SOCIETÀ
L’ARTE DI COMUNICARE, COSÌ NUOVA E COSÌ ANTICA
Per capire i complessi
sviluppi della comunicazione dobbiamo basarci su ciò che
abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana
Giancarlo Livraghi*
La
comunicazione, le sue evoluzioni e trasformazioni
sono argomento di non facile
sintesi. Vi proponiamo, di seguito, il primo di due
articoli-saggio attraverso i quali sarà possibile
ripercorrere i suoi molteplici mutamenti, allo scopo
di fotografare la situazione odierna.
E’ spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est,
vivere non necesse1. L’intenzione è
chiara, ma il concetto è discutibile. È vero che in ogni impresa umana occorre
saper affrontare un rischio, ma un buon capitano deve saper governare in modo da
portare a destinazione la nave, l’equipaggio e il carico – non solo di merci, ma
anche di idee, identità e pensiero. Quando si
tratta di comunicazione, è abbastanza ovvio che vivere è
necessario, ma per vivere occorre comunicare (e viceversa).
I vocabolari ci dicono che in latino communicare vuol
dire “mettere in comune, condividere, rendere partecipe”.
Non è solo dire e ascoltare, è una necessità nell’esistenza
delle persone e delle comunità umane. Ciò che conta non è il
latinorum, ma il fatto che la comunicazione è essenziale
alla vita, in tutte le sue forme. Ed era così anche millenni
prima di Socrate, di Platone e di tutti gli altri che si
chiedevano (e ancora si chiedono) che cosa vuol dire
comunicare.
Il nuovo e l’antico: che cosa non
cambia?
Aldous Huxley diceva: “Che
gli uomini non imparano molto dalle lezioni della storia è
una delle più importanti lezioni della storia”. In questo
caso, non si tratta solo della storia, ma anche della
preistoria.
Lo studio serio dell’antropologia è
uno sviluppo recente. Ha preso forma da circa un secolo e si
sta evolvendo in modo molto interessante grazie a nuovi e
più precisi metodi di ricerca, compresa l’analisi del Dna.
Più si approfondisce, più si scoprono nelle culture
“primitive” strutture sociali e capacità di comunicazione
molto più ricche di ciò che sembra nella visione
convenzionale e barzellettistica di un cavernicolo armato
solo di clava che trascina per i capelli una povera donna
assoggettata.
Poiché ciò che in uno scavo
archeologico distingue un uomo da un altro antropoide è
soprattutto il ritrovamento di “manufatti”, è ovvio che
prevalga la definizione homo faber. E saper
fabbricare strumenti è davvero una caratteristica essenziale
della nostra specie. Ma ne derivano considerazioni che non
sono solo tecnologiche. C’è necessariamente un sistema di
conoscenze che deve essere condiviso, insegnato, tramandato
da una generazione all’altra. Cioè una cultura.
Come siamo “da sempre”
Questa non è una risorsa esclusiva
dell’umanità. Sappiamo che esistono culture organizzate
anche in altre specie. Ma ciò che ci interessa, in questo
ragionamento, è il particolare sviluppo della comunicazione
come risorsa indispensabile di ogni essere che si possa
definire umano.
Ovviamente la parola, cioè la
lingua. Una risorsa particolarmente evoluta e strutturata,
per vocabolario e sintassi, come per modi di esprimersi,
ritmi e tonalità. Ma si tratta anche di espressione
artistica. Rappresentazioni simboliche e rituali, che sono
pittura e scultura, ma al tempo stesso una forma di
comunicazione scritta, anche se non testuale. Oggetti non
solo praticamente utili, ma pensati e realizzati con gusto
estetico.
Non è pensabile alcuna comunità umana in cui non ci siano anche la musica
(ogni suono modulato è musicale) e l’architettura (che c’è anche in una capanna,
in una struttura di palafitte o nell’arredo di una caverna). Anche la danza, lo
spettacolo, la poesia, la letteratura (narrativa e non) e l’abbigliamento (che
non è mai stato solo funzionale: il più “nudo” degli umani si addobba con vesti,
accessori o colori che sono contemporaneamente espressioni estetiche e codici di
identità o di appartenenza)2. Per tutte queste cose non possiamo
indicare una data di nascita, una fase che ne segni l’inizio. Sono,
semplicemente, antiche quanto l’umanità. Possono esistere cultura,
comunicazione, valori estetici e cerimoniali, linguaggi, suddivisione di ruoli,
usanze e tradizioni, anche in specie diverse dalla nostra. Ma non può esistere
umanità senza uno sviluppo, ricco e complesso, di tutte queste risorse. E in
nessun’altra specie c’è quella particolare combinazione di tecnica ed estetica,
di funzionale e simbolico, che si riassume nella tradizionale, quanto chiara,
definizione arti e mestieri.
Capire le radici
Abbiamo l’impressione di vivere in
un’epoca di continuo cambiamento. In parte, è vero. Ma non
tutto è nuovo – e non sempre ciò che è (o sembra)
innovazione è un miglioramento. Ci sono cose che abbiamo
dimenticato e che dobbiamo riscoprire, come ci sono errori e
nefandezze di cui ci eravamo liberati (o così sembrava) e in
cui stiamo ricadendo.
Se dovessimo cercare di capire la
turbolenta complessità in cui ci troviamo basandoci solo
sulle esperienze di oggi, sarebbe difficile, confuso,
sconcertante e superficiale. Per fortuna non è così. Gli
strumenti cambiano, l’umanità resta. La natura fondamentale
di un essere umano non è cambiata in decine di millenni – e
l’essenza della vita è la stessa fin dalle più remote
origini dell’evoluzione.
La vita è comunicazione
L’argomento è complesso, ma (se ci
azzardiamo a semplificarlo) possiamo dire che la vita è
comunicazione. Un essere vivente non è un oggetto materiale,
è un’idea. È un disegno strutturale che governa
l’aggregazione delle molecole, che si evolve con la sua
capacità di riprodursi, che continuamente modifica
l’ambiente e ne è modificato.
La vita, se non comunica, non
esiste. Più che badare alla vecchia (e un po’ insulsa)
domanda sull’uovo o la gallina, potremmo chiederci se è nato
prima un protozoo o il “concetto” (vogliamo chiamarlo
algoritmo?) che è la sua identità biologica, la sua ragione
di essere.
L’evoluzione ha portato molte
specie di esseri viventi a forme complesse di relazione e
comunicazione, necessarie alla loro sopravvivenza.
Continua a crescere, con
conseguenze spesso illuminanti, lo studio della sociologia
che è presente in tanta parte della biologia (e viceversa).
Ma ciò che ci interessa, qui, è il particolare ruolo della
comunicazione nelle società e civiltà umane.
Communicare humanum
La comunicazione è particolarmente
importante per la nostra specie. Non può esistere un essere
umano senza una complessa ed evoluta capacità di comunicare.
Che, di base, è un istinto, una caratteristica genetica. Ma
in gran parte è apprendimento. Un bambino comincia a
percepire ancora prima di nascere.
Ma poi deve affrontare un lungo e
impegnativo percorso per distinguere la sua identità e
quella degli altri, capire come si comunica. È uno sviluppo
che dura per tutta la vita – non si finisce mai di imparare.
Se è così per ognuno di noi come
persona, lo è anche per ogni comunità, organizzazione,
ambiente culturale. Una “navigazione” basata su una chiara
idea di dove si sta andando e perché, insieme
all’esplorazione di percorsi verso l’ignoto, per scoprire
ciò che ancora non si sa o non si è sufficientemente capito.
È sempre stato così fin dalle
origini – e non c’è in vista alcun orizzonte che non debba
essere superato per poter vedere ciò che si nasconde al di
là del suo apparente limite. Navigare necesse est,
nelle acque non sempre tranquille della conoscenza. Anche
se, così facendo, non si rischia la vita, dobbiamo essere
pronti a sacrificare qualche pregiudizio o preconcetto, a
scoprire che quando la Fenice delle idee rinasce dalle sue
ceneri non è mai del tutto uguale a com’era prima. Ma il
nuovo non ha senso se non sappiamo capire quanto contiene di
antico.
Che cosa è cambiato, nei secoli e nei millenni? Molto, ma non le basi
fondamentali del nostro esistere e pensare. Senza mai dimenticare i valori di
continuità, credo che sia importante capire come alcuni cambiamenti abbiano
avuto un effetto particolarmente importante. Con una semplificazione un po’
riassuntiva, ne possiamo elencare sei3.
La scrittura – cinquemila anni fa
Non c’è mai stata un’epoca in cui
la comunicazione fosse solo “lingua parlata”. Nei millenni
dell’evoluzione umana c’era stata una convergenza fra
rappresentazione visiva e linguaggio, che aveva portato a
sistemi complessi di grafia, in cui è difficile distinguere
fra ideogrammi concettuali e segni che rappresentano parole,
suoni, numeri o strutture espressive. Non abbiamo finito di
scoprire le origini della “lingua scritta” ed è probabile
che, più attentamente si studiano, più si tende a risalire a
epoche più antiche. Ma sembra chiaro che la scrittura, come
la intendiamo oggi, è nata circa cinquemila anni fa.
Possiamo chiamarla la nascita della
storia. Possiamo chiederci se l’abbiano sviluppata prima i
sumeri, gli egizi o i fenici (cui si attribuisce la
definizione di un alfabeto fonetico). Ma comunque segna un
cambiamento fondamentale. Che coincide con lo sviluppo
dell’agricoltura, il passaggio da nomadi a stanziali e la
definizione di sistemi di governo, norme e leggi, su scala
più ampia di quelle delle tribù. Le prime scritture furono
di contratti, regole e decreti – venne più tardi l’uso per
la letteratura, la poesia, la storia e il pensiero.
Insomma la scrittura è uno
strumento che è nato dalle necessità di una fondamentale
fase evolutiva della nostra specie – e che da allora ne
segna profondamente lo sviluppo. Non sempre ci rende più
sapiens, ma è un fatto che senza la parola scritta non
potremmo essere ciò che siamo e che stiamo diventando.
La stampa – cinquecento anni fa
La stampa non è nata con Gutenberg.
Nella più grande biblioteca del mondo, la Library of
Congress a Washington, che contiene 138 milioni di libri
e altri documenti, c’è un testo stampato (brani di un sutra
buddista) del 770 d.C. (il più antico scritto in quella
biblioteca è una tavoletta cuneiforme del 2040 a.C.).
Ma è vero che c’è stato un profondo
cambiamento nel quindicesimo secolo. Dovuto all’incontro (o
convergenza) fra risorse tecniche ed esigenze culturali. Ma
forse nessuno si sarebbe impegnato a scoprire come diverse
tecniche si potessero mettere insieme nella stampa se non
fosse stato spinto dalla crescente richiesta di un metodo
per produrre più libri e in un maggior numero di copie.
Lo sviluppo dell’umanesimo aveva
bisogno di risorse per una maggiore diffusione della parola
scritta. Le fiorenti università volevano riproduzioni
esatte, in molte copie, di testi uguali (c’erano botteghe di
copisti in cui uno dettava e gli altri scrivevano).
Nella seconda metà del quindicesimo
secolo si sviluppò una nuova cultura e una nuova realtà
d’impresa: l’editoria. Non si trattava solo di stampare, ma
di fare libri.
Si inventarono nuovi caratteri,
stili di impaginazione, la punteggiatura, la numerazione
delle pagine, la redazione, le edizioni critiche dei testi
classici, eccetera. Gli italiani ebbero un ruolo importante
in quello sviluppo. Non solo per le risorse tecniche, come
la qualità delle cartiere di Fabriano, ma soprattutto per
opera degli umanisti – in particolare Aldo Manuzio.
La stampa si diffuse rapidamente in
tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del
quattrocento si siano stampati più di 30 mila libri in 20
milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto
gli amanuensi in tutta la storia precedente. Nel cinquecento
le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200
mila. Lo sviluppo continuò a tal punto che nel 1680
Gottfried Leibniz si preoccupava di “un’orribile massa di
libri che cresce incessantemente”.
Le tecniche di stampa si sono
evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro
impostazione originaria. Le rotative cominciarono a
svilupparsi fra il 1861 e il 1867. Vari metodi di
composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il
1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione
della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo
la metà del ventesimo secolo sostituite dalla
fotocomposizione e poi dall’elettronica). Con le tecnologie
molte cose sono cambiate, ma non sempre in meglio. Il
concetto di editoria sarebbe migliore oggi se si ragionasse
come ai tempi di Aldo Manuzio.
“In principio era il libro”. Ma la
stampa periodica era già sviluppata nel seicento – e nel
settecento esistevano i quotidiani (in Italia dalla metà
dell’ottocento). Ciò che mancava era una diffusa
alfabetizzazione.
La lettura era un privilegio di
pochi. Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è
arrivati a una situazione in cui quasi tutti in Italia sanno
leggere e scrivere – anche se, ancora oggi, si stima che due
terzi della popolazione italiana abbiano “competenze
alfabetiche molto modeste”.
Del ruolo della stampa, e in
generale della parola scritta, nella situazione di oggi
parleremo nella seconda parte di questa analisi, che uscirà
nel prossimo numero.
La rivoluzione copernicana –
quando?
Non è vero che un concetto
eliocentrico sia stato proposto per la prima volta da
Copernico o da Galileo. L’avevano pensato anche alcuni
filosofi greci e altre culture antiche. Ma la visione
tolemaica, con la terra al centro dell’universo (se non
addirittura piatta, come molti credevano) aveva avuto il
sopravvento in tutto il Medioevo.
È vero, invece, che il tema divenne
di attualità, e suscitò molto scandalo, fra il sedicesimo e
il diciassettesimo secolo. Non si tratta solo di astronomia.
Si sconvolge un enorme errore di prospettiva. Crolla la
millenaria presunzione umana di essere in una posizione
privilegiata.
Non è certo l’unico, fra gli
sviluppi del processo scientifico, a cambiare la prospettiva
in cui si colloca la nostra specie (è stata, e in parte è
ancora, altrettanto sconvolgente la scoperta
dell’evoluzione). Ma è un fatto che, in molti modi, le
percezioni più diffuse sono ancora sostanzialmente
tolemaiche – non solo in senso astronomico4.
Questo è un processo ancora in
divenire. Solo nel ventesimo secolo abbiamo cominciato a
capire che l’intero sistema solare è una minuscola
particella di un sistema smisuratamente più esteso, con
miliardi di galassie. Per quanto possa sembrare una nozione
acquisita, poche generazioni non bastano per capirla. Non si
tratta di sentirci piccoli. L’impegno è molto più profondo:
è il “sapere di non sapere”. Chi pensa di aver capito il
senso dell’universo o è stupidamente presuntuoso – o dev’essere
pronto ad avere grossi dubbi la prossima volta che
l’esplorazione del cosmo, strettamente imparentata con la
fisica dell’infinitamente piccolo, metterà di nuovo in
discussione le teorie che finora siamo stati capaci di
elaborare.
Possiamo trovare, anche a questo
proposito, pensieri interessanti nelle filosofie di tremila
anni fa o nelle più antiche tradizioni di tutte le culture.
Ma, per quanto paurosamente diffusa sia ancora l’ignoranza,
insieme al pregiudizio e al dogmatismo, non siamo più in una
situazione in cui il sapere possa essere il privilegio di
pochi. La perdita di certezze apparenti, di percezioni
abituali, di orizzonti ristretti può fare paura. Ma la
curiosità della conoscenza può essere molto più forte. La
rivoluzione del conoscere è cominciata da poco ed è ancora
agli inizi. Il cambiamento di prospettiva è la più grande
evoluzione culturale nella storia dell’umanità. Se le
generazioni future saranno o no più sapiens di tutte
quelle precedenti dipenderà soprattutto dal capire le
conseguenze di quello stiamo tentando di imparare.
La libertà di stampa – da duecento
anni
Può sembrare che questo non sia un
cambiamento profondo nella comunicazione paragonabile agli
altri che sto elencando. Forse non lo è in questo specifico
modo. Saranno gli storici dei secoli futuri a capire se
l’evoluzione è segnata in modo particolare da ciò che è
accaduto alla fine del diciottesimo secolo o se andrà vista
in una prospettiva diversa. Ma in questo momento della
nostra storia stiamo ancora imparando come convivere con un
concetto che ci sembra ovvio, ma non ha ancora avuto il
tempo di sviluppare radici abbastanza robuste.
Il concetto di libertà aveva scarso
spazio per potersi affermare nelle culture umane delle
origini. È vero che la struttura intrinseca (genetica e
culturale) della nostra specie è un’inscindibile mescolanza
di individuale e sociale, ma non è mai stato facile
conciliare i diritti personali con le esigenze collettive.
Non siamo api, né formiche.
Ma non possiamo neppure essere del
tutto homo homini lupus. Una complessa interazione di
individuale e collettivo (con tutte le complicazioni che ne
derivano) è essenziale alla sopravvivenza e all’evoluzione
dell’umanità. Le cronache e i dibattiti di oggi dimostrano
quanto siamo ancora confusi nel cercare un efficace
equilibrio fra le due necessità.
Quando è nato il concetto di
libertà di stampa, cioè il diritto di esprimere liberamente
e pubblicamente, con qualsiasi mezzo o strumento, le proprie
opinioni, di comunicare informazioni a tutti anziché a pochi
privilegiati? Da “solo” 232 anni si è cominciato a definire
formalmente questo diritto – e ancora oggi esiste solo in
una parte del mondo.
La ricerca della libertà c’era
anche in culture antiche, ma il fatto è che la conoscenza
era concentrata nelle mani di pochi. Il mito di Prometeo e
il vaso di Pandora sono solo due fra tanti esempi di quanto
il sapere fosse considerato empio e pericoloso. Benché ci
siano state anche migliaia di anni fa forme di democrazia,
la struttura del potere è sempre stata concentrata in due
modi: quello della forza (prevalentemente maschile) e quello
della conoscenza (spesso femminile – non solo divinità e
sacerdotesse, ma anche le sibille, le pizie, la Sfinge e
tante altre).
Il terzo, ovviamente, è il denaro –
ma nel breve spazio di questo articolo possiamo solo
accennare al fatto che è molto pericolosa la mescolanza del
potere economico con il potere politico e con il controllo
della comunicazione. Come era chiaramente noto anche in
tempi antichi, ma è vistosamente palese nella situazione di
oggi.
La libertà di stampa fu definita
come diritto, per la prima volta nella storia, dal Bill
of rights della Virginia nel 1776 e poi dalla
costituzione degli Stati Uniti nel 1789. In Inghilterra la
censura fu abolita nel 1795. La legge si diffuse poi,
gradualmente, in altri paesi. In Italia fu stabilita dallo
Statuto albertino del 1848 e poi dalla costituzione del
Regno nel 1861. (Nella storia del Risorgimento non è sempre
rilevato il fatto che, oltre ad altre risorse come forze
militari piccole, ma bene addestrate – vedi il caso della
guerra di Crimea – e a un gioco efficace di alleanze, fra le
abilità di Cavour ci fu quella di offrire a Torino e a
Genova libertà di stampa a giornali e riviste sottoposte a
censura in altre parti d’Italia).
E oggi? In una larga parte del
mondo non c’è libertà di stampa, di informazione e di
opinione. Dove, come in Italia, è sancita dalla legge e
radicata nella cultura, il quadro è tutt’altro che chiaro.
Anche questo è un tema su cui ritorneremo nel prossimo
articolo.
La contemporaneità – da “non molto”
Sono sempre esistite forme di
comunicazione a distanza e in tempo reale. Tamburi, campane,
trombe, eccetera, segnali di fumo (o di fuoco nella notte –
compresi i fari per la navigazione, che esistevano più di
duemila anni fa). Ma non vanno così lontano come le risorse
che oggi ci sono abituali.
Ai tempi di Giulio Cesare c’era un
sistema di telegrafo (una rete notturna di segnali di fuoco)
che permetteva di collegare Roma con le legioni nelle Gallie.
Più veloce di quanto sia, ancora
oggi, una lettera spedita per posta, ma non paragonabile ai
sistemi che si sono sviluppati nel diciannovesimo secolo.
Le date di nascita sono più di una.
Il telegrafo nel 1844, il telefono nel 1877. Il telegrafo
senza fili dal 1895, ma con un cambiamento fondamentale con
l’esperimento di Marconi nel 1901, la prima trasmissione
transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni oltre
l’orizzonte, da un’estremità all’altra del pianeta.
C’entrano, ovviamente, anche la
fotografia (1837), il cinema (1895) e il grammofono (1887)
con vari successivi sviluppi di audio e video registrazione.
E anche la ferrovia (1804), l’automobile (1883) e
l’aeroplano (1903) perché la “mobilità fisica” è un elemento
fondamentale nelle nostre capacità di conoscere e
comunicare. Contrariamente a ciò che si usa dire, Marconi
non aveva inventato la radio e non pensava di usare in quel
modo le onde hertziane5. Ma era inevitabile che dal
“telegrafo senza fili”, e da altre risorse che si erano
sviluppate, derivasse una forma diversa di comunicazione
(quasi) immediata, non solo “da uno a uno”, ma diffusa a
tutti coloro che potevano avere un apparecchio ricevente. Si
sviluppò così, nel ventesimo secolo, il broadcasting
– cioè la radio e la televisione.Dopo gli esperimenti fra il 1906 e
il 1916, la prima emittente radiofonica nacque nel 1920
negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la radio si diffuse
in Europa (in Italia nel 1924). La televisione esisteva dal
1936 (a livello sperimentale dal 1925, ma fu sviluppata in
modo esteso dopo la seconda guerra mondiale (in Italia nel
1954). Di sviluppi più recenti parleremo nel prossimo
articolo6. È difficile per noi, oggi, immaginare un mondo in
cui non esista la contemporaneità, cioè la possibilità di
comunicazione a distanze sempre più grandi e in tempi sempre
più brevi, fino ad arrivare alla situazione attuale, che ci
permette (quando e dove i sistemi funzionano) di comunicare
quasi subito, quasi con tutti e quasi dovunque. (Ma, ancora
oggi, nei quasi si nascondono vaste aree di privazione – e
non poche distonie di funzionamento).Il fatto è che, per quanto normale
ci possa sembrare, è uno sviluppo molto recente rispetto
alla storia dell’umanità. E non abbiamo ancora capito bene
come orientarci in questa situazione.
La globalità – “lavori in corso”
Il mare di chiacchiere sulla
globalità o globalizzazione è assordante. Quanto
inconcludente, pretestuoso e confuso. Il fatto è semplice: i
sistemi di comunicazione non hanno reso piccolo il mondo, ma
enormemente aumentato la nostra capacità di conoscerlo.
Nessuno può pensare che sia possibile, o desiderabile,
tornare indietro, richiuderci nella culla del villaggio o
della microcultura, sperando di poter restare isolati quando
ciò non è mai stato possibile, perché da inaspettate
provenienze potevano sempre arrivare sorprese, spesso amare
e crudeli quanto impreviste.
Non abbiamo altra scelta che
imparare a vivere in un mondo più aperto, che ci può offrire
esperienze affascinanti, ma contiene anche pericoli di cui è
giusto avere paura. Una cosa che, pur avendo cercato di
studiarla, fatico a capire, è come facessero, migliaia di
anni fa, a essere così profondamente collegate culture
fisicamente molto remote. Anche prima di Alessandro Magno,
di Marco Polo o di Vasco da Gama, quando si andava a piedi,
a cavallo, a dorso di cammello o su fragili imbarcazioni
senza bussola, c’era più comunicazione fra culture lontane
di quanto, nella percezione di oggi, può sembrare possibile.
I motivi, probabilmente, sono due.
Il desiderio di conoscere – e perciò di comunicare – che
(almeno per alcuni, i più curiosi e consapevoli) è sempre
stato più forte degli ostacoli. E le radici comuni, anche
culturali, che nella diaspora originaria della specie sono
state portate in ogni angolo del mondo. Probabilmente è un
insieme delle due cose – e avremo ancora molto da imparare
dalle scoperte dell’antropologia e della paletnologia.
Insomma la globalità non è nuova.
Ma oggi è più diretta, immediata, incombente. È
comprensibile che ci faccia paura – ma in realtà è una
risorsa molto più di quanto sia un problema. Non sapere che
cosa accade in terre lontane vuol dire essere esposti a ogni
sorta di pericoli e di problemi senza accorgercene fino
all’inevitabile momento in cui ne subiamo le conseguenze.
Anche questo è uno sviluppo troppo
nuovo per poter aver imparato come governarlo. Ma non c’è
altra strada che un miglioramento della conoscenza. È
disperatamente stupido non badare a cose che sembrano remote
solo perché non sono nel nostro piccolo vicinato. Essere
meglio informati, e soprattutto capire di più, è
impegnativo. Ma è indispensabile se vogliamo che le
complesse e molteplici risorse di comunicazione, invece di
darci un preoccupante spettacolo di confusione e sgomento,
diventino strumenti per migliorare un habitat che non
possiamo più immaginare circoscritto nel minuscolo orizzonte
della nostra esperienza quotidiana.
È un’evoluzione accelerata?
Un gioco noto, e forse un po’
banale, è definire un’epoca come se fosse una giornata. Le
origini della specie umana risalgono a circa un milione di
anni fa. Ma possiamo limitarci a un periodo molto più breve.
Se collochiamo, pressappoco, l’inizio dell’era paleolitica a
40 mila anni fa, e da lì facciamo cominciare la giornata,
troviamo la fusione dei metalli dopo le nove di sera – e
poco prima la scrittura. La grande fioritura della cultura
ellenistica è circa alle 22,30 – il Rinascimento un’ora
dopo, cioè circa venti minuti prima della mezzanotte. La
scienza moderna, cioè il predominio del metodo sperimentale,
nell’ultimo quarto d’ora.
Il metodo di Gutenberg per la
stampa compare alle 23,40. Le macchine a vapore alle 23,51.
Le lampadine e i motori elettrici quattro o cinque minuti
dopo. Il telegrafo nasce 6 minuti prima della mezzanotte. Il
telefono, il cinema, l’automobile e l’aeroplano intorno ai 4
minuti, la radio 3, l’energia atomica e la televisione 2. Il
prototipo degli elaboratori elettronici si realizza due
minuti prima del momento in cui siamo, l’internet uno (venti
secondi da quando la rete è diventata diffusamente
accessibile). La telefonia mobile esiste da due minuti, la
sua ossessiva diffusione da dieci secondi7.
La sindrome della gatta frettolosa
Qualcosa, davvero, sta accelerando.
Ma, proprio per questo, diventa sempre più pericoloso
lasciarsi travolgere dalla fretta. Ciò che non abbiamo
trovato il tempo di capire quando avevamo la possibilità di
pensarci si trasforma in un pericoloso errore quando viene
il momento in cui, davvero, occorre una decisione veloce.
Ernest Hemingway definiva la fretta
come “quella esaltante perversione di vita, la
necessità di fare qualcosa in un tempo minore di quanto ne
occorre”. È vero che talvolta è necessario. E, se ci si
riesce, può essere entusiasmante. Ma la mania della fretta
senza motivo è pericolosamente stupida8.
Il proverbio della gatta frettolosa e l’antico apologo della
lepre e della tartaruga sono validi quanto erano migliaia di
anni fa. Oggi come allora, si perde molto più tempo a
ritrovare la strada perduta che a organizzare il percorso
prima di partire. Chi sa davvero capire e decidere in
fretta, quando è il momento di farlo, non è il frettoloso. È
chi è preparato a farlo bene, perché ha costruito negli
anni, con pazienza e disciplina, un patrimonio di esperienza
e competenza.La fretta non è velocità, spesso è
il contrario. E le scelte affrettate possono provocare
conseguenze irrimediabili – o, nella migliore delle ipotesi,
generare problemi ingarbugliati che sarebbe stato molto più
semplice (e veloce) evitare “pensandoci prima”.
Hic sunt leones
C’era saggezza in quegli antichi
cartografi che indicavano con sincerità ciò che sapevano di
non sapere. Nelle mappe di oggi nessuno scrive hic sunt
leones o più semplicemente “lì non sappiamo che cosa ci
sia”. È vero che abbiamo sistemi di rilevazione molto più
precisi, satelliti che fotografano, sonde che esplorano le
profondità della terra e le remote distanze dello spazio,
eccetera. Ma sono troppo diffuse le rappresentazioni che ci
danno la falsa sensazione di sapere tutto.
Dalla mappa di una città, spesso
male aggiornata per le regole del traffico e i percorsi meno
disagevoli, fino alle descrizioni dell’universo che tentano
di dare per certe conoscenze che l’astrofisica continua a
mettere in discussione, dobbiamo smettere di “fingere di
sapere” e ammettere con chiarezza quante e quali sono le
cose che non sappiamo o che non abbiamo capito bene.
Nossignori, quella che propongo non
è umiltà – e tantomeno rassegnazione. Per quanto possa
essere rischiosa e scomoda, è irrinunciabile l’arroganza di
Prometeo. Può essere solo disprezzata (e comunque corre
gravi rischi) una misera umanità che rinunci a essere Ulisse
(non lo sventurato Odisseo di Omero, che stava solo cercando
di tornare a casa, ma l’Ulisse di Dante “fatti non foste a
viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”). Se
le ricerche sulle “capacità cognitive” continuano a
confermare che un’estesa ricerca delle conoscenza è una
caratteristica del genere umano, diversa da ogni altra forma
di vita conosciuta, non possiamo suicidare il nostro
sviluppo, anzi il senso sostanziale della nostra esistenza,
fingendo di sapere ciò che non sappiamo. È molto più
importante, e interessante, badare all’immensa vastità (nel
“grande” come nel “piccolo”) di ciò che ancora possiamo
scoprire.
Per capire il nuovo, riscoprire
l’antico
Oggi abbiamo strumenti che,
pochissimo tempo fa rispetto alla storia umana, erano
difficilmente immaginabili. Ma, per quanto ci sembrino
abituali, non abbiamo ancora capito bene come usarli.
Crediamo di essere padroni di queste evoluzioni, ma in
realtà la nostra capacità di gestirle è molto confusa. Può
aiutarci un fatto evidente, di cui si tiene troppo poco
conto. Gli strumenti crescono e si evolvono, ma la sostanza
non cambia. Come dicevo all’inizio, fin dalle più remote
origini ci sono sempre state parole e lingue, pensiero e
arte, poesia e narrazione, pittura e scultura, architettura
e musica, spettacolo e teatro. Ci siamo sempre espressi per
segni e simboli, gesti e parole, ragione ed emozione.
Ci sono più somiglianze che
differenze fra il frastornato homo cosiddetto
sapiens nell’era dell’elettronica e quei remoti
progenitori che l’antropologia ci sta aiutando a capire un
po’ meglio.
Quella che sto cercando di dire è
una cosa molto semplice, anche se spesso dimenticata.
Comunicano le persone, non gli strumenti. Le tecnologie
possono essere affascinanti. Se e quando funzionano bene – e
sono usate con criterio – possono essere molto utili. Ma la
risorsa fondamentale della comunicazione è una: la nostra
umana capacità di ascoltare e di farci capire.
1)
Secondo i repertori, fu citata la prima volta da Plutarco –
detta (in greco) da Pompeo ai marinai che non volevano
partire perché il mare era in tempesta. Divenne, mille anni
dopo, il “motto” della Lega Anseatica (talvolta anche di
altri, che non sempre lo usarono in modo sensato o civile).
2) C’era la moda? Ovviamente si. E anche la cosmesi.
Ma non cambiavano a ogni stagione.
3) Una
descrizione più estesa di questi sviluppi si trova in “Cenni
di storia dei sistemi di informazione e di comunicazione”,
http://gandalf.it/storia/
4) Un articolo su “Il
potere dell’oscurantismo” (capitolo 23 di “Il
potere della stupidità”) è uscito nel
numero 7 – luglio 2008
– de “L’attimo fuggente”. Si trova anche online
cliccando qui
5)
Marconi era preoccupato della riservatezza – un problema
oggi imperversante. Perché i telegrammi personali, trasmessi
“senza fili”, potevano essere più facilmente intercettati.
6) Una “cronologia” delle risorse di informazione e
comunicazione, dal 1700 a oggi, è online in
http://gandalf.it/uman/crono.htm
.
7) Sull’esattezza numerica di questi calcoli
non scommetterei un centesimo, ma ciò che conta non è la
precisione matematica, è il senso generale dei tempi di
evoluzione.
8) Vedi “La stupidità e la fretta”,
capitolo 16 di “Il potere della stupidità”, che si trova
anche online in
http://gandalf.it/stupid/cap16.htm
* Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse
mille vite, farebbe mille mestieri. È curioso di tutto, ma
al centro della sua attenzione ci sono sempre la
comunicazione e la cultura umana. Afflitto da inguaribile e
impenitente bibliofilia, ha anche scritto alcuni libri (il
suo preferito è “Il potere della stupidità”). Il suo sito
online è http://gandalf.it
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ITALO CALVINO
Marcovaldo
tornò nella via illuminata come fosse notte,
affollata di mamme e bambini e
zii e nonni e pacchi e palloni e
cavalli a dondolo e alberi di
Natale e Babbi Natale e polli e
tacchini e panettoni e bottiglie
e zampognari e spazzacamini e
venditrici di caldarroste che
facevano saltare padellate di castagne
sul tondo fornello nero ardente.
E la città sembrava più
piccola, raccolta in un’ampolla
luminosa, sepolta nel cuore
buio d’un bosco, tra i tronchi
centenari dei castagni
e un infinito manto di neve.
(Da “ Racconto
di Natale”)
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