LETTURE
SULPICIA, LA SAFFO DELL’ANTICA ROMA
Poetessa di carattere,
emblematica, che si ispirava ai poeti neoteroi. I suoi
versi sono una dichiarazione dell’uguaglianza sociale tra
gli uomini
Rudy Tarantino*
Nella
letteratura latina emergono, esclusivamente, figure di
autori uomini, per cui si è sempre ritenuto che alle donne
non fosse concesso scrivere, tanto meno leggere. Nonostante
Tito Livio ed altri famosi storici antichi raffigurassero
nelle loro opere donne colte e partecipi non solo dell’elite
culturale del mondo antico, ma anche della società e della
politica dei Cesari, già gli umanisti allontanarono l’idea
che nel mondo classico potesse esserci un autrice, una
poetessa o una scrittrice degna di nota.
Il tutto veniva spiegato semplicemente,
avvalorando l’idea che la letteratura, come lo scrivere, era
cosa da uomini e che le donne non avessero la giusta
predisposizione d’animo al mondo delle lettere, al genio
letterario. Questi pregiudizi erano rafforzati anche dal
fatto che nel mondo antico alle donne non era concesso
recitare a teatro e che, dunque, le parti femminili nelle
opere teatrali classiche erano rappresentate dagli uomini.
Si è venuta così a creare una letteratura e una visione del
mondo antico completamente “al maschile” che, in realtà,
mette in ombra uno dei veri aspetti della classicità: un
mondo nel quale, infatti, esistevano tante poetesse, donne
dall’animo sensibile che deliziavano con il loro canto un
vasto e colto pubblico.
È inutile soffermarsi sulla celeberrima
poetessa di Lesbo, Saffo, tanto decantata e imitata fino ai
nostri giorni: la novità è che anche la letteratura latina,
spesso imitatrice delle opere greche, può vantare nella sua
lunghissima lista di autori, autrici famose e ricercate. È
il caso di Sulpicia, poetessa dalla sorte, purtroppo,
tragica. Caduto l’Impero romano, come molti altri autori del
mondo antico, viene pressocchè dimenticata. Le sue opere non
sono state mai ritrovate, se non accennate o citate da altri
grandi autori latini, che la descrivevano come una
cortigiana dell’imperatore Domiziano, scambiandola, però,
con un’altra Sulpicia vissuta molto tempo dopo.
Di Sulpicia, la poetessa, oggi, non
restano che pochi componimenti, desunti dal “Corpus” di
Tibullo, poeta a lei contemporaneo. Si ritiene, appunto, che
nelle opere attribuite a Tibullo dalla tradizione, siano
confluite anche alcune poesie di Sulpicia e che ciò sia
dovuto dal fatto che entrambi decantavano un amore non
ricambiato. Analizzando accuratamente alcune elegie si
evince una poetessa di carattere, emblematica, che si ispira
ai poeti neoteroi e, in particolare, alle poesie amorose di
Catullo, il maggior poeta d’amore del mondo classico. Ma chi
era veramente Sulpicia? In quale ambiente socio-culturale
aveva vissuto e dove aveva maturato la sua poetica
d’ispirazione catulliana?.
Le prime notizie sull’esistenza di
Sulpicia – nonchè la sua riscoperta – si devono
all’americano Carol Merriam, che nel 1991 pubblicò un
articolo sulla “scoperta” della poetessa romana. Visse a
Roma, ai tempi di Augusto, ed era la nipote di Messalla,
compagno di studi di Cicerone.
Messalla, al cui circolo, secondo fonti
di poeti dell’epoca, Sulpicia apparteneva, era un grande
generale che aveva combattuto a fianco di Ottaviano nella
battaglia di Azio, nel
31 a.C. Divenuto sostenitore della
politica augustea e intimo amico di Mecenate, fondò
anch’egli un circolo che prese il suo nome. Il circolo di
Messalla, appunto, raccoglieva numerosi poeti e pensatori
del tempo. Tra i frequentatori di questo circolo è da
ricordare proprio Tibullo nel cui corpus sarebbero confluite
le poesie di Sulpicia. Le composizioni attribuibili alla
poetessa sarebbero sei poesie (dalla settima alla
dodicesima) del IV libro delle elegie di Tibullo.
In questi componimenti si evince
un’appassionata storia d’amore tra Sulpicia e Cerinto. Non
si sa chi sia Cerinto, anche se alcuni studiosi, come Eva
Cantarella, suppongono si tratti di uno schiavo o comunque
un uomo di bassa estrazione sociale. Ciò spiegherebbe sia il
tono sempre drammatico usato dalla poetessa, sia il problema
dell’amore contrastato, tematica saliente nelle elegie in
questione. Si crede, non senza ragione, che Sulpicia fosse
una donna colta e raffinata, la nipote dello stesso Messalla.
Pertanto una fanciulla appartenente alla gens romana, al
patriziato, non poteva assolutamente rivolgere il suo cuore
a uno schiavo o a uno sconosciuto.
I suoi versi oltre a rivelare l’amore
per un uomo di una classe inferiore, sono una dichiarazione
poetica dell’uguaglianza sociale tra gli uomini e imitano,
stilisticamente, Catullo e le sue nugae, o
sciocchezze. È proprio attraverso queste “sciocchezze”,
piccole elegie d’amore, versetti semplici e arditi che
emerge tutta l’originale vena poetica di Sulpicia. Nelle le
sue poesie, infatti, rivela uno stile inconfondibile e ricco
di pathos che fa affiorire l’immagine di una donna
tormentata per un amore irrealizzabile a causa della classe
sociale inferiore di lui. At mihi quid prosit morbos
evincere, quum tu / nostra potes lento pectore ferre mala?
(Ma a me che cosa giova vincere i mali, quando tu tolleri i
nostri mali con un cuore impassibile?), scriveva
nell’undicesima elegia. Bisogna considerare che il tema
dell’amore tormentato era molto caro ai poeti del tempo,
tanto da arrivare dubitare non solo dell’esistenza di
Sulpicia, ma anche di quella di Cerinto.
Numerosi studiosi, in realtà, ritennero
che fosse lo stesso Tibullo a scrivere queste poesie per una
fintio amoris, molto cara alla cultura del tempo.
C’è stato anche chi, pur non dubitando dell’esistenza di
Sulpicia, ha supposto che il suo destinatario, Cerinto, non
fosse altro che Cornuto, amico di Tibullo. A nostro parere,
invece, è giusto ipotizzare non solo l’esistenza di Sulpicia,
ma anche di Cerinto e di non confonderlo con l’amico di
Tibullo. Tale tesi è dimostrabile grazie agli stessi
componimenti di Sulpicia, i quali sono stilisticamente molto
differenti da quelli di Tibullo e l’immagine di Cerinto che
ivi compare è troppo lontana da quella tradizionale di
Cornuto, che emerge nelle elegie di Tibullo. Pertanto sono
da considerarsi due persone differenti.
Inoltre, anche se non si conosce nulla
di Cerinto, basandosi su alcune testimonianze dell’epoca,
emerge che questi sia effettivamente esistito e che fosse,
proprio, persona di bassa estrazione sociale o uno schiavo.
Ciò, come detto, giustificherebbe l’amore tormentato della
poetessa, in quanto lei, donna della buona società, non
poteva amare, né tanto meno frequentare un uomo di una
condizione sociale inferiore.
Cerinto ama perdutamente Sulpicia, ma
nulla può contro le leggi di Roma: Sulpicia è troppo ricca e
importante per lui. Questo dramma profondo ed intimo fra due
amanti diverrà un topos molto caro alla letteratura
mondiale. Ma Sulpicia, nonostante le sue poesie godessero,
nell’antichità, di un notevole successo e sebbene
appartenesse ad circolo culturale molto importante, sarà,
purtroppo, pressocchè dimenticata per quell’errata idea, in
voga soprattutto nel ‘400-500, secondo la quale ad una donna
non poteva essere concesso un posto di riguardo nella
letteratura del mondo antico. E in quello odierno?
*Dice di sé.
Rudy Tarantino. Nato a Napoli il 15
ottobre 1981. Insegna italiano, latino, storia, educazione
civica e geografia nel Liceo Scientifico dell’Istituto
Paritario “S. Lucia” di Napoli, Colli Aminei. Collabora con
“la Tribuna” di
Poggiomarino (Na). Tante passioni. La sua frase preferita,
il detto memorabile del napoletano Giambattista Vico: “Ho
uso di sempre o leggere o scrivere o meditare”.
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MICHELE PLACIDO
Più che premiare
l’ennesimo film di guerra…
preferirei attribuire il
Leone a un film capace di indagare sui
misteri
dell’esistenza e
dell’uomo. Partendo dal privato si può
capire meglio il perché
di tante cose che non funzionano.
(Da
“Corriere della
sera ”,
2006)
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LINA WERTMÜLLER
Come regista, ovviamente,
ho pensato più di una volta a Mina,
perché mi piace
moltissimo, soprattutto per la sua
particolare
caratteristica di mettere
insieme il freddo e il caldo.
(Da
“ Mina. I mille volti di una voce”,
1998)
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