SCIENZA
ALIMENTAZIONE, MITI AFFIDABILI E FALSE CREDENZE
Metodi ammantati da
credibilità scientifica continuano ad essere ritenuti
veritieri e a distogliere l’attenzione dall’unica terapia
per dimagrire: contenere le calorie ed aumentare il
dispendio energetico
Tiziana Stallone*
La
scienza dell’alimentazione è una disciplina giovane, che ha
acquistato una sua dignità in senso clinico e terapeutico
solamente negli anni quaranta, nell’immediato dopoguerra,
grazie agli studi pionieristici, condotti dal biologo e
fisiologo americano Ancel Keys, sulle virtù della dieta
mediterranea, rispetto allo stile alimentare ricco di grassi
animali di America e nord Europa.
Prima di allora, le ricerche in
tema di nutrizione, si vantano pochi nomi di rilievo. Tra
questi Santorio Santorio (1561-1636), medico e filosofo,
nato in Slovenia, ma italiano per formazione ed esercizio
della professione, fantasioso ideatore della stadera, una
bilancia per lo studio dei fenomeni correlati alle
variazioni del peso corporeo. L’attrezzatura consisteva in
una struttura di legno sospesa ad un’enorme bilancia, nella
quale trovavano posto una sedia, un letto ed una scrivania.
Per circa trenta anni lo
scienziato dormì, mangiò, lavorò e svolse attività fisiche
di vario tipo e natura sulla sua stadera, al fine di
monitorare le oscillazioni del peso corporeo. Sulla stadera
di Santorio trovò ospitalità anche Galileo Galilei. Santorio
rilevò che il peso degli alimenti ingeriti era
significativamente superiore a quello delle sostanze escrete.
Dedusse così che il cibo non era eliminato solamente
attraverso forme visibili (feci, urine o sudore), ma almeno
una parte degli alimenti, e della loro potenziale energia,
veniva liberata per altre vie, principalmente attraverso i
pori cutanei, con un meccanismo ben noto ai fisiologi
moderni e che egli stesso definì perspiratio insensibilis.
Fu poi il medico Joseph
Goldberger (1874-1929), nel corso delle sue ricerche sulla
pellagra, malattia che aveva raggiunto proporzioni
epidemiche tra i raccoglitori di cotone dell’America del sud
e tra le popolazioni rurali di Spagna e nord Italia, il
primo a scoprire i risvolti patologici delle carenze
nutrizionali, dando alla scienza dell’alimentazione un
risvolto pratico-clinico.
La pellagra rappresentava allora
un enigma poiché, seppure possedeva tutte le caratteristiche
di una malattia infettiva per diffusione e letalità, essa
non rispondeva ad alcuna terapia ed alla pratica
dell’isolamento, contagiando impietosamente le classi meno
abbienti della popolazione.
A Goldberger il merito di aver
scoperto, tra le solite polemiche e le avversità che tutti
gli studi di rottura comportano, che la causa della pellagra
non risiedeva in un agente patogeno avverso agli umili, ma
nella dieta che essi seguivano.
Dieta monotona a base di solo
mais, priva di carne, derivati animali, frutta e verdure
fresche.
Lo stesso Goldberger, resosi
amaramente conto che arricchire la dieta dei poveri fosse il
suo vero compito irrealizzabile, prima di morire lasciò in
eredità un economico rimedio terapeutico: estratto secco di
lievito di birra, che oggi sappiamo esser ricco di niacina,
anche nota come vitamina PP, dall’inglese pellagra
preventing.
Ad un secolo di distanza da
Goldberger e dalla pellagra, le questioni alimentari che ci
coinvolgono direttamente non sono più gli stati carenziali,
piuttosto gli eccessi calorici e la loro ripercussione sul
nostro stato di salute.
Nemmeno la frugale dieta
mediterranea di Keys e dei contadini del cilento, tra i
quali egli visse fino al 2004, anno in cui morì alla
confortante età di 100 anni, è più in grado di esplicare il
suo ruolo protettivo, poiché tale dieta è stata soppiantata
da suadenti modelli alimentari ipercalorici ed appetibili,
associati ad uno stile di vita sedentario, che talvolta
rasenta, specie nei più giovani, la semi-immobilità.
Nuovi problemi di salute e nuove
emergenze da affrontare, quali sovrappeso e obesità e con
essi diabete, ipertensione, dislipidemie e cardiopatie: le
nostre nuove epidemie.
Torno a tal proposito a ripetere
che la scienza dell’alimentazione, a tutt’oggi, è una
disciplina giovane, con nuovi, emergenti, inquietanti
allarmi da affrontare verso i quali le armi a disposizione
degli specialisti sono poche ed anche spuntate, poiché non
esiste una terapia farmacologica risolutiva, ma solamente
molecole che sono di supporto al paziente che desidera
dimagrire. La stessa chirurgia bariatrica, che dovrebbe
rappresentare il rimedio ultimo – dopo diverse diete fallite
e nessuna risposta ai farmaci – per garantire una perdita
efficace di peso e il miglioramento o la risoluzione delle
patologie ad esso connesse; seppur salvavita in molti casi,
non può essere millantata come una pratica risolutiva e non
è assolutamente priva di rischi e rimane, comunque,
vincolata alla collaborazione e alla forza di volontà del
paziente.
In questo panorama poco
confortante e di difficile soluzione, il paziente in
sovrappeso è, continuamente, distolto e circuito da
allettanti promesse di dimagrimenti indolori, grazie a
questo o a quel metodo rivoluzionario e risolutivo.
Alcuni di questi metodi,
ammantati da credibilità scientifica e sostenuti dalla
pubblicazione di best-sellers letterari, continuano ancora
ad essere ritenuti veritieri e a distogliere l’attenzione
dall’unica terapia ad oggi nota per dimagrire: contenere le
calorie ed aumentare il dispendio energetico.
Triste verità, che risulta spesso
indigesta alle vittime del cibo.
Pertanto non è infrequente
riscontrare, tra gli innumerevoli tentativi di dimagrimento
di una persona, la presenza di diete incongrue e di false
credenze nutrizionali, che proprio chi è avvezzo alle diete
non dovrebbe avere. Le cause di questo dilagare di
affabulatori e dispensatori di impropri consigli sono, a mio
avviso, molteplici.
La prima risiede nell’ingerenza
che molti professionisti di altre discipline esercitano in
tema di diete. Piani dietetici sono comunemente
somministrati da istruttori di palestre, erboristi,
estetisti, naturopati e quant’altro, trasformando
l’alimentazione in qualcosa di empirico e standardizzato,
privo di radici consolidate da anni di studio dedicato.
Pertanto, senza nulla obiettare
alla preparazione di questi professionisti nelle loro
discipline, mi preme sottolineare che è doveroso
ridimensionarne le competenze, poiché la prescrizione di una
dieta spetta a poche figure professionali quali il
dietologo, il nutrizionista (laureato in medicina, in
biologia o in scienza della nutrizione umana) e al dietista,
sotto supervisione medica.
Un’altra causa del dilagare di
miti e false credenze in tema di alimentazione è di natura
psicologica, per il fatto che con una dieta seria e sicura
un paziente obeso impiega, per ritrovare la propria forma
fisica, almeno un anno con impegno, dedizione e sacrificio.
I miti e le credenze nutrizionali sono, invece, una
confortante scorciatoia, una via di fuga dall’incapacità di
sostenere una dieta con costanza, una piattaforma da cui
farsi sostenere quando si è a corto di volontà e di
pazienza.
Tuttavia, recarsi da un dietologo
o da un nutrizionista, non ci dispensa dal poter incorrere
in spiacevoli situazioni. Troppe sono le diete formalmente
perfette, somministrate senza sondare a sufficienza i gusti
e le abitudini.
Tante le prescrizioni frettolose,
affidate al freddo calcolo di un programma, diete che ho
avuto modo in prima persona di visionare e che non tengono
conto nemmeno delle comuni porzioni dei supermercati.
Ricordo ad esempio una dieta che
riportava 60g di yogurt come spuntino pomeridiano, quando i
comuni vasetti sono tarati a 125g! Frequenti le diete
prestampate, consegnate sul momento o le visite condotte con
il cronografo al polso e la fila di clienti dietro la porta.
Il paziente obeso non ha bisogno
di una dieta, ma di essere aiutato a sostenerla, di essere
guidato in un percorso ipocalorico a lungo termine, aiutato
a gestire le eccezioni e ad assecondare le proprie
preferenze.
Paradossalmente, il nutrizionista
è colui che aiuta a mangiare di più, liberando dai sensi di
colpa, nei limiti di un’alimentazione ipocalorica e
bilanciata.
Quella da cibo può essere
considerata una reale dipendenza. Numerosi sono gli studi
che confermano come cibi appetibili, in particolar modo i
carboidrati, gli zuccheri semplici, i grassi e i cibi salati
come patatine e simili sono in grado di innalzare i livelli
di dopamina, un neurotrasmettitore a cui è associato uno
stato di benessere, con meccanismi sovrapponibili a quelli
messi in moto da alcol, droghe, fumo, da un acquisto
gratificante o dal sesso.
A questo punto, potrebbe tornare
utile citare alcune delle false credenze, che si sono
diffuse negli anni, certa che in almeno una di queste possa
essere incappato l’incauto lettore di questo articolo: le
diete di sole verdure meglio note come “dieta del
minestrone” o i digiuni talvolta sostenuti da litri di
soluzioni zuccherine come il succo d’acero, sponsorizzati
come funzionali ad una presunta disintossicazione. Queste
diete in realtà promuovono, anziché inibire, la formazione
di scorie metaboliche come ammonio e corpi chetonici,
poiché, assieme alla lipolisi, causano la perdita di massa
muscolare.
Tali diete sono pericolose se
protratte nel tempo, poiché favoriscono ipoglicemia,
ipotensione, perdita di muscolo e liquidi, anziché di massa
grassa, con conseguente rallentamento del metabolismo.
Le diete iperproteiche, prive di
pane e pasta. Tali diete sono accattivanti, poiché causano
in breve tempo una significativa perdita di peso, che
tuttavia ricompare a seguito dell’introduzione anche di un
piccolo quantitativo di carboidrati.
La biochimica può smascherare il
trucco del facile quanto labile calo ponderale. I chili
persi in questo modo non sono dovuti al solo grasso, ma
anche allo svuotamento del glicogeno epatico (la riserva di
carboidrati nel fegato) che, assieme alla sua acqua di
idratazione, ammonta a circa 2 chili.
Le riserve di glicogeno sono
rapidamente ripristinate, a seguito della reintroduzione di
zuccheri, con conseguente incremento ponderale. Le diete
iperproteiche sono sbilanciate e nel tempo causano
ipoglicemia, disidratazione, alterazioni del tono
dell’umore, a causa dell’eliminazione dei carboidrati e
sovra-affaticamento renale.
La dieta delle
pseudo-intolleranze alimentari, quelle eseguite con test
(anche con prelievo di sangue) la cui validità scientifica
rimane dubbia. Quando si è affetti da un’intolleranza
alimentare seria (come quella al glutine o al lattosio) si
rischia di dimagrire e mai di ingrassare.
Le diete delle false
intolleranze, invece, sono diete evitative abilmente
camuffate. Tipica è la presunta diagnosi di intolleranza al
lievito.
Da un lato questa diagnosi
alleggerisce la coscienza del paziente in sovrappeso, che
individua finalmente la causa del suo stato, dall’altro tale
intolleranza diviene un espediente per eliminare dalla dieta
del malcapitato pane, dolci, pizza, non a caso alimenti che,
se assunti in eccesso, fanno ingrassare. La conseguenza
principale di queste diete è quella di fornire un modello
alimentare frustrante e non sostenibile, con l’inevitabile
riaffiorare del peso in eccesso a seguito della
reintroduzione degli alimenti banditi.
La dieta dissociata, che non è
una dieta costruita appositamente per i pazienti psicotici,
come sospettò erroneamente mio marito psichiatra, e per sua
natura refrattario alle diete, ma quella che si basa sulla
separazione degli alimenti: carboidrati e verdura a pranzo e
proteine e verdure a cena.
Seppur tra le diete citate,
quest’ultima, a meno che non ci si trovi di fronte a
patologie quali diabete o insufficienza renale, non
racchiude in sé rischi particolari per la salute, bisogna
avere sempre l’onestà intellettuale di giustificare al
paziente le motivazioni per le quali si somministra una
dieta, senza ricercare a suo sostegno spiegazioni
scientifiche infondate. Tale dieta si basa sul presupposto
che dividere pasta (carboidrati) dalla carne, pesce o
formaggi (proteine), agevoli la digestione e favorisca il
dimagrimento.
In realtà, la composizione
bromatologica della pasta contiene oltre ad una percentuale
preponderante di carboidrati, anche una buona quota di
proteine.
Così la mozzarella non è composta
di sole proteine, ma anche di grassi e carboidrati.
Dividere il primo dal secondo non
ha dunque alcun senso, se non quello di obbligare il
paziente a servirsi di una sola portata, contenendo in
questo modo le calorie. Il vantaggio è anche di chi
somministra la dieta, che non ha bisogno di lavorare
ulteriormente per elaborare una dieta personalizzata.
In più, quando un alimento, come
ad esempio la pasta, dopo aver soggiornato nello stomaco, si
riversa parzialmente digerito nel duodeno, gli enzimi
pancreatici liberati per il completamento della sua
digestione, sono una miscela in grado di digerire proteine,
grassi e carboidrati.
Dunque il pancreas non è in grado
di modulare il suo secreto in funzione del cibo ingerito.
Pertanto, anche se un alimento fosse ipoteticamente
mono-nutriente, la digestione sarebbe comunque attivata
integralmente, senza semplificazioni o accelerazioni.
Per concludere, la dieta a zona
quella che è forse la più in auge al momento o che,
comunque, ancora non è stata soppiantata da altrettanto noti
modelli nutrizionali.
Tale dieta, elaborata dal
biochimico Berry Sears, racchiude in sé delle qualità. La
prima è quella di aver riavvicinato le persone ai grassi,
alimenti essenziali per un’alimentazione bilanciata, di aver
promosso il consumo di pesce e di acidi grassi omega-3,
dalle proprietà antiossidanti e cardio-protettive. In più la
dieta a zona, a mio parere, ha giustamente ridimensionato e
non eliminato le porzioni di carboidrati.
L’uomo è, infatti, in grado di
sintetizzare grassi anche a partire dall’eccesso di
zuccheri, se questi non sono neutralizzati da una corretta
attività fisica. La pecca della dieta a zona sta nell’essere
diventata un fenomeno commerciale e di aver assunto una
sorta di “missione”, quella di raggiungere ad ogni pasto, il
difficile 40, 30, 30, intendendo con questi numeri, il
rapporto in percentuale tra carboidrati, proteine e grassi.
Da qui il proliferare di snack ed alimenti confezionati per
aiutare il raggiungimento della zona. In realtà la buona
salute ed il dimagrimento non dipendono esclusivamente da
questa miracolosa combinazione di multipli di dieci, e la
concessione di un piatto di pasta o una pizza non dovrebbe
rappresentare un pericolo o scaturire sensi di colpa in
nessuno.
Per fortuna il nostro corpo è una
macchina metabolica capace di adattarsi e tollerare, per
breve tempo, un’alimentazione non equilibrata. Il
metabolismo, e cioè l’andirivieni delle reazioni biochimiche
che costruiscono (e demoliscono) il nostro corpo a partire
dai nutrienti e gli permettono di funzionare, è un groviglio
di circuiti molecolari ad incastro, che prevede vie
alternative, di riserva, capaci di tamponare a breve termine
possibili carenze o eccessi. Questo per ragioni
squisitamente evolutive, le stesse che hanno consentito agli
ominidi, nostri progenitori, di fronteggiare carestie e
cataclismi.
Se ci paragonassimo ad un motore,
potremmo affermare che siamo in grado di funzionare con
diversi tipi di carburante (miscele di nutrienti), ma a
diverse prestazioni. Così un’alimentazione sbilanciata, che
non dà al nostro corpo la corretta energia, ci consente di
funzionare, ma a mezzo servizio e non senza il rischio di
danni. I problemi di un’alimentazione non corretta sono
dunque e per fortuna a lungo termine, quando il corpo ne è
provato oltremisura.
La prima insidia è l’insorgenza
di danni organici come calo delle difese immunitarie,
diminuzione della massa magra (muscolare) anziché grassa,
riduzione del metabolismo basale, con correlata ridotta
efficienza fisica ed intellettiva, scompensi elettrolitici e
cardiocircolatori, danni renali. Per fortuna, le diete non
equilibrate, assieme a miti e false credenze, si
interrompono in media in tempi brevi, a causa della loro
insostenibilità o della comparsa di sintomi iniziali quali
astenia, ipotensione e ipoglicemia, prima di giungere a
conseguenze estreme. In questo abbandono, tuttavia, si
nasconde l’insidia più subdola, quella di far perdere tempo
e la fiducia nel paziente nella possibilità di riuscire a
dimagrire con successo.
Basterebbe sfogliare un album di
foto di famiglia anni cinquanta, osservare i corpi agili dei
nostri genitori e parenti e ragionare per capire che non è
il lievito a farci ingrassare, allora il pane era il cibo
che più di frequente ci si poteva permettere di portare in
tavola, o gli eccessi di proteine ad aiutarci a dimagrire,
poiché nel dopoguerra la carne o il pesce erano un lusso da
concedersi alla domenica.
Per sfatare i miti, le false
credenze ed altre leggende in tema di alimentazione basta,
dunque, un po’ di buon senso. Per dimagrire, invece, molta
pazienza e volontà.
*Dice di sé.
Tiziana Stallone. Biologo e dottore di ricerca in
anatomia umana, svolge la libera professione di
nutrizionista clinico. Le sue passioni: lavoro, musica,
cinema, viaggi, alberi e cimiteri.
tiziana.stallone@virgilio.it
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EDWIGE FENECH
Se il Signore avesse voluto essere più generoso nei
miei confronti
mi avrebbe fatto incontrare
Ingmar Bergman.
E forse quei film erotici non li
avrei mai fatti.
Ma non mi posso lamentare.
Se dovessi tornare indietro quei
film io li rifarei.
(Da “Corriere
della sera ”,
2001)
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