ATTUALITÀ
IL RUOLO DEL SINDACATO NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE
Walter Galbusera, segretario
generale della Uil Milano e Lombardia, delinea le nuove
sfide del mondo che tutela i lavoratori. O che almeno
dovrebbe
Matteo Spilimbergo
Una vita trascorsa tra i turbinii del mondo
sindacale. Cosa ha determinato questa scelta? È difficile
pensare che un bambino sogni di fare da adulto il
sindacalista.
“Era facile nell’Italia di 50 anni
fa prendere coscienza, sui banchi di scuola, delle profonde
differenze economiche, sociali e culturali che si
manifestavano in condizioni di vita diseguali, che non
potevano non colpire soprattutto i più giovani. Questo si
traduceva nella convinzione di un’ingiustizia diffusa e nel
desiderio di cambiamento anche attraverso un’affermazione
individuale. Ma si creavano anche i presupposti per una
risposta collettiva quando il contesto lo consentiva, come
avvenne negli anni ’60 quando partiti e sindacati
costituivano un momento importante di partecipazione e di
emancipazione popolare”.
Quali i personaggi che l’hanno
aiutata a crescere nella professione?
“Nel sindacato iniziai a
collaborare con Giulio Polotti, segretario e fondatore della
Uil di Milano, poi lavorai con il sindacato degli edili, di
cui era segretario Luciano Rufino, poi iniziò il rapporto
con Giorgio Benvenuto prima a Milano poi a Roma. Gli uomini
politici che considero più importanti sono stati prima
Riccardo Lombardi e poi Bettino Craxi”.
Una vita di impegno e di lotte: più
le battaglie vinte o perse? Può farcene un rendiconto?
“C’è amarezza nel registrare ancora
ritardi nella lotta agli infortuni sul lavoro. C’è il
rammarico di non essere riuscito a costruire un moderno
sistema partecipativo per i lavoratori a livello di impresa.
Per il resto è normale che si
sommino vittorie e sconfitte, ma anche una sconfitta può
essere utile”.
Quali sono le qualità di un buon
sindacalista?
“Capacità di studio, di
approfondimento dei problemi, flessibilità, capacità di
comprendere la gerarchia di interessi del proprio
interlocutore”.
Assodato che il capitalismo vive,
secondo quanto ha spiegato Schumpeter, eternamente tra fasi
di crisi e di sviluppo, il mondo del lavoro è più utile che
sia antagonista o collaborativo con il sistema per tutelare
salari e diritti?
“Se antagonismo, come nella vulgata
marxista-leninista, significa che uno dei due interlocutori
deve scomparire, non c’è dubbio che un approccio
collaborativo, consapevole di un fisiologico conflitto di
interessi, sia da privilegiare”.
Lei da sempre ha sviluppato
comportamenti e scelte legate al mondo del riformismo
socialista: giustizia sociale e democrazia, nel nostro
Paese, camminano di pari passo oppure siamo ancorati a
lentezze troppo gravi nel contesto europeo?
“Siamo in ritardo, come su molti
temi rispetto all’Europa. Ma i ritardi sono spesso
imputabili anche all’arretratezza culturale della sinistra e
di una parte importante del sindacato”.
La crisi finanziaria del mondo
bancario Usa ha riproposto antiche ricette di intervento
statale nel sistema economico non solo americano. Lei come
giudica questa sconfitta delle strategie liberiste?
“Tutte le strategie integraliste,
quelle stataliste e quelle liberiste sono foriere di
sciagure. Serve un giusto equilibrio in funzione delle
differenti realtà economiche”.
L’Italia sembra soffrire della
mancanza di una classe dirigente giovane e moderna, capace
di decisioni responsabili e non eternamente sottoposte ad
estenuanti mediazioni. Il suo punto di vista?
“Se manca un ricambio vuol dire che
non funziona la formazione dei nuovi gruppi dirigenti. E
questo è imputabile a chi comanda. D’altra parte anche un
ricambio violento della classe politica, come quello avviato
nel 1992, non sembra aver dato risultati eccezionali”.
Quanto e come è cambiato il ruolo
del sindacato nel mondo moderno?
“Una volta aveva un compito
prevalentemente difensivo; con la globalizzazione deve
essere anche in grado di determinare le scelte strategiche
dei governi e delle imprese e di gestire con strumenti
istituzionali, d’intesa con gli imprenditori, una rete di
servizi che garantiscano prestazioni socio assistenziali e
sanitarie a favore dei lavoratori”.
Ma dell’unità sindacale non si
parla più?
“L’unità sindacale organica non è
all’ordine del giorno. Anzi le ragioni della scissione del
1948 sono ancora attuali. Più realistico è costruire l’unità
di azione”.
I rapporti tra i pochi partiti
politici rimasti in parlamento e il mondo del lavoro sono
solo alimentati da ostilità e da furbizie tattiche?
“I rapporti più che alimentati da
ostilità sono deboli; il confronto non è particolarmente
efficace, perché non produce effetti fra gli interlocutori
e, quando esiste, si limita spesso ad un rapporto
diplomatico”.
Come mai sempre così tante
lungaggini nel rinnovo dei contratti?
“Spesso veri e propri riti e
procedure complesse rallentano i tempi contrattuali. Ma le
ragioni di fondo dei ritardi stanno nell’incapacità di
individuare gli obiettivi con un buon grado di selettività.
Naturalmente pesano anche i rapporti di forza che oggi non
sembrano troppo favorevoli ai lavoratori”.
Lei è uno dei pochi sindacalisti di
rilievo, che non ha mai ambito andare a Montecitorio. Come
mai?
“Onestamente, dopo il tracollo del
sistema tradizionale dei partiti, le possibilità per i
dirigenti sindacali di passare alla politica ad ogni livello
si è nettamente ridimensionata e soprattutto in questi anni
si sono distinti nettamente i ruoli tra politica e sindacato
rendendo più difficile il passaggio di dirigenti sindacali a
ruoli politici. Poi spesso bisogna anche fare di necessità
virtù”.
Con la lampada di Aladino in mano,
tre desideri per vedere realizzate riforme prioritarie,
utili per il Paese.
“Federalismo fiscale, democrazia
economica, riforma scolastica improntata al merito”.
Esistono strategie utili alla
sinistra per tornare a governare? Oppure occorrerà aspettare
anni? In quale direzione lavorare?
“La sinistra deve essere concreta e
gradualista; se si fa condizionare dalle componenti
massimaliste o da quelle populiste non ha molte speranze di
proporsi come forza di governo. Non è una questione di
persone, che spesso peraltro cambiano opinione. Occorre
prima di tutto tenere una linea politica chiara”.
Perché la parola socialismo in
Italia fa più paura della parola fascismo e/o comunismo?
“Se ci riferiamo al socialismo
riformista, la risposta è secondo me chiara: il fascismo e
il comunismo forniscono ricette semplici, fondate sulla
demagogia e sull’autoritarismo. Il socialismo riformista è
assai più impegnativo perché implica l’onere di individuare
non solo gli obiettivi, ma anche gli strumenti, accetta il
principio della gradualità e considera bene assoluto la
garanzia delle libertà democratiche borghesi”.
Ma un sindacalista come trascorre
il tempo libero?
“Il tempo libero non è moltissimo,
ma ci si può dedicare alla lettura o al riordino degli
archivi del sindacato. Personalmente sono stato sempre
affascinato dall’archeologia”.
|
ACHILLE CAMPANILE
Approssimandosi il Natale, riacciuffava la
spianatoia
della pasta, ma senza la balda
combattività d’una volta.
Si capiva che ormai lo faceva a
freddo. Ritirava fuori i vecchi
pupazzi e li disponeva in fretta,
a caso, tanto per non saltare
un’annata, sempre per quella
storia dei temuti sette anni di
guai. E si videro, talvolta,
strani accostamenti:
gallinelle nel chiuso e pecore
nel pollaio,
l’eremita che spuntava dal pozzo,
un cammello all’osteria,
il mendicante sul tetto,
l’arrotino sul balcone
e i re Magi nel torrente.
(Da “ Il
presepio dei sette anni”,
1933)
|
|