INTERVISTE
FRANCO NOBILI “LA DEMOCRAZIA IN ITALIA È FORTE E BEN
RADICATA”
Solidarietà, giustizia
sociale, lavoro, sono gli effetti che il capitalismo
moderno deve offrire. Il mondo diviso tra ricchi e poveri
non potrà andare avanti per molto
Matteo Lo Presti*
Ospitiamo l’ultima intervista
rilasciata da Franco Nobili,
prima della sua scomparsa nel
novembre 2008.
Le sue dichiarazioni, lette
oggi,
assumono la valenza di un
testamento politico e morale.
Franco
Nobili, classe 1925, ha una storia personale e professionale
che s’intreccia profondamente con la storia della rinascita
del nostro Paese. Cavaliere del lavoro dal giugno 1977, ha
presieduto l’istituto Luigi Sturzo e l’associazione per la
valorizzazione della democrazia in Italia, che coordina
ventuno fondazioni social-cristiane.
Direttore della rivista “Civitas”,
che fu di Meda, De Gasperi, Taviani, ha ricoperto cariche
direttive in numerose associazioni e fondazioni culturali in
ambito nazionale ed internazionale, e nel management del
settore della finanza e delle costruzioni. Dal novembre 1989
al maggio 1993 ha ricoperto la carica di presidente
dell’Iri, istituto per la ricostruzione industriale.
Lei è stato uno dei più noti e
affermati protagonisti della vita pubblica italiana, attore
dei successi della ricostruzione economica nel dopoguerra.
Quali virtù animavano allora gli imprenditori?
“La guerra aveva distrutto il
sistema imprenditoriale italiano, che negli ultimi anni si
era concentrato più sulle esigenze belliche del Paese che su
quelle di una società civile in sviluppo. L’Iri fu la mossa
scelta da De Gasperi per porre mano ai problemi nuovi sorti
al termine del secondo conflitto mondiale.
L’istituto dovette programmare non
soltanto il salvataggio di ciò che di buono e di
utilizzabile era rimasto in piedi, ma anche e soprattutto la
selezione e la formazione di una nuova classe manageriale,
in grado di assicurare non solo la vita e il successo delle
aziende ricostruite, ma la loro attiva presenza nel nuovo
prevedibile, già in parte in corso, che avanzava nel mondo
occidentale. Tutte le virtù necessarie per questi compiti
furono messe in campo con successo”.
Oggi, polemicamente, qualcuno
sostiene che in Italia più che di imprenditori bisognerebbe
parlare di impresari: siamo scesi così in basso?
“Non sono d’accordo. Il sistema
imprenditoriale italiano è solido: sia il capitale investito
sia il lavoro che sorregge le imprese; gli imprenditori sono
coscienti del mercato e delle sue nuove regole, così come
sono consapevoli della parte di valore sociale che assume
ogni impresa moderna”.
L’economia mondiale sembra
riscoprire la bontà degli interventi statali e ripercorrere,
per esempio, le strade teoriche del sempre giovane Keynes e
gli itinerari pratici dell’Iri. Lei dell’Iri è stato
presidente per quattro anni, come ricorda quella stagione?
“Stato e privato sono elementi
inscindibili di un sistema di imprese. Il primo con leggi
che potenziano la capacità di produrre ricchezza per il
Paese, il secondo sentendosi parte importante del sistema
stesso.
L’intervento statale può essere
necessario specialmente per alcuni settori di maggiore
sevizio pubblico e sociale, e soltanto un correttivo per gli
altri. Con questo principio l’Iri rimise in piedi i pilastri
del nuovo sistema imprenditoriale produttivo italiano”.
La Democrazia cristiana governò il
paese in mezzo a tante difficoltà, eppure oggi se ne ha un
flebile ricordo, almeno tra le nuove generazioni. Come è
potuto accadere?
“Sono convinto, e non sono il solo,
che la Dc sia uscita di scena, pur fra tanti meriti, non per
questioni di moralità legata ai noti fatti definiti
tangentopoli, ma per il progressivo allentamento della sua
forza ideale, dovuto soprattutto all’inaridimento delle
fonti di approvvigionamento di materiale umano. In sostanza
da un momento in poi, nessuno (o quasi) si è preoccupato di
selezionare, ricercare e preparare le nuove leve del
pensiero sociale cristiano.
E l’ideale si è disperso e
addirittura, per alcuni aspetti, inquinato e confuso.
Ogni speranza di ripresa passa, a
mio avviso, per le strade di una nuova selezione e
formazione – nella continuità ideale – delle nuove
generazioni. Lo ha detto e chiesto anche il Papa. E ciò non
presuppone per forza la costituzione o ricostruzione di
forme di partito”.
È noto il suo lungo sodalizio con
Giulio Andreotti e immagino che i legami di amicizia siano
antichi e forti: ha mai avuto discussioni accese, divisione
di opinioni con il Divo Giulio?
“È difficile dire qualcosa di nuovo
su Giulio Andreotti. Il nostro sodalizio è stato sempre
stretto e mai disturbato da differenze di opinioni.
La vita lunga che Dio gli concede è
un regalo a tutti coloro che vedono strettamente uniti il
passato, il presente e il futuro del Paese e della politica
intesa come funzione prettamente sociale, votata unicamente
al bene comune”.
Da anni si chiede un impegno
concreto per realizzare infrastrutture che consentano
l’ammodernamento del nostro Paese; un esempio per tutti la
costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Alcuni
sostengono che forse sarebbe più opportuno dotare una
regione ostaggio della mafia di migliori acquedotti e di una
migliore rete ferroviaria.
“Non è la mafia o altro che deve
impedire al nostro Paese di fare grandi opere pubbliche,
oggi ancora più essenziali: siamo in un’epoca di
globalizzazione e di mercati in grande movimento. Decisivo è
l’impegno dei governi nel dare all’Italia tutti gli
strumenti moderni necessari al progresso civile, economico,
culturale”.
Da sempre si impegna per stabilire
vincoli di amicizia tra Italia e Turchia, tanto da essere
stato presidente dell’associazione che lega i due paesi.
Perché questo interesse verso la Turchia, che anela da tanto
tempo di entrare in Europa?
“Sono convinto, e resto del mio
parere, che la Turchia debba entrare a far parte dell’Unione
europea per la sua storia e per la sua posizione
strategica”.
Lei riveste una posizione di
rilievo nell’Ucid (Unione cattolica imprenditori e dirigenti
di azienda). Quali sono i confini tra l’economia moderna,
l’accumulo di profitti, il mito del denaro e la predicazione
evangelica?
“Il magistero della Chiesa ha
sempre dato indicazioni chiare sui comportamenti
dell’economia collegata alla socialità della sua funzione.
Solidarietà, giustizia sociale,
benessere, lavoro, sono gli effetti che il capitalismo
moderno deve saper offrire alla società di oggi.
Il mondo diviso tra capitalisti
(ricchi) e diseredati (poveri) non potrà andare avanti
ancora per molto tempo.
I poveri non vogliono più essere
tali, e la globalizzazione dei mezzi di comunicazione ha
fatto capire anche a loro che c’è una parte di mondo dove
regnano benessere e ricchezza.
E ne reclamano una parte. Non sono
quindi più disposti a rimanere “poveri”. A mio parere è
questa una delle emergenze più pericolose dell’umanità.
Occorre non dimenticarlo.
Specialmente noi cattolici laici credenti e impegnati nel
sociale”.
Impossibile non chiederle una
valutazione sulla situazione politica italiana: i cattolici
dispersi in tutti i partiti e Papa Benedetto XVI lancia
appelli per la formazione di una classe politica cattolica.
Cosa ne pensa?
“Che i cattolici siano dispersi non
è una questione di fondo. Lo è invece se siano davvero
cattolici, convinti a restare sempre tali dovunque operino.
Ciò vale anche per la politica.
Dipende, ovviamente, dalla forza con la quale sanno
rispondere coerentemente e senza radicati fini personali,
all’impatto del confronto e al pericolo dell’inquinamento
delle coscienze”.
I politici italiani rappresentano
una casta? Quali dovrebbero essere le regole comportamentali
di un rappresentante del popolo?
“Il comportamento di un
rappresentante del popolo, che voglia rimanere coerente,
testimone di un nuovo tempo e missionario di una fede, deve
soltanto essere quello per cui si è offerto e per il quale
la Chiesa ha dato fiducia e mandato. La morale e l’etica del
corretto comportamento debbono presiedere le azioni anche di
rappresentanti e amministratori non praticanti o non
credenti.
La morale vale per tutti. Visto che
la politica – per dirla con Sturzo – è l’arte di fare il
bene della gente”.
Dare consigli è la cosa più facile
del mondo. Sarebbe, però, certamente utile e interessante
se, in virtù della sua esperienza, aiutasse i giovani con
qualche opportuna riflessione perché possano guardare al
futuro con meno ansie.
“I giovani devono essere indotti a
credere in loro. Non sempre il comportamento dei grandi è
conseguente. Serpeggia nelle nuove generazioni il sospetto
(a volte provato) che i grandi vogliano ancora e sempre
occupare i loro spazi.
È questo a mio avviso l’errore più
grande. Non è facile, ma occorre che gli anziani sappiano,
ad un certo punto della loro vita e della loro esperienza,
diventare maestri, educatori delle nuove generazioni. È una
speranza e un auspicio”.
Sui libri di storia si legge che
negli anni della guerra, lei fu testimone della strage di
via Rasella e della tragica vicenda delle fosse Ardeatine.
Quale è lo stato di salute della nostra democrazia nel
contesto europeo. Dica la verità, è preoccupato?
“È vero. Mi trovai nel momento più
difficile e pericoloso dell’avvenimento.
Da tempo portavo, clandestinamente,
giornali e volantini della resistenza e quel giorno mi
trovai proprio in via Rasella. Ne uscii vivo per miracolo,
ma ebbi la prova che la mia fede era solida e che nessun
sacrificio e rischio mi avrebbe fermato. Crebbe cioè la mia
fede nella democrazia e nella libertà.
Non sono preoccupato per le sorti
della democrazia italiana: la ritengo radicata e forte.
È entrata nel dna degli italiani.
Occorre però nutrirla continuamente
e vigilare perché non subisca devianze. E questi sono
compiti impegnativi di tutti”.
*Dice di
sé.
Matteo Lo Presti. Nato a
Spilimbergo (Pordenone) nel 1944: dal padre siciliano ha
ereditato il gusto prepotente per la libertà e dalla madre
friulana il sapore onesto per il rigore e la solidarietà
umana. Cresciuto a Genova ha studiato al liceo Colombo lo
stesso frequentato da Fabrizio De Andrè ed Enzo Tortora.
Laureato in filosofia, ha imparato da Pietro Nenni e Sandro
Pertini cosa valgano nella vita giustizia e libertà.
Giornalista da tanti anni: Cesare Lanza suo direttore al
quotidiano “Il Lavoro” gli ha insegnato a non avere paura
delle notizie e del potere.
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LEV TOLSTOJ
Martin si sentiva leggero e
felice. Prese a leggere il Vangelo là
dove si era aperto il libro. In
cima alla pagina lesse: “Ebbi fame
e mi deste da mangiare, ebbi sete
e mi dissetaste, fui forestiero
e mi accoglieste”. In fondo alla
pagina lesse: “Quanto avete
fatto a uno dei più piccoli dei
miei fratelli, l’avete fatto a me”.
Così Martin comprese che il
Salvatore era davvero venuto da lui
quel giorno e che lui aveva
saputo accoglierlo.
(Da “ Il
Natale di Martin”,
1892)
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LUIGI PIRANDELLO
Uscimmo dalla chiesa e Gesù, ritornato
innanzi a me
come prima posandomi una
mano sul petto riprese:
“Cerco un’anima, in cui
rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto
per questo mondo, che
pure ha il coraggio di festeggiare
ancora la notte della mia
nascita. Non sarebbe forse troppo
angusta per me l’anima
tua, se non fosse ingombra di tante
cose, che dovresti buttar
via. Otterresti da me cento volte quel
che perderai, seguendomi
e abbandonando
quel che falsamente stimi
necessario a te e ai tuoi”.
(Da
“Sogno di
Natale”, 1896)
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