solo allora quel senso di incompiutezza che
attanagliava Francesca da qualche tempo, non lasciandola mai
tranquilla a crogiolarsi nella sua bellezza, si placava per
un attimo, si assopiva, ma non si addormentava, per
risvegliarsi sempre puntuale e vigile ad un’ora prefissata.
Era con questi sentimenti e questi stati d’animo
che Francesca aveva seguito con gli occhi il signor M. nel
suo incerto incedere e procedere dalla scala mobile,
attraverso la biancheria intima, fino ad approdare al suo
reparto di “abbigliamento maschile”.
Aveva letto, intuito nei suoi occhi il bisogno, la
richiesta, forse neppure consapevole, di aiuto e quest’aiuto
Francesca voleva dare, voleva tributare, voleva regalare al
pallido omino con i baffi e gli occhiali d’oro, vestito con
una giacca blu e pantaloni grigi, entrambi di almeno due
misure troppo grandi, come il suo occhio esperto ed abituato
aveva immediatamente diagnosticato. “Perché si vestirà in
modo così strano?”, Francesca si chiedeva, “e così
abbondante, così eccessivamente ampio? Possibile che nessuno
glielo dica?. “Possibile che la moglie, lo lasci andare in
giro così?”.
Ma nel mentre Francesca formulava la domanda, già
aveva scartato dentro di sé la possibilità e l’ipotesi;
“l’ignoto omino con i baffi, non aveva moglie, non era
sposato” aveva concluso, con un’ombra, un velo di tristezza
e di malinconia, ma anche con un timido ed appena accennato
e quasi inconfessabile sospiro di sollievo.
Si sarebbe sentita, infatti, disturbata,
infastidita, forse anche un po’ gelosa della presenza di una
moglie nella vita dell’ignoto personaggio al quale sì era
già affezionata.
Ma per fortuna il suo intuito femminile, il suo
sesto senso che mai finora l’avevano tradita, forse anche il
suo desiderio nascosto la tranquillizzavano e rassicuravano;
“no”, si convinceva, “l’omino coi baffi” non poteva essere
spostato, perché altrimenti nessuna donna lo avrebbe mai
fatto uscire così, nessuna donna gli avrebbe mai permesso di
andare in giro con abiti così marcatamente abbondanti e
fuori misura.
Questa constatazione, nel rassicurare Francesca,
contemporaneamente accresceva in lei, inconsapevolmente
l’attenzione, la cura, la quasi apprensione, l’affetto che
aveva sentito nascere spontaneo e del tutto gratuito verso
il timido omino vestito di scuro che intanto si era fermato
avanti al reparto delle giacche maschili.
“Che originalità” pensò Francesca tra sé e sé con
un certo disappunto, ma anche con la sicurezza o
rassicurazione che ci deriva da ciò che è abituale;
“naturalmente sta osservando le giacche blu, o forse penserà
di acquistarne un’altra sempre di dimensioni eccessive”,
quasi avesse letto nel pensiero del signor M. e ne avesse
già interpretato e criticato anticipatamente le intenzioni
che erano effettivamente quelle che lei supponeva e temeva.
L’unica cosa che Francesca non conosceva e non
poteva conoscere, era il dramma interiore, la tragedia
esistenziale che il signor M. stava vivendo nella propria
interiorità, senza però che nulla riuscisse a trasparire, a
fuoriuscire ed esplodere all’esterno: “le mie scarpe” –
pensava egli con terrore che sfiorava l’intollerabilità del
panico – “affidate, abbandonate ad un estraneo, con le mani
grosse e ruvide”, come non aveva potuto fare a meno di
notare, “che me le maltratteranno, me le sporcheranno, me le
profaneranno con violenza e cattiveria”.
Questi drammatici pensieri si affollavano e si
rincorrevano l’un l’altro nella mente del signor M.
terrorizzato e così egli non si avvide né sentì, né avvertì
l’avvicinarsi di Francesca dietro le sue spalle leggermente
ricurve.
La voce dolce e leggermente sensuale della giovane
donna lo fece trasalire e sobbalzare con un palpito nel
cuore dovuto all’emozione improvvisa, ma anche alla
sensazione, quasi un presentimento, che qualcosa di
importante stesse per accadere, di essersi inserito o essere
stato trasportato in una dimensione per lui nuova ed irreale
ove tutto è già scritto, già determinato, già vissuto, già
avvenuto; in una dimensione senza tempo ove il passato ed il
futuro non esistono, ma è tutto costantemente presente. Già
altre volte egli aveva provato questo medesimo stato
d’animo, ma solamente accennato, abbozzato, insinuatosi
subdolamente tra le pieghe di una coscienza sempre vigile,
aggrappata ad una rassicurante quanto confortante logica
razionalità; era stato quindi facile per il signor M.
ricacciare e seppellire questi pericolosi ed inquietanti
viaggi nel paranormale, queste irrazionali fughe verso
l’ignoto e l’indominabile con un piccolo sforzo ed un
richiamo rigido ed imperioso rivolto a se stesso a rimanere
fedele ad un “principio di realtà”, che sempre aveva
illuminato, fino ad ora, egregiamente la propria grigia
esistenza terrena.
Ma questa volta era diverso, era tutt’altra cosa ed
il signor M. aveva percepito, immediatamente, con
inquietudine ed apprensione, ma anche con una certa qual
curiosità, che l’ineluttabile e l’imponderabile stavano
appropriandosi di lui, avvolgendolo nella voce suadente e
musicale di Francesca, di cui ancora però egli non conosceva
il nome.
“Posso esserle utile in qualche modo?” gli disse
lei, con fare professionale, apparentemente distaccato, ma
dal quale traspariva evidentemente un interesse personale,
che il signor M. avrebbe colto immediatamente, se non fosse
stato distratto, obnubilato dalla bellezza di Francesca, che
finalmente era arrivato a vedere in volto, essendosi girato
con una rigida mossa sui tacchi, verso di lei.
Il suo viso regolare, incorniciato dai lunghi
capelli biondi, gli occhi, il naso, la bocca, gli sembrarono
subito, nel loro insieme, una visione da sogno, un’immagine
sacra, una pittura, un ritratto dipinto ad olio, da un
artista sconosciuto di scuola fiamminga che aveva un giorno
ammirato per ore in un museo, provando per questo, o forse
per la donna raffiguratavi, un sentimento che egli credette
si avvicinasse di molto a ciò che gli altri chiamano amore.
Il signor M. non aveva mai provato, prima di
allora, un sentimento così forte, un’emozione così violenta,
un palpito così impetuoso del cuore che dal petto sembrava
volesse raggiungere al galoppo addirittura l’anima e seppure
esso fosse suscitato solo da un dipinto, da una figura
femminile di altri tempi, ritratta su una tela,
ciononostante ne aveva provato un tale sgomento, un tale
sovvertimento dei sensi, che non si era più concesso un tale
palpitare dell’animo, un tale oscuro e terrifico viaggio,
anche se piacevole, negli abissi degli umani sentimenti.
Si era proibito, da allora di osservare figure
femminili, seppure ritratte su tela o in fotografia e di far
sognare su di esse e per mezzo di esse le ali della fantasia
e dei desideri mai confessati, rinchiudendosi, così, in una
dignitosa, impenetrabile solitudine sentimentale ed
affettiva.
Non che il signor M. non vedesse gente, persone,
amici, conoscenti; questo no, non è possibile dirlo, anzi è
vero il contrario; ma tutta questa moltitudine umana
rimaneva come a distanza, come tenuta fuori dalla porta del
suo animo, attendeva sulla soglia aspettando un invito ad
entrare nel di lui cuore, che però non giungeva mai; la
paura di un coinvolgimento emotivo troppo intenso teneva
serrato, sbarrato, impenetrabile, l’accesso all’animo del
signor M., il quale, invece, coscientemente lo avrebbe
desiderato aperto, spalancato accogliente per tutti.
Quando vide Francesca il signor M. ebbe un
sobbalzo, un tuffo imperioso nel cuore, che cominciò a
battere all’impazzata, come uno squadrone di cavalleggeri
lanciato al galoppo in una carica impetuosa a lance in resta
e sciabole sguainate; il viso gli divenne pallido come un
lenzuolo immacolato e piccole, minuscole goccioline di
sudore cominciarono a raccogliersi impercettibilmente sulla
fronte che si prolungava, senza soluzione di continuità
nella incipiente, inarrestabile calvizie.
Se i suoi movimenti non fossero stati impediti,
paralizzati, dall’improvviso sussulto emotivo, dalla
tempesta dell’animo, che aveva congelato ogni suo muscolo,
il signor M. avrebbe certamente e spontaneamente portato la
mano destra, con gesto meccanico ed abituale alla
corrispondente tasca dei pantaloni grigi ove risiedeva,
naturalmente ben stirato e ben piegato, un fazzoletto
immacolato di cotone con le iniziali ricamate a mano, allo
scopo, manifesto, di detergersi il sudore dalla fronte e,
misconosciuto, ma più veritiero, di creare una manovra
diversiva per scaricare la tensione e distogliere
l’attenzione.
Ma questa volta ogni strategia ben collaudata e
sperimentata, non era possibile e nemmeno fu tentata.
Francesca era bellissima agli occhi del signor M., ma
soprattutto somigliava impressionantemente, era la copia, la
sorella gemella, della donna misteriosa ritratta nel dipinto
che tanto lo aveva emozionato e sconvolto fin nel più
profondo dell’animo.
Egli non credeva ai suoi occhi. Era qui, avanti a
lui, in carne ed ossa almeno così a lui appariva, la
fantastica protagonista dei suoi sogni, la donna della
memoria, vista solo una volta e mai più dimenticata,
l’assidua visitatrice notturna ed onirica dei suoi sonni
solitari, il fantasma muto ed immobile che stazionava ore ed
ore, giorni, nell’animo martoriato di colui che già l’amava
senza saperlo.
Il signor M. batté le palpebre più volte, muovendo
gli unici muscoli che ancora rispondevano ai suoi comandi e
agli imperativi impartiti dal suo cervello, nel tentativo di
dirimere con se stesso l’annosa questione riguardante il
dilemma se fosse sveglio o ancora addormentato; a trarlo
d’impaccio giunse di nuovo la voce di Francesca, la quale
fingendo di non aver già prima rivolto la stessa domanda
rimasta senza risposta, chiese di nuovo e con fare ancora
più dolce e suadente: “Posso esserle utile in qualche
modo?”.
Non riuscendo a svegliare il pallido omino, fattosi
ancora più cereo in volto, dal suo sonno di sbalordimento ad
occhi aperti, Francesca prese nuovamente l’iniziativa e
fattasi più ardita e decisa, cinse con il proprio braccio
quello del signor M. che pencolava inerte e paralizzato
lungo il fianco ed esercitando una modica, ma determinante
pressione, allontanò dolcemente, amorevolmente e
delicatamente il suo muto interlocutore dallo scaffale delle
giacche blu marino, dicendogli, anzi mormorandogli quasi
nell’orecchio: “Ma perché vuole comprare ancora una giacca
blu? Chissà quante ne avrà uguali in casa. Venga con me; le
mostrerò una bellissima sahariana gialla, che le piacerà
senza dubbio, e sono certa le starà a pennello”.
Così facendo si incamminò verso un altro scaffale,
sempre facente parte della sua giurisdizione e sempre
tenendo dolcemente avvinto al suo il braccio del signor M.
il quale, condotto come un automa, aveva rinunciato del
tutto ad opporre qualsivoglia resistenza; ma forse non
l’avrebbe mai neppure provato.
Pochi passi li separavano dal punto di arrivo,
dall’approdo previsto e predeterminato da Francesca, passi
che al signor M. apparvero eterni, infiniti, bellissimi:
passi che egli avrebbe voluto non finissero mai, ma
continuassero per sempre, per tutta intera la sua vita, fino
alla morte; passi che al signor M. dettero in un istante
tutta la gioia, tutta la felicità, di cui non aveva mai
goduto fino ad allora, e di cui nemmeno si riteneva in
diritto dì godere. Ma purtroppo quei passi terminarono ed al
termine di questi Francesca si fermò e con lei il signor M.,
all’unisono.
Questi sarebbe stato contento di morire in quel
momento, di concludere lì la sua esistenza terrena, di
terminare la sua insulsa ed insignificante esistenza, tale
ora gli appariva per la prima volta ed in tutto il suo
squallore, al braccio di questa donna sconosciuta, ma da
sempre conosciuta, vista una volta in un ritratto di altri
tempi, mai più dimenticata, ed ora reincontrata, ritrovata,
riconosciuta per la prima volta, e per la prima volta in
carne ed ossa, viva e non dipinta sulla tela.
Rivolse in tali termini una preghiera al suo Dio
particolare e personale, ma questi, per fortuna, era
distratto e non sentì, o non volle sentire; o forse le Sue
idee ed i suoi programmi a proposito erano diversi e
dissimili dai desideri del signor M. Fatto sta che essi non
si esaudirono minimamente, ma, al contrario, Francesca,
tratta giù dallo scaffale una sgargiante sahariana gialla,
che al signor M. apparve strettissima e paurosamente
vistosa, lo costrinse a cavarsi di dosso la sua sobria e
sovrabbondante giacchetta blu marino e lo obbligò
dolcemente, ma decisamente ad indossarla.
“Le sta benissimo!” aggiunse subito con entusiasmo
ed esaltazione; “è fatta su misura per lei”. “E poi”,
continuò con voce più bassa, falsamente più timida e
modesta, ma in realtà più suadentemente accattivante, “ho
sempre sognato di essere invitata a cena da un uomo calvo
coi baffi e gli occhiali d’oro, con un meraviglioso papillon
annodato attorno al collo e con indosso una sahariana
gialla. Vuole essere questa sera il mio cavaliere?”.
Il signor M. non tornò più a ritirare le sue
preziose scarpe dall’uomo vestito di arancione, né pensò più
ad esse.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario. Romanticamente illuminista.
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DIEGO ABATANTUONO
Nei miei film non c’è mai il
contrario di quello che penso:
questo è poco ma sicuro. Anche
perché non sono sempre
sicuro di aver ragione, di aver
capito tutto.
(Da “Il
secolo XIX ”,
2002)
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