BELPAESE
STATO E LAICITÀ, QUESTIONE ANCORA APERTA
Per fare ordine bisogna
partire dalle ragioni di chi può rivendicare il tema
della laicità per averlo sostenuto quando perfino gli
intellettuali ignoravano la parola
Federico Filippo Oriana*
Ha
ancora un senso essere laici in un’Italia completamente
secolarizzata? Ovvero, ha un significato reale la laicità in
un Paese come l’Italia? E se sì quale? Per tentare di
rispondere a questa domanda occorrono alcuni antefatti, ad
uso anche di noi stessi e della nostra memoria, ma in
particolare dei più giovani. Nell’Italia degli anni ’50 – e,
in misura più attenuata, fino al 1968 e dintorni – esisteva
da noi una situazione particolare, diversa da quella di
tutti i paesi dell’Occidente (eccetto la Spagna franchista,
il Portogallo salazarista e, in misura minore, la
democratica Irlanda), che faceva dell’Italia un Paese
cattolico. In che senso? Non di una confessione
religiosa di fatto numericamente dominante, come in Francia,
Austria o nella pur comunista Polonia, ma di un blocco di
potere con sostanziale controllo delle istituzioni – e,
quindi, di parte della società – avente come epicentro la
Chiesa cattolica. La Democrazia cristiana – partito di
maggioranza relativa, ma, per la costituzione materiale
della Repubblica, che imponeva una sorta di patto di
sindacato tra i partiti democratici anticomunisti,
sostanzialmente di maggioranza assoluta – aveva sempre
vantato la natura laica della sua esperienza e questo poteva
essere anche vero nel senso della propria autonomia
gestionale rispetto alla Chiesa. La Dc era, insomma, una
sorta di management con il controllo operativo di
un’azienda (l’Italia) per conto di un azionista (la Chiesa)
lontano e (apparentemente) distratto dalle cose politiche
(politica economica, politica estera, politica militare
ecc.), ma molto interessato (ed è normale essendo una
religione) al corpo sociale in tutte le sue manifestazioni
dirette (religiose, culturali, educative, insomma, come si
direbbe oggi, valoriali). L’intreccio italiano diventava
così molto curioso, oltre che particolare: la Chiesa
influiva sul popolo che, a sua volta, delegava un gestore
delle cose terrene, la Democrazia cristiana, che puntava
tutti i giorni i piedi per non essere condizionato dalla
Chiesa nella propria azione mondana. Il potere era,
quindi, binario e mai s’incontrava direttamente (la Dc aveva
rinunciato alla comunità lasciata alla Chiesa e la Chiesa
alle istituzioni – anche locali – e al governo lasciati alla
Dc) se non il giorno delle elezioni. Quel momento vedeva
magicamente ricomporsi il quadro e i distinti ricongiungersi
sulla base di una perenne emergenza (il fattore K, dove K
sta per Kommunism) che stimolava in entrambi (ma solo
in periodo elettorale) il senso di sopravvivenza (simul
stabunt, simul cadent). La mancanza di laicità di cui
soffrivano gli spiriti liberali negli anni ’50 e nei primi
’60 – e successivamente i movimenti di massa maturati dalla
seconda metà degli anni ’60, che avrebbero poi fatto saltare
il banco – non era legata di per sé al governo del Paese,
perché il blocco di potere che guidava lo Stato – centrismo
e poi centro-sinistra – non era molto diverso da quelli di
altre neodemocrazie come il Giappone, la Germania e
l’Austria che pure erano prive dell’elemento religioso.
La sofferenza era per il condizionamento sociale, ossia per
l’angustia culturale sul territorio (sostanzialmente del
livello prebellico, soprattutto in ambito contadino) e per
il forte moralismo dominante anche nel contesto urbano, che
trovava nei ministri del culto dei veri e propri soggetti
attivi di un controllo sociale, rispetto al quale le
istituzioni si ponevano come garanti, totalmente a
prescindere dalla pur lodatissima costituzione. Faccio
un esempio, banale per i più grandicelli come me, ma
suppongo del tutto sorprendente per chi ha meno di 50 anni:
per accedere a qualsiasi posto pubblico occorreva un
certificato di buona condotta morale, concetto
giuridicamente indefinito e indefinibile perchè contrario ai
principi di libertà fissati dalla costituzione. I
carabinieri, che erano incaricati delle verifiche
propedeutiche al rilascio, non avendo tempo da perdere e per
consolidata prassi andavano a richiedere informazioni dal
parroco: così se la persona non andava a messa la domenica o
non era sposata in chiesa o, peggio ancora, era separata o,
Dio non voglia, addirittura conviveva il certificato non
veniva rilasciato ed era preclusa la partecipazione ai vari
concorsi pubblici. Naturalmente questo significava che
prima di andare a convivere con una senza sposarti ci
pensavi non una, ma quattro volte perché poteva significare
non avere nessun lavoro (e se lo avevi perderlo per quello
che oggi si chiamerebbe mobbing). Altro che pacs o
dico! Attraverso questi meccanismi di controllo sociale
la religione riusciva a diventare legge dello Stato sotto il
distratto sguardo della laica Dc, la cui unica funzione era
di garantire questo assetto dominante: alla Chiesa cattolica
la società italiana, alla Democrazia cristiana la
Repubblica. Naturalmente non mancavano i sussurri, le
critiche private degli esponenti di un’istituzione
all’altra, dei sacerdoti alla Dc per come gestiva, e dei
democristiani ai preti per come rompevano…. Ma anche i
taxisti di Madrid dicevano peste e corna del regime e il
franchismo non è caduto per questo. La vera incognita
nel giudizio su un sistema complessivo incontrastato dal
1948 al 1968 è costituita piuttosto dal posizionamento del
partito comunista: dov’era e che faceva il più grande
partito comunista dell’Occidente, il partito delle adunate
oceaniche e delle masse, rispetto ad un potere che,
apparentemente, lo escludeva del tutto e nel profondo, sia a
livello politico sia di società civile? Molte cose vanno
dette su questo tema essenziale per cercare di ricostruire
la storia repubblicana e anche di comprendere l’Italia di
oggi. Intanto la dirigenza – nazionale e locale – del
Pci non si trovava poi così a disagio con il soffocante
moralismo dominante l’Italia di allora: la moralità
socialista nella sfera privata (basti pensare
alla vicenda della convivenza di Togliatti con la Iotti e
delle persecuzioni che perfino il “Migliore” aveva dovuto
subire per questo dai suoi cari compagni di partito) non era
molto diversa da quella cattolica: i principi laico-liberali
(nessun reato senza vittima, lo Stato non può entrare nella
camera da letto dei cittadini, la libera ricerca della
felicità purché non vi sia lesione di diritti altrui ecc.)
non facevano parte minimamente della weltanschauung
comunista. I diritti
civili – ammesso anche che nell’establishment comunista
conoscessero questa espressione di matrice anglosassone –
erano considerati diritti borghesi. Si consideri che il
Pci arrivò ad appoggiare la legge sul divorzio per ultimo,
dopo aver fatto di tutto per rallentarne l’iter parlamentare
e che il suo slogan prima del referendum sul divorzio (sì,
proprio quello su cui costruirà le proprie fortune politiche
ed elettorali fino alla sua scomparsa) era “No al
referendum” e non “No all’abrogazione del divorzio”: molti
ricorderanno la storia di “non dividere le masse dei
lavoratori” (in effetti in una certa misura,
contemporaneamente cattolici e comunisti…!). Ricordo
personalmente il fastidio – direi fisico – dei comunisti
verso noi laico-liberali, ritenuti espressione del più
pericoloso tipo di borghesia, quella illuminata che
ingannando i lavoratori con il riformismo ritardava la
rivoluzione socialista, solo evento in grado di liberare
veramente le masse lavoratrici. Cito un episodio per tutti:
un fondo sull’Unità del 1973 sulla “noiosa religione del
sesso”.
Continuo a pensare che il sesso non
fosse il problema principale dell’Italia degli anni di
piombo.
Un altro e diverso fattore, più
politico, concorreva a far stare il Pci all’interno di quel
quadro socio-istituzionale anni ’50 – così lontano dalla
Costituzione del 1948 alla quale il Pci aveva tanto concorso
e che costituiva il vero compromesso storico della pacifica
convivenza nell’assetto italiano tra forze opposte: il
consociativismo del quale molto si è detto rispetto alle
aule parlamentari, ma che, invece, era diffuso largamente
anche sul territorio.
Non mi riferisco alle regioni rosse
che costituiscono, semmai, un esempio di esperimento di
gestione del potere comunista in ambiente capitalista, ma al
ruolo capillare degli esponenti comunisti nelle fabbriche e
negli enti locali.
Detta più chiaramente, se i
comunisti non potevano entrare nelle forze armate e di
polizia (è una realtà storica), avevano di converso accessi
privilegiati alla componente operaia delle fabbriche, nelle
quali venivano organizzati (da tutti i punti di vista,
accessi, formazione, organizzazione del lavoro, carriere)
dalla Cgil attraverso il controllo delle allora commissioni
interne (poi divenute consigli di fabbrica).
Quindi il potere italiano era, per
grandi linee, spartito in proporzione sostanzialmente pari
ai pesi elettorali: stato e pubblica amministrazione alla
Dc, finanza ai partiti liberali (Pli e Pri), fabbriche e
parte degli enti locali al Pci (e in misura minore
all’alleato Psi).
Non va dimenticata neppure
l’egemonia che veniva lasciata alla cultura
marxista-comunista – sostanzialmente egemonizzata dal Pci
fino almeno al 1968 – in tutti i diversi campi, dal cinema
alla letteratura alle arti (ambienti dominati da
intellettuali ex-fascisti passati in blocco al Pci).
In una situazione di mondo diviso
in due, all’interno di un paese dello schieramento
occidentale, la dirigenza comunista era cosciente di non
potere avere di più e alla fine Paris vaut bien une messe!
Non a caso si parlava di due chiese, la bianca e la rossa,
espressione ancora usata oggi, come evidenzia un
recentissimo articolo di Massimo Teodori, intellettuale – ed
allora militante – radicale.
La reazione laica all’arretratezza
catto-comunista del Paese era affidata a forze minoritarie e
di taglio più intellettuale che politico: radicali, liberali
(come il sottoscritto), e – sia pure più distrattamente – ai
repubblicani, in particolare di appartenenza massonica.
Realtà talvolta pregevoli per
disinteresse personale, generosità di impegno e qualità
intellettuale, ma che mai sarebbero state in grado di
cambiare uno stato di cose ben radicato nel profondo della
storia e della realtà italiana se altri, ben più potenti
meccanismi, non si fossero messi in movimento totalmente a
prescindere da noi, dai nostri convincimenti, dalle nostre
valutazioni e dalle nostre azioni. Il 1968 era alle porte.
Fatto è che l’arretratezza italiana
non era funzionale allo sviluppo capitalistico, che
necessitava di consumatori disponibili e moderni, come nel
resto d’Europa e dell’Occidente: Pier Paolo Pasolini intuì
molto bene la piega presa dagli eventi in quei brevi anni
che cambiarono d’un tratto equilibri secolari, se non
millenari.
Si realizzò in Italia, a partire
dal 1966, la convergenza oggettiva tra due spinte di matrice
diversissima, se non opposta: da un lato un clima politico
di sinistra, nato dalla guerra del Vietnam e ben presto
tradottosi in un movimento internazionale senza precedenti
che investì sia il mondo occidentale sia i paesi comunisti
dell’est europeo – movimento a sfondo libertario,
universalista e pacifista che segnò irreversibilmente la
cultura della mia generazione, dall’altro, nei paesi più
tradizionalisti come l’Italia il mondo delle imprese, locali
e multinazionali, investì sull’esplosione dei consumi
necessaria per dare sbocchi a un sistema produttivo
asfittico: ma i consumi di massa richiedono la proposizione,
attraverso la pubblicità e la comunicazione, di modelli di
comportamento aperti e innovativi, di uno stile di vita
completamente diverso da quello tradizionale.
Si cominciarono a proporre
attraverso la televisione viaggi, automobili, weekend fuori
città, vestiti, cosmetici, trattamenti estetici e
salutistici, tutti modelli mutuati dal comportamento dei
ricchi e, in particolare, dei divi, con la neppure tanto
velata idea che chiunque – in particolare la donna – potesse
raggiungerne attraverso gli acquisti lo splendore di vita.
La convergenza tra due opposti
progressismi – quello di sinistra, movimentista e sindacale
con aumento dei redditi dei lavoratori dipendenti, e quello
di destra consumista e capitalista – fu totale sia a livello
giovanile (cioè i grandi dei decenni successivi) sia di
adulti, perché il nuovo benessere, reso disponibile dalle
lotte sindacali, fu investito in gran parte in consumi non
durevoli funzionali allo sviluppo capitalistico interno e
internazionale. Le donne, in particolare, uscirono da un
secolare stato di subalternità e si convinsero di essere
libere, ossia pari agli uomini quantomeno nel comportamento
privato.
Si ebbe in questo modo la completa
secolarizzazione della società italiana.
Questa rivoluzione copernicana
della società si approfondì ed estese nei decenni
successivi, travalicando dal piano etico e culturale a
quello propriamente religioso, con un effetto imprevisto di
scristianizzazione del nostro Paese: nella nazione che
ospita la santa sede il numero dei praticanti si è ridotto
drasticamente, con un esito di eccesso di chiese difficili
da mantenere aperte, di crisi delle vocazioni religiose e
dei matrimoni concordatari, di ridotta influenza della
dottrina della Chiesa sui comportamenti individuali, in
particolare dei giovani e delle famiglie (ad esempio la
questione degli anticoncezionali).
Oggi i cattolici osservanti e
praticanti in Italia sono una robusta minoranza; vi è poi
un’ampia fascia di popolazione genericamente cristiana, a
mio giudizio maggioranza della popolazione, non del tutto
insensibile ai richiami del Papa, ma tendente a regolarsi
secondo un proprio personale convincimento in tutti i campi
dell’etica e perfino del rapporto con Dio; vi è, infine,
un’altra consistente minoranza antireligiosa, del tutto atea
o agnostica, in genere simpatizzante per la sinistra
politica. In un quadro sociale, culturale, antropologico e
religioso così profondamente mutato rispetto a cinquant’anni
orsono, dove i veri seguaci della Chiesa sono una minoranza,
come si pone la questione della laicità, cioè dei rapporti
Stato-Chiesa (meglio sarebbe dire Repubblica-Chiesa)?
Molte sciocchezze si sono lette e
sentite sul tema in questi ultimi anni, da sinistra e da
destra, innescate in genere dagli interventi della Chiesa su
tematiche eticamente sensibili.
Per fare un po’ d’ordine nella
questione bisogna partire dalla ricostruzione delle ragioni
di noi laici di allora, cioè di coloro che possono a buon
diritto rivendicare il tema della laicità per averlo
propugnato quando la gente, e perfino il ceto intellettuale,
neppure conosceva il significato della parola (giuro che era
proprio così), e farlo significava essere guardati male dai
i poteri forti di allora, politici, economici e culturali
(proiettati ciascuno sui rispettivi obiettivi, fare la
rivoluzione, la restaurazione o semplicemente i soldi…), se
non addirittura essere emarginati come inutili e presuntuosi
ragazzini.
Lo spirito che ci accomunava – pur
nelle diverse collocazioni partitiche e di classe sociale –
era non già l’avversione alla Chiesa, ma l’opposizione ad un
sistema per il quale una particolare (per quanto legittima)
visione del mondo, attraverso moltiplicatori
politico-istituzionali, diveniva valore fondante generale
della società.
Non ad una visione del mondo ci
opponevamo, ma ad un potere; neppure ad un’influenza,
legittima in democrazia, ma ad un processo – sostanzialmente
extraparlamentare e quindi non trasparente – di formazione
della normativa materiale (cioè effettiva), incurante dei
diritti delle minoranze e lesivo dei diritti civili e,
quindi, del principio costituzionale di libertà.
Ebbene credo che questo problema
non esista più perché tutti gli equilibri legati a quegli
assetti di allora sono saltati e gli stessi attori del
percorso di formazione della legislazione e della normativa
secondaria sono completamente cambiati.
Quello che il dibattito recente
sugli interventi della Conferenza episcopale italiana mostra
di non comprendere è che nell’Italia di oggi la corretta
categoria di valutazione è quella del pluralismo.
Quando il presidente della Cei
esprime la sua opinione su – che so? – la pillola del giorno
dopo, la reazione è di tipo nazionalistico, come se lo stato
del Vaticano avesse dichiarato guerra all’Italia.
Questo è doppiamente sbagliato:
intanto non è un organismo internazionale come il Vaticano
che parla, ma un corpo sociale intermedio della società
italiana, quale la Cei, ad esprimersi. La Cei, da un punto
di vista istituzionale, si colloca allo stesso modo della
Confindustria, della Cgil o dell’Abi e non si comprende
perché un sindacato dovrebbe poter dire la sua su tutto
l’universo mondo (compresa, ad esempio, la politica
scolastica dello stato) e l’associazione del mondo cattolico
italiano no.
Una società pluralistica è tale in
quanto non si limita a tollerare, ma promuove non solo
l’esistenza, ma l’aperta espressione di idee, valori e
proposte da parte di un numero ampio e crescente di corpi
intermedi. In questo sta il vero superamento dell’elitismo
liberale ottocentesco – fondato sul rapporto diretto ed
esclusivo tra eletto e singolo elettore, attraverso il
meccanismo del voto – in favore di una moderna ed ampia
liberaldemocrazia arricchita dalla diversità delle sue
componenti, anche organizzate.
E proprio l’aperta e insistita
espressione dei propri convincimenti da parte del mondo
cattolico italiano evidenzia il successo definitivo della
battaglia laicista che avevamo allora combattuto con tanta
passione: all’epoca, infatti, la Chiesa non parlava e
otteneva quello che voleva, non aveva alcun bisogno di
proporre, disponeva direttamente attraverso i meccanismi di
potere descritti in esordio.
Ora parla, anche alzando la voce,
dimostrando con questo un disagio tipico di chi non comanda
e deve quindi convincere. Il potere non parla dispone; se si
parla, o anche si grida, è democrazia e società aperta,
perché occorrono argomenti e ragionamenti, ai quali potranno
contrapporsi (come di fatto è avvenuto, pensiamo ai temi
dell’embrione e delle cellule staminali) altri argomenti e
ragionamenti: attraverso il confronto – anche deciso, ma non
violento – tra diversi il livello del dibattito si alza, la
riflessione e l’approfondimento crescono, la decisione
finale (che sarà presa in Parlamento non in qualche
sacristia) avrà più probabilità di essere quella giusta e se
anche così non fosse, il livello di partecipazione del
popolo alle decisioni sul proprio futuro sarà più alto e più
qualificato con un esito educativo, in particolare per le
nuove generazioni, da non sottovalutare.
Quello che, invece, si osserva nel
teatrino della politica sono reazioni che prescindono dal
merito delle questioni poste, di rabbiosa reazione alle
indebite interferenze della Chiesa o di incondizionata e
pregiudiziale adesione – verosimilmente sperando di
intercettare un presunto voto cattolico – alle idee
prospettate da parte della Cei (magari neppure capite):
nessuno si confronta sul merito, non in chiave religiosa, ma
di bene per il popolo italiano. Un altro aspetto, infatti,
si omette di comprendere: le proposte della Cei, giuste o
sbagliate che siano, non sono religiose, ma di politica
sociale, dal momento che non si ripromettono la salvezza
della nostra anima, bensì il nostro bene in questo mondo.
Il messaggio religioso, universale
per sua stessa natura, è formulato e indirizzato in altre
sedi, che vanno dal confessionale al pulpito di san Pietro;
quando i vescovi italiani si esprimono sui cosiddetti temi
eticamente sensibili parlano alla società, alla cultura, al
Parlamento italiani.
Vorrei fare un esempio che mi pare
chiarificativo: un esponente di primissimo piano (e di
grande valore) della Chiesa di oggi, il cardinale Tarcisio
Bertone, segretario di stato del Vaticano (cioè primo
ministro della Chiesa e non ministro degli esteri come per
ignoranza i giornalisti spesso scrivono) quando era
arcivescovo della mia città (Genova), mentre era in corso il
dibattito sulle unioni di fatto, ebbe ad esortare sui
giornali i giovani, con una certa vivacità, a sposarsi
civilmente.
Può sulle prime fare un certo
effetto che un principe di santa romana Chiesa esorti
pubblicamente a commettere un peccato, in quanto il
matrimonio civile non è riconosciuto dalla Chiesa (è ai suoi
occhi poco più di una convivenza), ma questo stupore cade di
fronte alla constatazione che, appunto, i vescovi italiani
quando si esprimono pubblicamente non mandano messaggi
religiosi, ma sociali: il cardinale intendeva far presente
ad opinione pubblica e decisori politico-istituzionali
italiani il valore per la società italiana, non per la fede,
del matrimonio come elemento fondante della stabilità
familiare e, quindi, sociale.
L’unica possibile conclusione sul
tema del perdurante valore o meno della laicità nell’odierna
Italia secolarizzata è, quindi, che vale e ha un senso non
nei confronti della Chiesa cattolica – problema, a mio
giudizio, superato da decenni – bensì della capacità dei
meccanismi di formazione del consenso politico e di
decisione istituzionale di saper agire sulla base non di
influenze e poteri occulti, ma sempre di un confronto ampio.
Anche tra diversi –
anzi meglio se tra diversi o anche opposti – purché non
violento, teso al merito dei problemi e non alla
contrapposizione tra persone e/o forze in campo e,
auspicabilmente, del livello più alto possibile.
*Dice di sé.
Federico Filippo Oriana.
Avvocato immobiliarista, presidente dell’Aspesi,
associazione nazionale società immobiliari, operatore
giuridico-economico nel comparto immobiliare, appassionato
di problemi istituzionali, internazionali e della difesa.
Non è sportivo e non ha hobby, se non leggere e scrivere
(non per épater le bourgeois, ma perché è vero…).
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GREGORIO NAZIANZENO
A Natale:
colui che è nasce, colui che è incomprensibile viene
compreso, colui che arricchisce
conosce la povertà,
colui che è pienezza diviene
vuoto.
(Da “ I
sermoni liturgici”,
370 ca.)
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ARTHUR RIMBAUD
Dallo stesso deserto, nella stessa notte,
sempre i miei occhi
stanchi si destano alla
stella d’argento, sempre, senza che si
commuovano i Re della
vita, i tre magi, cuore, anima, spirito.
Quando ce ne andremo di
là dalle rive e dai monti,
a salutare la nascita del
nuovo lavoro, la saggezza nuova,
la fuga dei tiranni e dei
demoni, la fine della superstizione,
ad adorare – per primi!
Natale sulla terra!
(Da
“ Natale
sulla terra”,
1871)
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