AMARCORD
PAUL RICOEUR: INFINITI SONO I LIVELLI D’INTERPRETAZIONE
DELLA REALTÀ
Non c’è comportamento che sia
veramente umano se non c’è dietro un’etica, parametro
fondamentale per la politica, per l’economia, per la vita
stessa dell’uomo
Ottavio Rossani*
Conoscere
Paul Ricoeur, il grande filosofo francese morto il 20 maggio
2005 alla rispettabile età di novantadue anni, è stato per
me un privilegio. Non posso dire di aver imparato da lui
qualcosa di preciso e nemmeno di aver avuto una
frequentazione da allievo o da compagnon, come dicono
i francesi. Nemmeno una cena insieme, né in Italia, né a
Berna, dove ci siamo incontrati la prima volta per
un’intervista, né a Parigi dove poi ho potuto trascorrere
con lui un’oretta ogni tanto.
Soltanto una volta sono riuscito a
convincerlo ad uscire fuori dalla comunità, in cui aveva
deciso di rifugiarsi, per andare a sederci nel pomeriggio a
prendere un tè al Cafè deux magots, a Saint Germain,
quello dove per anni Sartre e la Beauvoir hanno trascorso i
pomeriggi conversando o scrivendo. Ormai non usa più fare
vita da caffè, come negli anni fastosi e melanconici
dell’esistenzialismo, durante i quali se uno voleva
incontrare un intellettuale a Parigi sapeva dove andare.
Negli ultimi due decenni, poi, la vita relazionale tra
letterati e artisti è completamente scomparsa nelle capitali
europee, quindi anche il costume di frequentarsi nei caffè.
Di solito, si tiene di mira qualche
mostra importante e si va in galleria o al museo, si fa la
posta se arriva qualcuno d’importante e si tenta di
avvicinarlo, ma quanta fatica! Anche perché se bisogna così
conoscere scrittori, poeti o artisti, in mezzo ad una folla
di curiosi più che lettori o cultori, meglio andarsene. Non
ne vale la pena. Mancano del tutto oggi le occasioni di
confronto, come c’erano una volta nei caffè viennesi o nei
bistrot parigini o nei bar/caffè romani (Caffè Greco)
o fiorentini (Giubbe Rosse) o milanesi (Caffè Cova).
Digressione questa, sì, ma utile.
Per dire che Paul Ricoeur – pur conscio della sua
enciclopedica opera spesso anche molto complicata da
decifrare (tanto che è quasi nata e si è consolidata una
materia adiacente alla sua filosofia, e cioè
l’interpretazione del significato complessivo dell’opera
unitaria del filosofo) – è stato un uomo schivo, a suo modo
difficile, anche se molto attento e vigile, protestante con
fine sensibilità religiosa, e che come studioso ha
influenzato una grande parte degli studi filosofici
contemporanei in Europa e nel mondo. Si confronti, se si è
proprio interessati, l’imponente studio condotto in Italia
da Oreste Aime, docente di filosofia contemporanea e
filosofia della religione nella Facoltà teologica di Torino,
dal titolo “La filosofia riflessiva” di Paul Ricoeur
(Cittadella, 2007). Per non parlare degli analisti francesi
che stanno scandagliando a fondo il suo pensiero nel
tentativo di coordinarlo in un unicum.
Cito lo studio più recente che si è
mosso in tale direzione di ricerca: “Paul Ricoeur. De l’homme
faillible à l’homme capable”. (Puf, Paris, 2008, pp.
178). Si tratta di un volume miscellaneo a cura di Gaëlle
Fiasse. Del resto lo stesso Ricoeur ha fatto a suo tempo un
primo tentativo di sistemazione del proprio pensiero,
disperso in almeno trenta libri teorici, ma ognuno
finalizzato alla decodificazione di un concetto chiave della
contemporaneità. Per esempio, il senso della storia, della
memoria e dell’oblio: ed ecco il libro “La memoire, l’histoire,
l’oubli” (Seuil, Paris, 2001, pagg. 682, tradotto in
italiano come “La memoria, la storia, l’oblio”, Raffaello
Cortina, 2003), che ha suscitato consensi per la scrittura
accattivante e per la logica interna del ragionamento, ma
anche molte critiche per le inesattezze rilevate su cose e
fatti, utilizzati come strumenti e momenti della
riflessione.
Tutto il suo argomentare, al di là
dei singoli temi, ha avuto come fine quello di dimostrare la
necessità di ricordare il passato per poter identificare il
bisogno di libertà profondo negli uomini e cominciare
finalmente a realizzarlo davvero. Come? Non solo ragionando
sugli eventi, non solo prospettando progetti di sviluppo, ma
con l’“agire”.
E agire significa che l’uomo può
intervenire per modificare l’indirizzo del destino personale
e comune. Quindi prima teorizzare, ma poi agire. Ed ecco un
altro libro proprio sull’action sociale, sulla
necessità di agire dentro la realtà sociale. E poi mille
altri argomenti: l’ermeneutica come indagine sugli aspetti
profondi della realtà e della personalità umana, la
questione del metodo nella ricerca filosofica, l’approccio
interdisciplinare dei suoi studi. Ogni suo libro è un
tassello di un pensiero che si dipana in senso orizzontale,
confondendo quindi le acque, per così dire, ma che nella sua
mente corrisponde al progetto complesso del sistema
filosofico diretto alla decodificazione delle incertezze
contemporanee.
Inutile che io qui faccia l’elenco
dei suoi libri e dei suoi argomenti. Se si legge il libro di
Oreste Aime e se si va sul sito Internet dedicato a Paul
Ricoeur, ci si documenta con facilità sulla sua vasta
bibliografia. In particolare sarebbe di grande aiuto, per
capire l’esigenza di rielaborare in un quadro di unicità il
pensiero di Ricoeur, non solo da parte degli studiosi, ma da
parte dello stesso filosofo, come abbiamo accennato sopra,
la lettura del libro “Sé”.
Paul Ricoeur quindi ha lavorato su
tutte le sollecitazioni culturali che come un altro
(1990; titolo originale: “Soi-même come un autre”, Seuil).
Perché? Ce lo spiega lui stesso: “ Mi si era posto il
problema di rintracciare una certa unità – se non
sistematica, almeno tematica – della mia opera, a distanza
di quarant’anni dalle mie prime pubblicazioni. La questione
era tanto più critica per me in quanto ero colpito, forse
molto più dei miei lettori, dalla diversità dei miei temi
affrontati. Ciascun libro, in effetti, era nato da un
problema determinato: la volontà, l’inconscio, la metafora,
il racconto. In un certo modo, io credo a una sorta di
dispersione del campo della riflessione filosofica, in
funzione di una pluralità di questioni determinate, che
richiedono ogni volta un trattamento distinto, in vista di
conclusioni limitate, ma precise.
Da questo punto di vista, non
rimpiango di aver dedicato la maggior parte della mia opera
a indagare la questione o le questioni che delimitano uno
spazio finito d’interrogazione, salvo aprire ogni volta la
ricerca su un orizzonte di senso che, in compenso, esercita
la sua funzione di apertura solo ai margini del problema
trattato. Muovendomi quindi controcorrente rispetto alle mie
preferenze consolidate, dovevo proporre una chiave di
lettura al mio uditore. Da questa sfida è nato “Soi-même
comme un autre”. (Brano tratto dal libro di Domenico
Jervolino “Introduzione all’ermeneutica di Ricoeur”,
Morcelliana, 2003, pagg. 131-132).
Paul Ricoeur ha quindi lavorato su
tutte le sollecitazioni culturali che gli arrivavano dalla
lettura degli studi del novecento, riguardanti gli
innumerevoli aspetti della realtà contemporanea, dalla
storia all’antropologia, dalla linguistica alla sociologia,
dalla letteratura alla psicanalisi. Tanto per fare un altro
esempio, singolare e chiarificatore cito un suo libro
dedicato a Freud: “De l’interpretation. Essai sur Freud”,
Seuil, 1966).
A 90 anni, nel 2003, gli sono
arrivati una serie di riconoscimenti: il premio “Paolo VI”
per gli studi filosofici; la cittadinanza onoraria di
Napoli, dove in molte occasioni ha tenuto corsi e conferenze
soprattutto all’Istituto di studi filosofici suor Orsola
Benincasa. Ma il premio al quale ha tenuto di più è stato il
“Balzan”, la cui dotazione era nel 1999 di 600 milioni di
lire (col vincolo che la metà della somma fosse spesa in
attività formative per giovani studiosi; ed, infatti,
Ricoeur ha sostenuto con quel denaro la comunità
“personalista” di Chatenay-Malabry di cui faceva parte,
impostando un programma di ricerche filosofiche per
ricercatori giovani). Il nucleo centrale del suo pensiero
era, è, infatti, la “persona”.
Il linguaggio, una volta
strutturato nell’opera/processo di conoscenza, influisce
sull’evoluzione della persona, disvela il senso della vita,
della condizione umana, quindi della storia. I nuovi studi
da lui finanziati dovrebbero spiegare come avvengono tali
passaggi dall’elaborazione teorica alla pratica di vita.
Dalla persona al pensiero, perciò, e non dal pensiero alla
persona, come nelle precedenti teorie filosofiche. E dentro
questa dualità, la possibilità per l’uomo di agire, di
determinare il proprio luogo e il proprio modo di
essere/esserci.
Quando sono arrivato a Berna il 16
novembre 1999, era ancora mezzogiorno. Un sole tiepido
prometteva allegria, ma dopo un po’ il cielo è diventato
grigio. Non ha piovuto, i premi “Balzan” non sono stati
annacquati. La cerimonia di consegna era prevista per la
mattina dopo. Avevo appuntamento con Ricoeur alle 17 nella
hall del lussuoso hotel Bellevue Palace. Il viaggio in auto,
mi aveva un po’ stancato, arrivavo da Milano. Era l’unico
modo per raggiungere la capitale svizzera, perché essa non
era collegata per via aerea. Oggi funziona un aeroporto
soprattutto per voli charter, ma anche per compagnie low
cost. Ma allora, mi sembra di ricordare che c’era un
piccolo scalo utilizzato solo come base militare.
Comunque fosse la situazione,
ricordo che mi ero informato se ci fosse un volo da Milano a
Berna, ma per prender un aereo bisognava fare scalo a Zurigo
e poi noleggiare un’auto. Allora decisi che tanto valeva
farmi un viaggetto. Almeno avrei visto paesaggi, mi sarei
fermato a bere un caffè in qualche stazione di servizio. Le
autostrade in Svizzera non erano quasi mai affollate, tranne
però sulla deviazione che da Zurigo porta a Berna. Lì per
circa una settantina di chilometri il traffico diventava
intenso. Ma mai come sulle autostrade italiane. Credo che
ancora adesso la situazione non sia cambiata. Quando sono
arrivato nel lussuoso ed elegante albergo stile belle epoque
nella Kochergasse, la strada centrale su cui sorge anche il
parlamento svizzero, espletate le formalità per
l’accreditamento, sono subito salito in camera per uno
spuntino leggero e per un riposino.
Poco dopo, puntuale
all’appuntamento, mi sono trovato davanti un anziano signore
alto e magro, con la pancetta un po’ visibile, ma solido,
tranquillo. Un vestito grigio, sotto la giaccia un gilet in
tono, una cravatta a righine rosse e blu. Un paio di scarpe
a stringhe nere, abbastanza pulite. La barba appena fatta.
Ci siamo seduti in un angolo appartato dell’immensa hall, su
due poltrone di cuoio, ho estratto il mio taccuino nero, di
piccola dimensione, tipo Moleskine mignon (ne
posseggo ormai circa tremila; documentazione di una vita di
viaggi e incontri in Italia e nel mondo) e abbiamo
cominciato a conversare.
Non ho fatto subito le domande che
mi interessavano, ma ho spaziato un po’ sull’attualità,
sulla sua vita, sulla sua biografia, sull’università di
Nanterre, alla cui affermazione internazionale aveva
contribuito sia con il suo insegnamento sia diventandone il
rettore. Quindi abbiamo parlato delle sue amicizie giovanili
da Sartre a Lévinas, della rivista “Esprit” e del suo
direttore Emanuel Mounier, avvicinandosi al cosiddetto
“protestantesimo sociale”.
Nato a Valence il 27 febbraio 1913,
Ricoeur ha dedicato la sua vita all’insegnamento. Prima
all’università di Strasburgo, poi alla Sorbona; è stato
anche in Germania; infine è andato a Nanterre, e lì è
rimasto fino al pensionamento. Negli anni successivi, si è
trasferito negli Stati uniti, chiamato dalla Divinity
school of Chicago.
Dopo aver vissuto un’amicizia
intellettuale e personale con Emanuel Mounier nella rivista
“Esprit”, Ricoeur si è occupato di volta in volta
delle più rilevanti correnti filosofiche del secolo
ventesimo. In modo particolare ha studiato e scritto sulla
fenomenologia, sull’esistenzialismo, sulla filosofia del
linguaggio, che intendeva come strumento di rivelazione. La
sua sensibilità religiosa, poi, è stata sempre alla base
delle sue elaborazioni teoriche. Tra i libri più importanti,
alcuni li dobbiamo proprio ricordare: “La metafora
viva. Dalla retorica alla poetica: per un linguaggio di
rivelazione”, “Tempo e racconto”, “Il conflitto delle
interpretazioni”.
La motivazione del premio
Balzan recitava così: “Per aver saputo raccogliere in unità
tutti i temi e i suggerimenti più importanti della filosofia
del novecento, e in una sintesi originale, che fa del
linguaggio – in particolare poetico-metaforico – il luogo
della rivelazione di una realtà non manipolabile da noi,
bensì interpretabile in modi diversi e tuttavia coerenti.
Attraverso la metafora il linguaggio attinge a quella verità
che fa di noi ciò che siamo, nella profondità del nostro
essere”.
Sul Corriere della sera del 23
novembre 1999 venne pubblicata la mia intervista a Paul
Ricoeur con questo titolo “Paul Ricoeur: non cercate il
futuro in un chip e con il sommario. Solo la comprensione
del prossimo ci può salvare dai guasti del progresso”. Ecco
il testo della conversazione:
Dal nostro inviato a Berna –
“Comincerò dalla morte”. Dalla morte? “Sì, perché la mia
infanzia è stata segnata dalla morte. Di mio padre, ucciso
nella prima guerra mondiale. Mi convinsi subito della
profonda ingiustizia del trattato di Versailles. È da lì che
si generarono i due drammi dell’Europa: il nazismo in
Germania e lo stalinismo in Unione sovietica. Intesi mio
padre come vittima ingiusta di un conflitto irrazionale.
Sentii l’urgenza della riconciliazione. Cominciai così ad
occuparmi delle grandi questioni dell’esistenza”.
Il filosofo Paul Ricoeur a 86 anni
gode di una popolarità mai avuta prima. Ha insegnato per 50
anni nelle università, in Francia, Germania e Stati uniti.
Ora è in pensione, ma continua a lavorare intensamente.
Secondo la sua definizione, fa “l’assistente per le
argomentazioni” di medici, psicologi, giudici, storici e
politologi. Ha appena ricevuto il premio Balzan per la
filosofia (600 milioni). Dice: “Non so cosa ne farò; alla
mia età non ho bisogno di tanti soldi”. Gentile e
disponibile, è dimesso nell’aspetto, solido nel fisico,
parco nel mangiare. I suoi testi sono conosciuti più
all’estero che in Francia, dov’è nato. Le sue teorie
suscitano un interesse crescente. Soprattutto l’ermeneutica,
come scienza dell’interpretazione. Ha attraversato i vari
campi del sapere: storia, teologia, psicanalisi,
letteratura, per costruire il sistema filosofico che si
riassume nella necessità di interpretare il linguaggio.
Qual è il filo conduttore nel suo
pensiero?
“I grandi pensatori del secolo
hanno segnato la mia formazione. Aver partecipato
all’elaborazione della rivista “Esprit” di Mounier, per me
che appartengo alla tradizione cristiana riformata, è stato
fondamentale. L’incontro e l’amicizia con Gabriel Marcel,
Merleau-Ponty
e Jean Paul Sartre mi hanno permesso di dire che non c’è una
verità oggettiva e che l’esperienza soggettiva non si
legittima se non rapportata agli altri”.
Quando il suo pensiero divenne
creativo?
“Quando dal 1940 al 1945 fui
prigioniero in Germania. Lessi tutto Karl Jaspers e mi si
aprì un orizzonte di ricerca illimitato. Da una parte c’era
il pensiero, dall’altra c’erano i lager”.
Gli storici revisionisti sostengono
che i lager non siano esistiti.
“Sono negazionisti: dell’evidenza.
I campi di concentramento li ho visti con i miei occhi.
Quando gli alleati aprirono le porte, io vidi uscire di là
delle larve. Ho visto morire molta gente. Come si possono
negare le testimonianze dirette?”.
Lei dice: la vita è un racconto,
non un teorema...
“Press’a poco, ma la questione è
più complessa e vi ho dedicato la lunga ricerca di “Tempo e
racconto”. Le interpretazioni sono in conflitto, però si
possono confrontare e mediare col dialogo”.
Ha risentimenti per qualcosa che
meritava e non ha avuto?
“Non ho recriminazioni da fare. La
mia vita è stata studio e pensiero. Università,
pubblicazioni e attività politica. Ho partecipato ai gruppi
di discussione del partito socialista, l’unico movimento che
ha sostenuto la realizzazione di una giustizia sociale.
Anche il partito comunista sosteneva l’eguaglianza, ma in
Francia esso era completamente asservito alle direttive di
Mosca. L’invasione dell’Armata rossa a Budapest nel 1956 fu
il discrimine tra i due partiti di sinistra”.
In che senso?
“Da quel momento entrarono in
competizione. Fu evidente la perversione del sistema
sovietico. Marx aveva dato al movimento sociale le armi
delle analisi economiche. Ma sul piano politico, tutto il
sistema di pensiero del marxismo conduce a proteggere il
sistema di potere. Da qui i gulag. Per questo diventai
anticomunista”.
Torniamo al suo pensiero. Il nucleo
è il linguaggio?
“Il linguaggio è preesistente ai
comportamenti: bisogna solo estrarlo e identificarsi nei
significati delle parole. Studiando Freud, ho affrontato la
questione della colpa, del male, della morte. Il linguaggio
trasforma il desiderio, prima condizionato dalla libido. La
creatività del linguaggio è semantica della creazione,
attraverso la metafora. Da qui nasce l’azione. Ma al di
sopra c’è l’utopia come immaginazione dell’istanza sociale”.
Tutto è legato al tempo?
“Il tempo è la storia della
società, il cambiamento fondato sulla tradizione. Si tratta
di distruggere e ricostruire”.
Anche con la metafora. Più realtà o
finzione?
“La finzione ci permette di
scoprire la specificità della realtà. Il linguaggio poetico,
per esempio, è esplorazione della comprensione, è scoperta
della parte sommersa del linguaggio”.
Cosa persegue la scienza
dell’interpretazione?
“La filosofia del confronto per
l’accettazione dell’altro, che permette la lettura di sé”.
Qual è il suo giudizio sul
Novecento?
“Un secolo di scelte e di scoperte.
Ci sono stati progressi indiscutibili. Ma è anche stato il
secolo dell’ingiustizia e dei gulag”.
Ha vinto il capitalismo. È un bene?
“Il capitalismo è l’unico sistema
che crea ricchezza, ma aumenta le disuguaglianze e le
ripartisce male geograficamente. È giudicato negativo. In
realtà è contraddittorio”.
Che cosa ci riserva il futuro?
“Vedo sperimentazioni, clonazioni.
Temo che si produrranno altri Balcani. La rivoluzione
informatica mi sembra viziosa”.
Con la filosofia si possono
migliorare i rapporti nel mondo?
“È la specialità dell’Occidente.
Può mettersi al servizio dell’etica e della politica”.
Qual è il destino dell’uomo?
“Comprendersi e non accusare. Non
ammirare la forza. Non condannare i nemici. Non disprezzare
gli infelici”.
Alla fine del testo, una nota
specificava che:
Le opere di Ricoeur sono state pubblicate in Italia quasi
tutte da Jaca Book. Eccone alcune: “Filosofia della volontà”
(3 volumi); “Storia e verità”, “Il conflitto delle
interpretazioni”, “La metafora viva”, “Tempo e racconto”,
“Ideologia e utopia”, “La natura e la regola”, “Pensare la
Bibbia”.
Per una questione di spazio – come sempre accade nei
giornali in cui da tempo ormai non conta molto il contenuto
di un servizio, di un’intervista, di un’indagine, quanto il
criterio con cui si “confezionano” le pagine – anche questo
incontro con Ricoeur è stato per forza di cose sacrificato.
La conversazione era durata più di due ore. La stesura
completa dell’intervista mi aveva preso una decina di
cartelle. Ma era impossibile che potesse essere accolta
nella sua integrità. Quindi ho tagliato brutalmente blocchi
di testo. Non ho conservato quell’articolo nella sua
interezza.
Tuttavia posso percorrere nel taccuino le varie stazioni del
nostro dialogo. E aggiungo qui, non importa se
disordinatamente, altri particolari.
“Sono stato prigioniero in un campo di concentramento per
quasi cinque anni. La mia giovinezza è stata segnata, nei
primissimi anni, dall’indignazione, per esempio, in
occasione dell’esecuzione in America di Sacco e Vanzetti,
considerati due terroristi italiani ed erano invece due
immigrati innocui, innocenti”.
Su Marx e il marxismo:
“Il sistema di pensiero marxista è alla base della politica
della forza messa in atto nell’Unione sovietica; è stato il
passaggio ideologico che ha permesso di proteggere il potere
esistente, inamovibile con metodi pacifici”.
Ancora sul linguaggio:
“La creatività del linguaggio è l’utopia, la grande
immaginazione dell’istanza sociale. Dalle parole tutto il
resto prende significato. Infatti, la prima difficoltà
dell’uomo è parlare, ma poi qualsiasi cosa passa attraverso
la parola, i nomi esistono in quanto sono significati delle
parole. Nei regimi totalitari si verifica, in pratica, un
chiaro abuso di linguaggio. Chi abusa delle parole abusa
delle persone”.
Sul Novecento:
“La chiave di volta del Novecento è nella Grande guerra del
1914, nell’inizio di una guerra che doveva essere locale ed
è diventata mondiale. Quel conflitto è stato il suicidio
dell’Europa, intesa come un complesso di identità e
indipendenze in equilibrio. La guerra ha capovolto valori e
parametri. Se pensiamo alla decolonizzazione rapida e
disastrosa, ci rendiamo conto che le cose avrebbero dovuto
essere fatte in modo progressivo e intelligente. Le nazioni
dominanti si sono ritirate dai territori occupati,
soprattutto in Africa, in modo repentino, davanti alle
difficoltà sorte con le rivendicazioni armate delle varie
indipendenze.
Gli occupanti sono fuggiti, non si sono preoccupati di
preparare gli indigeni a sapersi governare. Una
responsabilità in più oltre a quella di aver occupato in
tempi remoti quei territori. Questo è stato il massacro del
cosiddetto “terzo mondo”, massacro dal quale l’Africa in
particolare ancora non riesce a riprendersi. Ed è stato
anche il motivo della proliferazione delle cosiddette guerre
locali.
Sulle scoperte scientifiche:
“Il Novecento è stato anche il secolo delle grandi scoperte.
Tante, troppe scoperte. Oggi abbiamo un’economia dominata
dalle scoperte scientifiche. Il mondo però è diventato più
complesso. Abbiamo avuto molte scoperte, ma non è aumentato
il benessere delle persone nel mondo. La redistribuzione
delle ricchezze non è avvenuta, e chissà quando sarà
possibile. È indegno di popoli civili, come ritengono di
essere gli occidentali, guardare altre popolazioni morire di
fame e di malattie e non fare nulla – alludo a progetti che
prevedono assunzioni di responsabilità, per risolvere i
problemi e per prevenirne altri. Il progresso scientifico è
irreversibile, ma l’intelligenza degli uomini si giocherà
sulla capacità e la competenza di saper controllare l’uso
dei mezzi.
La scoperta dell’atomo si è rivelata distruttiva; tuttavia
sappiamo che potrebbe essere utilizzata in modo costruttivo
per tutta l’umanità. Non deve prevalere l’egoismo, il
desiderio di potenza, l’indifferenza verso gli altri. Come
ho già detto, ho scritto un intero libro per dimostrare che
il sé esiste e si misura solo in rapporto con l’altro. Il sé
è l’altro”.
Sul futuro:
“Non so dire niente. Ma so una cosa semplice: non c’è
comportamento umano che sia veramente umano se non c’è
dietro un’etica. L’etica è il parametro fondamentale per la
politica, per l’economia, per la vita stessa dell’uomo. C’è
una bellissima frase di Simone Veil che ricordo sempre: “Mai
ammirare la forza”. Prima regola dell’uomo deve essere: non
disprezzare gli infelici”.
Ancora sul Novecento:
“Il Novecento è stato il secolo delle rivoluzioni. Questa
parola era in bocca a tutti i governanti e
contemporaneamente agli oppositori. L’hanno pronunciata
Hitler, Stalin e perfino Petain. E poi più avanti anche
Perón e tanti altri.
Ogni volta che si è invocata la rivoluzione, che la si è
fatta, il risultato è stato una dittatura, sia essa
bonapartista dopo il Terrore, sia essa nazismo, fascismo,
comunismo, franchismo, peronismo, e per arrivare più vicino
a noi, komeinismo, eccetera. Io ormai preferisco non
pronunciare la parola rivoluzione, e non mi piace
nemmeno più sentirla utilizzare. Le parole che preferisco
sono tradizione e innovazione, sulle quali ritengo
importante lavorare.
Da quando si sono scoperte le riforme il mondo è migliorato,
si intuisce che ci sono le possibilità di modificare i
sistemi senza l’uso della violenza”.
Tutti concetti che poi, sia pure in modo frammentario, mi ha
sempre più chiarito quelle poche volte in cui riuscivamo a
rivederci. Ma ogni volta è stato come bere un bicchiere
d’acqua fresca. La sua lucidità nel parlare era molto, molto
più lineare che nella sua scrittura. Benché la scrittura dei
suoi libri – di filosofia, quindi altamente specialistici –
sia di per sé chiara, esemplificativa.
Il fatto è che – come spesso ha sottolineato – dietro le
parole, dietro la realtà, dietro le cose evidenti, c’è
sempre una zona d’ombra, qualcosa di enigmatico, che deve
essere interpretato, indagato, chiarito. Ed è per questo che
l’analisi del mondo non finisce mai, e gli studi di Ricoeur
finché è stato vivo sono diventati sempre più vasti, sempre
più profondi. Talmente profondi che ora in realtà i filosofi
e perfino i poeti sentono la necessità di riscoprire il suo
pensiero. Come cerchi concentrici, i suoi libri sono da
leggere e rileggere, perché ogni volta comunicano che esiste
un livello più “sotto”, più nascosto, da analizzare. Per
questo Paul Ricoeur diventa ogni giorno più famoso e più
vivo.
*Dice di sé.
Ottavio Rossani. Giornalista al
“Corriere della sera”. Laurea in Scienze politiche e
sociali. Come inviato speciale, ha viaggiato in Italia e nei
diversi continenti, soprattutto in America latina, firmando
reportage, interviste, analisi su questioni e personaggi
della politica, del costume, della letteratura. Ha
pubblicato una decina di libri. Poesia: tra gli altri, “Le
deformazioni” (Campironi, 1976), “Falsi confini” (Xenia,
1989), “Teatrino delle scomparse” (Periferia, 1992),
“L’ignota battaglia” (Iride-Rubettino, 2005). Il romanzo:
“Servitore vostro humilissimo et devotissimo” (Bonanno,
1995). Saggi: tra gli altri, “L’industria dei sequestri”
(Longanesi, 1978), “Leonardo Sciascia” (Luisé, 1990),
“Le parole dei pentiti” (Datanews, 2000), “Stato
società e briganti nel Risorgimento italiano” (Pianetalibro,
2003).
Ha curato alcune regie teatrali e
diverse mostre personali e collettive dei suoi quadri
(acrilici) in Italia e all’estero. Da ottobre 2007 è
responsabile del blog dedicato alla poesia sul “Corriere
della sera on-line”, il primo nel mondo su un quotidiano
elettronico.
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WILLIAM SHAKESPEARE
Dicono che
il gallo, questo pennuto araldo dell’aurora,
nella stagion dell’anno che
s’appressa il Natale del nostro
Salvatore, non cessa di cantar
tutta la notte, e allora, dicono,
nessuno spirito osa andar più
vagando sulla terra;
in quel tempo le notti son
salubri, nessun pianeta emana
mali influssi, nessuna fata
pratica incantesimi,
nessuna strega ordisce sortilegi,
tanto santificato
e benedetto è quel tempo
dell’anno.
(Da “ Amleto”,
1600)
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