PROVOCAZIONI

IL SUICIDIO,
ESTREMA RATIO O ULTIMA FOLLIA?


Bisogna per una seria prevenzione tener conto dei fattori
relazionali, della storia personologica e della personalità


 

Fiammetta Jori*

 


Sento che in Irlanda potrò

ritrovare la mia anima,

a Londra la mia mente

e, forse, in cielo ciò che
era il mio cuore.

Sylvia Plath

 

 

 

 



e
ra il 28 dicembre del 1925, quando in una stanza dell’albergo Angleterre di Leningrado il grande poeta russo Sergèj Esenin si uccise, impiccandosi con la cinghia della sua valigia. La notte prima aveva scritto, con il proprio sangue, per mancanza d’inchiostro, due quartine d’addio al suo amico scrittore Ehrlich e di questo suo congedo resteranno tragicamente famosi i versi finali: “O caro amico addio, senza parole/senza versare lacrime o sorridere. Morire non è nuovo sotto il sole,/ma più nuovo non è nemmeno vivere”.

A questa apodittica sentenza risponderà, più tardi, Majakovskij nella chiusura di un’aspra e tormentata poesia dedicata appunto ad Esenin: “In questa vita non è difficile morire,/vivere è di gran lunga più difficile”. Nella positiva sfida che in essi si sente vibrare in nome della vita, c’è la volontà furente di contrastare quell’ultima rassegnata dichiarazione di Esenin che, inerme, si consegnava alla morte; ma il grido di Majakovskij non insorgeva contro quel suicidio commesso quanto piuttosto contro la sua stessa lacerante ossessione di commetterlo, forse anche per ragioni opposte a quelle del giovane Esenin. Nel 1930, infatti, anche il poeta Vladimir Majakovskij si ucciderà sparandosi un colpo di rivoltella, quasi un ultimo gesto di coraggiosa spavalderia, l’estrema provocazione alla vita di un irriducibile titano.

Scriveva Majakovskij: “Spero, credo non verrà mai per me l’infame buonsenso”, ci si può togliere la vita anche per questo? Forse. E sono da sempre i forse, non le certezze, che incombono su tutti quelli che tentano di scandagliare l’oscuro abisso delle motivazioni infinite che continuano a portare l’uomo al suicidio, che resta, peraltro, la forma più inquietante di omicidio, poiché in esso assassino e vittima coincidono.

Nell’affrontare le numerose e spesso dibattute problematiche che, in spire misteriose, avvolgono il nucleo dell’evento suicidario, ho voluto premettere a quanto di più scientifico seguirà, l’emblematico frammento di cronaca di due suicidi ormai storici, poiché ritengo che, al di là del pathos letterario che li accomuna, si possa cogliere la precipua identità delle diverse matrici di un identico gesto, proprio in quanto compiuto da individui così platealmente vicini, quali Esenin e Majakovskij, poeti entrambi nonché figli della stessa terra e dello stesso tempo.

Nella storia della letteratura russa essi sono in qualche modo un binomio, nella casistica psichiatrica relativa al suicidio, invece, l’unico item che potrebbe correlarli sarebbe il sesso, qualora il criterio adottato lo contemplasse fra le variabili prese in considerazione. Infatti, come sentenzia la medicina più dotta non c’è la malattia bensì il malato, ed altrettanto vero dunque che non esiste il suicidio in astratto, ma piuttosto il suicida o l’aspirante tale, forse latente in tutti come un malefico fantasma in agguato in ogni uomo che arrivi ad essere sopraffatto dalla vita, trafitto dai molti orrori che possono attraversare la talora impietosa, parabola umana.

Nell’acclarata assenza di un paradigma suicidario, di un suicidio-tipo da cui partire, alla psichiatria, che per antonomasia è scienza preposta allo studio e consequenzialmente alla prevenzione di tale fenomeno, non rimane che studiare sul campo tutte le possibili costellazioni delle diverse variabili, psicologiche, organiche e socio culturali, che scatenano l’eventuale evento suicidario e comunque ne incrementano il rischio.

Tante possono essere le chiavi di lettura di questo estremo gesto umano agito, in taluni casi, dopo lunga e capziosa premeditazione oppure per un impulso improvviso, ed all’ottica psichiatrica, fondamentalmente clinica, si affiancano, con teorizzazioni diverse e tutte estremamente interessanti la psicologia, la psicanalisi, la sociologia. Anzi, proprio guardando alla globalità dei rispettivi approcci, ognuno con la sua plausibile verità ed il suo rigore scientifico, è auspicabile che nel futuro si possa delineare la giusta via per una comprensione a tutto tondo del fenomeno suicidio che infine consenta, realisticamente, di riuscire a prevenirlo.

Tralasciamo, quale sorta di epifenomeno, il verificarsi sporadico del suicidio a macchia d’olio o a catena, soggiacente ad un’evidente logica di mimesi sociale e di costume talora ascrivibile, nel quadro di una psicopatologia delle masse, a fanatismo obnubilante o isteria, quando non semplice imbecillità collettiva (basterà citare per tutti il gran numero di suicidi giovanili che seguirono, su una scia di suggestione culturale, la pubblicazione del “Werther” goethiano e, di tutt’altro segno, il suicidio a grappolo di 36 donne ed un solo uomo verificatosi nello stesso giorno in America alla notizia della morte di Rodolfo Valentino), fenomeni questi talmente macro da ritenersi, ancorché inquietanti, sicuramente più intellegibili eziologicamente e dunque, almeno epistemologicamente, molto più negligeable della grande massa di suicidi da single, covati e perpetrati nell’immane silenzio del proprio io ed è, appunto, il suicidio individuale il nodo più difficile da sciogliere.

Un nodo doloroso e complesso sul quale, nell’instaurarsi del rapporto terapeuta-paziente, qualora si tratti di un individuo la cui anamnesi presenti uno o più tentativi di suicidio, anche il medico-psichiatra o psicoterapeuta dovrà investire, al di là dell’impegno etico e professionale, parte del dolore che comunque un coinvolgimento emotivo, anche minimo, inevitabilmente implica.

“Nessuno come lo psichiatra sa quanto lo sconvolga e lo colpevolizzi la morte del suo paziente suicida, al di là di ogni ragionamento sull’essersi ben comportato professionalmente, secondo scienza e coscienza”, sono le parole del professor Gaspare Vella, decano della Prima clinica psichiatrica dell’università di Roma, e sono tratte dalla sua entusiasta e partecipe prefazione ad una delle più esaurienti monografie sulle problematiche suicidarie “Suicidio, psicopatologia e prevenzione”15 del professor Roberto Tatarelli16, che da anni si dedica alle tematiche del suicidio, essendo altresì membro dell’associazione per lo studio del suicidio, presieduta dal professor Pavan dell’università di Padova, dove l’associazione ha sede.

In questo volume, di grande pregio letterario oltrechè scientifico, il professor Tatarelli – così chiaramente avverte la presentazione del professor Vella – “affronta l’argomento da clinico, colto al confine dei diversi ordini di conoscenze. Da clinico, non trascura nessuna delle possibilità suicidarie nelle diverse evenienze cliniche; e dimostra la sua cultura, che correla ed integra, analizzando, sul confine delle attuali conoscenze, le diverse ottiche che hanno ipotizzato le genesi diverse delle condotte suicidarie”.

Vorrei continuare a citare le parole autorevoli e precise con cui il professor Vella, maestro dell’autore nelle varie accezioni del termine, evidenzia le conclusioni scientifiche dell’attento studio sul suicidio che il libro rigorosamente espone: “Dal suo argomento, a parer mio, derivano due considerazioni fondamentali: la prima è che il suicidio è un fenomeno trans-nosologico, la seconda è che la patologia mentale è il momento ultimo dello scatenamento dell’atto suicida il quale, a sua volta, è il momento ultimo di due possibili vie patogeniche.

Quella introversiva, legata alla struttura della personalità psico-biologicamente fondata e quella estroversiva, legata alla situazione e\o condizione relazionale. Ambedue le vie possono essere facilitate nel loro evolversi e concludersi nell’atto suicida, da determinati fattori di rischio, da stress ed eventi psico-traumatici”.

Su questa accademica sintesi che, senza sbavature o divagazioni, ci consegna con estrema chiarezza le teorizzazioni essenziali analizzate ed argomentate in questo libro, che sicuramente corona e completa l’enorme bibliografia esistente sul tema del suicidio (ed un lungo prologo sempre aiuta il lettore a metabolizzare l’impatto con un tema impegnativo quanto emotivamente incisivo), su quanto premesso pure prevale, urgente, il bisogno di chiedersi altro; di chiedere, noi profani, altro all’uomo che lo psichiatra, comunque, suppone.

Del resto, l’interrogativo chiave per tutti, psichiatri e non, credo sia pur sempre dove collocare quel nebuloso crinale su cui forse cammina ogni uomo, quel margine invisibile ed ineffabile tra la normalità e la patologia, soprattutto quando in gioco c’è la scelta amletica “essere o non essere”. È ancora questo il problema!

Così finalmente incontro il professor Tatarelli, di cui vorrei sottolineare la cortese simpatia, nel suo studio romano per porgli alcune domande che mi sembrano inevitabili e più che mai urgenti oggi, alla sinistra luce di una cronaca invasa dalle notizie relative a suicidi tutt’altro che sporadici3.

 

Professor Tatarelli, vorrei poter fugare un mio dubbio antico ed ostinato circa il libero arbitrio di chi decide di porre fine alla sua vita, in una supposta integrità delle sue facoltà mentali. Si usa spesso il termine di logica suicida e sicuramente esiste una logica, ancorché aberrante, nell’ideazione e nelle strategie di chi medita il suicidio. Allora, deontologicamente, uno psichiatra deve sempre e comunque contrastare l’idea suicidaria anche laddove, in determinati casi, essa soggiace ad una logica non patologica, bensì ispirata da un vissuto, da contingenze esistenziali che, talora, devono forse preludere ad un gesto estremo e drammatico?

 

“C’è un discorso deontologico che impone che il medico si ponga sempre dal versante della vita; nel mio libro citavo anche Hillman che nel suo “Suicide and the soul” sottolinea che il dovere fondamentale del medico, la sua metafora, il suo archetipo è primun nihil nocere. Poi c’è un discorso clinico per quanto riguarda la patologicità o meno del comportamento e della messa in atto del suicidio.

Il mio punto di vista è che nel suicidio esiste sempre un nucleo patologico, direi di alienità. E se questa è la mia convinzione prevalente, non esisterebbero in realtà dei veri e proprio suicidi razionali o normali come, per esempio, il suicidio filosofico o d’onore – vedi il caso emblematico di Catone che si uccide con coraggio, con virilità perché sconfitto da Cesare -, ebbene anche in questi casi c’è sempre un nucleo delirante, benché la realtà sembri smentirlo.

Quando uso il termine delirante mi esprimo in un lessico clinico, del resto lei mi è stata presentata prima come psicologa che come giornalista”.

 

Già, questo pericoloso binomio mi ha favorito nel leggere la sua monografia sul suicidio con religiosa attenzione; attenzione non avulsa, confesso, da una certa nostalgia per i fascinosi anni universitari della mia vecchia laurea anni ’70.

Come notazione romantica aggiungo che sostenni l’esame di psichiatria proprio con il professor Vella, suo maestro e prefatore, e dunque posso condividere la stima e l’ammirazione da lei dichiarata nei suoi confronti.

Mi perdoni l’inciso personale. Professore, lei dice delirante e a questo proposito leggo proprio dal suo libro un passo che vorrei chiarire “Nel parlare di morte e/o suicidio il paziente esprime le sue convinzioni spesso incontrollabili ed inconfutabili, tanto da poter assumere i caratteri di vere idee deliranti”. Ecco, le chiedo perché questa equazione idee inconfutabili come idee deliranti? Anche il nazismo era per certi versi un’idea delirante! In altri termini, perché sembra essere teoretica certezza che corrisponde a delirante e perciò ascritta dalla patologia tout-court un’idea sostanzialmente inconfutabile per chi evidentemente la propone e la espone? Io potrei avere un’idea inconfutabile, ma non per questo delirare…

 

“Ho usato il termine delirio erroneamente, cioè da un punto di vista clinico; perché l’incrollabilità, la non criticabilità di una certa idea va poi correlata al contesto, alla storia dell’individuo. Forse è meglio dire che c’è un nucleo di alienità piuttosto che delirante”.

 

Questa alienità è però sempre fatale, dal momento che comunque un paziente si pone diversamente ed in opposizione al terapeuta. C’è inesorabilmente una dualità, come dice Bowlby. È nel gioco dei ruoli: io ti curo e tu sei da me curato. È un rapporto di per sé perverso, intendo “perverso” in senso affettivo, infatti, emotivamente io-paziente mi porrò automaticamente un gradino sotto rispetto a chi, per definizione, dovrà curarmi. Non è allora un’alienità per certi versi scontata e coartata?

 

“Diciamo, intanto, che il rapporto non è perverso bensì asimmetrico e questo è, di fondo, un grosso problema. In ogni rapporto duale terapeutico, anche gruppale, la relazione deve, infatti, essere asimmetrica, tant’è vero che nel codice deontologico degli psicoanalisti si dice che, quando la relazione diventa simmetrica, non è più una relazione terapeutica e pertanto è deontologicamente scorretta.

Comunque dei punti di contatto ci devono necessariamente essere tra terapeuta e paziente ed in tutti i casi il paziente vuole essere assolutamente preso in cura, vuol mettere in comune certe sue sofferenze, certe sue rabbie, certi momenti di odio, di aggressività, ma non paritariamente, non simmetricamente. Egli desidera, inconsciamente, che tali esperienze dolorose gli siano restituite con minor quota di sofferenza ed una maggiore controllabilità; questo è il progetto di chiunque si rivolga ad una relazione analitica o psichiatrica e questa è la parte positiva del rapporto.

Poi c’è quasi sempre un’altra parte più distruttiva, però noi abbiamo bisogno di una parte che vuol collaborare e questa è la cosiddetta alleanza terapeutica, quando cioè il paziente vuole essere preso in cura ed io lo prendo in cura. In questa area positiva possiamo elaborare l’area malata”.

 

Esistono occasioni in cui si fa marcia indietro, in cui lo psichiatra o il paziente sentono che il rapporto è sbagliato, negativo; chi dei due più spesso tende a chiudere il rapporto?

 

“Spesso, molto più spesso e indirettamente è lo psichiatra che lo chiude, e la colpa, volendo usare questo termine, è del terapeuta”.

 

Certo, c’è la frustrazione dell’analista o dello psichiatra, il senso della sconfitta se un proprio paziente si uccide. Esiste nella sua carriera un caso particolarmente tragico, che più degli altri le brucia nella memoria?

 

“Eh, un cimitero! Se uno è onesto ha sempre delle sconfitte, dei casi in cui poteva fare delle cose che invece non è riuscito a fare, per motivi suoi. Per quanto riguarda il suicidio sono stato abbastanza fortunato, circa le “rotture” con pazienti non lo sono stato altrettanto”.

 

In questo suo apprezzabile sdrammatizzare con un sorriso quel “cimitero” così esclamativo, c’è la grande saggezza dell’ironia, del saper ironizzare e quindi ridimensionare anche, e soprattutto, le proprie sconfitte; forse non sono ironici i suicidi, e lo dico senza ironia! Esiste in generale un sense of humor, nella sua più britannica accezione, nella connotazione mentale di chi medita o tenta il suicidio?

 

“Assolutamente no. Direi che è proprio quello che gli manca”.

 

Per contro, professore, possiede tra i suoi ricordi la certezza di aver salvato qualcuno dal suicidio? Una certezza intima riscontrata evidentemente a posteriori.

 

È possibile in qualche modo che un suicidio probabile non è stato invece commesso?

“Beh, la certezza non c’è mai. Noi combattiamo con i dubbi. Qui è importante aggiungere che certe volte il suicidio accade perché accadono fatti che sembrano irrilevanti ed invece sono quelli che determinano l’atto. Sì, ho un ricordo personale, anche se dei particolari mi sfuggono, però rammento benissimo che quando un paziente uscì dalla terapia, ero convinto, delirantemente, che sarebbe andato con la macchina a buttarsi in una scarpata vicina al mio studio di allora.

Lo seguii dalla finestra e invece non successe nulla; riesaminando in seguito le ultime sedute, capii che certi miei interventi erano potuti servire. Vorrei precisare, per esempio, che in questo caso avevo provato dei sentimenti intensissimi di odio verso questa persona ed avevo deciso di interrompere la terapia, ma non l’ho fatto. Anzi, ancora la seguo. È un paziente che soffre di un grave disturbo di personalità, di tipo narcisistico e crede che sia stato elemento fondamentale che lui capisse che io volevo continuare a prendermi cura di lui, malgrado avesse capito bene i miei sentimenti negativi di rifiuto, di disprezzo, di odio.

Il fatto che io avessi controllato questi sentimenti e fossi riuscito a non mettere in atto il proposito di interrompere la terapia, e farlo seguire da un altro collega, è stato molto importante”.

 

Lei, professore, si sofferma nella prima parte del libro a delineare le varie interpretazioni storico-filosofiche del suicidio nel passato ed in diverse culture. Ciò mi incoraggia a chiedere se il concetto di entelechia, nella sua accezione aristotelica, secondo cui è già inscritto in ognuno il proprio destino (un po’ il maktub degli arabi, ossia il “tutto è scritto”), può negare in nuce il principio di terapia e perciò anche di prevenzione. Le è mai successo di avvertire l’impossibilità della terapia? E comunque può sussistere questa impotenza, come posizione ideologica, filosofica, direi etica, a forzare un destino?

 

“Dipende dall’obiettivo e dal progetto terapeutico. Dire che per una certa persona non è possibile alcuna terapia è sicuramente un’attestazione che non riesco a tollerare. Credo che il problema, al di là di tutto, è che in ogni contratto terapeutico ci deve essere un’area condivisa, anche implicita, anche non comunicata, e se c’è questa area qualcosa si può fare”.

 

Esistono tante lenti per guardare il suicidio e tutte sono plausibili: c’è l’ottica fenomenico-clinica, che costruisce una nostalgia del suicidio – vedi i disturbi dell’umore, l’isteria, la psicopatia, la schizofrenia –, quella psicodinamico-psicoanalitica in cui il perno delle tante diverse teorizzazioni è la “valutazione del peso relativo del mondo fantastico interno e di quello esterno nel loro dinamico interagire”, ed infine l’ottica relazionale che ingloba tutti i teoretici orientati allo studio degli aspetti interpersonali, contrastando così il totale individualismo della psicanalisi.

 

Ora nella globale prospettiva teorica, per cui certamente ha senso tener conto di tante diverse voci come la natura della predisposizione genetica, la personalità preombrosa, le difficoltà affettive o la depressione – che è la condizione più comunemente correlata al suicidio –, quanta parte si lascia all’umano libero arbitrio? È davvero sempre folle chi si uccide, visto che si fa un gran parlare di eutanasia, forse si potrà ammettere, con i dovuti distinguo, anche l’auto-eutanasia?

 

“È chiaro che sono difficili i confini tra suicidio folle ed auto-eutanasia, difficile distinguerli…”.

 

Anche perché, purtroppo, a suicidio avvenuto, non c’è più possibilità di un riscontro dialettico con chi si è ucciso. Tutto è compiuto! Esiste, insomma, un suicidio normale?

 

“Shneidman e Farberow, ad esempio, che hanno fatto studi importantissimi su questo tema, classificavano come suicidio normale soltanto i cosiddetti suicidi di “cessazione”, cioè quelli di certi vecchi o malati terminali che, appunto, attuavano una sorta di eutanasia.

In tutti i suicidi esiste, subliminale, la speranza della rigenerazione, questo aspetto iniziatico, come un rito d’iniziazione in cui c’è la negazione della morte e nello stesso tempo un’idealizzazione della morte – paradigmatico è il suicidio per acqua, poiché l’acqua era già per gli antichi la “patria della morte” più totale e nel contempo metafora di rinascita; ecco, anche nel più chiaro suicidio di cessazione c’è, secondo me, questa sorta di errore di giudizio in cui in realtà io non vado a cercare un’altra morte, ma cerco un’altra vita. “La vita umana è breve, ma io la vorrei vivere per sempre”, ha scritto lo scrittore Mishima subito prima di suicidarsi”.

 

Di certo, professore, il suicidio è un gesto estremo che sembra essere l’acme di un tragitto, un approdo e dunque una fine, poiché, oggettivamente coincide con la fine della vita; eppure, talora, si può evincere, come per Mishima, che esso vuol coincidere con un inizio. E quell’inizio ha, probabilmente, un significato solo per chi attua il suicidio, non per chi cerca di interpretarlo. Anche il suicidio, come il cuore, ha delle ragioni che la ragione non conosce, non è così?

 

“Questo è l’aspetto delirante, perché quasi mai per chi si uccide quella è la fine! C’è una testimonianza ampia in quei suicidi che lasciano messaggi e quindi comunicano; del resto il suicidio è una comunicazione con l’altro esplicita, o con se stessi o con entrambi”.

 

Esiste uno studio che correli l’i.q. (quoziente intellettivo) al suicidio o al tentato suicidio? Che rapporto si evince tra intelligenza ed incidenza dell’evento suicidario?

 

“In genere, se c’è un’insufficienza mentale, un deficit intellettivo, questo aumenta il rischio. Infatti, uno dei pericoli maggiori nel suicidio è proprio l’imprevedibilità dell’acting out, questa facilità di passaggio all’atto e quindi questo difetto di elaborazione intrapsichica. Ne parlavano già gli psichiatri dell’800”.

 

Dal punto di vista terapeutico, presumo, sia più difficile discutere e smontare le convinzioni di chi ha costruito con logica deduzione il proprio ragionamento fino ad arrivare, essendo dotato di intelligenza, a conclusioni intelligenti.

 

“Sì, chi è molto intelligente è un paziente difficile, perché è più difficile contattare, prendere in esame, elaborare questo nucleo, anche piccolo, alienato dalla nostra personalità, alienato rispetto a me stesso e rispetto al mondo”.

 

Una cosa che non posso che chiedere allo psichiatra e quindi all’uomo che lo sottende: l’uomo e lo psichiatra dove convergono e dove invece si allontanano? Ci sono dei punti di frattura sul campo, nell’esercizio del proprio ruolo, tra l’essere uomo e l’agire da psichiatra?

 

“C’è una frattura tra uomo e psichiatra in un certo modo di fare psichiatria. Se uno psichiatra ha conosciuto se stesso attraverso un iter di introspezione psicoanalitico, che è uno dei tanti, allora non c’è frattura tra l’uomo e lo psichiatra. Io capisco l’altro in quanto posso aver sperimentato quello che l’altro sperimenta. Ad esempio, io ho un lunghissimo iter psicanalitico. Psicanalisi doc!”.

 

Non è obbligatorio, però, questo passaggio introspettivo per gli psichiatri, è vero?

 

“Purtroppo no. Se non c’è stato questo iter, questa formazione anche personale, anche privata, allora c’è il rischio che l’altro possa venir trattato come un oggetto, non come una persona. Non deve esserci frattura tra l’uomo e lo psichiatra. Mai”.

 

Le risulta che invece ci sia questo scollamento?

 

“Sì, ma questo riguarda tutti i campi della medicina, non solo la psichiatria”.

 

È interessante che lei abbia iniziato il suo percorso professionale proprio con un traumatizzante percorso di suicidio, anzi due, e forse ciò spiega la sua sensibilità verso questo problema. Inoltre, come afferma il professor Vella “ci vuole molto amore per l’uomo e per la disciplina che si professa per affrontare la problematica del suicidio”. Lei non nasce psichiatra bensì genetista, ed è un iter desueto rispetto alla norma.

 

“Infatti, sono nato come genetista. Ho fatto la tesi in genetica medica e poi mi sono interessato di psicofarmacologia, per qualche anno della fenomenologia in psichiatria e in fine sono approdato alla psicanalisi. Non per fare paragoni, ma anche Freud è partito come medico”.

 

Professore, si uccide lo psichiatra?

 

“Il rischio è elevatissimo, anzi lo psichiatra è al primo posto. Nel rischio di suicidio correlato alle professioni i medici sono al primo posto, e nell’ambito dei medici, il primato è degli psichiatri. Questo, peraltro, deporrebbe a favore dell’ipotesi della follia, del suicidio per follia.

C’è chi definisce lo psichiatra un “inquinato”; e comunque tra le motivazioni a fare lo psichiatra esistono delle radici di psicopatologia personale che si tenta di superare con una manovra, direi, controfobica.

Come il pilota che aveva paura di volare! Possiamo ricordare, per esempio, il suicidio di Bruno Bettelheim, famosissimo psicanalista infantile, soffocatosi con un sacchetto di plastica”.

 

Lei ha mai pensato di suicidarsi nell’arco della sua vita?

 

“No, mai. Sono anomalo, perché mi dicono che quasi tutti hanno avuto un passaggio di questo pensiero”.

 

Finalmente un’anomalia positiva! Lo scrittore Cesare Pavese, suicidatosi nel 1950, ingerendo barbiturici, scrisse che “i suicidi sono omicidi timidi”, anticipando la definizione più tecnica di Schneidman che, nel ’68 definì il suicidio “un assassino a 180°”. Già Freud, del resto, riteneva che qualsiasi suicidio fosse l’espressione di un antico e represso desiderio di compiere un omicidio. L’aggressività, che entrambi i gesti suppongono, è più normale se autodiretta o se eterodiretta, laddove debba comunque sussistere?

 

“È splendida quella definizione di Pavese! C’è un rapporto abbastanza stretto, in ogni caso, cioè l’aggressività resta il comune denominatore sia del suicidio sia dell’omicidio”.

 

Esistono, però, anche suicidi buoni, in cui il primum movens non ha investimenti aggressivi?

 

“Sì, certo”.

 

De Fleury nel suo studio “L’angoisse humaine” definisce l’angoscia come alterazione dell’umore – verstimmung, termine che in tedesco significa anche scordatura di uno strumento musicale – nel senso di una perturbazione dell’equilibrio psicofisico; ma non è questa una soluzione troppo semplice? Probabilmente chi è angosciato ha valide ragioni per esserlo ed allora anche l’umore ovviamente alterato è un effetto, non una causa!

 

“Ogni individuo è un infinito e l’infinito non può essere esaurito”, diceva il grande sociologo Durkheim; certo spesso clinicamente si deve tratteggiare una tipologia, un quadro di riferimento e da un punto di vista scientifico è normale classificare, siglare, come quando si parla di hopelessness (disperazione) o helplessness (inaiutabilità) o ancora di condizione broken home (focolare infranto, alias deprivazione parentale) – lapidarie sigle d’oltreoceano che danno l’illusione che ad una tale chiarezza lessicale possa corrispondere un’uguale chiarezza diagnostica e quindi terapeutica; però catalogare in tal modo l’angoscia, un sentimento umano così complesso e profondo, non è semplicistico e lesivo di certe realtà forse disattese?

 

“De Fleury è una scoperta, una chicca; certo le classificazioni rigide e nette non servono a niente, rassicurano forse solo il terapeuta, non certo il paziente. Mi riaggancio a quanto dicevo prima: se c’è quell’area condivisa in cui, più o meno consciamente, c’è l’idea di quale sofferenza voglio eliminare, allora questo problema viene eliminato. Anzi, una quota d’ansia o di angoscia può essere positiva, può aiutare a farmi vedere meglio le cose e, comunque, la maggior parte di fronte a questi sentimenti o stati d’animo non si suicida. Così pure nel campo della depressione grave.

Il tasso di suicidio nei depressi è pressappoco sul 15%, si può arrivare al 20-25%, quindi ce ne sono 80 che non si suicidano pur avendo la stessa dolorosa esperienza depressiva. È perciò un grave errore dire depressione uguale suicidio; il problema, semmai, è sapere quali depressi lo faranno!”.

 

Esiste una pericolosità, ai fini della terapia, che può scaturire dall’eventualità che sia lo psichiatra a fissarsi sull’idea che il suo paziente si uccida? È dunque controproducente la paura del terapeuta?

 

“Sì, quelli sono problemi del terapeuta. Ci possono essere anche sentimenti di rabbia, di odio contro il paziente e il terapeuta può preoccuparsi e “manifestare”, il paziente se ne accorge sempre. È importante, però, che il paziente senta che la preoccupazione del terapeuta sia contenibile, elaborabile, evolutivamente vivibile; è come il rapporto tra un bambino e la mamma “buon contenitore”: anche la mamma di un bambino violento può avere delle reazioni, ma sia il bambino sia il paziente devono sentire che mamma e terapeuta, rispettivamente, sono in grado di sopportare questa rabbia, questi sentimenti violenti. Insomma, il fatto che il paziente capisca che il suo terapeuta sa quello che sta succedendo è il più grande fattore terapeutico. La sicurezza del terapeuta si trasmette al paziente”.

 

Quanto è alto il rischio iatrogeno4 di suicidio?

“È difficilmente quantificabile, però c’è. Tutti quei farmaci che provocano un’instabilità dell’umore da una parte e una disinibizione psicomotoria dall’altra, hanno un valore altamente iatrogeno per quanto riguarda l’atto suicidario, per esempio gli antidepressivi. Questo è confermato anche dal dato clinico che il maggior rischio suicidario accade proprio nei depressi nel momento in cui riescono a star meglio, nella fase in cui c’è un miglioramento clinico”.

 

Non si è trovata una soluzione alternativa al litio, agli psicofarmaci che pure si continuano a prescrivere con nonchalance? Insomma, con le sbrigative pillole non si depauperizzano la volontà o le altre riserve reattive che pure ci sono sempre nell’uomo, anche disperato? Vorrei citare Pasolini “non c’è mai disperazione senza un po’ di speranza!”.

 

“In certi casi, sì. Però quando in primo piano c’è un asse veramente delirante in cui sono totalmente minime le parti buone, valide di una persona non se ne può fare a meno. Allora, sì, sarebbe davvero iatrogeno non dare farmaci!”.

 

Mi pare che lei appoggi, ognuna con il suo bene e con i suoi limiti, le varie ottiche d’approccio allo studio del suicidio, ma c’è una regina di tutte queste teorie e una sua relativa strategia terapeutica?

 

“C’è necessità di integrare queste ottiche. L’ottica puramente intrapsichica ci dà pochi strumenti per una vera prevenzione del comportamento suicidario. È assolutamente necessario tener conto di tanti altri fatti relazionali, cioè del rapporto del paziente con l’ambiente ed anche nella nostra piccola “ricerca sul campo” – che chiude il mio libro al quale si è spesso riferita – questo viene fuori abbastanza chiaramente. Insomma, è un grave errore fermarsi a considerare la patologia a maggior rischio suicidario; bisogna per una seria prevenzione tener conto dei fattori relazionali, soprattutto della storia personologica e della personalità. Questi sono tre elementi sostanziali”.

 

Fondamentalmente la suicidologia conclude che bisogna entrare nella logica suicidaria, quale che sia, per controbatterla. So che in Svezia esiste una clinica specializzata dove si aiuta a morire chi ha deciso di suicidarsi e qualcuno, in itinere, cambia idea. Quindi è paradossalmente una terapia il fatto di appoggiare l’ideazione suicidaria piuttosto che contrastarla!

“Questo dimostra che è possibile una prevenzione e noi lo facciamo quotidianamente, noi che lavoriamo in psicoterapia, benché su basi opposte a quelle svedesi da lei ricordate”

 

Ci sono reali correlazioni, su basi concordate di ricerca e prevenzione, tra le varie associazioni europee che si occupano del suicidio?

 

“Sì, c’è un’associazione europea, un’associazione internazionale ed anche un’associazione italiana per lo studio e la prevenzione del suicidio di cui faccio parte, ance se non mi sono interessato di studi di epidemiologia. Esiste anche una rivista curata dalla nostra associazione. Nel mondo, comunque, i centri migliori sono negli Stati uniti e in Inghilterra”.

 

Nella sua ipotesi tassonomica lei delinea nettamente due diversi itinerari clinico-esistenziali verso il suicidio: la via introversiva e la via estroversiva. Sono sempre così separate queste due vie o sono un po’ come le parallele che all’infinito si incontrano?

 

“Per quanto riguarda la patologia, per la schizofrenia, per esempio, si può considerare l’una via e l’altra. Nella via estroversiva, anche la più paradossale, c’è sempre una modalità comunicativa, manipolativa; c’è in primo piano l’altro. Nel libro volevo mettere dei punti fermi, delle basi di riflessione, delle ipotesi in un’ottica veramente clinica, da un punto di vista soprattutto psicopatologico-preventivo. Le variabili sono certo tantissime”.

 

Lei ha in cura molti adolescenti?

 

“No, per fortuna. Sono i casi più difficili e sicuramente c’è un evidentissimo aumento del suicidio nei giovani, dipendente al di là di certe confusioni di tipo adolescenziale, anche da questo ritiro dei contenitori familiari, da questa ipertrofia del successo, dalla eccessiva competizione che per i giovani costituisce un pressing terribile, per taluni insostenibile”.

 

In conclusione, il suicidio è un sintomo e quindi viene visto solo come un atto oppure è un comportamento inscritto in una sindrome? È un momento o un cammino?

 

“No, è senz’altro una sindrome, è la fine di una storia. Senza dubbio”.

Non è sempre folle chi si uccide. D’altro canto esistono anche delle scelte di vita che in fondo sono dei lunghi, lenti suicidi. Ritengo che troppo spesso l’ipotesi patologica esautori ed elimini ogni umana volontà, fosse anche quella drammatica di interrompere la propria esistenza, nel pieno possesso delle famose facoltà mentali che, burocraticamente, bisogna dichiarare integre anche facendo testamento, ammesso e non concesso che sia possibile autocertificarsi in grado di intendere e di volere!

 

“Credo che anche in chi non è folle c’è un nucleo in cui esiste un errore di giudizio.

Oppure c’è un errore paleologico o semantico, come dicevano Shneidman e Farberow, ed è assolutamente vero. La personalità, la storia personale, la patologia e la strutturazione relazionale sono gli elementi fondamentalmente in gioco.

C’è anche un discorso transculturale, per esempio ebrei e musulmani si suicidano meno, perché per loro il suicidio è il massimo dei peccati.

Da noi la religione cattolica è stata più evoluta culturalmente, ha accettato tanti aspetti psicologici, cambiando la sua posizione rispetto al suicidio – prima al suicida era negata, infatti, la benedizione, così come la sepoltura in terra consacrata.

Ora la chiesa non lo condanna e per me è corretto. Però questo ha tolto una protezione, uno stop, un deterrente. Per quanto riguarda le scelte di vita suicidarie occorrerebbe un discorso a parte. Vorrei ribadire che ogni trattamento psicoterapico, analitico, deve cercare di risolvere quella scissione, sempre presente, tra il male e il bene ed integrare le due parti”.

 

Questa scissione è posta, mi sembra, come assiomatica e quindi la vita è sempre migliore della morte. C’è un dogma filosofico-etico a monte che non consente scelta, anche in quel rarissimo suicidio solipsistico5, che non vuole comunicare od esternare nulla, di una personalità integra, matura e forse esente da scissioni intrapsichiche.

Al di là di una plausibile deformazione professionale dello psichiatra, non è una posizione estremista e troppo rigida, ancorché clinica?

 

“Vede, io non mi pongo neanche il problema della vita o della morte, bensì il problema che questa persona, secondo me chiunque, quando si suicida “uccide” la sua parte sgradita, quella parte noiosa o annoiata, aggressiva che è scissa e che non riesce ad integrare nella sua vita.

Si uccide, insomma, quella parte di sé che non si riesce ad accettare”.

Le mie residue elucubrazioni esistenzialistiche e vagamente sartriane si arrendono di fronte alla convinzione delle argomentazioni derivate dall’indiscussa esperienza e dall’accademica saggezza del professor Tatarelli, ma chissà perché mi ostino – e non certo per contraddirlo – a salvare la libertà dell’uomo di scegliere.

De Montaigne diceva: “Non è nulla la morte, il morire è tutto”. A noi uomini, allora, può appartenere solo l’azione che il verbo esprime, soltanto quell’estremo agire, non la morte in sé, sostantivo che dall’uomo è altro, è lontano.

“Ma comunque vada,/la morte è sempre morte. È spaventoso non amare,/ terribile non osare più./ C’è per tutti un colpo,/ per tutti un coltello./ Ma per cosa? E quando?”.

Ancora Majakovskij: in questi suoi splendidi versi c’è, chiaroscurale, contro la passione del vivere l’ombra di un’indefinita, atterrante attesa della fine, il tormento per ognuno diverso, dell’esiziale mistero che per tutti è in agguato. Qualcuno non ha la forza di attendere, e decide forse di scrivere e firmare con il proprio sangue l’ultima pagina della sua storia.

A queste mie esplicite riserve mentali il Professore, considerandomi probabilmente incurabile, mi guarda con occhio clinico e sorride bonario mentre, ringraziandolo, prendo da lui congedo. Ma di certo so che è lui ad avere ragione! Bisogna con coraggio ed ironia rassegnarsi a vivere!

 

Il suicidio è l’assassinio di un innocente6.

Ennio Cavalli


1) I ed. 1992 – Il pensiero scientifico editore.
2) Direttore della II scuola di specializzazione in psichiatria e professore ordinario di psichiatria “La sapienza” di Roma; Direttore dipartimento di neuro-scienze ospedale Sant’Andrea, II facoltà di medicina e chirurgia “La sapienza” di Roma.
3) Secondo un articolo di Manuela Perrino, apparso su Vanity Fair lo scorso 1° ottobre, il suicidio in Cina è la prima causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 34 anni e la media cinese è tre volte superiore alla media mondiale. Le statistiche fanno registrare un tentativo di uccidersi ogni due minuti e 250mila morti ogni anno.
4) Che può avere effetti collaterali o complicanze dovute a trattamenti medici.
5) Esasperatamente egoista o egocentrico.
6) (Da “L’imperfetto del lutto” – Nino Ragno editore, 2008)



*Dice di sé.

Fiammetta Jori. Forse non sono giornalista (visto che appartengo alla mia testa, mai ad una testata), ma psicologa sì, almeno sulla carta, giacché dopo una prima laurea in filosofia (Roma-1974), seguita da un anno alla facoltà di medicina, avrei amato approdare a psichiatria. Mi sono arresa alla mia stupida emotività, virando verso psicologia e laureandomi nel 1979 (La Sapienza). Errare humanum est, sed…

Comunque il suicidio, purtroppo mai demodé, mi ha sempre affascinato, se non altro per quell’ultimo fatale impeto di libertà che suppone, e che all’uomo nessuna teoria potrà mai negare quale legittimo diritto estremo. Talora anche morire può essere un’opera d’arte, così come sempre lo è la vita, naturalmente.




 


LOUISA MAY ALCOTT

“Natale non è Natale senza regali”, si lamentò Jo,

sdraiata sulla coperta.

“È così spiacevole essere poveri!” sospirò Meg,

abbassando lo sguardo sul suo vecchio vestito…

“Ma abbiamo il papà e la mamma, e la compagnia

una dell’altra”, disse Beth compiaciuta dal suo angolo.

(Da “Piccole donne”, 1868-1869)





JOSEPH RATZINGER


Dio si è fatto uomo. Si è fatto bambino.

In questo modo adempie la grande e misteriosa promessa secondo

la quale Egli sarà “Emanuele, un Dio con noi”.

Si è fatto così vicino a noi, così semplice, che ognuno

può parlargli dandogli del tu. Dio ci propone di dargli

del tu facendosi bambino.

(Da “Sul Natale”, 2005)







 

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