INTERVISTE
ANNA MARIA ARTONI, L’AZIENDA ERA IL MIO SOGNO DA BAMBINA
Aprendosi al futuro le città
italiane possono divenire luoghi nei quali giovani
talenti si sentano incoraggiati ad operare e a vivere in
condizioni ideali per attuare ricerca e innovazione
Antonella Parmentola*
Anna
Maria Artoni, 40 anni, punto di riferimento per il mondo
imprenditoriale, ha ricoperto, infatti, la carica di
presidente di giovani imprenditori di Confindustria, è oggi
vicepresidente dell’Artoni Group, azienda di famiglia,
fondata dal nonno nel 1933 e presidente di Confindustria
Emilia Romagna. Nota al grande pubblico per certe importanti
prese di posizione (come quando da presidente dei giovani
imprenditori sostenne che gli immigrati sono il futuro
dell’Italia), è molto schiva e riservata per quel che
riguarda il suo privato.
“Non dicevo esattamente così, ma
che certamente l’immigrazione di qualità rappresenta una
forza necessaria per lo sviluppo delle economie occidentali.
Negli ultimi decenni l’immigrazione è stata utilizzata da
alcuni stati, tra i quali Usa, Canada e Australia, come leva
dello sviluppo industriale. Oggi questi stessi Paesi ne
stanno facendo un elemento strategico per accrescere la
propria competitività sul piano internazionale, incentivando
l’immigrazione qualificata, l’arrivo dei cervelli. L’Europa
dovrebbe imboccare la stessa strada, se vuole davvero
diventare quell’economia “basata sulla conoscenza più
competitiva e dinamica del mondo” che si è posta come
obiettivo in occasione del consiglio europeo di Lisbona”.
Signora Artoni, digitando su un
motore di ricerca il suo nome, appaiono soltanto pagine
professionali o di sue interviste. Della sua vita privata
nemmeno una riga. Una scelta precisa o un caso?
“È stata una scelta precisa”.
La sua famiglia è, praticamente, da
sempre dedita all’impresa fondata da suo nonno. Che ricordi
ha di lui?
“Mio nonno paterno morì nel 1972
dopo lunga malattia. Ero troppo piccola e – purtroppo – non
ho ricordi diretti, ma solo racconti di familiari ed amici
che hanno avuto la fortuna di conoscerlo”.
Da bambina avrebbe mai immaginato
per lei questo futuro?
“Fin da piccola ho sempre
immaginato il mio futuro nella azienda di famiglia”.
Quali erano i suoi giochi
preferiti?
“Quelli di tutte le bambine. E poi
amavo molto dipingere”.
Quando ha deciso o sentito che il
suo posto era in azienda?
“Come le dicevo prima, è ciò che
desidero da sempre. Nel tempo l’ho realizzato”.
Oggi ricopre la carica di
vicepresidente dell’Artoni Group. Suo padre ne è il
presidente. Come sono i vostri rapporti? Il padre e la
figlia hanno la meglio su presidente e vicepresidente?
“I nostri rapporti sono molto buoni
e costruttivi. È evidente che – di tanto in tanto – il
rapporto familiare prevale su quello professionale”.
Le è mai capitato di essere
profondamente contraria ad una scelta di suo padre, o
viceversa? E in questo caso come agisce?
“Certo, anche se non siamo mai
stati in disaccordo su questioni fondamentali. Si discute e
si cerca di trovare una soluzione, come in tutte le
aziende”.
Nel maggio di quest’anno suo padre
è stato nominato cavaliere del lavoro dal Presidente Giorgio
Napolitano. Come ricorda quel giorno?
“Una grandissima emozione; sono di
parte, ma credo che mio padre abbia meritato fino in fondo
quell’onorificenza, per l’amore e la dedizione profusi nel
lavoro e nella azienda, che ha fatto crescere in questi
anni. È stato un grande onore per lui, ma anche per me, la
mia famiglia e per tutti i collaboratori della nostra
azienda”.
C’è una donna, non necessariamente
un’imprenditrice, che costituisce per lei un modello di
riferimento?
“Mia madre. È stata ed è un grande
esempio per me”.
A proposito di donne
imprenditrici: nonostante un discreto incremento, non
riescono ancora ad affermarsi appieno. Quali gli ostacoli
maggiori?
“Se la condizione complessiva delle
donne sul nostro mercato del lavoro sconta ancora gravi
deficit, il mondo dell’imprenditoria femminile rappresenta
invece – in Italia – un’isola felice. Il trend di crescita
dell’impresa in rosa negli ultimi anni è così forte da non
avere eguali in altri ambiti e da coinvolgere l’intero
territorio nazionale, senza differenze di rilievo tra nord e
sud.
Oggi quasi un’impresa su quattro,
in Italia, è guidata da una donna. Il numero delle donne
imprenditrici è poi, particolarmente, alto nelle generazioni
più giovani, oltre il 40% sotto i quarant’anni. Ormai
prevale in tutta Europa un nuovo approccio culturale: non
più politiche per la parità dei sessi, ma politiche capaci
di valorizzare le differenze tra i sessi. Nonostante ciò
l’Italia è ancora lontanissima dall’obiettivo, fissato a
Lisbona, di un tasso di occupazione femminile pari al 60%:
siamo all’ultimo posto nella classifica dell’occupazione
femminile in Europa.
Tra l’altro, il fenomeno più grave
riguarda le donne che abbandonano l’occupazione alla nascita
del primo figlio. Ciò accade perché in Italia, più che in
altri Paesi, la conciliazione tra responsabilità familiari e
partecipazione al mercato del lavoro continua ad essere
considerata una questione privata. Se vogliamo raggiungere
gli obiettivi di Lisbona, occorre mettere in campo una
strategia organica e azioni forti per l’inclusione delle
donne nel mercato del lavoro. Il cuore del problema è dotare
l’Italia di adeguati strumenti di supporto alla donna che
sceglie di conciliare il lavoro con la maternità”.
Secondo recenti statistiche, le
ragazze del sud hanno un grado d’istruzione superiore a
quelle del nord, eppure il loro livello di occupazione resta
basso. Come invertire la tendenza?
“Non è solo un problema femminile,
ma generale. Il nostro è un Paese bloccato: siamo tutti
vittime, imprenditori e lavoratori, di un deficit culturale.
Ritengo già da tempo necessaria una riforma degli assetti
contrattuali, che renda sempre più leggero – tendenzialmente
normativo – il contratto nazionale, garanzia di uno zoccolo
duro di diritti e di doveri, e attribuisca maggior peso al
contratto aziendale.
Sarebbe la naturale evoluzione
dell’accordo del 1993. Da promuovere con meccanismi di
mercato: rendendo conveniente per le imprese l’uso del
contratto di secondo livello. Una riforma di questo tipo
renderebbe più flessibile il mercato del lavoro, favorendo
l’incontro tra domanda e offerta, senza toccare però i
diritti dei lavoratori. Aiuterebbe il rilancio economico e
l’assorbimento della disoccupazione nel Mezzogiorno, che
diverrebbe più attraente per le imprese italiane e
straniere”.
Anche la politica non è un campo in
cui le donne possono dirsi pienamente protagoniste. Lei
sarebbe favorevole all’inserimento delle quote rosa o la
ritiene una forma di ghettizzazione?
“Sono sempre stata contraria al
meccanismo delle quote, perché credo fermamente – anche in
politica – nel principio del libero mercato e quindi del
merito. Ma è così profondo in quest’ambito il gap tra
l’Italia e il resto d’Europa, che vale la pena
l’introduzione di quote per le candidature femminili nei
vari momenti elettorali. Ottenuto il risultato che tutti
auspichiamo – molte più donne candidate, più donne elette –
è ragionevole sperare che non sia più necessario adottare un
meccanismo del genere e che si possa tornare al “libero
mercato” della politica, con più donne protagoniste”.
È stata mai tentata dal mondo della
politica?
“Ho passione civile e mi piace
svolgere attività di rappresentanza, ma l’impresa è la mia
priorità”.
Scuola e università sono scosse da
un’onda di malcontento. Cosa, secondo lei, i ragazzi
dovrebbero pretendere dal mondo della formazione?
“L’università è la sede decisiva in
cui investire per una società più dinamica. Ma la vera
strozzatura alla costruzione di una società dei talenti è il
modello e la capacità di finanziamento dei nostri atenei. È
necessario liberalizzare le tasse universitarie e al tempo
stesso varare programmi finanziari su larga scala a sostegno
degli studenti meritevoli. Prendiamo esempio dalla Gran
Bretagna di Tony Blair, che fissò in un libro bianco
sull’università due obiettivi strategici, che dovrebbero
diventare anche i nostri: garantire che i giovani più dotati
potessero accedere all’università, garantire che le migliori
università nazionali potessero competere con i migliori
atenei del mondo.
Da qui nacque la decisione di
incrementare le borse di studio e i prestiti per i migliori
studenti bisognosi e, al tempo stesso, di aumentare i
contributi che gli studenti dovevano pagare alle università
migliori. Tutto ciò accompagnato da un sistema di
valutazione su scala nazionale degli studenti più
meritevoli, con esami di ammissione alle università
nazionali fortemente competitivi.
Per poter realizzare la riforma, il
governo britannico moltiplicò le risorse a disposizione del
sistema universitario: in particolare, aumentò del 30% in
tre anni gli stanziamenti a favore della ricerca”.
Suo padre ha fatto della
trasparenza e dell’innovazione i valori cardine della vostra
azienda. Crede che il sistema Italia debba investire
maggiormente nell’innovazione, anche riuscendo a trattenere
i cosiddetti cervelli in perenne fuga?
“Nel disegnare la strategia di
crescita del nostro sistema economico, l’Italia deve puntare
sull’uomo ponendolo al centro dello sviluppo: liberando
energie nascoste, dando vita ad un miracolo scientifico e
tecnologico. Investire sull’uomo vuol dire, anzitutto,
valorizzare e supportare chi dedica gran parte della propria
vita alla ricerca e all’innovazione, alla scoperta delle
nuove frontiere.
L’Italia, piuttosto che inseguire
ricercatori che probabilmente non torneranno più, può
attrarne di nuovi. Spesso dimentichiamo che il nostro Paese
è un luogo unico al mondo per bellezza, clima, ricchezza di
arte e cultura.
Riscoprendo le loro radici e
aprendosi al futuro, le città italiane potrebbero divenire i
luoghi nei quali i giovani talenti si sentano stimolati e
incoraggiati ad operare e a vivere. Grazie ad una qualità
della vita più alta, nel grande mercato della formazione
globale, l’Italia potrebbe proporsi come luogo ideale per la
ricerca e l’innovazione”.
La crisi finanziaria che ha
investito i mercati europei e d’oltre oceano ha dimostrato
che il capitalismo, così come era inteso, ha vistose lacune.
Da dove ripartire?
“Ho sempre creduto e credo
profondamente nel mercato. Ma il mercato ha bisogno di
regole. Il mondo è cambiato – ormai è globale –, ma le
regole sono rimaste locali e frammentate. Occorre rivederle
per garantire trasparenza e un mercato corretto”.
Gli Stati uniti hanno eletto come
loro presidente Barak Obama, il primo afroamericano alla
guida della più grande potenza occidentale. Confida che
prima o poi sarà anche il turno di una donna?
Considerando la sconfitta di Hillary Clinton, i pregiudizi
verso i neri si sono dimostrati inferiori a quelli verso le
donne?
“Penso che in America abbia vinto
la democrazia. L’America ha dimostrato – anche questa volta
– di essere un Paese in cui non conta il genere, il colore,
l’età, la religione, ma il merito e le capacità per
realizzare il sogno”.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai
tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro
etimologia, del loro senso originale e della successiva
evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui
tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire
qualcosa possa ancora fare la differenza.
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EDUARDO DE FILIPPO
Tu scendi
dalle stelle, o mia Concetta, e i’ t’aggio comprato
sta borzetta / Tu scendi dalle
stelle, Concetta bella,
e ‘i t’aggio accattato chist’
ombrella.
(Da “ Natale
in casa Cupiello”,
1931)
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