LETTURE
TONI E SHEILA, CONFUSIONE E LIBERAZIONE
Occorre incontrarsi sul
terreno della buona fede, poiché coloro che liquidano la
contestazione giovanile quale frutto di giovanile
intemperanza o sono in malafede o affrontano il problema
irriflessivamente
Ernesto Bis*
Questa
è la prima parte della storia di Toni,
benzinaio-filosofo-artista, concepita (la storia) nei primi
anni settanta. Scritta in quegli anni, lontani nel tempo e
soprattutto nel gusto, la storia è chiaramente “datata”: ad
esempio l’appello alle mondane di tutto il mondo perché si
uniscano a mutua difesa, se all’epoca poteva apparire
grottescamente divertente, oggi ha lo stanco sapore del
dejà-vu (benché testimoni come anche in una materia così
apparentemente frivola la fantasia costumi precorrere i
tempi.
Anche se, dunque,
manifestamente datata, osiamo riproporre questa storia che
ci riporta indietro nel tempo da noi vissuto, nella speranza
che il cortese lettore voglia raccogliere almeno questo
segnale: anche ciò che oggi diverte, domani potrà far solo
sorridere1
Un po’ di politica teorica
La mattina del successivo giorno di
chiusura del distributore di turno, Sheila condusse Toni
all’università, a sentire il professore impegnato nel
“seminario” che aveva per argomento le scienze politiche e
per tema “Intellettuali e politica”. Il nostro uomo in
verità recalcitrava, un po’ per la già esposta perplessità
circa il vocabolario, un po’ per la sua onesta diffidenza
verso gli intellettuali patentati e i loro discorsi, un po’
per la nota insicurezza delle aule universitarie.
“Ti piacerà, vedrai – lo aveva
invogliato Sheila – il professore è un uomo di spirito,
anche se non è a tutti chiaro da che parte stia”.
L’aula era qualche cosa di molto
diverso da quello che Toni ricordava dei suoi anni di
scuola: i muri erano tutti pieni di scritte nelle quali
egli, nella sua ingenuità, ravvisava gli estremi di
autentici reati, che andavano dalla ingiuria a ben
specificati personaggi al vilipendio alla religione di stato
e dal turpiloquio alle minacce; l’uditorio era composto da
hippies, da gente in tuta da lavoro e da femmine in
abbigliamenti e atteggiamenti che la sua esperienza (invero
scarsissima, come si è visto) avrebbe collocato, più che nel
tempio della cultura, in templi chiusi a suo tempo da una
certa senatrice di cui al momento gli sfuggiva il nome.
Tutti vociavano e fumavano e nessuno si
scompose quando entrò il professore, l’unico – oltre a Toni
– in giacca e cravatta, che non si mostrò per nulla turbato
e cominciò subito a parlare a voce alta, in modo da
sovrastare il rumore di quell’assembramento, mentre Sheila
tratteneva per la manica Toni che stava per alzarsi in piedi
in segno di rispettoso saluto, come usava ai suoi tempi
allorché l’insegnante entrava in classe.
“Vorrei essere molto sobrio, anche se
non reticente, perché sono convinto che l’uomo riceva più
messaggi di quanto non sia capace di elaborare e di
archiviare nella mente sotto forma di informazioni; d’altra
parte, temo che mi dilungherò, o mi ripeterò, ogni qual
volta mi coglierà il dubbio di non essere stato in grado di
puntualizzare compiutamente l’essenziale del tema, dato che
l’argomento del seminario ha per me, insegnante, forti
implicazioni morali.
Come ho accennato nel nostro precedente
incontro, nei confronti dell’università taluni dei nostri
politici si sono comportati come quegli uomini che, non
avendo potuto ottenere le grazie di una certa signora, se ne
vendicano sparlandone”.
Mentre Toni, stupefatto, incassava una
gomitata di intesa da Sheila, il professore proseguì: “Non
che l’università sia più una signorina illibata, anzi è già
stata alquanto delibata, ma almeno non è adusa al rapporto
con i politici, a differenza di altre strutture dello Stato,
da costoro sedotte e poi non certo abbandonate, ma
irreggimentate nelle proprie scuderie, come si verifica
sulle pubbliche strade ad opera di certi intraprendenti
personaggi”. Toni non poté trattenersi dal ridere, attirando
su di sé sguardi di commiserazione.
“Il mondo è popolato da capaci e
incapaci, meritevoli ed immeritevoli (il riferimento alla
nostra Costituzione è trasparente), come vi sono grassi e
magri, alti e bassi, belli e brutti, biondi e bruni, maschi
e femmine. Orbene, se è nobile adoperarsi perché l’incapace
e immeritevole divenga capace e meritevole, è demagogico
adoperarsi semplicemente perché l’incapace e immeritevole…
divenga dottore…”.
Toni era d’accordo, ma l’assemblea
tumultò e con grandissima meraviglia del nostro volò
addirittura qualche improperio. Per nulla intimidito il
professore replicò. “Rispondere alle argomentazioni con
ingiurie è mettersi sulla stessa strada che condusse
l’inquisizione a rispondere a Giordano Bruno con il rogo
ecclesiastico, che condusse il fascismo a rispondere ai
fratelli Rosselli con l’omicidio su commissione, che
condusse lo stalinismo a rispondere a Slansky con la forca
di stato”.
Quando il boato che queste parole
provocarono fu attutito, l’imperterrito oratore continuò:
“Io però non mi sento toccato dalle offese di voi giovani:
la mia personale età verde mi è, infatti, ancora così vicina
da consentirmi di ricordare benissimo, come fosse ieri,
l’entusiasmo, la fiducia e la foga che mi animavano. A
quell’epoca – e non erano che gli anni cinquanta – usavano
ancora vecchi Soloni i quali costumavano eventualmente
offendere i giovani anziché esserne offesi: piuttosto che
assomigliare a quelle cariatidi, preferirei scambiarmi
contumelie con voi, anche se tale pratica mi è visceralmente
estranea.
Cerco di dire che io comprendo
benissimo la protesta – fresca, giovane appunto – di chi non
vuole sentirsi corresponsabile di tante mancate innovazioni,
disagio che può esplodere in forme particolarmente vistose;
cerco anche di dire che l’ingiuria – specie se rivolta a chi
non se la merita o se scagliata, come una bomba, a un’intera
categoria di persone – suscita d’abitudine irritazione o
irrigidimento, ciò ha un effetto opposto a quello
programmato dall’entusiasmo che arma la laringe
dell’offensore.
Cerco soprattutto di dire che occorre
trovare al più presto un incontro sul terreno della buona
fede, poiché coloro che liquidano frettolosamente la
contestazione giovanile quale frutto di giovanile, appunto,
intemperanza ovvero di irresponsabile immaturità, o sono in
malafede o affrontano il problema emotivamente,
irriflessivamente, cioè si pongono sullo stesso piano di
coloro che lanciano ingiurie senza neppure prendere la mira,
facendole piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Questo discorso non può, né deve,
trovare consensi presso quelle minoranze – molto contenute
come numero, anche se molto incontinenti come attività – che
non hanno interesse alla distensione, quale che sia la loro
collocazione: avanti o indietro, sopra o sotto, a destra o a
sinistra ovvero in qualche altra dimensione non euclidea”.
Un crescente mormorio accolse queste
parole, ma il professore continuò: “Tanto per tentare di
spiegarmi fino in fondo, vorrei cercare di fare intendere
che non sto neppure avvallando la cosiddetta teoria “degli
opposti estremismi”, che chiamerei piuttosto “degli opposti
isterismi”, avversando la quale taluno sembra voler
distinguere – se ho ben capito – tra una violenza primigenia
e un movimento di resistenza che vi si oppone. Io sono,
infatti, dell’idea che l’identificazione di tale violenza,
cioè la diagnosi della malattia sociale che ci affligge e la
relativa terapia (magari chirurgica, non nego), debba venire
solo dallo Stato”.
Ancora una volta, l’oratore fu
interrotto da grida, ma non appena il clamore si attenuò,
concitatamente proseguì: “E poiché lo Stato proditoriamente
è stato precipitato nell’abisso di perduta credibilità nel
quale stiamo annegando, sono anch’io dell’avviso che vi sia
un urgente bisogno di un radicale ricambio delle persone
fisiche sulle quali pesa questa responsabilità.
Tali persone, poche centinaia, hanno
creato una rete di interessi, complicità, omertà e correità,
che stimo coinvolga alcune centinaia di migliaia di
italiani, includendo nel computo coniugi, prole, genitori,
suoceri e altri stretti parenti dei titolari del legame
mafioso con l’oligarchia detentrice del potere.
Tali titolari sono tutti coloro che,
vivendo con i loro congiunti a spese del pabulum
sottogovernativo messo a loro disposizione dall’oligarchia
dominante, alle scadenze elettorali vengono massicciamente
mobilitati onde persuadano tutti gli altri cittadini, cioè
le vittime del loro parassitismo, a votare more solito,
cioè in modo da mantenere l’establishment”.
Toni ormai non si stupiva più di nulla,
circa il comportamento dell’uditorio; tuttavia provò una
certa sensazione quando uno studente, per altro acconciato
più propriamente degli altri, osò interrompere il professore
per dire: “Senta, io provengo da una scuola alberghiera,
cioè in pratica ho fatto il cameriere fino a ieri: ho
studiato l’inglese e credo di sapere che establishment
significa “situazione” o “potere costituito”, ma non so
nulla di latino; quindi la prego di non usare più questa
lingua, che ormai è morta anche per i preti, e di spiegarci
cosa significano le espressioni che ha impiegato”.
Per nulla offeso, il professore
precisò: “Pabulum significa “mensa” e si impiega
nel linguaggio scientifico per indicare materiali nutritizi
su cui si sviluppano esseri viventi, per lo più germi.
More solito significa “secondo l’usuale costume” cioè
“come al solito”: è una locuzione ormai entrata nell’uso
comune. Riprendendo il filo del discorso, vorrei
sottolineare che la persuasione a votare come al solito
viene esercitata più o meno occultamente, attraverso i mezzi
tecnici oggi a disposizione, cioè i mass media o
“mezzi di comunicazione di massa” – precisò l’oratore
rivolgendosi all’ex cameriere il cui titolo di studio
consente oggi l’iscrizione all’università – dai quali mass
media i prodotti della propaganda politica vengono
confezionati e venduti al pubblico come quelli della
campagne promozionali dei detersivi e dei deodoranti.
Naturalmente, la cosa comporta spese
enormi, che vanno ad aggiungersi a quelle necessarie per il
mantenimento dei mastodontici apparati dei partiti, spese
che vengono affrontate grazie alle estorsioni e alle
connivenze di cui sono piene le cronache, cronache che
talora giungono agli atti delle competenti commissioni
parlamentari, ove si fermano.
Vi è dunque un modo molto più efficace
della violenza per rovesciare la situazione, un modo
incruento che risulta congeniale a tutti coloro che
preferiscono usare il cervello anziché le mani (a casaccio,
cioè sui giusti e sugli ingiusti, come appunto fanno i
terroristi)”.
A questo punto il clamore si fece
assordante e Toni ebbe modo di obiettare che l’assemblea era
grosso modo divisa in due fazioni, delle quali l’una
sembrava concordare con il docente o quanto meno intendeva
lasciarlo proseguire, mentre l’altra ne dissentiva ed
esprimeva il suo dissenso con espressioni coinvolgenti la
paternità degli interlocutori e insinuanti rapporti
illegittimi di madri e sorelle nonché consimili irregolarità
di cui Toni non udiva più parlare dai tempi del suo servizio
militare, prestato in fanteria.
Si accennò persino qualche tafferuglio,
fortunatamente abortito. Gradatamente, la voce tonante del
docente superò il clamore: “Questa procedura comporta
l’impegno di tutti coloro che hanno compreso i termini della
questione (e in primo luogo, quindi, degli intellettuali,
cioè di coloro che per definizione lavorano con il
cervello).
Tale impegno deve essere volto a
pretendere che dalle liste elettorali siano proscritti gli
uomini compromessi e in subordine deve essere volto ad
adoperarsi perché le preferenze siano accordate a uomini
nuovi.
Bisognerebbe poi che i cittadini
entrassero in massa nei partiti, riducessero al minimo la
delega dei poteri ai vari capi (che tra l’altro, talora sono
autentiche code!) e rendessero il mestiere di capo così
impegnativo che i prescelti non solo non dovrebbero far
nulla per essere confermati, ma al contrario dovrebbero
veder l’ora di essere esonerati e di poter così passare la
mano ad altri.
Oggi, invece, la scalata al potere
scatena grosse guerre intestine nell’ambito dei singoli
partiti e cosa vi sia nel grosso intestino, chiunque lo
apprende dal proprio olfatto sin dalla nascita… La
situazione è nel complesso tale da richiamare la definizione
di Valery, secondo cui la politica è l’arte di impedire alla
gente di immischiarsi nelle faccende che la riguardano…
È evidente che l’alternativa a questo
estremo tentativo di salvataggio della democrazia non può
essere che una dittatura, la quale avrebbe, è vero, un volto
italiano, ma pur sempre dittatura sarebbe…”.
Come Toni da parecchio prevedeva, il
“seminario” esitò in tumulto: il professore si ritirò, il
clamore andò alle stelle, oggetti vari solcarono la rovente
atmosfera dell’aula, gruppuscoli avversi cominciarono a
dialogare manualmente.
Defilando Sheila dietro di sé, Toni
riuscì a fatica a guadagnare l’uscita. “Non quelle del
professore – fu il suo commento – ma quelle degli studenti,
sono le scienze politiche che applicano i nostri politici”.
1) Pubblichiamo uno
stralcio dal libro “Toni e Sheila (confusione e
liberazione)”, di Ernesto Bis (Giardini Editori e Stampatori
in Pisa, 1986). Riproduzione riservata.
*Dice di sé.
Ernesto Bis pseudonimo di
Francesco Candura, professore emerito di
medicina all’Università di Pavia.
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