AMARCORD
PENSIERI SOTTO LA MATTONELLA, APPUNTI SU FABRIZIO DE
ANDRÈ
Le cose che ha cantato erano
grandi e profonde, ma lui poteva dirle, quando ad altri
non sarebbero state perdonate
Michele Caprini*
Diciamola tutta, poche volte Genova ha trovato modo di
dividere qualcuno con l’Italia o il mondo intero, e questo
qualcuno non è quasi mai stato profeta in patria: se fosse
stato per la mia città, Colombo se ne sarebbe rimasto a
casa, e te la do io l’America, poi, però si arrabbiano se
oltre oceano pensano che il Navigatore sia Cristobal e non
Cristoforo.
Fabrizio De Andrè non è andato a
convincere nessuna regina di Spagna della bontà dei suoi
progetti, perché nessuno gli credeva neppure in famiglia e
certo sarebbe stato cacciato a pedate, ma ha comunque
pensato bene di andarsene da Genova, la città che ti manca
appena sei finalmente riuscito a lasciarla, per vivere in
Sardegna e lavorare a Milano. Inoltre, per motivi ai più
incomprensibili, l’organizzazione, lo studio e la diffusione
del suo ricordo e del suo patrimonio artistico, resi
istituzionali nella fondazione a lui intitolata, è affare
dell’università di Siena. Nulla di cui stupirvi dunque se a
Pegli non troverete una via dedicata a, come in altri luoghi
d’Italia e vi dovrete accontentare di una graziosa quanto
piccola mattonella che, apposta al muro del palazzo di via
De Nicolay 12, recita:
“Qui è nato Fabrizio De Andrè
Pegli lo ricorda
per il suo talento
per il suo spirito solidale
per avere dato risalto universale
alla lingua di Genova
14 luglio 2001”
A ricordare che il 18 febbraio del
’40 venne al mondo un poeta e un musicista tra i più grandi
del nostro Novecento. Fabrizio Cristiano De Andrè, “Bicio”
all’inizio della sua vita, solo “Fabrizio” quando incominciò
a stupirci, e “Faber” in ultimo (nonostante il nomignolo gli
fosse stato confezionato molto tempo prima da Paolo
Villaggio), quando l’autobus su cui viaggiava già stava
andando verso la rimessa.
Quella mattonella segna il posto in
cui vivo, al punto di diventare un riferimento
imprescindibile per le prime mappe della delegazione (Pegli
non è un quartiere di Genova perché fino al ventennio faceva
comune a sé) costruite da mia figlia, che a sette anni la
prende a misura delle distanze dal lungomare, dal parco dei
suoi giochi, dalla casa di una sua compagna di scuola. La
mattonella di De Andrè. Non una via, non il supermercato lì
vicino, né l’adiacente piccolo ponte sulla ferrovia. Tre
mesi fa, circa, mentre scendevo per via De Nicolay ho
incontrato due ragazzi che stavano facendo la fotografia
alla mattonella; abbiamo iniziato a scambiare due parole, e
lui (divertito dalla diversità del luogo rispetto a ciò che
immaginava: “ti aspettavi la casa di via Del Campo?”, gli ho
detto) mi ha confidato che stava scrivendo la sua tesi di
laurea sull’estetica di De Andrè. Consolante, ho pensato.
Faber era evidentemente nel mio
destino, confezionato dal caso che mi volle bambino a cento
metri da quella mattonella, quando questa ancora non
esisteva e lui era solo un giovane cantautore genovese
abbastanza sospetto. Eppure il mio viaggio nella musica, che
avevo appena iniziato masticando i quarantacinque giri dei
Beatles portati in casa da mia sorella, fu irrimediabilmente
segnato dalla sua “Guerra di Piero”, ascoltata
ossessivamente quando ancora dovevo compiere 10 anni e lui
era lontano dalla celebrità degli anni successivi. Da
allora, tre ricordi si stagliano netti sugli altri: lo
stupore e l’orgoglio di trovarlo più volte materia di studio
e di programma per gli alunni di mia madre, insegnante di
lettere al liceo (a duecento metri dalla mattonella che
ancora non esisteva), il retro della busta di “Non al
denaro, né all’amore, né al cielo”, con l’intervista a
Fernanda Pivano, nel 1971, e la prima volta che ascoltai le
note di “Creuza de Ma’” in un lungo viaggio di lavoro,
lontano da Genova, nel 1984.
Mi capita di pensarci quando passo
davanti a quella mattonella – quasi ogni giorno – così come
spesso, guardando il mare subito sotto, sono tentato dal
pensare che la genesi di quell’imperdibile capolavoro appena
citato fosse in qualche modo scritta proprio nel posto in
cui Faber venne al mondo. Questo perchè a circa trecento
metri, verso ponente, poche parole incise su una pietra
austera ricordano i pescatori che centinaia d’anni fa da
Pegli partirono per fondare le “colonie” del mediterraneo, e
segnatamente Carloforte, sull’isola di San Pietro, nelle
propaggini di sud-ovest della Sardegna. Andate a visitare il
luogo, che merita l’attenzione del naturalista e del
glottologo: sarà quest’ultimo a dovervi anticipare alla
lingua locale che a me, per quanto ne fossi ben avvertito,
risultò quanto di più strano si potesse ascoltare così
lontano da casa, il dialetto genovese pronunciato con la
cadenza sarda. “Contaminazione”, vorrebbe la vulgata
odierna, per me invece ben di più, la lingua e forse la vita
universale indicata dagli anonimi, inconsapevoli marinai di
“Creuza de Ma’”.
Condivido con Faber alcuni luoghi e
situazioni: ho fatto il suo stesso liceo 15 anni dopo di
lui, e spesso me ne è stato raccontato da chi gli viveva
accanto tutti i giorni e io e lui abbiamo condiviso, credo
con una contraddittorietà di sentimenti molto simile, lo
stesso professore di religione, Don Giacomo Piana, detto
“Don Birillo”, uomo di chiesa tra i pochi per cui mi levai
il cappello, che assunse per entrambi la stessa coraggiosa
difesa. Prima, alla fine degli anni cinquanta salvò il
giovane, lavativo De Andrè dalle furie del padre – così per
lo meno mi fu raccontato – per la sua non impeccabile
applicazione agli studi, che Fabrizio peraltro continuò a
tradire anche nel periodo universitario (medicina, lettere,
giurisprudenza prima della resa, se mai da parte sua vi fu
battaglia).
Poi Don Birillo si mise in mezzo,
in compagnia di un’altra professoressa di pari coraggio o
incoscienza, tra il sottoscritto ed il consiglio d’istituto,
non perfettamente convinto della compatibilità tra
l’austerità dell’insegnamento classico e la mia pervicace
convinzione che i destini del paese e del pianeta si
giocassero fuori del liceo. Tutto questo avvenne senza che
mai io avessi lasciato intuire a Don Birillo la possibilità
di un credito anche minimo alla fede che informava la sua
vita. Né, penso, che lui avesse maggiori speranze sulla
rettitudine di Faber: partite perse in partenza, proprio
quelle giudicate imperdibili da un prete come lui,
preoccupato della redenzione più che del castigo. Uno di
quelli, insomma, che non potevano non piacere a chi fece del
“cristianesimo non credente” premessa del suo scrivere e
musicare.
Il liceo “Cristoforo Colombo” è
appena sopra la città vecchia, quella, per capirci, dove il
sole del buon Dio non dà i suoi raggi, teatro di alcune tra
le figure che hanno consegnato a De Andrè il credito
illimitato dei suoi primi successi: se uscivo da scuola
prima del dovuto, o non ci entravo affatto, chiunque fossero
i miei compagni del momento non veniva mai messo in
discussione l’obbligo morale della focaccia in via del
Campo, a non più di trenta metri dal portone della
“graziosa” della canzone. Sia detto, tra l’altro, che costei
in realtà sulla carta d’identità faceva di nome Giuseppe,
come raccontò poi lo stesso De Andrè ma, si sa, ad andare
tra via del Campo, piazzetta dei Fregoso e vico Croce
Bianca, questa è la sorpresa minima da mettere in
preventivo, oggi come allora.
Il profumo della focaccia riusciva
ad imporsi su quello dei coloniali venduti nella bottega
immediatamente a fianco e ad altre arie decisamente meno
nobili, ed arrivava da un forno molto vicino al negozio di
dischi del compianto Gianni Tassio che, per alcuni anni dopo
la morte di Faber, ne fece un museo aperto a chiunque
volesse ritrovare tracce della vita del suo amico magari
sfuggite ai tanti biografi, ufficiali e no, che dal ’99
cercano di dare forma finita ad un profilo troppo complesso
per poter essere ricondotto ad alcuni, apparentemente, saggi
e definitivi punti fermi che sembrano ormai segnare la
coscienza popolare del personaggio.
Tra questi, i più diffusi
riguardano il tentativo, dichiarato o meno, di sublimare in
un’onnicomprensiva e polivalente umanità, qualsiasi tratto
della vita e del lavoro di Faber, cosa che non condivido
affatto. L’agiografia non riesce mai a spiegarti
compiutamente un personaggio, tantomeno uno della sua
complessità. Chi ha mai detto che per apprezzare un artista
ne devi pensare comunque tutto il bene possibile? Gran parte
dei miei punti fermi in musica erano o sono dei soggetti di
cui almeno su qualcosa sarebbe giusto stendere un pietoso
velo (penso a Miles Davis, ad esempio): nel caso di Faber
non ho mai compreso il superficiale e, per molti versi,
sciocco bisogno di beatificazione di cui lui stesso, ne sono
sicuro, avrebbe riso fino a non poterne più. Credo
invece che un’interpretazione corretta dell’opera di un
grande, e lui lo è, abbia bisogno a supporto tanto delle
positività che solitamente finiscono per caratterizzare il
suo ricordo quanto delle contraddizioni e ambiguità, che nel
suo caso hanno dato frutti impagabili.
La sua trasversalità, ad esempio.
Mia moglie partecipò con altri amici al suo funerale – io
purtroppo ero dall’altra parte d’Italia – e lo ricorda come
una delle cose più trasversali a cui abbia mai assistito:
tutte le età, tutte le classi, le provenienze più lontane, i
gruppi sociali più disparati (dall’alta borghesia ai
disperati delle sue ballate), etnie assortite (tra cui indio
americani, gitani, immigrati di ogni sorta), musicisti
apparentemente inconciliabili (trallalero genovesi,
vocalisti sardi, esponenti del conservatorio e della musica
colta, rocker, cantautori, sa Dio cos’altro ancora), gente
di teatro e una moltitudine di chissà chi.
Di solito, da chi partecipa ad un
funerale, anche un passante può immaginare qualcosa della
vita di chi se ne è andato; la trasversalità che ho citato
nell’episodio di mia moglie avrebbe invece indotto alla
confusione chiunque, se non si fosse trattato di Faber. Ora,
sono molti ad affermare la trasversalità come certificazione
della grandezza del personaggio, e si spingono più in là,
chiedendosi se questa non sia stato il frutto irripetibile
delle idee di Fabrizio e del suo modo di metterle in
(grandissima) musica.
Dico che è vero, ma solo in parte:
le cose che ha cantato erano grandi e profonde, ma lui
poteva dirle, quando ad altri non sarebbero state perdonate.
Dipende dal valore, obietterebbero alcuni. Vero, ma posso
garantirvi che il suo ambiente originario, la borghesia
cittadina, ha sempre considerato benevolmente le sue
mattane, che per molti erano il classico dei classici
della jeunesse dorée: la voglia trasgressiva di
scendere agli inferi (qui a Genova il centro storico,
epicentro cittadino del peccato) per offendere i genitori
(di solito), per curiosità giovanile verso altri modelli
sociali, per fare qualcosa di più divertente o emozionante
che in certe famiglie proprio non è possibile.
Mediamente, questa fase rientra
dopo qualche anno, e molti miei compagni del nostro stesso
liceo erano esattamente così: forse erano già vecchi a 18
anni, perché la follia giovanile che avrebbe caratterizzato
una piccola parte della loro vita era inevitabile quanto il
rientro nei ranghi dopo la maturità. È gioventù con il freno
a mano tirato, perché non ne hai le prerogative essenziali,
il rischio e l’incognita. La grande differenza tra Faber e i
tanti sta proprio qui: queste mattane – normalmente
“a scadenza” – per lui sono state invece viatico e premessa
alla comprensione di mondi e persone che teoricamente gli
erano inibiti, diventando maturazione definitiva e codice
artistico che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera.
In breve: da un impunito come tanti
altri (molti a scuola ricordavano i suoi anni giovanili
così, ma senza doversi rifare alla memoria orale è ben
sufficiente leggere i libri che alla sua vita sono stati
dedicati per accorgersi, tra testimonianze dirette e le sue
divertite, se non orgogliose, ammissioni, che era proprio
così) al gigante che conosciamo. E sono convinto che
Fabrizio ne fosse ben cosciente e ci giocasse sopra.
Da trent’anni a questa parte ho
fatto da tramite a Faber per molti amici, parlandone o
scrivendone, e ricordo ad esempio quando a Firenze, la città
dove lavoravo, introdussi con le traduzioni del caso “Creuza
de Ma’”, appena uscito, ai colleghi di allora o quando
qualche anno dopo, a Bologna, detti la lettura di “Coda di
lupo” ad un gruppo di “gucciniani ortodossi” (la definizione
vale all’opposto per me, che sono stato bollato da alcuni
amici quale “faberiano dissidente”): e in quell’occasione –
più che in altre, proprio perché costretto a paragonarlo a
Guccini – mi convinsi di quanto potesse valere la pena
spostare l’attenzione da Faber al suo pubblico, e allora la
cosa si fa complessa, perché una parte di questo era ed è la
vittima stessa della sua lirica. I tanti motivi positivi
della sua trasversalità li conosciamo tutti, è così anche
per le contraddizioni?
Credo di no: Faber assegna la sua
poesia ad una persona/emblema, a volte calata in tempi e
luoghi diversi e lontani, e spesso non cosciente
dell’origine dei suoi guai e di ciò che rappresenta nella
società. È lui, grandissimo, che sa chi sono i suoi
rapitori, quando loro non lo sanno di se stessi. Ritratti
unici, da completarsi con l’intelligenza e l’onestà di chi
ascolta, traducendo le valenze senza tempo nel nostro tempo,
ma qui la sua grandezza diviene trasversale non solo per ciò
che è in sé, ma anche perché alcuni la possono cauterizzare,
chi non capendo, chi in malafede.
Una buona parte dell’ambiente
originario di Fabrizio può, infatti, continuare a godere
della sua opera senza troppe contraddizioni, recuperando un
anarchico romantico ed elegante, non un gruppo scomodo: bene
i gitani di “Anime salve”, insomma, ma non parlatemi di
extracomunitari! La raffinatezza di Faber diventa ciò che
lui non avrebbe voluto: un passaporto per quel pubblico che
ama i suoi personaggi, ma non chi ti ricorda che li hai
sotto casa. Parlo di un poveraccio e mi commuovo, ne vedo
tre insieme e chiamo la polizia.
Chi mai potrebbe avere paura di
Marinella, di Piero, di Miché, di Andrea? Nessuno, sono
personaggi ai margini del nostro vivere, sui quali
esercitare una naturale pietas, non così per altri
autori della canzone italiana e internazionale dove mancano
a volte i nomi e i cognomi, ma gli eroi e le situazioni del
nostro triste tempo presente sono riconoscibili uno ad uno.
Faber non lo avrebbe mai fatto, avrebbe decontestualizzato
tutto e utilizzato qualcuna delle sue geniali astrazioni
poetiche per chiamarsi fuori parlando delle stesse cose. Non
per opportunismo, ma semplicemente perché la sua
trasversalità gli consentiva solo la via morale e non lo
schieramento di campo. E meno male, mi viene da dire: non
avesse fatto così, magari non sarebbe stato lo stesso.
Sulla grandezza della naturale
ambiguità di Faber ci sarebbe da scrivere per dei mesi: la
sua valenza è sempre multipla – la quantità di gente che si
può riconoscere nelle sue canzoni è enorme – ed è spontanea,
non costruita. È nel suo modo d’essere, nel suo ambiente,
nei suoi testi. Lui non sta truffando nessuno, è così.
Scrive e canta da anarchico e laico in un quadro
ripetutamente cristiano, ad esempio (chi ricorda la
discussione eterna sull’identità de “Il pescatore”? Io in
facoltà, una volta, ci feci notte con non meno di venti
assatanati e le maledizioni del custode). Ma non per questo
la giudico negativamente: anzi, con il tramite di quella
ambiguità lui riesce a vedere cose e figure che a nessun
altro, o quasi, è dato di vedere.
Il suo respiro è diverso, e
permette un’identificazione più agevole ai molti. Se poi
aggiungiamo chi ha voluto vicino a sé (Reverberi, Piovani,
De Gregori, Bubola, Pagani, solo a citare i primi che
occorrono alla mente) a indirizzarlo su strade musicali a
lui sconosciute o di difficile declinazione, la
distribuzione della sua opera è avvenuta anche su gruppi di
ascoltatori che con le sue sole metriche non sarebbe
riuscito a raggiungere.
Questo è un altro dei motivi per
cui penso che Faber non sia semplicemente un’individualità
di valore adatta a sensibilità e preferenze diverse, ma un
vero ecosistema artistico di squisita fattura che ha
integrato in un’espressione unica moltissime componenti
“altre”, anche se questo ha finito per penalizzare proprio i
suoi collaboratori, che a buon diritto potevano vantare, in
alcuni casi, meriti maggiori del dovere accettare il solo
nome suo sulla copertina del disco.
Giusto nove anni fa, tra le sette e
mezza e le otto del mattino, la telefonata di un amico mi
raggiungeva, mentre ero in auto, per informarmi della morte
di Fabrizio. Di solito vivo la morte delle celebrità con il
naturale distacco verso persone con le quali la tua vita
nulla condivide e spesso con il sospetto delle sciocchezze e
degli inganni che possono essere premessi dal culto della
figura. Pochi sono venuti meno a questa regola: penso a
Mastroianni, a Troisi, e soprattutto a De Andrè. Quando
succede questo, non ci sono spiegazioni diverse al fatto che
il loro lavoro ha inevitabilmente colto il bersaglio di
qualcosa che già sei, anche senza loro, ma che da loro ti
arriva più forte, più chiaro, arricchito dalla narrazione,
dalla musica, dalla recitazione fino ad assumere un valore
universale che tu partecipi, lieto che non sia più soltanto
tuo, nobilitato dalla condivisione di molti.
Pochi giorni fa sono
passato sotto la mattonella e mi sono avviato al battello
che mi porta in centro. Sono sceso al porto antico, ho
attraversato la piazza dove una volta erano caricate le
merci da parte di qualche strano, incomprensibile figlio di
puttana che lui avrà certo cantato, e prima di arrivare in
ufficio ho incrociato via del Campo: chissà se qualcuna di
quelle graziose, attive già dal mattino, magari a
recuperare una notte povera, ha mai sentito parlare di lui.
Nove anni dopo, mi manca più di prima, ho pensato. Subito
dopo, però, mi sono detto: ma quale mancanza, sono nove anni
che Faber se n’è andato e io sono solo uno tra i tantissimi
che continuano a usarlo a metro del proprio sentire, come e
più di prima. Però qualcuno, prima o poi, dovrà spiegarmi
perché a casa mia, a casa sua, non esiste una strada col suo
nome. Ah, già, siamo a Pegi, Zena.
*Dice di sé.
Michele Caprini. Genovese, 54
anni, si occupa da molto tempo, e probabilmente “lui stesso
nonostante”, di information technology per l’industria.
Laureato in lettere moderne, con particolare indirizzo alla
storia e alla filosofia del pensiero scientifico, ha subito
in ancor giovane età un impatto traumatico con computer e
dintorni che ne hanno segnato il successivo percorso
professionale. Riesce però a mantenere saldamente nelle sue
mani le passioni originali – la storia, la letteratura, la
musica – e ovviamente ciò che ha di più caro dopo queste e
la sua famiglia, il Genoa: ambito esistenziale nobile e
rischiosissimo, almeno parzialmente incomprensibile ai più,
che condivide con Cesare Lanza. E con De Andrè, appunto.
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ALBERTO MORAVIA
Gli animali
del presepe si vedono tuttora per le straducce di
Betlemme: gli asini bianchi dai
grandi occhi neri, i buoi striminziti,
le magre vaccherelle di questo
paese sassoso, le pecore,
le capre. La tradizione anche qui
è perfettamente credibile:
Gesù nacque sulla paglia che
serviva da letto ai pochi animali
di questa piccola stalla; appena
nato,
fu deposto nella mangiatoia
ricavata nella roccia;
e gli animali che sporgevano il
loro muso verso questa mangiatoia
lo riscaldarono così,
naturalmente, con il loro fiato.
(Da “ Questo
freddo di Betlemme lo sentì il bambino”,
1972)
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GIOVANNINO GUARESCHI
“L’anno
venturo prepareremo ogni cosa in tempo”.
Ma, ogni volta, il Natale ci
coglie di sorpresa e noi dobbiamo rimediare
a tutto in fretta e furia e alla
bell’e meglio.
Ma, ogni volta, il Natale ci
porta una nuova favola da raccontare
a noi stessi per consolarci del
Natale che ci è sfuggito ed è
caduto nell’abisso del tempo
assieme a un altro
degli anni che Dio ci ha
concesso.
(Da
“La favola di Natale”,
1944)
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