COPERTINA

GIANNI LETTA E IL SUO LETTISMO
ECCO UN BUON SIMBOLO PER IL 2009


 

 

 

E’ il 25 novembre, in una brutta, fredda, nuvolosa giornata d’inverno mi accingo a scrivere questa nota che sarà inserita nell’ultimo numero – datato 2008, infelice anno bisestile – del nostro beneamato Attimo.

Di solito, in questo tipo di note di fine anno, si mescolano bilanci e previsioni. E anche auspici, troppo spesso dolciastri, mielosi, destinati a polverizzarsi nei primi giorni dell’anno che verrà.

Ho il vezzo di propormi come un pessimista globale, ma in questa occasione forse stupirò i miei amici o, comunque, chiunque creda di conoscermi bene. Il mio pessimismo, infatti, è molto moderato, se mi consentite velato da quell’ironia indispensabile, alla mia età, per sostenere la fatica di vivere. Vogliamo dire che le cose vanno già tanto male da rendere inaffidabile la previsione che, nell’immediato futuro, possano andare peggio? Più o meno, è ciò che penso.

Prendiamo i due temi che tanto hanno appassionato, coinvolto e preoccupato l’opinione pubblica: la crisi finanziaria e il nuovo ’68 nelle scuole.

Io credo che la crisi delle Borse non devasterà l’economia dei Paesi occidentali più di quanto già non lo sia, a pezzi. È una crisi finanziaria, che si gioca sopra le nostre teste, e che ci siano occulti e sapienti manovratori o che il terremoto dipenda da fattori ingovernabili, alla fine non succederà niente di diverso rispetto a quanto, storicamente e puntualmente, succede a coronamento di ogni crisi: i ricchi saranno più ricchi e i poveri più poveri – e qualche grande criminale della finanza, qualche avventuriero in agguato ne approfitterà, in stile far west, per arricchirsi indebitamente e rapidamente.

Pensate ad esempio alla caduta e alla frantumazione dell’Unione sovietica: milioni di russi erano poveri miserabili, sotto il tacco della nomenclatura comunista e miserabili sono rimasti dopo la svolta libertaria – una svolta storica che, se da una parte ha favorito l’ascesa al potere di politici intraprendenti e di sincera o finta buona intenzione democratica, dall’altra, quanto alla conquista del denaro, ha privilegiato non solo gli imprenditori lungimiranti, pronti a buttarsi nel libero mercato, ma ha dato via libera anche a mafie, organizzazioni criminali, manigoldi d’ogni risma.

Quanto alle ribellioni studentesche, penso che il ‘68 ebbe ben altra spinta, idealmente almeno, rivoluzionaria: provocò ingenti danni, ma alla radice si leggeva una purezza, un’innocenza di sentimenti, e anche una fantasia utopistica, una determinazione sgangherata, ma ammirevole, di cambiare le cose, grandi scenari che certo non si intravedono nel malessere e nelle schermaglie di oggi, inquinate dalle strumentalizzazioni politiche.

 

Che altro?

 

I sogni di Obama (la sua elezione è un altro evento straordinario dell’anno che va ad estinguersi) si arrenderanno ben presto di fronte a difficoltà oggettivamente insormontabili, quando si troverà di fronte alla possibilità, e non più solo al desiderio, di pigiare i bottoni del comando. E delle due l’una: o il nuovo Presidente si avventurerà in temerari rinnovamenti, con conseguenze non immaginabili, ma probabilmente infauste; o si rifugerà nella prudenza e nel buon senso degli opportunismi, con la conseguenza di provocare delusione e sconforto in chi l’ha votato, confidando in una svolta di sapore kennediano.

 

E poi?

 

Provo a dare uno sguardo alle prime pagine dei giornali di oggi. La Chiesa attacca la Spagna, a causa della decisione di far rimuovere i crocifissi dalle aule di una scuola pubblica di Valladolid. E l’“Osservatore romano” scrive: “Che si giunga a considerare un crocifisso offensivo in Occidente si può solo interpretare come un sintomo allarmante di amnesia o necrosi culturale”. Oh, ecco un punto fermo – tra i dubbi e le incertezze di una società sempre più povera di riferimenti sicuri: la Chiesa c’è. A prescindere da questa vicenda (un liberale assoluto come me la pensa in questo modo: che il crocifisso stia pure appeso a quei muri scolastici, chi ci crede ne sarà gratificato, chi non ci crede non certo di questo simbolo può aver fastidio!), una previsione è certa: la Chiesa c’è e ci sarà, e questo sarà anche un dato rassicurante per miliardi di fedeli, ma non può mettere di buon umore né chi, privo del conforto della fede in Dio, avversa le chiese di ogni genere, che siano religiose, ideologiche o politiche, né chi, con il conforto di Dio, comunque consideri inopportune e inaccettabili le ingerenze, le invadenze, le violenze, comunque i poteri, poco spirituali, della smisurata organizzazione clericale nel mondo.

Altro tema preoccupante è la violenza. E una notizia sui giornali di oggi riguarda quattro ragazzi di Rimini che hanno confessato, tranquillamente, di aver dato fuoco ad un barbone “solo per divertimento”. Quali auspici ottimistici si possano trarre da notizie di questo tipo, proprio non saprei. Sono anche ragazzi incensurati: intorno allo spaventoso delitto si delinea (leggo i titoli) la normalità del male, un’ “Arancia meccanica” di provincia, l’assenza di ideali, di comune sensibilità. Dicono le madri: “Sono ragazzi bravissimi”. Da cosa allora sono mossi, a cosa s’ispirano? Si rafforza la mia idea, di fronte a episodi di scellerata barbarie come questo, che la vita sia assolutamente priva di senso. E, al di là dell’orrore, mi dispiace che perfino i grandi giornali possano definire “barbone” un uomo che ha fatto, o è stato obbligato a fare, una scelta di vita diversa. E a cui, cionondimeno, è dovuto “il rispetto della persona”, previsto anche per legge.

Penso con amarezza che proprio nella scuola, nell’istruzione, potremmo trovare la chiave per dare ai nostri figli e ai nostri nipoti la possibilità di costruire una società più civile. Ma quanto stiano a cuore la scuola e l’istruzione alle classi dirigenti che hanno governato l’Italia negli ultimi lustri si evince da un’altra notizia orribile di qualche giorno fa: in una scuola torinese è crollato un soffitto, un ragazzo è morto, altri venti sono rimasti feriti. Nei giorni seguenti (le inchieste sono sempre tardive) i giornali hanno avviato indagini e approfondimenti nelle scuole di tutta Italia: si è capito così che quella notizia di cronaca non si riferisce ad un episodio isolato, ma quasi dovunque esistono situazioni di analoga insicurezza, da Milano (leggo su “La Repubblica” di oggi) ad Anzio, da Napoli a Cerveteri, da Rivoli a Torre del Greco, da Trieste a Roma... In molti casi ci sarebbero perfino fondi disponibili per intervenire e migliorare lo stato delle cose, ma gli interventi sono bloccati dall’altra brutta bestia – dopo la corruzione delle classi dirigenti – che affligge la società italiana, l’inetta burocrazia.

Vorrei concludere con qualche parola positiva, almeno di speranza. La situazione italiana è di emergenza: come ho scritto, non prevedo rovine e catastrofi, ma la situazione sarà sempre, lentamente e inesorabilmente, più deprimente.

La via di uscita non sta in “svolte” improbabili, in provvedimenti drastici e rivoluzionari: difficili da immaginare, impossibili da realizzare. Si potranno raddrizzare molte storture, solo se si riuscirà a ristabilire un clima di moderazione e di dialogo in un Paese spaccato in due metà apparentemente inconciliabili.

Che il governo di Berlusconi (che ne ha le possibilità, i numeri) governi cercando di cambiare, migliorare, innovare; e che l’opposizione faccia, e abbia la possibilità, di fare il dover suo. L’auspicio è che le parti riescano a trovare, anche autocriticamente, il buon senso pragmatico di parlarsi, capirsi, intendersi e collaborare. Utopie? Forse. Ma senza quest’indispensabile approccio alla mediazione non sarà possibile alcun reale, e duraturo, passo avanti. I miracoli sono impossibili. Dunque l’unica onesta e possibile speranza oggi è che maggioranza e opposizione, senza rinunciare mai alle loro convinzioni, sappiano trovare punti di intesa e conquistare la stima, reciprocamente, degli avversari.

Perciò, come simbolo di quest’augurio, abbiamo scelto per la nostra copertina di fine anno Gianni Letta. È l’immagine di un uomo onesto, che conosce la politica e la burocrazia, conosce a fondo il Potere, ma non ne è mai rimasto corrotto, ed ha imparato – lavorando tenacemente – a mediare ogni volta che sia possibile, ottenendo per sé il rispetto da parte degli altri e per gli altri esprimendo concretamente, a sua volta, rispetto e considerazione.  

Letta non è certo l’uomo, nessuno potrebbe esserlo, in grado di decidere da solo. È, semplicemente, un simbolo di ciò che chiunque, nel suo piccolo angolo, potrebbe fare, giorno per giorno, lavorando per mandare avanti le proprie idee e mai disprezzando o rifiutando, pregiudizialmente, quelle degli altri (mi piacerebbe lanciare uno slogan: il “lettismo”). Per questo motivo, negli attimi fuggenti delle obbligate speranze alla vigilia di un anno nuovo, lo indichiamo, senza enfasi, come il personaggio, popolare e autorevole, di riferimento del 2009.



Cesare Lanza




LUCA EVANGELISTA

Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide,

dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea e alla città di

Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con

Maria sua sposa, che era incinta.

Ora, mentre si trovavano in quel luogo,

si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio

primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia,

perchè non c’era posto per loro nell’albergo.

(Da “Vangelo di Luca”, II, vv. 4-6).






 

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