ATTUALITÀ
BRAMBILLA E IL TURISMO, CONSIGLI NON RICHIESTI
Ciò che conta è un’alleanza
tra istituzioni nazionali e operatori turistici locali
per attrarre visitatori con capacità di spesa medio-alta
Nicolò Costa*
Il
sottosegretario al turismo Brambilla si lamenta: ha a
disposizione soltanto 50 milioni di euro per sviluppare il
turismo nazionale, mentre le regioni spendono ogni anno 7
miliardi, destinati prevalentemente alla promozione.
Purtroppo,
gli esperti del settore e molti politici appartenenti a
tutti gli schieramenti riconoscono che la promozione delle
regioni è frammentata e inconcludente: ognuna si propone da
sola nei mercati internazionali, senza un coordinamento
nazionale. E i risultati sono negativi: da parecchi anni
diminuiscono gli arrivi o crescono meno della media
internazionale, mentre le spese sono concentrate in alcune
aree, soprattutto del centro-nord. Minimi sono anche i
benefici per i comuni minori. E con tutti quei soldi non si
è avviato, per vaste aree, un turismo a ciclo continuo, che
duri tutto l’anno, l’unico a stabilizzare l’occupazione e a
definire una moderna industria dell’ospitalità.
Se si
cerca di capire a cosa servano i 7 miliardi, si scoprono
viaggi della casta per promuovere all’estero provinciali
sagre enogastronomiche, oppure costose pubblicità
generaliste, senza misurarne gli impatti economici perché la
pubblicità non è accompagnata dalla vendita di prodotti.
L’ex-ministro ai Beni culturali, Francesco Rutelli, aveva
avocata la delega al turismo e puntato al rafforzamento
dell’Enit (Ente nazionale per il turismo). Rutelli aveva
creduto che il problema principale fosse quello
dell’immagine ed aveva pubblicato un bando da 100 mila euro
per inventare un nuovo marchio nazionale: il vincitore aveva
copiato il logo da quello di Esquierda unita, il partito
spagnolo di estrema sinistra, e così avevamo fatto ridere il
mondo per mancanza di originalità, sin dalla presentazione
durante la Bit (Borsa internazionale del turismo) di Milano
nel 2007. Rutelli è stato sconfitto dal proprio
pressappochismo, dall’assenza di una strategia della
qualità. Ma anche le regioni ignorano il marketing turistico
perché, spesso, tutto si riduce ad immagine (brochure,
filmati, fiere). Non vi è integrazione tra spese per la
promozione e vendita di prodotti innovativi. Di conseguenza,
il costo medio per turista in Italia è il triplo della
Francia e il quadruplo della Spagna.
Portiamo
il caso della Sicilia, ma il discorso è valido per tutte le
regioni, escluso il Trentino, che invece è all’avanguardia
perché sta cercando di integrare pubblicità e vendita di
prodotti turistici attraverso un portale dedicato. La
Sicilia è già conosciutissima nel mondo, ha però bisogno di
una pubblicità che, attraverso un call center o un portale,
consenta a chi osserva il messaggio visivo di procedere ad
un contatto e prenotare i servizi che si adattino al tipo di
vacanza preferita (marketing diretto).
Se invece
c’è pubblicità senza vendita, come succede, allora il
turista compra il pacchetto in agenzia ed è il tour operator,
esterno all’area, a ricavarne i profitti maggiori. Invece,
gli operatori dell’incoming, coordinati dall’assessorato
regionale al turismo, dovrebbero inventare nuovi prodotti –
ad esempio, una crociera per visitare l’isola dal mare
circumnavigandola – perché la novità spingerebbe i tour
operator ad inserirla come prodotto nei loro cataloghi:
l’unicità, la qualità e l’appeal della crociera in Sicilia è
superiore o eguale a quella sul Nilo, ed è questa novità che
andrebbe comunicata ai turisti e agli intermediari
commerciali.
La crisi
del turismo italiano è dovuta soprattutto alla mancanza di
innovazioni, di nuovi prodotti creati dal basso e rivolti a
precisi segmenti della domanda di viaggi.
In
generale, le regioni dovrebbero sviluppare una politica
dell’offerta, inventare nuovi prodotti e poi, con la regia
nazionale, promuoverli e commercializzarli come esempi del
made in Italy, come rafforzativi di una speciale accoglienza
italiana. Non c’è fumo senza arrosto, non c’è immagine senza
innovazione.
Sul piano
della politica turistica, il deficit turistico italiano
consiste nell’assenza di partnership collaborative a vari
livelli istituzionali, che integrino i progetti pubblici con
le iniziative private. L’Italia è indietro rispetto alla
Francia e alla Spagna nella graduatoria dei paesi turistici
perché manca l’innovazione di prodotto, basata sul prestigio
sociale dei luoghi e la loro re-interpretazione con proposte
originali.
E manca il
regista nazionale. La responsabilità di questa anomalia
tutta italiana, cioè la mancanza di un ministero per il
turismo, è dovuta ad un referendum del 1993, con il quale
gli italiani hanno deciso, sciaguratamente, di abolirlo e
poi alla decisione (legge Bassanini) di attuare il titolo V°
della Costituzione con la delega esclusiva del turismo alle
regioni. E le regioni non si sono impegnate nel realizzare
servizi di qualità omogenei su tutto il territorio
nazionale, rendendo sicure ed ospitali le nostre città (nel
turismo, luogo di produzione e luogo di consumo coincidono).
Gli alberghi a 3 o a 4 stelle del Trentino non certificano
una qualità uguale o simile a quelli della Puglia. Non
riescono ad andare d’accordo a livello di conferenza
stato-regioni.
In tale
contesto, la Brambilla non può fare molto. È impensabile che
le regioni siano disponibili a farsi coordinare da un
sottosegretario al turismo. Brambilla non si illuda, ormai
il danno è fatto. Ma quel poco che può fare poco, lo può
fare bene.
È
importante tentare di realizzare qualcosa di strategico e di
unitario; ad esempio, un portale del turismo che, in
sintonia con quanto realizzato dal Trentino, integri
promozione e commercializzazione, nuove proposte provenienti
dal basso (modello bottom up) con schemi progettuali
nazionali (modello top down).
Più in
generale, dovrebbe puntare a collegare il livello nazionale
con la vitalità degli attori locali. Ciò che conta è
un’alleanza tra istituzioni nazionali e operatori turistici
locali per attrarre turisti con capacità di spesa medio-alta,
mettendoli al centro della programmazione turistica.
Un’alleanza guidata dai valori di eccellenza, di
raffinatezza, come succede con il festival della letteratura
a Mantova o con il festival di Ravello, attraendo in
particolare il nuovo ceto medio internazionale di
professional (gli informatici finlandesi, i pubblicitari
parigini, la gente dello spettacolo, i biotecnologi, i
medici, gli avvocati o gli ingegneri con studi
internazionali) e i nuovi ricchi provenienti dalla Russia,
dall’India, dalla Cina e dal Brasile.
Nonostante
la grave crisi finanziaria internazionale, che ha
ridimensionato la capacità di spesa degli alchimisti
bancari, la domanda internazionale di viaggi per business,
congressi o piacere è in continua crescita perché la
globalizzazione sta premiando le formiche asiatiche e del
sud America e perché molti dei nuovi professionisti del ceto
medio internazionale sono ben ancorati all’economia reale,
al terziario avanzato, che non mostra alcuna crisi
produttiva. Sono questi ceti sociali ad alto contenuto di
professionalizzazione, di cosmopolitismo e di
intellettualizzazione ad aver alimentato formule come il fly
& drive (volo aereo più auto a noleggio), gli short break
(prolungamento dei weekend abbinati a feste secolari o
religiose), i low cost (viaggio rapido in una capitale
europea), l’agriturismo (i gastronauti e i foodtrotter che
girano alla ricerca di prodotti tipici), il successo di
molte agenzie di viaggi on line (prenotazioni dirette dei
servizi, comparando le offerte) oppure il nuovo
associazionismo del turismo tematico (amanti delle auto
storiche e nuovi musei dello sport, appassionati di fiere
specialistiche e del modernariato, fan dello spettacolo che
vanno a visitare la casa di nascita dei loro divi).
Brambilla
ha nominato l’industriale Marzotto presidente dell’Enit. In
tal modo ha istituito un positivo collegamento strategico
tra turismo e made in Italy. Purtroppo, anche Marzotto ha
ribadito che potenzierà l’immagine Italia, ignorando qual è
il vero problema: creare a livello locale nuovi prodotti,
veramente competitivi per prezzo e qualità, nei vari settori
del turismo, dal marino al termale, dal montano a quello
culturale, inseriti in una strategia nazionale di
penetrazione dei mercati internazionali, puntando a far
venire i benestanti residenti nelle metropoli del
capitalismo avanzato e che attualmente prediligono
Barcellona a Milano, le isole greche a quelle italiane,
Parigi o Londra a Roma.
Speriamo
che Marzotto si circondi di manager dell’innovazione il cui
stipendio sia collegato al talento e ai risultati. Ancora
una volta: fare turismo non è fare immagine, relazioni
pubbliche, viaggi promozionali, ma innovare con prodotti
originali, di successo, mettendo a lavorare gli
amministratori locali e gli imprenditori dell’incoming per
far crescere gli arrivi e soprattutto le spese turistiche
durante tutto l’arco dell’anno e nel maggior numero
possibile di città, grandi e piccole.
Brambilla
ha un vantaggio: proviene dalla Confcommercio, associazione
che esprime il maggior numero di operatori turistici
(albergatori, ristoratori, agenti di viaggio, ecc.). Sa, per
esperienza diretta, che molti di loro hanno maturato l’idea
che la competitività non si gioca più a livello di singola
azienda, ma a livello di destinazione e che sono disponibili
ad avviare partnership collaborative per inventare nuovi
prodotti di qualità. Gli operatori turistici chiedono di
essere messi alla prova, di essere incoraggiati, facilitati,
incentivati.
Anche nel
turismo si richiede una politica liberale basata su
idee-guida molto chiare, su valori in cui credere con
coerenza e fermezza. Brambilla abbia coraggio e premi gli
eccellenti, come sta facendo Brunetta per i dipendenti della
pubblica amministrazione. Introduca rigore e serietà come
sta facendo la Gelmini con la scuola. Punti sugli
imprenditori italiani come Berlusconi ha fatto con Alitalia.
Non c’è bisogno di grandi riforme, ma di recuperare i valori
collegati all’iniziativa privata, all’innovazione, alla
ricerca del successo economico.
Lo
strumento legislativo c’è, occorre attivarlo. Investa nel
realizzare un bando nazionale per finanziare alcuni sistemi
turistici locali, previsti dall’art. 5 della legge 135/2001,
secondo criteri meritocratici. Un bando rigoroso negli
obiettivi e nelle procedure, che non dia finanziamenti a
pioggia, ma premi in modo trasparente i progetti migliori,
chi è pronto ad investire risorse proprie nel generare
prodotti turistici a rete. Un bando ispirato da principi
liberali e non assistenziali.
Utilizzi
questi miserrimi 50 milioni per sostenere progetti di
eccellenza, incentrati sulle iniziative dei privati
impegnati nella destagionalizzazione dei flussi o nel creare
reti territoriali, disponibili ad attuare piani tattici, ad
un anno, inseriti in strategie triennali. Premi coloro che
sanno lavorare in gruppo, i patti territoriali tra
ristoratori e gestori di musei, tra albergatori e gestori
dei trasporti locali, coloro che sono pronti ad investire
nello sviluppo locale e chiedono soltanto di essere
facilitati dagli enti pubblici con interventi
pre-competitivi.
Crei un
contesto favorevole alla libera iniziativa di chi vuol avere
successo imprenditoriale e, contemporaneamente, sa che il
business turistico è legato al territorio e all’azione
collettiva.
Sostenga
le iniziative che integrino marketing territoriale e
marketing di prodotto, aiuti coloro che sono pronti a farsi
valutare in termini di risultati conseguiti con il lavoro.
Destini una parte delle risorse ad incoraggiare i giovani
imprenditori che si sono laureati in scienze del turismo
(laurea triennale) o in progettazione e gestione dei sistemi
turistici (laurea specialistica o magistrale): sono
entusiasti, hanno nuove idee, sono il futuro, meritano che
un politico si occupi di loro, fornendo concrete
opportunità.
Prima di
impegnarsi in progetti strategici di riforma dall’incerto
risultato, decida una politica liberale del turismo puntando
sulla creatività della società civile e sugli spiriti
animali degli imprenditori.
Se il
centro valorizza la periferia, Brambilla dimostri di voler
invertire la tendenza al pressappochismo e alla mediocrità,
dia un segnale chiaro e forte: il turismo è un fenomeno
economico e come tale va valutato e spetta ai privati
coordinarsi per vincere nella competizione internazionale,
progettando destinazioni turistiche di successo. E Brambilla
stia dalla parte della cultura del fare, di chi ha fiducia
nelle partnership collaborative, di chi sa innovare senza
sbrodolarsi in chiacchiere perché sa organizzare e rendere
produttivi i sistemi turistici locali.
*Dice di sé.
Nicolò
Costa. Professore associato di sociologia del turismo e di
sociologia della comunicazione per il turismo, università di
Roma Tor Vergata. Consulente per enti locali e aziende del
turismo incoming. Ha pubblicato, “I professionisti dello
sviluppo turistico locale”, Milano, Hoepli, 2005 e “La città
ospitale”, Milano, B. Mondadori, 2008.
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PRIMO MAZZOLARI
Se Egli
viene, se niente lo ferma, perché io che, in fondo,
non sono che una voce che grida
nel deserto,
non dovrei gridarlo alla mia
gente, che il Salvatore, proprio
questa notte, viene per Dolfo in
galera, per l’Argia la morente,
per Braccio di ferro il fariseo,
e per un povero prete
di poca fede?
(Da “ Per
chi viene”,
1941)
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