COSTUME

FENOMENOLOGIA DELLE REGOLE
NEL MONDO TELEVISIVO


Proponiamo la seconda parte dell’articolato saggio sulle norme,
spesso non scritte, che disciplinano la tv. Riprendiamo
dal capitolo “Le regole generali”, partendo dal punto 7


 

Paolo Taggi*

 


C) Le regole generali

7c) Nella tv generalista la concorrenza nuoce gravemente alla qualità dei programmi

 

Questa regola viaggia insieme alla sua parziale smentita. La regola completa sarebbe: nella tv generalista la concorrenza nuoce gravemente alla qualità dei programmi. Nella tv in assoluto no.

Ma, ammettetelo, senza la frase finale fa più effetto.

Tutti sono concordi nel sostenere che la concorrenza migliora la qualità dell’offerta, se anche per la tv fosse davvero così, dove sarebbe la specificità? Sta, appunto, nel fatto che una legge riconosciuta universalmente in questo caso non è uguale per la tv nel suo complesso. Lo diciamo anche in altre pagine di questo saggio. L’avvento delle tv satellitari ha prodotto un notevole cambiamento, in positivo, del linguaggio televisivo. Ha migliorato il pubblico, che oggi è più dinamico e disposto a seguire trame più complesse. In questo senso la concorrenza ha prodotto una tv migliore. (Anche se si misura con una progressiva riduzione delle risorse, disperse in migliaia di proposte, che devono necessariamente contenere i costi per produrre vantaggi economici. Le ristrettezze economiche aguzzano l’ingegno, ma fino a che punto? Raggiunto un certo limite, lo sacrificano).

Intanto la maggior parte degli spettatori continua a guardare la tv generalista. Dove la concorrenza (tra le reti che ne fanno parte e tra tutte loro e le altre) spesso si rivela un fattore molto negativo. La paura della fuga degli spettatori (e del loro riversarsi su una proposta concorrente) spinge autori ed editori a ritornare sui propri passi, ad insistere su proposte consolidate, a cercare la conferma degli spettatori sicuri del passato piuttosto che inseguire quelli potenziali del futuro. La pressione della concorrenza, soprattutto in serate molto combattute, produce un automatico abbassamento della proposta complessiva. Funziona come per le crociere. Controllandosi a distanza, le avversarie giocano in difesa. Ingrandiscono le navi, riducono la velocità di crociera, aumentano i porti di imbarco e diminuiscono le mete pure. Risparmiano sulla qualità del cibo e dei servizi ed investono in promozione. Facile riportare le stesse strategie alla tv generalista. I canali principali non corrono rischi e abbassano sempre di più la soglia di accessibilità delle loro proposte

 

8c) Anche i programmi distribuiscono regali, ma non per tutti (quello lo fanno già i giornali)

 

…poi ci hanno fatto un intero programma (“Usa la testa!”, RaiUno, estate 2008), condotto da Caterina Balivo. Prima, era solo un trucco neanche tanto nascosto per trattenere il pubblico nei momenti di maggior debolezza di una trasmissione: una canzone, un balletto, un’intervista “obbligata”. Allora scattava un premio in palio: “ascoltate bene questo brano e poi vi faremo una domanda…”. Detto in altri termini, se rimani a guardare sarai ricompensato. Chi? Non certo tutti gli spettatori attenti, ma uno su qualche milione. Eppure per anni ha funzionato abbastanza. Strano il suo destino, quello di un ospite che è pagato per dare valore aggiunto al programma e deve essere puntellato con la promessa di un premio fedeltà finale, perché l’esodo del pubblico si mantenga entro limiti accettabili.

Strano destino quello della tv, che si è trovata negli ultimi anni a dover evitare la fuga dei telespettatori dai momenti di spettacolo, che un tempo erano i suoi punti di forza. Ma il premio a pioggia non è una deriva solo televisiva. Non c’è giornale che non si presenti in edicola senza un gadget che vale, sulla carta, più del prezzo del giornale stesso. I “lettori” chiedono in edicola un profumo o un materassino senza neppure chiedersi a che rivista sono abbinati. L’extra è diventato il giornale, appendice accettabile, che non fa la differenza. Al confronto, la “generosità” di certi programmi è irrisoria, persino ingenua. Almeno fino a quando una trasmissione non potrà garantire ad ogni spettatore una confezione di vera crema, il telo mare o uno zaino portasegreti con i colori dell’estate la lotta sarà impari. A favore dei giornali.

 

Corollario: se verrà il giorno in cui ogni spettatore in grado di dimostrare la sua fedeltà ad una trasmissione riceverà un regalo a casa, chi si potrà scandalizzare?

 

9c) I programmi non distribuiscono copie omaggio

 

Tra le poche certezze di chi fa tv una è universalmente condivisa: le critiche che appaiono sui quotidiani non hanno nessun riflesso sulle scelte del pubblico.

Perché chi guarda la tv non legge i giornali? O perché i giornali hanno sempre meno lettori? Entrambe le domande, retoriche, vanno lette come affermazioni sussurrate – forse anche mimetizzate – per non incorrere nel peccato di eccessiva presunzione. Chi frequenta hotel, aeroporti e altri luoghi di aggregazione collettiva sa che in ognuno di questi nonluoghi le copie omaggio dei quotidiani più importanti si distribuiscono generosamente con il timbro “Omaggio” che campeggia vicino alla testata. Sa che molti giornali si vendono con la formula 1x2 o 2x3 e che la sera ne rimangono comunque decine di migliaia da mandare al macero, da sommare idealmente alle colonne di invenduti che vengono resi dalle edicole e dalle librerie.

Quanti sono, allora, i lettori effettivi di un quotidiano? Quali sono? Quelli che lo sfogliano distrattamente avendolo avuto in regalo o i pochi che lo acquistano regolarmente?

Quanto alla tv, molti canali sono gratuiti, ma nessun programma lo è fino in fondo. Sceglierne uno significa pagare il prezzo della rinuncia a tutti gli altri in onda in quel momento (tranne che per i pochi che dispongono di “MySKY” o utilizzano il videoregistratore, che si addice solo ad alcuni generi televisivi. Si può vedere registrato un film, ma solo rivedere una partita di calcio). I programmi televisivi non si vendono abbinati (per natura sono alternativi ed in concorrenza tra loro). Non si vedono uno dopo l’altro, ma uno al posto dell’altro. I programmi non si offrono a grappoli: mentre ne scegli uno ti perdi tutti gli altri (e quei minuti dedicati agli altri pesano sul risultato complessivo). I 3 milioni e 600 mila lettori della “Gazzetta dello sport” possono anche essere compresi nei più di 3 de “La Repubblica” e del “Corriere della sera” e nei 100 mila di un grande quotidiano locale.

Se ne leggi uno (ricevuto o acquistato che sia) puoi leggere anche gli altri. Se guardi un programma, non vedi in quel momento anche gli altri. E quando sei libero, quelli che hai perso non sono più disponibili.

 

Corollario: i dati d’ascolto dei programmi per quanto incredibili sono sempre più veritieri del numero dei lettori effettivi dei giornali

 

Spesso ci si interroga, sulla carta stampata, circa la veridicità dei dati d’ascolto dei programmi televisivi. Ma viste le premesse, quanto lo sono i dati sulla tiratura dei giornali? Quanto pesano le copie omaggio prima citate sul totale delle copie stampate? Chi conteggia i resi? In tv molti programmi sono gratuiti, ma sceglierne uno – abbiamo visto – comporta la rinuncia a tutti gli altri, almeno momentanea. E quanto ai resi televisivi, che potrebbero corrispondere agli spettatori delusi che abbandonano subito il programma che hanno scelto inizialmente, l’Auditel li registra immediatamente. Fanno numero, ma in negativo: pesano come macigni, le loro fughe e le presenze mancate.

 

Ps: siamo consapevoli che queste due regole possono esserci costate qualche recensione di giornali poco sportivi. Contiamo sulla benevolenza degli altri.

 

D) Dei delitti e delle pene: i reality show

 

1d) La tv è il nuovo armadio di Houdini: chiunque ne entri, ne esce trasformato

 

Un giorno, non molto lontano, l’Olimpo dei nuovi dèi mediatici ha perso la sua magia. Ma la tv dalle mille risorse non si è persa d’animo ed è diventata qualcos’altro: la versione più attuale dell’armadio di Houdini. Riportati a dimensione umana gli dèi rimasti ad abitarla, la tv ha scelto Proteo come nume tutelare (da non confondere con la sua santa patrona, che come vedremo è santa Chiara).

Proteo era un dio marino, in grado di trasformarsi in qualunque cosa. Houdini, pare, lo aveva scelto per dare il nome ad un armadio capace di restituire completamente cambiato, chiunque avesse il coraggio di entrarci.

Esattamente quello che accade alla gente comune che varca la soglia di uno studio televisivo. La promessa dichiarata (per i protagonisti e per lo spettatore che si accinge a guardare un programma) è sempre la stessa: tra qualche minuto questa persona uscirà trasformata. Come accadeva agli zingari parigini, quando si liberavano delle finte menomazioni nella corte dei Miracoli. Un buon protagonista è qualcuno che si presta a un evidente cambiamento. Le trasformazioni esteriori sono le più lampanti: stupefacenti, ma leggere, come nel “Brutto anatroccolo”, rabbrividenti e radicali come in “Bisturi”.

Quelle artistiche più appassionanti (e più spettacolari da raccontare nel loro evolversi): “Star Academy”, “X Factor”, “Amici”…; quelle materiali sconvolgenti ed immediate (la vincita del jackpot in un quiz o in un game); quelle interiori più coinvolgenti, ma anche sfuggenti. Quando le parole non bastano ad esprimere fino in fondo il cambiamento invisibile, la tv si inventa un codice, un gesto, un’azione rituale capace di condensarlo in un’immagine forte: la firma di un assegno, la celebrazione di un matrimonio, una porta che non si apre.

L’attimo fatidico, il momento culminante è l’istante proteico, quando la trasformazione avvenuta si rivela. I protagonisti della trasformazione fisica si guardano allo specchio solo davanti alle telecamere: lo spettatore riceve una doppia emozione. Non solo la crisalide è diventata farfalla, ma scopre in diretta le sue ali colorate.

 

2d) Nei reality l’uovo e la gallina nascono insieme

 

L’uovo: gli odiati, perseguitati, sottovalutati reality, qualche merito ce l’hanno. Ad esempio, hanno abituato il pubblico alla simultaneità, a seguire più storie contemporaneamente, ad interpretare e scegliere le linee narrative da seguire tra le molte che vengono proposte, mentre prima il pubblico chiedeva di essere guidato, diretto lungo uno schema semplificato di racconto, continuamente riassunto, anticipato, ricordato, riannodato. Grazie all’effetto propedeutico dei reality, oggi c’è un pubblico più vasto in grado di seguire, appassionatamente, serie televisive costruite su molteplici livelli di racconto e su una pluralità di storie che si svolgono simultaneamente.

La gallina: sono le serie televisive come “24”, “Lost” ed altre, che hanno coltivato un nuovo pubblico, oggi in grado di apprezzare la complessità dei loro intrecci, contrariamente a quanto accadeva quando era “prigioniero” dello schema storia principale/storia secondaria (plot e subplot) che si alternavano con uno schema talmente semplice da risultare elementare: quando la prima, temporaneamente, si inabissava riaffiorava la seconda e alla fine magicamente si ricongiungevano in un unico finale.

È stato il successo di queste serie a far crescere il pubblico, aprendo la strada a quei vivai di storie in divenire che sono (anche) i reality di nuova generazione.

 

3d) Nei reality i protagonisti sono figure degli scacchi che cambiano le mosse

 

La casa del “Grande fratello”, l’isola che raccoglie naufraghi famosi, la barca della “Talpa” sono altrettante scacchiere dove regine bianche e pedoni neri giocano, ognuno per conto proprio, la loro partita, anche se spesso danno l’impressione (non del tutto ingiustificata) di essere giocati da molti altri, non tutti riconoscibili. Ognuno ha più scopi e più obiettivi, e al centro c’è sempre e solo il singolo, anche quando sono (come nella prima parte di “Survival”, o di “The Bar”) divisi in squadre. Li muovono l’ambizione, il desiderio di popolarità, il miraggio del montepremi, ma nessuna motivazione può aiutarli nella lotta impari tra le loro volontà e quelle superiori ed occulte che li guidano nell’avventura.

Volontà, al plurale, perché nel reality le mosse di ogni pedina non le decide nessuno in particolare, ma una reazione a catena di impulsi, che alla fine un autore raccoglie, interpreta, trasmette in maniera obliqua, sotterranea, sottintesa. L’autore inteso come produttore, apparato, romanziere, programmatore, creatore di simulazioni, etologo, magari studioso della complessità. I suoi personaggi si muovono tra l’illusione del libero arbitrio ed il totale controllo di un nido per l’infanzia. Non ci sono punti ciechi, nei reality. L’occhio di una troupe supplisce l’altra. Le telecamere remotate il giorno dopo riempiono gli spazi rimasti scoperti. I logger elencano tutte le azioni e le parole che i reporter non hanno considerato importanti. La macchina del reality ricompone, continuamente, il racconto complessivo, dà ai singoli istanti – in assoluto non sempre significativi – un senso nuovo e diverso, ricollocandoli nel flusso di quanto è già accaduto e probabilmente accadrà.

Quello che interessa all’autore non sono i singoli caratteri, ma le dinamiche che nasceranno dalle loro relazioni profonde, che non potrà mai raccontare. Il suo racconto sarà sempre la cronaca di un fallimento annunciato.

All’inizio dei reality ogni personaggio ha un ruolo e una serie di mosse previste, proprio come le pedine degli scacchi. Ma si tratta di pedine particolari. Che cambiano le loro caratteristiche (e le mosse consentite) a seconda degli incontri, della posizione nella scacchiera, delle volontà del pubblico, della puntata in cui avvengono. Possono essere “cosa” e quindi muoversi dentro ambiti rigidi o “chi”, e quindi sfuggire al controllo o tentare di farlo, rendendo sempre più dinamico il gioco delle loro relazioni.

 

4d) I reality sono (stati) fabbriche di visibilità

 

Rispetto alle invidie della casta del casting e ai timori di perdita di spontaneità (che impongono alla tv un continuo ricambio di protagonisti inediti e irripetibili) i reality hanno segnato una svolta e un’eccezione. Importante, ma forse non ripetibile.

Gli sconosciuti entrati nella prima casa del “Grande fratello” (così come in tutte le edizioni del fortunato format nel mondo) hanno conquistato una popolarità assoluta e improvvisa. La loro prima volta si è dilatata nel tempo, in un modo che nessuno aveva immaginato: in tre mesi di esposizione totale hanno accumulato un monte ore televisivo superiore a quello di gran parte dei suoi abitanti abituali.

Il teorema della prima e ultima volta si è autosmentito, ed i reality sono diventati (conseguenza imprevista, ma rivelatasi tutt’altro che secondaria) delle vere e proprie fabbriche di ospitabilità. I personaggi in uscita sono diventati la preda contesa di tutti i programmi-satellite, e le reti hanno previsto per loro contratti pluriennali prima ancora che entrassero nelle case mediatiche, isole abbandonate o fattorie esotiche.

Come nelle favole, tutto andava per il meglio quando… Quando le remore già citate per i nip, il bisogno di un salto di qualità dopo la novità assoluta del genere, le pressioni sotterranee dei televisivi con pedigree hanno virato i reality verso le versioni celebrity. Così le fabbriche della visibilità hanno chiuso i battenti, ed è rimasto solo “Big brother” ad indicare che non è stato solo un miraggio.

 

5d) Nei reality le regole esistono fino a prova contraria (del pubblico)

 

Presupposto numero uno: le regole, tutte le regole, sono anche un antidoto al caos. Presupposto numero due: il reality è un sistema la cui organizzazione non è mai emergente, perché tende a nasconderla, come se fosse la figlia preferita del caos.

Nei reality esistono regolamenti dichiarati (che caratterizzano il format) e disposizioni nascoste, che ne costituiscono la forza motrice. La dialettica tra le due rende intrecciato il gioco, crea percorsi, scatena le dinamiche irrinunciabili che lo spettatore ha imparato ad aspettarsi.

In un primo momento, i concorrenti ed il pubblico esplorano le regole sconosciute e testano quelle riconoscibili. E viceversa. All’inizio si inventano le regole assenti e gli obiettivi secondari, che nessuno gli ha indicato. In realtà i concorrenti esplorano i margini di violazione di entrambe, regole occulte e dichiarate, che non sono state ancora decise. Le regole sono regolazioni, attraverso le quali gli autori azionano il reostato delle emozioni. Una bestemmia nel reality è punita con l’espulsione, se il colpevole è più utile fuori dal programma che al suo interno. Viene nascosta dal montaggio, e dunque non è mai esistita, se il personaggio è fondamentale in quel momento all’interno del programma stesso.

La casa inviolabile del “Grande fratello” può diventare la hall affollata di un albergo; l’eliminato può ritornare nel luogo dove si è consumata la sua inappellabile eliminazione; il vincitore finale può essere entrato in gara una puntata prima della fine. Sarebbe pensabile che nella maratona il vincitore si inserisse nel percorso a un chilometro dalla fine? O che in un campionato del mondo di calcio una squadra eliminata fosse ripescata con il televoto? Nel reality sì, perché disegna un proprio mondo, nel quale anche le regole sono ad personam. Il loro trasformismo è una caratteristica essenziale. Le regole del Monopoli non cambiano da ottant’anni. Quelle di un reality cambiano ogni giorno e le decidono gli indici d’ascolto.

 

E) Vizi privati e pubbliche virtù


1e) La tv è autolesionista e in molti ne approfittano (anche la tv stessa)

 

La tv sa benissimo cosa potrebbe urtare la sensibilità degli apocalittici e la violenta reazione delle associazioni che promettono il silenzio solo se vengono integrate nell’apparato (una consulenza non si nega a nessuno e magicamente fuga tutti i dubbi di amoralità di un reality, o i sospetti di poca trasparenza di un game). Se continua a provocare gli uni e gli altri, con la determinazione di un caterpillar non è per una sottovalutazione dei sicuri nemici, di cui conosce perfettamente vizi e pregiudizi.

Al contrario. Sfidandoli sul loro stesso terreno li trasforma in complici loro malgrado. Le accuse alla tv, molto spesso, producono un effetto curiosità che si traduce in un aumento degli spettatori in entrata, attratti dalla curiosità, dal desiderio di farsi una propria opinione, dalla morbosità latente in ognuno di noi. Ma non sono solo gli ascolti ad interessare i programmi consapevolmente deprecabili (ammesso che l’editore glielo consenta). Quando gli autori di un programma si rendono conto di non poter raggiungere tutto il pubblico, allora decidono di sfidare il conformismo generalizzato, di “spaccare” il pubblico, di costruirsi una propria platea alternativa, che non ha paura di fare scelte ritenute sconvenienti.

Anzi. Dal momento che qualcuno disposto a prendere le distanze i programmi più “forti” lo trovano sempre, tanto vale cercare chi è disposto a difenderli o meglio ancora a sceglierli solo perché la maggioranza degli spettatori li ritiene sgradevoli. È la legge dei “Simpson”, se ci pensate. Il tempo dirà se nella sabbia del fiume c’erano anche pagliuzze d’oro. Intanto la tv si gode l’arrivo di masse di nuovi cercatori.

 

Corollario 1: se vuoi andare in tv basta che ne parli malissimo

 

Alcuni casi sono sotto gli occhi di tutti. Riguardano critici feroci e ringhianti, studiosi del costume impietosi, sociologi preoccupati per i destini dell’umanità che la tv può ancora influenzare. Spesso la violenza con la quale si scagliano contro i programmi è direttamente proporzionale al desiderio di essere invitati a passare dall’altra parte. All’inizio, sventolando una motivazione tipo: “vorrei vedere come funzionano certi programmi orrendi dall’interno”, oppure “io sono un inviato dentro l’occhio del ciclone”. Poi l’alibi ipocrita scivola via (e comunque la reiterazione della presenza in tv lo renderebbe improponibile) e il trucco si svela in tutta la sua ingenuità.

Alcuni casi sono meno lampanti. Ma sono comunque visibili per un osservatore attento. Basta leggere con attenzione i titoli di coda o notare sfumature come l’irruzione di fantomatici rappresentanti di genitori e consumatori in quei programmi che fino al giorno prima hanno tenuto nel mirino, e poi, magicamente, rivalutano con la loro presenza.

 

Corollario 2: i più feroci nemici della tv sono solo impazienti di farla

 

Nb. Per fortuna non tutti i critici si comportano così. Aldo Grasso e Roberto Levi, ad esempio, passano il tempo a rifiutare inviti e questo gli fa onore.

2e) La tv è il capro espiatorio della società ed è felice di esserlo

 

Che cosa colpisce e lascia un segno nello scorrere della vita quotidiana? La sporgenza, la scossa tellurica, l’incidente, il momento di rottura che scuote la quiete fino a quel momento. Tutto il resto scivola via, in un’apparente normalità, che per alcuni è noia e per altri tranquillità.

Che cosa colpisce nel fluire quotidiano della tv elettrodomestico? La sporgenza pianificata, lo tsunami annunciato e non per questo meno distruttivo, l’incidente cercato, il sasso gettato sulla superficie piatta della stagione in corso. È necessario che se ne parli male, perché se ne parli. Il bene non fa notizia in tv. Tantomeno se riguarda la tv. Che ne è consapevole e lo accetta come una condizione necessaria, che favorisce come può. Cioè con le notevoli forze che ha a sua disposizione. Non è una provocazione gratuita, sfidare le polemiche e neppure un’ulteriore dimostrazione di superbia. Piuttosto la dimostrazione di un’acquisita capacità di trasformare a proprio vantaggio un handicap insormontabile. Se tutto ciò che di negativo accade nel mondo è sempre colpa della tv, perché non trasformare i propri delitti da preterintenzionali a volontari? Se il pregiudizio è più forte della ragione perché non scegliere il pregiudizio come arma nell’eterno duello con la cosiddetta opinione pubblica?

 

Corollario: è necessario che se ne parli male perché se ne parli

 

Domanda successiva: chi o che cosa sarà il nuovo capro espiatorio quando la tv non ci sarà più?

Se davvero la tv è destinata ad estinguersi, come i dinosauri sulla terra, quando succederà? Come succederà? Chi sarà il nuovo capro espiatorio universale, altrettanto disponibile, altrettanto capace di assorbire tutti i colpi con la sua impressionante pazienza?

Se la consequenzialità fosse rovesciata, e cioè la tv potrà scomparire solo quando il mondo avrà trovato un nuovo capro espiatorio universale?

P.s. Prima di stabilire se la tv sia destinata a ripetere la fine dei dinosauri, non sarebbe il caso di stabilire con certezza perché si sono estinti?

 

Regola derivata:

F) La prima pietra nella costruzione di un successo annunciato è la posa dello scandalo che verrà

1f) La tv ha una coscienza in leasing

 

In parte, è una conseguenza naturale (o un approfondimento laterale) delle regole precedenti. C’è sempre qualcuno pronto a prestare una coscienza malleabile alla tv. I prezzi variano, ma in genere si paga in minuti di visibilità.

Tra i tanti soggetti che si propongono di educare la tv (o per dettarle pochi, ma sicuri riferimenti morali) ci sono il cinema, la carta stampata, i circoli intellettuali, i movimenti di opinione, gli alternativi per principio a tutto ciò che aggrega le masse e suscita vasti consensi. Una simile mobilitazione di coscienze non è mai disinteressata. Da nessuna delle due parti. La tv è così sensibile ai dibattiti su di lei che finisce per provocarli.

I film che attaccano spietatamente la tv possono contare sull’arena della domenica pomeriggio per arrivare al grande pubblico. Chi critica la tv sa che prima o poi ne sarà ospite. Da parte sua la tv sa che la morale della sua favola si può sempre manipolare a proprio favore. Esportando la coscienza e\o affittandola in leasing la tv dribbla i rimorsi improbabili, evita di inciampare in sensi di colpa preventivi, dimentica i freni inibitori. Basta aspettare qualche giorno, o qualche puntata ed il polverone suscitato dagli scandalizzati di turno intorno alla sua nuova malefatta si trasformerà in un investimento sicuro. Un assegno in bianco, pagabile al portatore.

 

Corollario: non avendo una sua morale, preferisce farsi prestare quelle altrui (con alti tassi di interesse)

 

2f) Non è necessario che un programma esista perché se ne parli molto (male)

 

È successo con “Il grande donatore”, ideato dalla Endemol nel 2007. Ideato è la parola giusta? Perché la multinazionale olandese ha concepito il format dopo aver immaginato qualcos’altro: una notizia in grado di riportare l’attenzione dei media sul proprio laboratorio creativo. Spostare l’accento dalle vicende industriali del gruppo (ceduto in quel periodo a Mediaset e al suo fondatore) agli aspetti creativi. Stabilita l’esigenza comunicativa, dopo è nato il concept del programma, destinato a suscitare le auspicate (e scontate) polemiche. Un programma che, tecnicamente, non avrebbe potuto funzionare, ma si trattava di un dettaglio. Perché il programma non c’è mai stato e nessuno aveva davvero pensato di realizzarlo. Dopo migliaia di articoli, dibattiti, servizi sui principali telegiornali del mondo, finalmente l’annuncio: si era trattato solo di una provocazione. Come era successo quindici anni prima con “La voce della coscienza”, provocazione di Gianni Ippoliti e Paolo Vasile, per Italia1. Un programma sulle delazioni, che ha raccolto la più ricca rassegna stampa mai registrata nella tv italiana, ma che nessuno aveva pensato di produrre davvero. Un giochino facile facile, che funziona se si ripete con una giusta frequenza. Se il vostro obiettivo è ritrovarvi sulle pagine dei giornali, basta annunciare un programma discutibile, anzi discutibilissimo. La via d’uscita c’è sempre: basta dire che era solo una provocazione.

 

3f) Chi fa tv è sempre colpevole, ma cambia sempre il delitto di cui è accusato

 

Prima di farla (ammesso che ti si presenti l’occasione) leggi attentamente le avvertenze e le modalità d’uso. Se dopo aver valutato, attentamente, le conseguenze secondarie e le controindicazioni obbligatorie per legge decidi comunque di farla, preparati un alibi indistruttibile e ripassalo ogni tanto, aggiornandolo nel tempo. Procurati testimoni credibili (maggiorenni e non legati a te da alcuna parentela), che possano dichiarare che al momento del fatto incriminato eri altrove, quindi non potevi agire direttamente. E che non l’hai neppure ispirato. Muoviti con circospezione, non lasciare tracce rilevabili con il più avanzato luminol, ma fai in modo che se la colpa presunta si dovesse trasformare in merito emerga con chiarezza che la mente occulta era la tua. Non è facile, ma puoi riuscirci. Molte firme oggi prestigiose della tv italiana hanno fatto così.

 

Corollario: se decidi comunque di farla, preparati un alibi indistruttibile.

 

Se tutti conoscono la regola appena descritta, il presunto delitto rischia di rimanere irrisolto. Se tutti erano altrove, quando è stata presa la decisione fatale, se il conduttore era molto perplesso, il produttore contrarissimo, l’editore si dichiara stupito e minaccia provvedimenti a carico di ignoti, il capostruttura è allibito, persino il pubblico non ha gradito, allora la colpa di chi può essere? Quando, come, dove, come e perché le cose hanno preso la piega che nessuno avrebbe voluto? Chi ha progettato il delitto, su quali complicità occulte ha potuto contare? Si tratta di un programmicidio volontario o di un incidente di percorso che ad un certo punto ha reso la macchina incontrollabile?

Non basterebbero decine di serate di “Porta a porta” per risolvere i delitti perfetti che portano alla nascita di programmi ampiamente imperfetti. Tutto quello che possono dire i suoi illustri criminologi è che i colpevoli potrebbero essere nell’ordine: gli autori sfiancati, il conduttore in fuorigioco, il produttore troppo rigido (o troppo poco), gli ospiti sbagliati, il pubblico che ha frainteso. Forse il test del dna risolverebbe il caso, almeno fino a quando una controperizia di parte (opportunamente pagata) metterà in dubbio l’oggettività della scienza e dissolverà le certezze che sembravano acquisite.

Non resta che scegliere la strada dei primi gialli televisivi italiani: per sorprendere tutti (e per non scontentare nessuno): il colpevole era qualcuno che veniva da fuori. È così anche per i programmi. Il colpevole è un insospettabile. Quindi non individuabile. Qualcuno che ha agito senza lasciare tracce dove chiunque altro ne avrebbe lasciate. Forse una spia dell’est, rimasta disoccupata. O un emissario della concorrenza, ammesso che in Italia la concorrenza televisiva esista davvero.

 

Corollario: in tv, come nei pessimi gialli, il colpevole è sempre qualcuno che viene da fuori

 

4f) La tv svolge la funzione clorofilliana per conto della società

 

La tv non è peggio della società che la esprime. E neppure la condiziona. È una balena ingorda, che inghiotte il meglio e il peggio del mondo in cui vive, tra uno spruzzo e l’altro. Non sceglie, ma assorbe, come una spugna, e qualcosa trattiene, senza distinzioni. Dire che la televisione ha portato violenza nella società, o che ha sovvertito i valori, o creato nuove forme di solitudine significa dimenticarsi della storia.

Il diritto di vita e di morte che il singolo spettatore esercita tramite il televoto su un concorrente di reality è meno cruento di quanto fossero i pollici alzati o rovesciati con i quali al Colosseo i romani decidevano le sorti di cristiani e gladiatori. Si riflette su un mondo di finzione, le sue sentenze sono comunque reversibili. Gli intrighi dei dating del pomeriggio sono molto più ingenui ed innocui di quelli delle corti delle grandi dinastie. La tv è come gli alberi, svolge una particolare funzione clorofilliana: inspira, trasforma, espira. Filtra e separa. Quello che restituisce è una realtà disinnescata: se la vedi dentro i giusti confini, non è più realtà.

 

Corollario: il peggio del mondo è il suo plancton

 

5f) La tv non mente mai, perché ha inventato una sua sincerità

 

Maria De Filippi di fronte a una precisa domanda sulla verità dei casi portati a “Uomini e donne”: “Mi chiedete se è vero o falso? È televisione.”

Non mi ricordo se tra il verbo e il sostantivo c’era anche un solo. Avrebbe attenuato o accentuato la portata della risposta? Avrebbe significato – l’introduzione dell’avverbio solo – che si trattava di un fatto comunque minimo rispetto ai grandi enigmi irrisolti del mondo o che la tv è un porto franco dove vigono leggi valide solo dentro i propri confini ed una di queste è che la sua verità è zuccherata, la sua sincerità una convenzione accettata in partenza da tutte le parti in causa?

La tv, probabilmente, è il terzo elemento che da tempo cercano i teorici, da inserire tra medium e messaggio. La sua particolare declinazione e interpretazione del termine sincerità le consente di simulare sorprese, di autenticare stupori, di certificare profezie destinate ad autoconfermarsi, di accogliere con lo sguardo che Colombo deve avere avuto trovandosi di fronte ai primi gabbiani, dalle parti dell’America un ospite incontrato nel promo.

È il suo navigare costeggiando termini come verità, autenticità, realtà che le consente di mandare in onda, senza vergognarsene, dialoghi preconfezionati come questo, segnalato al “Premio Caruso”, su RaiUno l’8 settembre 2004. “C’è una canzone, Maestro, che vorrebbe risentire?”, chiede Vincenzo Mollica a Claudio Mattone, fingendo di aspettare con molta curiosità la risposta.

“Certo, è “Ancora”, risponde il musicista – quell’estate pregiatissimo – chissà per quale influsso astrale. Guarda caso due cantanti ospiti hanno preparato proprio quella sera una versione molto particolare di quel pezzo, che eseguono senza esitazioni. Quale sincerità può avere una domanda la cui risposta è obbligata?

 

Corollario: la tv autocertifica le proprie verità e per restare credibile fa in modo che lo diventino dopo averle inventate

6f) I migliori programmi televisivi si vedono al cinema

 

Hanno a cuore soltanto se stessi, i film che parlano di tv. Ma per amor proprio, in genere, inventano buoni programmi. Senza tempi morti. Interpretati perfettamente. Con un ritmo invidiabile. Anche quando l’obiettivo è affondare la tv. I migliori programmi televisivi si trovano nei film, anche se il cinema nell’inventarli è mosso in genere da un rancore tenue, da un’invidia sottile, che il motivato senso di superiorità attenua, ma non cancella. I programmi migliori si trovano nei film, perché sono comunque cinema: qualcosa di più pensato, compiuto, costruito di quanto la miglior trasmissione televisiva si possa permettere, per i limiti endemici della tv.
Anche se lo scopo è ironizzare, denunciare, esorcizzare il peggio della tv e delle sue derive, nei film quei programmi che probabilmente non vedremo sono tecnicamente perfetti, perché ne scorgiamo solo gli
highlights, perché sono interpretati da attori straordinari, perché hanno sempre i dialoghi giusti (anche quando vogliono indicare scelte sbagliate), perché hanno tempi perfetti, scenografie stupende, musiche – guarda caso – da film. Il fenomeno è così eclatante da suggerire due corollari possibili, da valutare con cautela, forse troppo ottimistici.

 

Corollario 1: il cinema non odia davvero la tv. Non fino in fondo

 

Se i film, nonostante tutto, contengono buona tv (lo ripetiamo, sul piano formale) allora non è del tutto vero che il cinema odia la tv. Non fino in fondo, non senza una venatura di dubbio. D’altra parte l’odio del cinema per la tv è solo una constatazione dettata dall’esperienza che il diretto interessato non ha mai ammesso. Se lo avesse fatto, avrebbe dovuto concedere alla tv la dignità di sfidante ufficiale, che il cinema (settima arte, colta, aristocratica, capace di generare culti e passioni per le proprie opere) non vorrà mai riconoscere.

Ha sempre preferito il cinema porsi di fronte alla tv come il grillo parlante di Pinocchio, la ventriloqua voce di una coscienza distratta, lo zio d’America che annega tra le monete d’oro e non capisce come i suoi parenti lontani lottino per la sopravvivenza quotidiana. Il cinema non può odiare la tv, perché si odia un simile, e la tv non lo è. Per questo si diverte a parodiarla, assimilarne i linguaggi almeno quanto la nuova tv si ispira al cinema, magari ad inventarla. Migliore di quanto non sia, perché – in fondo – non è davvero tv.

Corollario 2: i film che inventano i programmi più belli non hanno successo in tv

 

Forse è perché sono troppo perfetti. O perché sono costruiti per uno spettatore diverso, qual è, appunto, quello che sceglie la sala cinematografica (anche se la stragrande maggioranza degli spettatori un film li raccoglie in tv). O ancora perché vedere in televisione un film che racconta un programma crea un effetto matrioska, una specie di riedizione della fuga di monitor che stupiva il pubblico dei primi tempi. In attesa di una risposta convincente, il dato di fatto rimane. Inequivocabile. I film che reinventano la tv non funzionano in tv. Un caso per tutti, il più eclatante: “The Truman show”, di Peter Weir.

Il più citato, imitato, ammirato film sulla televisione dell’ultimo decennio. In onda più volte sulla tv italiana è stato surclassato da varietà mediocri e da discreti programmi di informazione. La curva d’ascolto – fatto inedito per un film – è risultata calante man mano che ci si avvicinava allo straordinario finale. Aggiungiamo due ipotesi a quelle già formulate. La prima: forse quando arrivano in tv i film che la reinventano e la mettono in discussione sono già stati analizzati, interpretati, descritti, vivisezionati, svelati, in qualche modo “bruciati” fino all’ultimo fotogramma.

Lo spettatore ha la sensazione di averli già visti, ma non avverte il richiamo di quel “qualcos’altro” che altri film suscitano e solo personalmente può scoprire o provare (come ne “La passione” di Mel Gibson, ad esempio). La seconda ipotesi: forse i film che reinventano buoni programmi non sono abbastanza cinema (per chi ama i film in tv) e neppure del tutto tv (per chi detesta i film sacrificati nel piccolo schermo).

 

G) La maledizione degli ascolti

 

1g) Tutti vedono i programmi peggiori, ma sempre per caso

 

La fortuna è cieca, ma il caso, in tv, ci vede benissimo. E ha un intuito incredibile per le cose peggiori. O presunte tali. Sarà per una serie di circostanze destinate a ripetersi con una frequenza che non può che diventare – alla lunga – sospetta; sarà perché la cattiva tv è sempre un buon argomento di conversazione d’emergenza (da sfoderare quando gli altri non sembrano funzionare); sarà perché di un programma basta averne visto un minuto per sentirsi in grado di giudicarlo per intero. Sarà quel che sarà, ma quando si affaccia nei palinsesti un programma discutibile (bersaglio deputato della settimana, del mese, dell’anno) tutti hanno qualcosa da dire. Chiunque ha un’invettiva da scagliargli contro e una pietra per contribuire motivatamente alla pubblica lapidazione. Perché tutti l’hanno visto, anche se nessuno, singolarmente, saprebbe dire perché. La decisione di non rivederlo mai più risuona come doverosa premessa, e anticipa l’ammissione scomoda, il cui finale è comunque una solenne e definitiva rinuncia a rivederlo per tutto il tempo a venire.

La presa di distanza, sottolineata dai toni scandalizzati e da riflessioni prese in prestito da una pungente recensione radiofonica o da un titolo mal interpretato non implica che il solenne giuramento sarà mantenuto.

Se nonostante la violenza delle reazioni il programma bersaglio sopravvive per un gioco perverso del destino il giorno dopo (o la settimana successiva) saranno di nuovo lì, per caso, a guardarlo. Magari solo per vedere se davvero al peggio non c’è mai fine. Magari per lanciare nuovi anatemi, come un atto liberatorio e dovuto, capace di esorcizzare qualunque senso di colpa per essere stati spettatori (involontari e del tutto casuali) del precipitare della tv nei suoi abissi.

 

Corollario: i programmi più amati dai critici li hanno visti solo loro

 

…e siccome non può essere, anche questa volta, solo un caso la spiegazione più probabile è questa. I critici studiano sui dati Auditel i programmi più d’élite e li recensiscono con un duplice piacere: di essere ancora una volta fuori dal coro e di indirizzare il gusto collettivo (peraltro senza successo).

 

2g) La linea che separa il successo dall’insuccesso è solo una questione di tempo

 

L’importanza del condizionale. “Le iene” (adattamento di un format argentino, arrivato in Italia con scalo televisivo a Madrid) sarebbe già stato dimenticato da tempo, come accade ai discreti insuccessi – o agli insuccessi accolti con una certa discrezione – se… Testato prima il pomeriggio, poi in altre fasce orarie, con una rosa di conduttori pari per numero alla prima squadra dell’Inter (ma rigorosamente vestiti di nero come da format originale) ha lasciato indifferenti gli spettatori, fino a quando…

Un breve salto indietro e completiamo le frasi sospese per accentuare la curiosità: sarebbe uno dei tanti programmi scomparsi se non avesse trovato un direttore (Giorgio Gori) che ha deciso di crederci nonostante gli evidenti rifiuti iniziali. Si è imposto inesorabilmente quando, uno slittamento d’orario e di formula dopo l’altro, ha trovato un proprio spazio fino a diventare un vero e proprio prodotto di culto. È accaduta la stessa cosa con una fiction a lunga serialità come “Un posto al sole”, ma non succede a molte altre trasmissioni che vengono cancellate dopo la prima Waterloo. (Dopo Caporetto c’è stata la vittoriosa battaglia del Piave, dopo Waterloo l’esilio a Sant’Elena).

Perché alcuni programmi godono dei “se” e “quando” e altri no? Solo grazie a un direttore più sensibile o coraggioso di altri, all’ostinata volontà degli sponsor, la distrazione dei dirigenti, l’importanza contrattuale del conduttore e del produttore, la mancanza di alternative reali, il basso costo, le opinioni contrastanti di uno sparuto numero di persone riunite in un focus group, che lasciano trasparire un margine di speranza per rovesciare i risultati in futuro? Qualunque sia il motivo, se un nuovo programma sfugge alla decapitazione immediata e sopravvive per un po’ di tempo, proprio come avviene per la gente comune in tv, si autolegittima.

Il suo iniziale insuccesso si trasforma in un piccolo significativo successo o in una specie di consuetudine, che nessuno osa più mettere in discussione. La durata di un programma, la sua longevità nei palinsesti, dipende quindi soltanto dal tempo che gli è stato inizialmente concesso. Il meccanismo è esponenziale: la trasmissione notturna di Marzullo, i programmi di Guardì nel mezzogiorno di RaiDue si spiegano così: nessuno osa più toglierli, come non si toglie un albero secolare, o un monumento, anche se non è mai stato un simbolo della città.

 

3g) Gli indici di ascolto sono le nuove macchie di Rorschach

 

Corollario: non si dovrebbero leggere, ma solo interpretare.

 

Il corollario questa volta è all’inizio, perché ogni considerazione parte da lì. Gli spettatori hanno iniziato ad occuparsi degli indici di ascolto con la stessa passione con la quale seguono tutte le classifiche. Per un bisogno di sistematizzare il troppo che li circonda, per cercare indicazioni nelle scelte degli altri, per un innato gusto della competizione – proiettato su altri – per avidità di risultati (di qualunque risultato), per il bisogno di dividere il mondo tra vincitori e vinti, per non farsi trovare impreparati nelle conversazioni della pausa pranzo, per scegliere meglio nei giorni successivi, per un colossale equivoco di fondo.

Nell’orografia degli ascolti ideali esistono dossi, colline, rilievi, qualche cima da scalare e pochissime vette che, una volta raggiunte, ti consegnano al mito. Chi parte per una scampagnata in cerca di more, non si lascia tentare da una scalata improvvisata alla cima del Cervino. Certi programmi non hanno altra ambizione che raggiungere il loro obiettivo (che non è una vittoria assoluta, ma proporzionale ai mezzi, agli handicap iniziali, alle strategie aziendali che possono anche presupporre un sacrificio personale a qualcuno).

Ma questo lo spettatore che consulta pagina 533 del televideo Rai o si fa mandare i dati d’ascolto sul cellulare la mattina alle 10 non lo sa e non lo vuole sapere. Perché il gioco (al massacro) lo diverte e non può più rinunciarci. Anche se è basato su falsi presupposti e comunque su basi che non conosce (e sulle quali non ha alcuna possibilità di verifica).

Gli indici d’ascolto non esprimono valori assoluti, e le loro classifiche sono ancora meno indicative di quelle sui libri venduti o sui brani scaricati per le suonerie dei cellulari. Quello che i dati d’ascolto non dicono, per esempio, è il costo di un programma, il suo obiettivo aziendale, il suo valore aggiunto all’interno del palinsesto, il gradimento degli spot pubblicitari al suo interno, la sua importanza strategica…

Quello che dicono (ma lo spettatore medio non vi può accedere) è come sono maturati quei dati, se il trend è ascendente o discendente, quando e perché ha avuto i suoi picchi e chi o che cosa gli sottrae pubblico vitale.

 

4g) Gli indici d’ascolto televisivi non riconoscono la matematica

 

I dati d’ascolto arrivano la mattina presto, ma si interpretano, come un lontano episodio della storia. Nel senso che si possono sempre riscrivere, sulla base della scoperta di continui fatti nuovi. I dati d’ascolto si riferiscono a comportamenti appena accaduti, ma in molti tra gli addetti ai lavori hanno imparato a farli cambiare, pur senza poterli modificare. Si tratta soltanto di avere un po’ di fantasia, e di inventarsi un altro modo di leggerli, e di commentarli, ad uso dell’opinione pubblica, mediata dai giornali. I dati d’ascolto sono numeri, assoluti e in percentuale. Ma la loro somma, in tv, non è mai uguale a cento. È questo il trucco principale.

I programmi si spostano qua e là, si precedono di qualche minuto e si prolungano nel tempo per liberarsi dalla marcatura stretta dei loro concorrenti. I tg giocano su qualche secondo di anticipo, per vincere lo sprint delle notizie. Nelle battaglie domenicali i contenitori si sbriciolano come il tonno che si taglia con un grissino. Un unico titolo si suddivide in tanti frammenti diversi, uno dei quali vincerà pure la guerra degli ascolti (magari quando il competitor principale è in pubblicità). I programmi del prime time si avventurano nella notte (fagocitando la seconda e la terza serata) per fare il pieno di ascolti nel periodo in cui non sono in sovrapposizione, quindi in diretta competizione.

Di conseguenza le loro percentuali di ascolto, share, non danno mai cento come risultato finale, perché si riferiscono ad archi temporali diversi. I risultati, come in politica, non sono mai assoluti. Il partito che perde clamorosamente può sempre dire di aver vinto in un comune dove aveva sempre perso, o di aver ottenuto, in proporzione, più favori da chi votava per la prima volta in un giorno di pioggia. Lo stesso avviene in tv. È come se non ci fosse una sola classifica, ma mille. Quella dei risultati ottenuti nel primo quarto d’ora, quella dei risultati ottenuti nei minuti centrali, intervallo compreso, quella delle rimonte e quella dei soli minuti di recupero. In fondo, rispecchiano le dichiarazioni d’estate dei manager delle squadre di calcio: i posti in Europa sono 6 o 7, ma in agosto li ottengono tutti.

 

Corollario 1: la somma delle percentuali non sarà mai pari a cento

 

Corollario 2: in tv, come in politica, nessun risultato è mai assoluto

 

5g) La cosa migliore che può capitare a un programma è che gli spettatori si addormentino guardandolo

 

Sembra un paradosso, ma non lo è.

Purché gli spettatori in questione abbiano in casa l’apparecchio per la misurazione dell’Auditel. In quel caso (qualche migliaio di famiglie su trentatré milioni), se cala su di loro il sonno dei giusti, dopo che hanno fatto la loro scelta iniziale per il programma che stavano guardando in quel momento è come aver centrato il numero pieno alla roulette. Per ottenere l’assopimento programmato dello spettatore con Auditel un programma dovrebbe essere così accattivante da farsi scegliere in partenza e così poco adrenalinico da attenuare progressivamente i riflessi di chi lo guarda, annullando, gradualmente, in ogni membro della famiglia il desiderio di avventurarsi qua e là tra le altre proposte dell’etere. La fedeltà di uno spettatore addormentato davanti a un programma per l’Auditel appare il giorno dopo come convinta e assoluta ed incide non poco sui risultati della serata. Per chi guarda è sonno, per chi è guardato più di un sogno.

 

Corollario: se il sonno si protrae oltre i limiti, fino all’eternità a goderne non è un solo programma, ma la Rete (fino a quando il dormiente definitivo non viene ritrovato)

 

6g) In certi casi gli ascolti si sanno prima di inventare i programmi

 

Condizione necessaria: potersi scegliere i porti franchi dell’Auditel.

 

Fiorello, Sgarbi, Ferrara, l’ultimo Renzo Arbore. Che cosa unisce personaggi così diversi oltre al comune successo? Il successo inconsueto. Cioè il modo in cui hanno sfruttato l’Auditel e le sue indicazioni per collocarvi, idealmente, i loro programmi, prima di inventarli. Già, perché prima ancora di pensarli, hanno pensato a dove collocarli, identificando i porti franchi dell’Auditel e prenotandoli con l’autorità del loro indubitabile prestigio. Li hanno appoggiati in zone stranamente lasciate libere dalla controprogrammazione, appesi tra due altre trasmissioni vincenti come un’amaca leggera tra due solidi baobab. Li hanno modellati sulla tipologia di pubblico che in quella breve frazione di tempo non sceglieva, ma si accontentava, hanno inventato durate che la tv non conosceva per incastrarli perfettamente nell’intervallo che gli si offriva. (Nel caso di Fiorello, l’intervallo se lo è creato, spingendo via i break pubblicitari e stravolgendo il palinsesto del prime time di RaiUno).

Hanno sfruttato i loro successi precedenti per ottenerne altri, costruiti a tavolino. Stabilire prima lo spazio e poi decidere come riempirlo – ha scritto Marius Serra nel suo romanzo “Farsa” – non è giornalismo, è pubblicità. Scandagliare gli ascolti come fanno le navi da pesca per cercare i branchi è televisione privilegiata. L’Auditel spesso decide il destino dei programmi, si sa. Molto spesso li uccide in fasce. Qualche volta li fa nascere già grandi.

H) Il mito dei format

 

1h) I format sono programmi a taglia unica

 

Chi progetta i format zooma sempre più in profondità nel sentire delle persone, cercando l’elemento unificante mimetizzato dalle differenze vistose. In genere lo trova. I format sono prêt-à-porter a taglia unica. Una taglia trasformista, che varia da un paese all’altro, da una persona all’altra, così come ognuno la vorrebbe.

Sono modellati a priori, su misura di un ciascuno generico, pronti ad adattarsi alle sue esigenze senza perdere i pochi elementi caratterizzanti che li rendono unici. I format nascono da zoomate sempre più lunghe, che penetrano fin nei pensieri delle persone per offrire agli spettatori pochi macrocomportamenti universali: un addio, il riabbracciarsi dopo molti anni, la negazione di un perdono sono la conseguenza di una serie infinita e infinitamente variabile di micromotivazioni individuali, segrete e sfuggenti. Nessuno può descriverle e tantomeno controllarle, ma ad un certo punto emergono in un gesto chiaro, forte, in una decisione pubblica che spesso assume una forza rituale. I format creano, costruiscono i presupposti per la rivelazione dei sentimenti sottesi. Che appartengono a tutti, anche se in quel momento li vive solo qualcuno.

 

Corollario: i format sono come i colori

 

I format si ispirano ai colori. Parliamo di fraintendimenti, perdono, sorprese come se fossero un unico sentimento. Invece sono arcipelaghi di emozioni diverse, uniti da fili sempre più sottili. Parliamo di rosso, verde, giallo e blu, ma quanti rossi esistono nel rosso, e quanto sono diversi tra loro quelli che stanno ai due estremi, prima di sconfinare in un altro colore? (Tra alcuni esiste una quasi continuità, tra altri una netta rottura).

I format non eliminano queste diversità, ma le sfruttano a proprio vantaggio per ottenere la differenza nella ripetitività. Sanno che nella roulette tra il rosso ed il nero è l’unica casella verde che rende tutto più imprevedibile. Sanno che dentro un addio ci sono infinite sfumature, ma a definirlo è il fatto che non può essere nient’altro che un addio, anche se unico o comunque particolare. Come per un rosso, o un azzurro: a renderli tali, in fondo, è il fatto che non sono un altro colore.

2h) I format garantiscono anche l’insuccesso. Per questo danno sicurezza

 

Nessun singolo neurone è consapevole – ci dicono gli studiosi dei sistemi emergenti -, ma l’unione di milioni di neuroni crea la coscienza. Le formiche trovano sempre la strada più breve per tornare al formicaio, anche se è difficile capire come e perché lo fanno. Il fiocco di neve si auto-organizza, ma non sarà mai intelligente. È soltanto una configurazione congelata. Lo spettatore cerca la strada più diretta e semplice per raggiungere la soddisfazione delle sue attese.

I format tengono conto di tutto questo.

Nessun singolo spettatore avverte la responsabilità delle sue scelte, ma l’insieme dei comportamenti dei singoli (e la loro interpretazione successiva) crea la tendenza e condiziona le proposte successive. I format garantiscono, a chi li programma, ottimi, buoni o discreti risultati d’ascolto (la gradualità delle garanzie determina il loro prezzo d’acquisto). Ma i format fanno qualcosa di più: garantiscono anche l’insuccesso. Un milione di spettatori in meno alla seconda uscita non è un segnale di pericolo se il fenomeno è già accaduto a Taiwan, in Colombia e in una stazione regionale americana. Se accadesse a un semplice programma, senza il pedigree di un format, verrebbe chiuso. Se accade ad un format, è solo un fattore fisiologico, ampiamente previsto. Che non preoccupa e soprattutto lo lascia comunque acceso, perché la perdita di pubblico, paradossalmente, è in linea quello che è successo in altri paesi. Quindi conferma che il format prevede i propri ascolti con certezza, anche quando sono negativi. La parabola è discendente, d’accordo, ma almeno non è una caduta libera. Al contrario, è controllata, anzi garantita.

 

3h) I format riproducono il sistema feudale

 

I format si ispirano (involontariamente) al sistema feudale: più in alto di tutti c’è il programma feudatario, il cosiddetto strong format, quello che apre la strada: “Big brother”, “Star academy”, “Who wants to be a millionaire”?. Lo strong format è il meridiano di Greenwich, gli altri si collocano, via via, più distanti, e la distanza dal primo determina la loro posizione gerarchica. Lo strong format è il punto di riferimento perché piace alla gente, perchè sa cosa deve piacere al pubblico. Appena appare sui mercati e nei festival scatena aste e battaglie per strapparne le opzioni. Allora i suoi produttori creano immediatamente un programma vassallo del primo. È un po’ meno potente, sicuramente, meno coraggioso, ma nutre anche meno pretese nei confronti dei sudditi. Spesso, come avveniva per gli stemmi dei casati medioevali, contiene gli stessi colori del primo (intesi come sapori, sentimenti e sensazioni in gioco), semplicemente invertiti.

“Big brother”, programma statico, costruito sulla claustrofobia della casa impenetrabile ha avuto come sfortunato vassallo “The bus”, che si svolgeva (lo dice la parola stessa) su di un pullman itinerante.

Poi ci sono i vassalli ribelli, che non appartengono allo stesso casato, e dichiarano guerra al primo. Presentano qualche alternativa, promettono qualcosa di diverso, anche se sono cresciuti nella sua ombra: “Star academy” ha generato “Operaciòn triumpho”, “X Factor”, ecc. “Who wants to be”… centinaia di quiz a risposta multipla, rilanciando il vecchio concetto di “Lascia o raddoppia?” .

Valvassori e valvassini completano la piramide rovesciata: occupano i territori sempre più estesi, sui quali il feudatario vuole estendere il suo controllo, indirettamente. Gli assomigliano, lo rappresentano, gli sono fedeli e ne riproducono, in minore, le caratteristiche. Hanno minori ambizioni e vigilano su piccoli domini periferici (le tv satellitari).

 

4h) I format si dovrebbero guardare nello specchietto retrovisore

 

Aznalubma. Ormai lo sanno tutti, ma all’inizio in molti si chiedevano perché. Perché nelle ambulanze e sui mezzi di soccorso, in genere, le scritte si presentano al contrario. Perché viste dallo specchietto retrovisore si leggono correttamente.

La stessa legge vale per la tv. Per due motivi.

Il primo: i programmi, tutti i programmi, sono costruiti in funzione della forza del finale. Quindi sono costruiti al contrario. Stabilito il magnete in grado di attirare lo spettatore con la maggior forza di attrazione possibile, si dosano gli accorgimenti ed i modi che lo conducano naturalmente fino a lì. L’importante è che lo spettatore non si accorga che avrebbe potuto sintonizzarsi solo alla fine, senza registrare alcuna voce nella colonna dei costi o delle perdite.

Il secondo motivo è conseguenza diretta del primo: per trattenere il pubblico la tv costruisce una grande illusione progressiva, scandita da una serie di microinganni. Per questo tutto ciò che sembra definitivo è in realtà da leggere come provvisorio, l’improvvisazione è la raggiunta perfezione del previsto, lo scontato il travestimento della sorpresa che sta per scattare, il ricordo qualcosa che deve ancora succedere.

Corollario: tutto quello che passa in tv si legge in senso contrario

 

5h) Nei format ci vuole sempre un risultato

 

Se fosse davvero così, prepariamoci a festeggiare la scoperta del nuovo uovo di Colombo. Dopo anni passati a definire i format (archi voltaici che producono emozioni, macchine spettacolari costruite in funzione della replicabilità, meccanismi rigidi che producono risultati sicuri, prodotto dell’industria culturale nell’epoca della riproducibilità), ecco affacciarsi una piccola, timida regola dalla portata – se dimostrata – esplosiva. I format sono semplicemente programmi che garantiscono un risultato finale. Qualunque sia la formula precedente, ci sarà un momento nel quale si tireranno le somme: apoteosi, trionfo o elaborazione del lutto segneranno il passaggio alla storia successiva.

Come nella roulette: ad ogni giro, pari o dispari, rosso o nero, passe o manque. Più si punta più si rischia di vincere, (ma si rischia anche per vincere). Ci si può accontentare dell’amicizia, a volte, ma se si punta all’amore la porta di “Stranamore” emette una sentenza. Si può uscire da “Chi vuol essere milionario?” con un assegno di qualche migliaia di euro, ma se si punta al jackpot la tensione sale vertiginosamente. È già molto entrare nella casa del “Grande fratello”, ma una volta lì è difficile accettare di uscire prima della fine, che ti cambia l’esistenza. In tutti i casi citati (ma potremmo aggiungerci “L’isola dei famosi”, “Affari tuoi”, “Ballando con le stelle”) il fulcro è il risultato finale.

Materialmente importante. Emotivamente condivisibile. Rosso o nero, passe o manque. Dove la linea di demarcazione non è il numero diciotto, ma il morale del protagonista prima e dopo la prova. Prima di dichiararsi in “Stranamore” poteva sempre pensare che forse l’oggetto dei suoi desideri l’amava. E adesso? La certezza positiva porterà il suo morale alle stelle. Quella negativa, lo precipiterà al grado zero della felicità (o meglio, dell’infelicità). Non c’è lo zero, nei format, a sparigliare le possibilità. Sarebbe un non risultato. Come in quelli più deboli: che propongono scambi di esperienza o tate che provano a sostituirsi al fallimento dei genitori. Programmi interessanti, ma relegati in canali dove il pubblico è più attento e sensibile, incuriosito ed attratto dal percorso più che dal finale. Capace di appassionarsi al gioco più che al risultato.

 

Corollario: una volta rivelato il risultato, si alza all’orizzonte l’attesa di quello successivo per evitare che lo spettatore si accorga che del primo non gli importava nulla

 

6h) Nei format chi vince vale quanto chi perde

 

La tv non ha mai avuto un’infanzia felice, ma continua ad inventarsela. Quando andava in onda l’oggi mitico “Lascia o raddoppia?”, il primo critico televisivo italiano, Ugo Buzzolan, su “La Stampa” lanciava anatemi contro il quiz, colpevole di “costringere” i protagonisti a rischiare in scena una brutta figura in cambio di una manciata di lire (l’espressione “del vecchio conio” Bonolis non l’aveva ancora inventata perché non ancora nato).

Questa regola è figlia di quella precedente, intrecciata alla prima come le stelle filanti. Ormai sappiamo che nei programmi, in tutti i programmi, è il rischio della sconfitta, del disastro consumato in pubblico, della deriva inarrestabile, della delusione sempre in agguato che rende più appassionante l’attesa del risultato finale (tanto più alto è il rischio, tanto più credibile, autogiustificabile e sentita la partecipazione emotiva all’apoteosi per l’eventuale trionfo). Dal punto di vista del risultato d’ascolto, la possibilità di una sconfitta del protagonista vale molto di più della certezza della sua vittoria.

Se l’happy end fosse scontato, cesserebbe di essere interessante. Forse non sarebbe nemmeno più un happy end. Solo una burocratica conclusione positiva. In alcuni programmi, il perdente è addirittura la merce più preziosa: senza qualche rifiuto inaspettato, un programma come “Sposami subito!” cesserebbe di esistere. La sconfitta inaspettata (del concorrente preparatissimo, di un innamorato affascinante, di un favorito) è fondamentale per alimentare le incertezze di tutti gli episodi successivi. I popoli antichi sacrificavano sempre i guerrieri migliori (in genere nemici, ma non sempre) per propiziarsi il favore degli dèi. Se il fulcro dei programmi si è spostato sull’attesa per alimentarla, qualche sacrificio cruento non è solo necessario, ma indispensabile.

Anche se sembrano esserci tutti i presupposti perché il protagonista non ce la faccia a raggiungere il suo obiettivo (conquistare una ragazza, arrivare in fondo al percorso di “Chi vuol essere milionario?”, ottenere il perdono di qualcuno a cui ha negato un aiuto anni prima) il suo ruolo rimane vivo ed il suo destino appassionante fino a quando il programma non ha emesso il verdetto definitivo. Potrebbe esserci sempre l’imprevisto dietro l’angolo, l’indispensabile colpo di scena. Se non sarà così, il perdente morirà istantaneamente, perché non sarà più portatore di una possibilità. Fino a quel momento, sarà prezioso come il campione senza macchia e senza paura (del risultato finale).

 

Corollario: prima del finale, tutti i protagonisti sono vincenti. Un attimo dopo, sono tutti perdenti.

 

I) La via italiana alla televisione

 

1i) Nella tv italiana il conduttore è fondamentale (in tutte le altre, no)

 

Nella tv italiana il conduttore è fondamentale. Soprattutto per se stesso. In quella straniera (ovviamente, dato l’attacco) no. Per molti anni, i nuovi format prodotti negli studi di Hilversum della Endemol, la più grande azienda di programmi del mondo, erano condotti dalla sorella del titolare. Che non era una conduttrice professionista, ma semplicemente una professionista della tv.

Il significato della scelta editoriale è molto chiaro: la formula conta più di chi la applica. Il meccanismo del programma è più importante del volto al quale si lega. Tranne che nella tv italiana, appunto. Dove pochi conduttori – non sempre vincenti, ma sempre gli stessi – rivendicano la priorità del loro ruolo. Del tutto indimostrabile, naturalmente, dato che molto spesso quando viene rischiato un outsider ottiene risultati lusinghieri (definirli sorprendenti confermerebbe l’idea che si tratta di semplici eccezioni). Nel mondo dominato dai format c’è chi conduce un programma (come una voce narrante, come un inviato in un set, come un animatore festoso, come un autore in scena), ma esistono pochi conduttori in senso classico. (Diverso è il discorso per gli anchorman e woman dei talkshow che portano addirittura il loro nome: i Letterman, Donahue, Oprah Winfrey, uomini che hanno il polso dell’attualità, ai quali corrispondono i Costanzo, Vespa, Mentana, Ferrara, di casa nostra).

I conduttori italiani che fanno davvero la differenza sono pochissimi, meno delle dita di una mano. In genere sono autori di se stessi: come Baudo, Bonolis, D’Eusanio, De Filippi, Clerici, Perego. Gli altri sono il male minore, ma dominano la scena con inspiegabile importanza. Se la scelta di uno di loro per condurre un format d’importazione non è microscopicamente sbagliata, traghettano senza merito il programma loro affidato fino al successo scontato. Se il format non gli si adatta – e se loro non trovano la chiave per condurlo in porto senza incidenti – lo fanno colare a picco mettendosi in salvo per primi, come un vero comandante non farebbe mai.

 

2i) In tv la cornice e l’esposizione (mediatica) contano più del contenuto

 

Perché dovremmo stupirci? Succede anche per i quadri. Una cornice sbagliata rovina un capolavoro. Una perfetta valorizza un’opera discreta. Solo gli esperti, o i veri amanti dell’arte notano anche la cornice. Ma tutti avvertono – senza spiegarsi fino in fondo i perché – il leggero fastidio trasmesso da una non appropriata. Lo stesso si può dire per il modo in cui un’opera viene esposta in una mostra: le più riuscite, riescono a valorizzare qualunque oggetto; grazie all’illuminotecnica sempre più raffinata, all’inclinazione, alla distanza variabile a cui viene tenuto lo sguardo del visitatore. La televisione non produce (quasi) mai opere d’arte, raramente contiene oggetti di valore, ma la cornice, l’esposizione mediatica, l’illuminazione che riesce a dare ai suoi programmi sono altrettanto fondamentali, come spiegano i due corollari seguenti.

 

Corollario 1: il vero programma è la cornice

 

Un programma televisivo appartiene ad una rete (non a caso evitiamo il sostantivo canale) come un quadro dentro la cornice. La stessa trasmissione su RaiUno o Canale 5 viene vissuta per quello che risulta ad una prima, immediata lettura; su RaiTre o su Sky Show come un tentativo di parodia intelligente, una proposta che riprende i codici di un genere per tentare di rinnovarlo dall’interno. Nel primo caso se il programma non funziona sarà semplicemente un flop senza alibi; nel secondo un’impietosa denuncia dei limiti e delle debolezze di un modo di fare tv, ormai indifendibile.

La rete è una marca, che porta con sé il vissuto dei suoi spettatori e la memoria collettiva dei suoi programmi. Il marchio della rete sovrimpresso in un angolo dello schermo diventa il primo criterio di interpretazione di un programma, oltreché il discrimine decisivo rispetto alle potenzialità assolute di ascolto. Il marchio della rete è prima di tutto un’inconscia chiave di lettura. Può ispirare fiducia illimitata, ma anche una preventiva inappellabile condanna.

 

Corollario 2: gli autori di successo fabbricano bordi e contorni sempre più spettacolari

Dentro una confezione coloratissima di Smarties di solito ci aspettiamo di trovare pastiglie di cioccolato. Un giorno degli scienziati americani hanno sostituito alle caramelle delle matite e hanno consegnato le scatole a dei bambini di quattro anni. Che sono rimasti stupiti ed un po’ delusi. Ma quando hanno dovuto dire a degli adulti che cosa contenevano le confezioni hanno precisato che di solito contengono dolciumi. L’esperimento è stato ripetuto con dei bambini di tre anni. Quando è toccato a loro riferire del contenuto agli adulti hanno detto che le scatole di Smarties contenevano semplicemente matite.

Gli spettatori della tv sono incerti tra le due possibilità: sanno che le confezioni non sempre corrispondono al contenuto, ma non lo dicono neppure a se stessi. Aspirano a contenuti più forti, profondi, stimolanti, ma si lasciano attrarre soprattutto dalle confezioni più vistose. E dal modo di pubblicizzarle. Spesso gli autori si concentrano soprattutto sul lancio dei loro programmi. Costruiscono fatti spettacolo che li illuminino in maniera indiretta, lavorano sul packaging e sulle promozioni, sperando che l’effetto sia così forte da influire sulla percezione del contenuto. O da renderlo in qualche modo persino superfluo. Qualche volta accade. Che all’interno ci siano bottoni di cioccolato o matite, ha prevalso l’annuncio. E può anche bastare. Ma molto più spesso, scartata la confezione fantasmagorica, i programmi appaiono ancora più pallidi, esangui, incolori di quanto non sono.

 

3i) La riuscita di un programma dipende anche dalla qualità del rinfresco

 

Sono passati diciott’anni, ma le cose non sono cambiate. Per questo l’episodio continua a rimanere significativo. Mondiali di calcio Italia ’90. Una giornalista della carta stampata – non ancora famosa, lo diventerà in seguito, grazie all’imitazione che ne farà Teo Teocoli, ma già folkloristica per le sue uscite estemporanee – affronta la questione di petto e senza mezze misure. Nel villaggio allestito da Tmc per seguire da vicino le partite, quasi dentro la gigantesca macchina televisiva che le diffonde nel mondo – eleva una protesta ufficiale perché la pessima qualità dei tramezzini influisce sul lavoro suo e dei colleghi. Segue un invito perentorio: avete intenzione di fare qualcosa per migliorare la qualità dei vostri servizi? (Del rinfresco, non dei programmi sportivi).

Non è cambiato molto, credeteci. Sono aumentate soltanto le pretese, collegate all’inflazione. Un ottimo ufficio stampa non otterrà buoni ritagli se la presentazione di una nuova trasmissione non avviene in un luogo attraente, nel cuore di una gita arricchita da gadget e fuoriprogramma. Fin da settembre i giornalisti televisivi si informano sulla lista dei regali di Natale, la cui bontà non influisce sul tenore degli articoli, ma senza dubbio può cambiare l’umore con il quale si accingono a scriverli.

 

Corollario: i cronisti televisivi sono persone dal palato sensibile

 

4i) Le idee si affermano solo se hanno passaporto straniero (come per le show girl)

 

Questa regola vale esclusivamente per la tv italiana. Le idee del vicino sono sempre più verdi. Dove il termine “vicino” si può interpretare in modo elastico, persino spregiudicato. Si può tradurre con americano, inglese, svedese, norvegese, ma soprattutto olandese. Le idee migliori crescono tra le distese di tulipani ed il mare domato di Volendam. Gli eredi della compagnia delle Indie le hanno sostituite alle spezie e rese brillanti, durature e vantaggiose come il commercio dei diamanti. Se un format ha targa norvegese, francese, colombiana, turca, catalana o andalusa, se ha un profumo qualsiasi d’altrove le porte della tv italiana si spalancano da sole.

Se nasce in Italia, è obbligatorio inventargli un trisavolo straniero, esattamente al contrario di quanto succede per i calciatori argentini (c’è sempre una bella avvocatessa che trova da qualche parte un antenato italiano presunto, fino a quando non arriva la prova contraria). Se un’idea televisiva non si è bagnata (metaforicamente) nelle acque della Senna, del Tamigi o del Mississipi non sarà mai vincente per chi decide i palinsesti, come per le show girl.

Non è necessario che sia già stato un successo (questo avveniva per i primi format, negli anni ’90). Basta che si presenti con una targa estera, porti sottobraccio una bibbia scritta da tradurre dall’inglese, meglio ancora se scritta in una lingua esotica e per noi misteriosa.

Istruzioni per l’uso: se sei convinto di avere un’idea davvero nuova, prima di raccontarla procurale un’altra nazionalità.

 

Se credi davvero nella tua idea e all’estero non l’hanno ancora avuta, non presentarla comunque a nessuno in Italia. Sarebbe tempo sprecato. Offrila a qualcuno che la faccia sua e le dia un cognome più accattivante del tuo, come facevano i registi degli spaghetti western con gli pseudonimi americani. Mandala in onda in qualche tv dello Yucatan o delle Maldive, anche gratis, non importa. Altrimenti succederà così: che prima o poi all’estero qualcuno avrà la tua stessa idea. O la copierà semplicemente, raccogliendo una soffiata opportuna. Allora tutti si accorgeranno che la tua formula trascurata davvero non era malvagia, ma a quel punto compreranno la versione straniera, perché fa più chic. Quindi il meglio che ti possa capitare è che un canale acquisti a peso d’oro un’idea che assomiglia alla tua. Peccato che l’ammirazione che ti meriteresti sarà annullata dall’imbarazzo di chi non ti ha voluto capire.

 

5i) Grazie alla tv l’Italia è ancora la terra promessa (delle ballerine)

 

Quando sullo scenario internazionale si presenta un nuovo programma italiano la domanda dei funzionari stranieri sorge spontanea (e maliziosa): “quando arrivano le ballerine?” Se il bel Paese si è fatto meno accogliente (o addirittura ostile); se albanesi e maghrebini hanno ormai capito che lo Stivale non è il regno dei balocchi, per loro – le show girl senza troppi perché – continua ad essere l’oasi ideale, la riserva naturale destinata ad un specie sempre più bisognosa di particolari attenzioni e di molte protezioni. Perché nel resto della tv mondiale la categoria ballerine, che affolla i nostri schermi, si è estinta da tempo, senza che una sola associazione naturalistica muovesse un dito. Senza mobilitazioni di massa, imbavagliamenti di precari in nome della libertà dell’arte, senza assalti all’arma bianca, a sedi simbolo di tutti quei paesi in cui la tv le ha messe al bando.

Le ballerine, le show girl, le generiche bellezze da tv senza un ruolo preciso, ma con decise ambizioni non lasciano le impronte digitali per entrare nel nostro paese e neppure incidono le orme dei loro piedi preziosi su qualche viale senza tramonti. In genere non lasciano tracce delle loro apparizioni, anche se dall’alto c’è chi impone ai registi un certo numero di inquadrature in loro favore. Restano in video per qualche puntata, il tempo di sdebitarsi da parte di qualcuno che ha messo una buona parola per loro, e di acquisire lo status necessario per fare coppia sui settimanali di gossip con il fortunato malcapitato pescato nel mazzo delle figurine Panini dei calciatori. Il numero dei paesi esportatori aumenta, la qualità media diminuisce, i curricula si riducono a una frase: è nata a… In genere non godono del diritto di parola, nel paese accogliente della tv, ma in quel caso la sottile imperfezione linguistica fa l’ulteriore differenza.

 

6i) I programmi migliori nascono mentre gli autori sono impegnati ad impedirlo

Tutti si controllano a vicenda per paura che gli appigli messi da un altro non tengano e la cordata precipiti. Intanto qualcosa accade comunque ed il programma nasce come una pianta selvatica o un fagiolo nella bambagia nelle aule di scuola. Forse non è un errore di sistema, ma una strategia inevitabile.

Consumata la gran parte del tempo a controllarsi a vicenda, a stoppare le idee altrui per non concedere ai colleghi un vantaggio relativo nella scalata alla posizione di leader, evitata ogni decisione rinfacciabile al momento inopportuno, intanto i programmi lievitano, come le brioche ed i cracker, grazie ad una serie di scelte prese sottotraccia, prese in silenzio e con la raccomandazione che nessun altro lo sappia.

Quando la gran parte del tempo è trascorso inutilmente, e mancano pochi giorni alla messa in onda, magicamente tutto si sblocca, raffiche di decisioni prendono corpo, perché non c’è più un minuto da perdere. Nessuno si chiede come mai la scenografia era già impostata, e il progetto luci praticamente definito e la grafica già animata. Per fortuna, è così. E non avrebbe potuto essere altrimenti.

 

Corollario: chi fa tv ha assorbito l’eterna indecisione delle soap

 

La regola precedente chiarisce un assioma finora sfuggito ad ogni interpretazione: chi fa la tv ha bisogno di sentirsi sempre in ritardo. Detto in un altro modo, per quanto anticipo ti sia stato concesso, i programmi si decideranno solo in dirittura d’arrivo, quando lo striscione indica l’ultimo chilometro, che tradotto in tempo si legge due settimane. Solo allora inizia il conto alla rovescia e da quel momento ogni soluzione è definitiva, come i falli nel basket che si traducono in due tiri liberi. Prima, quando non è ancora scattata la fase di emergenza, senza la nevrosi del non farcela ad arrivare in tempo, i giorni trascorrono da un rimando a un rinvio, sollevando dubbi e calpestando le certezze faticosamente archiviate un attimo prima.

“Fino ad un minuto dalla messa in onda si può cambiare tutto” è il grido del professionista che ama il suo prodotto fino in fondo. Solo che ad un minuto dalla fine qualcosa si decide comunque, mentre prima l’unica vera attività (conscia o inconsapevole che sia) è la distruzione sistematica di tutto quello che il giorno prima, salutandosi nel cuore della notte, era stato ottimisticamente definito “un buon passo in avanti”.

 

7i) Anche se la tv la vedono in tanti, quelli che non la vedono sono molti di più

Legge obiettivo: conquistare i troppi che mancano

 

La domanda di partenza potrebbe essere: che cosa fanno gli altri trenta milioni di italiani, quando altrettanti (quasi, un po’ meno) guardano la tv? Diffidate, diffidiamo, dalla risposte scontate: leggono un libro (se ne vendono troppo pochi perché sia una tesi credibile), vanno al cinema o a teatro, navigano su Internet. Invece di lanciare profezie apocalittiche sulla perdita di qualche spettatore in annate dal clima particolarmente mite (o caratterizzate da proposte particolarmente deludenti), gli uomini del marketing televisivo dovrebbero cominciare a chiedersi dove va un esercito che comprende la metà degli italiani, cioè del pubblico potenziale della tv. Ci pensate cosa farebbe una ditta di gelati se scoprisse che in una città accaldata il cinquanta per cento degli abitanti non ha mai provato il brivido di un cono? O una fabbrica di automobili quando scopre un paese in cui l’ottanta per cento degli abitanti va ancora a piedi?

Come al solito, è più facile vedere i riflessi di una pagliuzza che la concretezza di una trave. Premesso che non c’è niente di male se la metà degli italiani di sera ha altro da fare che guardare la tv (anche se rimane il mistero su “cosa”: gioca a carte all’osteria, fa l’amore, va a dormire al tramonto, guarda il cielo stellato?) chi di tv si occupa, come noi in questo momento, ha il dovere di chiedersi come fare a riportare un esercito di indifferenti sulla strada maestra dei pixel luminosi. Invece di chiedersi perché i più giovani abbandonano la tv (ammesso che sia davvero così è comunque la pagliuzza) bisognerebbe scoprire perché in troppi la evitano da sempre, anche se – pensando alla sua influenza sociale – sembra davvero difficile credere che le cose vadano così (se lo fosse, sarebbe la trave).

 

8i) La tv italiana ha abolito la divisione capitalistica del lavoro

 

Guai a proporre ad un gruppo di autori di dividersi i compiti. In tv si viaggia in gruppo sempre compatto, legati gli uni agli altri come nel trenino per le volate ciclistiche per mancanza di coraggio, per una sopravvalutazione del concetto di gruppo, per volontà delle scuderie che propongono autori a grappoli, o con la formula del 7x10, magari in prestito oneroso con diritto di riscatto. La tv italiana convoca liste di firmatari per passare un po’ del troppo tempo che s’impiega a non decidere ciò che si potrebbe approvare (o disapprovare) in un attimo. In tv molti autori si sentono spettatori privilegiati, perché sono ad un passo dalla scena dove interpretano la parte del coro nella commedia greca. Con una differenza: che non rappresentano l’opinione pubblica, ma ripetono ad alta voce quello che il conduttore desidera sentire. Per fare un vero coro, bisogna essere in tanti, per questo nessuno può staccarsi dal gruppo e prendersi qualche minima precisa responsabilità. A tutto il resto, alla costruzione del programma fino ad un certo punto ci pensano gli sherpa (assistenti, redattori). Intanto gli alpinisti/autori salgono verso la vetta e pensano come e quando staccare i mollettoni per far precipitare il resto della spedizione, restando saldamente aggrappato alla roccia.

 

L) Del guardare

 

1l) Un tempo si guardava la tv in abito da sera. Adesso l’abito da sera lo indossa il divano

 

Diceva Pippo Baudo, nei primi anni ’90 ai suoi autori: “ricordatevi sempre che la gente alla sera vuole vedere qualcosa di diverso. È come se uscisse per andare a teatro. Si mette l’abito da sera e poi si siede sul divano del salotto, a guardare la tv. Dobbiamo offrirgli qualcosa di diverso dalla sua vita di ogni giorno”.

Da quella metaforica provocazione, brillante come il suo inventore, sono successe parecchie cose. La vita di ogni giorno ha alzato la sua temperatura spettacolare e chi si siede in poltrona a guardare la tv spesso la considera molto più attraente di ciò che un tempo faceva la differenza: cantanti, piccoli vip, giocolieri e ballerine. Sono i momenti di spettacolo che rischiano il difetto di appeal. Un vero rovesciamento di prospettiva, al punto che un’azienda di tessuti per l’arredamento ha lanciato un’idea, questa sì, sorprendente. Se chi guarda la tv della realtà non si mette più lo smoking come se andasse alla Scala, è il divano che indossa il suo mantello da sera. Perché è la vita quotidiana il vero spettacolo.



*Dice di sé.
Paolo Taggi. Ho passato gran parte della vita a realizzare cose che potessero finire in una quarta di copertina realistica e accattivante. Poi mi sono accorto che neanche questo mi avrebbe cambiato la vita. Ma è troppo tardi per tornare indietro: e poi, per fare che cosa?
Tutto quello che so fare è scrivere, insegnare a scrivere (cinema e televisione), fare fotografie, ideare programmi e realizzare documentari, cercando di dare un senso a tutto questo, anche se un senso non sempre ce l’ha. Me lo avevano detto quando ero adolescente, ma allora non credevo a niente di quello che mi dicevano gli altri. Oggi ancora meno. Non mi resta che aspettare: che gli editori mi paghino i diritti sui miei libri, che i programmi italiani si vendano all’estero e che il Novara torni in serie A.









ROBERT LOUIS STEVENSON


“Uno specchio” disse con voce fioca; quindi fece una pausa e

ripeté più distintamente: “Uno specchio? Per Natale?

Assolutamente no!”. “E perché no?” esclamò il negoziante.

“Perché non uno specchio?” Markheim lo osservava

con un’espressione indefinibile. “Mi domanda perché no?”

fece. “Ma come, guardi qui... guardi dentro... si guardi!

Le piace quel che vede? No! E... non piace a nessuno”.

(Da Markheim”, 1886)






 

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