AMARCORD

PAUL RICOEUR: INFINITI SONO I LIVELLI
D’INTERPRETAZIONE DELLA REALTÀ


Non c’è comportamento che sia veramente umano
se non c’è dietro un’etica, parametro fondamentale per la politica,
per l’economia, per la vita stessa dell’uomo


 

Ottavio Rossani*

 


Conoscere Paul Ricoeur, il grande filosofo francese morto il 20 maggio 2005 alla rispettabile età di novantadue anni, è stato per me un privilegio. Non posso dire di aver imparato da lui qualcosa di preciso e nemmeno di aver avuto una frequentazione da allievo o da compagnon, come dicono i francesi. Nemmeno una cena insieme, né in Italia, né a Berna, dove ci siamo incontrati la prima volta per un’intervista, né a Parigi dove poi ho potuto trascorrere con lui un’oretta ogni tanto.

Soltanto una volta sono riuscito a convincerlo ad uscire fuori dalla comunità, in cui aveva deciso di rifugiarsi, per andare a sederci nel pomeriggio a prendere un tè al Cafè deux magots, a Saint Germain, quello dove per anni Sartre e la Beauvoir hanno trascorso i pomeriggi conversando o scrivendo. Ormai non usa più fare vita da caffè, come negli anni fastosi e melanconici dell’esistenzialismo, durante i quali se uno voleva incontrare un intellettuale a Parigi sapeva dove andare. Negli ultimi due decenni, poi, la vita relazionale tra letterati e artisti è completamente scomparsa nelle capitali europee, quindi anche il costume di frequentarsi nei caffè.

Di solito, si tiene di mira qualche mostra importante e si va in galleria o al museo, si fa la posta se arriva qualcuno d’importante e si tenta di avvicinarlo, ma quanta fatica! Anche perché se bisogna così conoscere scrittori, poeti o artisti, in mezzo ad una folla di curiosi più che lettori o cultori, meglio andarsene. Non ne vale la pena. Mancano del tutto oggi le occasioni di confronto, come c’erano una volta nei caffè viennesi o nei bistrot parigini o nei bar/caffè romani (Caffè Greco) o fiorentini (Giubbe Rosse) o milanesi (Caffè Cova).

Digressione questa, sì, ma utile. Per dire che Paul Ricoeur – pur conscio della sua enciclopedica opera spesso anche molto complicata da decifrare (tanto che è quasi nata e si è consolidata una materia adiacente alla sua filosofia, e cioè l’interpretazione del significato complessivo dell’opera unitaria del filosofo) – è stato un uomo schivo, a suo modo difficile, anche se molto attento e vigile, protestante con fine sensibilità religiosa, e che come studioso ha influenzato una grande parte degli studi filosofici contemporanei in Europa e nel mondo. Si confronti, se si è proprio interessati, l’imponente studio condotto in Italia da Oreste Aime, docente di filosofia contemporanea e filosofia della religione nella Facoltà teologica di Torino, dal titolo “La filosofia riflessiva” di Paul Ricoeur (Cittadella, 2007). Per non parlare degli analisti francesi che stanno scandagliando a fondo il suo pensiero nel tentativo di coordinarlo in un unicum.

Cito lo studio più recente che si è mosso in tale direzione di ricerca: “Paul Ricoeur. De l’homme faillible à l’homme capable”. (Puf, Paris, 2008, pp. 178). Si tratta di un volume miscellaneo a cura di Gaëlle Fiasse. Del resto lo stesso Ricoeur ha fatto a suo tempo un primo tentativo di sistemazione del proprio pensiero, disperso in almeno trenta libri teorici, ma ognuno finalizzato alla decodificazione di un concetto chiave della contemporaneità. Per esempio, il senso della storia, della memoria e dell’oblio: ed ecco il libro “La memoire, l’histoire, l’oubli” (Seuil, Paris, 2001, pagg. 682, tradotto in italiano come “La memoria, la storia, l’oblio”, Raffaello Cortina, 2003), che ha suscitato consensi per la scrittura accattivante e per la logica interna del ragionamento, ma anche molte critiche per le inesattezze rilevate su cose e fatti, utilizzati come strumenti e momenti della riflessione.

Tutto il suo argomentare, al di là dei singoli temi, ha avuto come fine quello di dimostrare la necessità di ricordare il passato per poter identificare il bisogno di libertà profondo negli uomini e cominciare finalmente a realizzarlo davvero. Come? Non solo ragionando sugli eventi, non solo prospettando progetti di sviluppo, ma con l’“agire”.

E agire significa che l’uomo può intervenire per modificare l’indirizzo del destino personale e comune. Quindi prima teorizzare, ma poi agire. Ed ecco un altro libro proprio sull’action sociale, sulla necessità di agire dentro la realtà sociale. E poi mille altri argomenti: l’ermeneutica come indagine sugli aspetti profondi della realtà e della personalità umana, la questione del metodo nella ricerca filosofica, l’approccio interdisciplinare dei suoi studi. Ogni suo libro è un tassello di un pensiero che si dipana in senso orizzontale, confondendo quindi le acque, per così dire, ma che nella sua mente corrisponde al progetto complesso del sistema filosofico diretto alla decodificazione delle incertezze contemporanee.

Inutile che io qui faccia l’elenco dei suoi libri e dei suoi argomenti. Se si legge il libro di Oreste Aime e se si va sul sito Internet dedicato a Paul Ricoeur, ci si documenta con facilità sulla sua vasta bibliografia. In particolare sarebbe di grande aiuto, per capire l’esigenza di rielaborare in un quadro di unicità il pensiero di Ricoeur, non solo da parte degli studiosi, ma da parte dello stesso filosofo, come abbiamo accennato sopra, la lettura del libro “Sé”.

Paul Ricoeur quindi ha lavorato su tutte le sollecitazioni culturali che come un altro (1990; titolo originale: “Soi-même come un autre”, Seuil). Perché? Ce lo spiega lui stesso: “ Mi si era posto il problema di rintracciare una certa unità – se non sistematica, almeno tematica – della mia opera, a distanza di quarant’anni dalle mie prime pubblicazioni. La questione era tanto più critica per me in quanto ero colpito, forse molto più dei miei lettori, dalla diversità dei miei temi affrontati. Ciascun libro, in effetti, era nato da un problema determinato: la volontà, l’inconscio, la metafora, il racconto. In un certo modo, io credo a una sorta di dispersione del campo della riflessione filosofica, in funzione di una pluralità di questioni determinate, che richiedono ogni volta un trattamento distinto, in vista di conclusioni limitate, ma precise.

Da questo punto di vista, non rimpiango di aver dedicato la maggior parte della mia opera a indagare la questione o le questioni che delimitano uno spazio finito d’interrogazione, salvo aprire ogni volta la ricerca su un orizzonte di senso che, in compenso, esercita la sua funzione di apertura solo ai margini del problema trattato. Muovendomi quindi controcorrente rispetto alle mie preferenze consolidate, dovevo proporre una chiave di lettura al mio uditore. Da questa sfida è nato “Soi-même comme un autre. (Brano tratto dal libro di Domenico Jervolino “Introduzione all’ermeneutica di Ricoeur”, Morcelliana, 2003, pagg. 131-132).

Paul Ricoeur ha quindi lavorato su tutte le sollecitazioni culturali che gli arrivavano dalla lettura degli studi del novecento, riguardanti gli innumerevoli aspetti della realtà contemporanea, dalla storia all’antropologia, dalla linguistica alla sociologia, dalla letteratura alla psicanalisi. Tanto per fare un altro esempio, singolare e chiarificatore cito un suo libro dedicato a Freud: “De l’interpretation. Essai sur Freud”, Seuil, 1966).

A 90 anni, nel 2003, gli sono arrivati una serie di riconoscimenti: il premio “Paolo VI” per gli studi filosofici; la cittadinanza onoraria di Napoli, dove in molte occasioni ha tenuto corsi e conferenze soprattutto all’Istituto di studi filosofici suor Orsola Benincasa. Ma il premio al quale ha tenuto di più è stato il “Balzan”, la cui dotazione era nel 1999 di 600 milioni di lire (col vincolo che la metà della somma fosse spesa in attività formative per giovani studiosi; ed, infatti, Ricoeur ha sostenuto con quel denaro la comunità “personalista” di Chatenay-Malabry di cui faceva parte, impostando un programma di ricerche filosofiche per ricercatori giovani). Il nucleo centrale del suo pensiero era, è, infatti, la “persona”.

Il linguaggio, una volta strutturato nell’opera/processo di conoscenza, influisce sull’evoluzione della persona, disvela il senso della vita, della condizione umana, quindi della storia. I nuovi studi da lui finanziati dovrebbero spiegare come avvengono tali passaggi dall’elaborazione teorica alla pratica di vita. Dalla persona al pensiero, perciò, e non dal pensiero alla persona, come nelle precedenti teorie filosofiche. E dentro questa dualità, la possibilità per l’uomo di agire, di determinare il proprio luogo e il proprio modo di essere/esserci.

Quando sono arrivato a Berna il 16 novembre 1999, era ancora mezzogiorno. Un sole tiepido prometteva allegria, ma dopo un po’ il cielo è diventato grigio. Non ha piovuto, i premi “Balzan” non sono stati annacquati. La cerimonia di consegna era prevista per la mattina dopo. Avevo appuntamento con Ricoeur alle 17 nella hall del lussuoso hotel Bellevue Palace. Il viaggio in auto, mi aveva un po’ stancato, arrivavo da Milano. Era l’unico modo per raggiungere la capitale svizzera, perché essa non era collegata per via aerea. Oggi funziona un aeroporto soprattutto per voli charter, ma anche per compagnie low cost. Ma allora, mi sembra di ricordare che c’era un piccolo scalo utilizzato solo come base militare.

Comunque fosse la situazione, ricordo che mi ero informato se ci fosse un volo da Milano a Berna, ma per prender un aereo bisognava fare scalo a Zurigo e poi noleggiare un’auto. Allora decisi che tanto valeva farmi un viaggetto. Almeno avrei visto paesaggi, mi sarei fermato a bere un caffè in qualche stazione di servizio. Le autostrade in Svizzera non erano quasi mai affollate, tranne però sulla deviazione che da Zurigo porta a Berna. Lì per circa una settantina di chilometri il traffico diventava intenso. Ma mai come sulle autostrade italiane. Credo che ancora adesso la situazione non sia cambiata. Quando sono arrivato nel lussuoso ed elegante albergo stile belle epoque nella Kochergasse, la strada centrale su cui sorge anche il parlamento svizzero, espletate le formalità per l’accreditamento, sono subito salito in camera per uno spuntino leggero e per un riposino.

Poco dopo, puntuale all’appuntamento, mi sono trovato davanti un anziano signore alto e magro, con la pancetta un po’ visibile, ma solido, tranquillo. Un vestito grigio, sotto la giaccia un gilet in tono, una cravatta a righine rosse e blu. Un paio di scarpe a stringhe nere, abbastanza pulite. La barba appena fatta. Ci siamo seduti in un angolo appartato dell’immensa hall, su due poltrone di cuoio, ho estratto il mio taccuino nero, di piccola dimensione, tipo Moleskine mignon (ne posseggo ormai circa tremila; documentazione di una vita di viaggi e incontri in Italia e nel mondo) e abbiamo cominciato a conversare.

Non ho fatto subito le domande che mi interessavano, ma ho spaziato un po’ sull’attualità, sulla sua vita, sulla sua biografia, sull’università di Nanterre, alla cui affermazione internazionale aveva contribuito sia con il suo insegnamento sia diventandone il rettore. Quindi abbiamo parlato delle sue amicizie giovanili da Sartre a Lévinas, della rivista “Esprit” e del suo direttore Emanuel Mounier, avvicinandosi al cosiddetto “protestantesimo sociale”.

Nato a Valence il 27 febbraio 1913, Ricoeur ha dedicato la sua vita all’insegnamento. Prima all’università di Strasburgo, poi alla Sorbona; è stato anche in Germania; infine è andato a Nanterre, e lì è rimasto fino al pensionamento. Negli anni successivi, si è trasferito negli Stati uniti, chiamato dalla Divinity school of Chicago.

Dopo aver vissuto un’amicizia intellettuale e personale con Emanuel Mounier nella rivista “Esprit”, Ricoeur si è occupato di volta in volta delle più rilevanti correnti filosofiche del secolo ventesimo. In modo particolare ha studiato e scritto sulla fenomenologia, sull’esistenzialismo, sulla filosofia del linguaggio, che intendeva come strumento di rivelazione. La sua sensibilità religiosa, poi, è stata sempre alla base delle sue elaborazioni teoriche. Tra i libri più importanti, alcuni li dobbiamo proprio ricordare: “La metafora viva. Dalla retorica alla poetica: per un linguaggio di rivelazione”, “Tempo e racconto”, “Il conflitto delle interpretazioni”.

La motivazione del premio Balzan recitava così: “Per aver saputo raccogliere in unità tutti i temi e i suggerimenti più importanti della filosofia del novecento, e in una sintesi originale, che fa del linguaggio – in particolare poetico-metaforico – il luogo della rivelazione di una realtà non manipolabile da noi, bensì interpretabile in modi diversi e tuttavia coerenti. Attraverso la metafora il linguaggio attinge a quella verità che fa di noi ciò che siamo, nella profondità del nostro essere”.

Sul Corriere della sera del 23 novembre 1999 venne pubblicata la mia intervista a Paul Ricoeur con questo titolo “Paul Ricoeur: non cercate il futuro in un chip e con il sommario. Solo la comprensione del prossimo ci può salvare dai guasti del progresso”. Ecco il testo della conversazione:

 

Dal nostro inviato a Berna – “Comincerò dalla morte”. Dalla morte? “Sì, perché la mia infanzia è stata segnata dalla morte. Di mio padre, ucciso nella prima guerra mondiale. Mi convinsi subito della profonda ingiustizia del trattato di Versailles. È da lì che si generarono i due drammi dell’Europa: il nazismo in Germania e lo stalinismo in Unione sovietica. Intesi mio padre come vittima ingiusta di un conflitto irrazionale. Sentii l’urgenza della riconciliazione. Cominciai così ad occuparmi delle grandi questioni dell’esistenza”.

Il filosofo Paul Ricoeur a 86 anni gode di una popolarità mai avuta prima. Ha insegnato per 50 anni nelle università, in Francia, Germania e Stati uniti. Ora è in pensione, ma continua a lavorare intensamente. Secondo la sua definizione, fa “l’assistente per le argomentazioni” di medici, psicologi, giudici, storici e politologi. Ha appena ricevuto il premio Balzan per la filosofia (600 milioni). Dice: “Non so cosa ne farò; alla mia età non ho bisogno di tanti soldi”. Gentile e disponibile, è dimesso nell’aspetto, solido nel fisico, parco nel mangiare. I suoi testi sono conosciuti più all’estero che in Francia, dov’è nato. Le sue teorie suscitano un interesse crescente. Soprattutto l’ermeneutica, come scienza dell’interpretazione. Ha attraversato i vari campi del sapere: storia, teologia, psicanalisi, letteratura, per costruire il sistema filosofico che si riassume nella necessità di interpretare il linguaggio.

 

Qual è il filo conduttore nel suo pensiero?

 

“I grandi pensatori del secolo hanno segnato la mia formazione. Aver partecipato all’elaborazione della rivista “Esprit” di Mounier, per me che appartengo alla tradizione cristiana riformata, è stato fondamentale. L’incontro e l’amicizia con Gabriel Marcel, Merleau-Ponty e Jean Paul Sartre mi hanno permesso di dire che non c’è una verità oggettiva e che l’esperienza soggettiva non si legittima se non rapportata agli altri”.

Quando il suo pensiero divenne creativo?

 

“Quando dal 1940 al 1945 fui prigioniero in Germania. Lessi tutto Karl Jaspers e mi si aprì un orizzonte di ricerca illimitato. Da una parte c’era il pensiero, dall’altra c’erano i lager”.

 

Gli storici revisionisti sostengono che i lager non siano esistiti.

 

“Sono negazionisti: dell’evidenza. I campi di concentramento li ho visti con i miei occhi. Quando gli alleati aprirono le porte, io vidi uscire di là delle larve. Ho visto morire molta gente. Come si possono negare le testimonianze dirette?”.

 

Lei dice: la vita è un racconto, non un teorema...

 

“Press’a poco, ma la questione è più complessa e vi ho dedicato la lunga ricerca di “Tempo e racconto”. Le interpretazioni sono in conflitto, però si possono confrontare e mediare col dialogo”.

 

Ha risentimenti per qualcosa che meritava e non ha avuto?

 

“Non ho recriminazioni da fare. La mia vita è stata studio e pensiero. Università, pubblicazioni e attività politica. Ho partecipato ai gruppi di discussione del partito socialista, l’unico movimento che ha sostenuto la realizzazione di una giustizia sociale. Anche il partito comunista sosteneva l’eguaglianza, ma in Francia esso era completamente asservito alle direttive di Mosca. L’invasione dell’Armata rossa a Budapest nel 1956 fu il discrimine tra i due partiti di sinistra”.

 

In che senso?

 

“Da quel momento entrarono in competizione. Fu evidente la perversione del sistema sovietico. Marx aveva dato al movimento sociale le armi delle analisi economiche. Ma sul piano politico, tutto il sistema di pensiero del marxismo conduce a proteggere il sistema di potere. Da qui i gulag. Per questo diventai anticomunista”.

 

Torniamo al suo pensiero. Il nucleo è il linguaggio?

 

“Il linguaggio è preesistente ai comportamenti: bisogna solo estrarlo e identificarsi nei significati delle parole. Studiando Freud, ho affrontato la questione della colpa, del male, della morte. Il linguaggio trasforma il desiderio, prima condizionato dalla libido. La creatività del linguaggio è semantica della creazione, attraverso la metafora. Da qui nasce l’azione. Ma al di sopra c’è l’utopia come immaginazione dell’istanza sociale”.

 

Tutto è legato al tempo?

 

“Il tempo è la storia della società, il cambiamento fondato sulla tradizione. Si tratta di distruggere e ricostruire”.

 

Anche con la metafora. Più realtà o finzione?

 

“La finzione ci permette di scoprire la specificità della realtà. Il linguaggio poetico, per esempio, è esplorazione della comprensione, è scoperta della parte sommersa del linguaggio”.

 

Cosa persegue la scienza dell’interpretazione?

 

“La filosofia del confronto per l’accettazione dell’altro, che permette la lettura di sé”.

 

Qual è il suo giudizio sul Novecento?

 

“Un secolo di scelte e di scoperte. Ci sono stati progressi indiscutibili. Ma è anche stato il secolo dell’ingiustizia e dei gulag”.

 

Ha vinto il capitalismo. È un bene?

 

“Il capitalismo è l’unico sistema che crea ricchezza, ma aumenta le disuguaglianze e le ripartisce male geograficamente. È giudicato negativo. In realtà è contraddittorio”.

 

Che cosa ci riserva il futuro?

 

“Vedo sperimentazioni, clonazioni. Temo che si produrranno altri Balcani. La rivoluzione informatica mi sembra viziosa”.

 

Con la filosofia si possono migliorare i rapporti nel mondo?

 

“È la specialità dell’Occidente. Può mettersi al servizio dell’etica e della politica”.

Qual è il destino dell’uomo?

 

“Comprendersi e non accusare. Non ammirare la forza. Non condannare i nemici. Non disprezzare gli infelici”.

 

 

Alla fine del testo, una nota specificava che:

            Le opere di Ricoeur sono state pubblicate in Italia quasi tutte da Jaca Book. Eccone alcune: “Filosofia della volontà” (3 volumi); “Storia e verità”, “Il conflitto delle interpretazioni”, “La metafora viva”, “Tempo e racconto”, “Ideologia e utopia”, “La natura e la regola”, “Pensare la Bibbia”.

            Per una questione di spazio – come sempre accade nei giornali in cui da tempo ormai non conta molto il contenuto di un servizio, di un’intervista, di un’indagine, quanto il criterio con cui si “confezionano” le pagine – anche questo incontro con Ricoeur è stato per forza di cose sacrificato. La conversazione era durata più di due ore. La stesura completa dell’intervista mi aveva preso una decina di cartelle. Ma era impossibile che potesse essere accolta nella sua integrità. Quindi ho tagliato brutalmente blocchi di testo. Non ho conservato quell’articolo nella sua interezza.

            Tuttavia posso percorrere nel taccuino le varie stazioni del nostro dialogo. E aggiungo qui, non importa se disordinatamente, altri particolari.

            “Sono stato prigioniero in un campo di concentramento per quasi cinque anni. La mia giovinezza è stata segnata, nei primissimi anni, dall’indignazione, per esempio, in occasione dell’esecuzione in America di Sacco e Vanzetti, considerati due terroristi italiani ed erano invece due immigrati innocui, innocenti”.

Su Marx e il marxismo:

            “Il sistema di pensiero marxista è alla base della politica della forza messa in atto nell’Unione sovietica; è stato il passaggio ideologico che ha permesso di proteggere il potere esistente, inamovibile con metodi pacifici”.

Ancora sul linguaggio:

            “La creatività del linguaggio è l’utopia, la grande immaginazione dell’istanza sociale. Dalle parole tutto il resto prende significato. Infatti, la prima difficoltà dell’uomo è parlare, ma poi qualsiasi cosa passa attraverso la parola, i nomi esistono in quanto sono significati delle parole. Nei regimi totalitari si verifica, in pratica, un chiaro abuso di linguaggio. Chi abusa delle parole abusa delle persone”.

Sul Novecento:

            “La chiave di volta del Novecento è nella Grande guerra del 1914, nell’inizio di una guerra che doveva essere locale ed è diventata mondiale. Quel conflitto è stato il suicidio dell’Europa, intesa come un complesso di identità e indipendenze in equilibrio. La guerra ha capovolto valori e parametri. Se pensiamo alla decolonizzazione rapida e disastrosa, ci rendiamo conto che le cose avrebbero dovuto essere fatte in modo progressivo e intelligente. Le nazioni dominanti si sono ritirate dai territori occupati, soprattutto in Africa, in modo repentino, davanti alle difficoltà sorte con le rivendicazioni armate delle varie indipendenze.

            Gli occupanti sono fuggiti, non si sono preoccupati di preparare gli indigeni a sapersi governare. Una responsabilità in più oltre a quella di aver occupato in tempi remoti quei territori. Questo è stato il massacro del cosiddetto “terzo mondo”, massacro dal quale l’Africa in particolare ancora non riesce a riprendersi. Ed è stato anche il motivo della proliferazione delle cosiddette guerre locali.

Sulle scoperte scientifiche:

            “Il Novecento è stato anche il secolo delle grandi scoperte. Tante, troppe scoperte. Oggi abbiamo un’economia dominata dalle scoperte scientifiche. Il mondo però è diventato più complesso. Abbiamo avuto molte scoperte, ma non è aumentato il benessere delle persone nel mondo. La redistribuzione delle ricchezze non è avvenuta, e chissà quando sarà possibile. È indegno di popoli civili, come ritengono di essere gli occidentali, guardare altre popolazioni morire di fame e di malattie e non fare nulla – alludo a progetti che prevedono assunzioni di responsabilità, per risolvere i problemi e per prevenirne altri. Il progresso scientifico è irreversibile, ma l’intelligenza degli uomini si giocherà sulla capacità e la competenza di saper controllare l’uso dei mezzi.

            La scoperta dell’atomo si è rivelata distruttiva; tuttavia sappiamo che potrebbe essere utilizzata in modo costruttivo per tutta l’umanità. Non deve prevalere l’egoismo, il desiderio di potenza, l’indifferenza verso gli altri. Come ho già detto, ho scritto un intero libro per dimostrare che il sé esiste e si misura solo in rapporto con l’altro. Il sé è l’altro”.

Sul futuro:

            “Non so dire niente. Ma so una cosa semplice: non c’è comportamento umano che sia veramente umano se non c’è dietro un’etica. L’etica è il parametro fondamentale per la politica, per l’economia, per la vita stessa dell’uomo. C’è una bellissima frase di Simone Veil che ricordo sempre: “Mai ammirare la forza”. Prima regola dell’uomo deve essere: non disprezzare gli infelici”.

Ancora sul Novecento:

            “Il Novecento è stato il secolo delle rivoluzioni. Questa parola era in bocca a tutti i governanti e contemporaneamente agli oppositori. L’hanno pronunciata Hitler, Stalin e perfino Petain. E poi più avanti anche Perón e tanti altri.

            Ogni volta che si è invocata la rivoluzione, che la si è fatta, il risultato è stato una dittatura, sia essa bonapartista dopo il Terrore, sia essa nazismo, fascismo, comunismo, franchismo, peronismo, e per arrivare più vicino a noi, komeinismo, eccetera. Io ormai preferisco non pronunciare la parola rivoluzione, e non mi piace nemmeno più sentirla utilizzare. Le parole che preferisco sono tradizione e innovazione, sulle quali ritengo importante lavorare.

            Da quando si sono scoperte le riforme il mondo è migliorato, si intuisce che ci sono le possibilità di modificare i sistemi senza l’uso della violenza”.

            Tutti concetti che poi, sia pure in modo frammentario, mi ha sempre più chiarito quelle poche volte in cui riuscivamo a rivederci. Ma ogni volta è stato come bere un bicchiere d’acqua fresca. La sua lucidità nel parlare era molto, molto più lineare che nella sua scrittura. Benché la scrittura dei suoi libri – di filosofia, quindi altamente specialistici – sia di per sé chiara, esemplificativa.

            Il fatto è che – come spesso ha sottolineato – dietro le parole, dietro la realtà, dietro le cose evidenti, c’è sempre una zona d’ombra, qualcosa di enigmatico, che deve essere interpretato, indagato, chiarito. Ed è per questo che l’analisi del mondo non finisce mai, e gli studi di Ricoeur finché è stato vivo sono diventati sempre più vasti, sempre più profondi. Talmente profondi che ora in realtà i filosofi e perfino i poeti sentono la necessità di riscoprire il suo pensiero. Come cerchi concentrici, i suoi libri sono da leggere e rileggere, perché ogni volta comunicano che esiste un livello più “sotto”, più nascosto, da analizzare. Per questo Paul Ricoeur diventa ogni giorno più famoso e più vivo.

 

*Dice di sé.

Ottavio Rossani. Giornalista al “Corriere della sera”. Laurea in Scienze politiche e sociali. Come inviato speciale, ha viaggiato in Italia e nei diversi continenti, soprattutto in America latina, firmando reportage, interviste, analisi su questioni e personaggi della politica, del costume, della letteratura. Ha pubblicato una decina di libri. Poesia: tra gli altri, “Le deformazioni” (Campironi, 1976), “Falsi confini” (Xenia, 1989), “Teatrino delle scomparse” (Periferia, 1992), “L’ignota battaglia” (Iride-Rubettino, 2005). Il romanzo: “Servitore vostro humilissimo et devotissimo” (Bonanno, 1995). Saggi: tra gli altri, “L’industria dei sequestri” (Longanesi, 1978), “Leonardo Sciascia” (Luisé, 1990), “Le parole dei pentiti” (Datanews, 2000), “Stato società e briganti nel Risorgimento italiano” (Pianetalibro, 2003).

Ha curato alcune regie teatrali e diverse mostre personali e collettive dei suoi quadri (acrilici) in Italia e all’estero. Da ottobre 2007 è responsabile del blog dedicato alla poesia sul “Corriere della sera on-line”, il primo nel mondo su un quotidiano elettronico.







WILLIAM SHAKESPEARE

Dicono che il gallo, questo pennuto araldo dell’aurora,

nella stagion dell’anno che s’appressa il Natale del nostro

Salvatore, non cessa di cantar tutta la notte, e allora, dicono,

nessuno spirito osa andar più vagando sulla terra;

in quel tempo le notti son salubri, nessun pianeta emana

mali influssi, nessuna fata pratica incantesimi,

nessuna strega ordisce sortilegi, tanto santificato

e benedetto è quel tempo dell’anno.

(Da “Amleto”, 1600)







 

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