COSTUME
FENOMENOLOGIA DELLE REGOLE NEL MONDO TELEVISIVO
Proponiamo la seconda parte
dell’articolato saggio sulle norme, spesso non scritte,
che disciplinano la tv. Riprendiamo dal capitolo “Le
regole generali”, partendo dal punto 7
Paolo Taggi*
C) Le
regole generali
7c) Nella tv
generalista la concorrenza nuoce gravemente alla qualità dei
programmi
Questa regola viaggia insieme alla
sua parziale smentita. La regola completa sarebbe: nella tv
generalista la concorrenza nuoce gravemente alla qualità dei
programmi. Nella tv in assoluto no.
Ma, ammettetelo, senza la frase
finale fa più effetto.
Tutti sono concordi nel sostenere
che la concorrenza migliora la qualità dell’offerta, se
anche per la tv fosse davvero così, dove sarebbe la
specificità? Sta, appunto, nel fatto che una legge
riconosciuta universalmente in questo caso non è uguale per
la tv nel suo complesso. Lo diciamo anche in altre pagine di
questo saggio. L’avvento delle tv satellitari ha prodotto un
notevole cambiamento, in positivo, del linguaggio
televisivo. Ha migliorato il pubblico, che oggi è più
dinamico e disposto a seguire trame più complesse. In questo
senso la concorrenza ha prodotto una tv migliore. (Anche se
si misura con una progressiva riduzione delle risorse,
disperse in migliaia di proposte, che devono necessariamente
contenere i costi per produrre vantaggi economici. Le
ristrettezze economiche aguzzano l’ingegno, ma fino a che
punto? Raggiunto un certo limite, lo sacrificano).
Intanto la maggior parte degli
spettatori continua a guardare la tv generalista. Dove la
concorrenza (tra le reti che ne fanno parte e tra tutte loro
e le altre) spesso si rivela un fattore molto negativo. La
paura della fuga degli spettatori (e del loro riversarsi su
una proposta concorrente) spinge autori ed editori a
ritornare sui propri passi, ad insistere su proposte
consolidate, a cercare la conferma degli spettatori sicuri
del passato piuttosto che inseguire quelli potenziali del
futuro. La pressione della concorrenza, soprattutto in
serate molto combattute, produce un automatico abbassamento
della proposta complessiva. Funziona come per le crociere.
Controllandosi a distanza, le avversarie giocano in difesa.
Ingrandiscono le navi, riducono la velocità di crociera,
aumentano i porti di imbarco e diminuiscono le mete pure.
Risparmiano sulla qualità del cibo e dei servizi ed
investono in promozione. Facile riportare le stesse
strategie alla tv generalista. I canali principali non
corrono rischi e abbassano sempre di più la soglia di
accessibilità delle loro proposte
8c) Anche i programmi
distribuiscono regali, ma non per tutti (quello lo fanno già
i giornali)
…poi ci hanno fatto un intero
programma (“Usa la testa!”, RaiUno, estate 2008), condotto
da Caterina Balivo. Prima, era solo un trucco neanche tanto
nascosto per trattenere il pubblico nei momenti di maggior
debolezza di una trasmissione: una canzone, un balletto,
un’intervista “obbligata”. Allora scattava un premio in
palio: “ascoltate bene questo brano e poi vi faremo una
domanda…”. Detto in altri termini, se rimani a guardare
sarai ricompensato. Chi? Non certo tutti gli spettatori
attenti, ma uno su qualche milione. Eppure per anni ha
funzionato abbastanza. Strano il suo destino, quello di un
ospite che è pagato per dare valore aggiunto al programma e
deve essere puntellato con la promessa di un premio fedeltà
finale, perché l’esodo del pubblico si mantenga entro limiti
accettabili.
Strano destino quello della tv, che
si è trovata negli ultimi anni a dover evitare la fuga dei
telespettatori dai momenti di spettacolo, che un tempo erano
i suoi punti di forza. Ma il premio a pioggia non è una
deriva solo televisiva. Non c’è giornale che non si presenti
in edicola senza un gadget che vale, sulla carta, più del
prezzo del giornale stesso. I “lettori” chiedono in edicola
un profumo o un materassino senza neppure chiedersi a che
rivista sono abbinati. L’extra è diventato il giornale,
appendice accettabile, che non fa la differenza. Al
confronto, la “generosità” di certi programmi è irrisoria,
persino ingenua. Almeno fino a quando una trasmissione non
potrà garantire ad ogni spettatore una confezione di vera
crema, il telo mare o uno zaino portasegreti con i colori
dell’estate la lotta sarà impari. A favore dei giornali.
Corollario: se verrà il giorno in
cui ogni spettatore in grado di dimostrare la sua fedeltà ad
una trasmissione riceverà un regalo a casa, chi si potrà
scandalizzare?
9c) I programmi non distribuiscono
copie omaggio
Tra le poche certezze di chi fa tv
una è universalmente condivisa: le critiche che appaiono sui
quotidiani non hanno nessun riflesso sulle scelte del
pubblico.
Perché chi guarda la tv non legge i
giornali? O perché i giornali hanno sempre meno lettori?
Entrambe le domande, retoriche, vanno lette come
affermazioni sussurrate – forse anche mimetizzate – per non
incorrere nel peccato di eccessiva presunzione. Chi
frequenta hotel, aeroporti e altri luoghi di aggregazione
collettiva sa che in ognuno di questi nonluoghi le
copie omaggio dei quotidiani più importanti si
distribuiscono generosamente con il timbro “Omaggio” che
campeggia vicino alla testata. Sa che molti giornali si
vendono con la formula 1x2 o 2x3 e che la sera ne rimangono
comunque decine di migliaia da mandare al macero, da sommare
idealmente alle colonne di invenduti che vengono resi dalle
edicole e dalle librerie.
Quanti sono, allora, i lettori
effettivi di un quotidiano? Quali sono? Quelli che lo
sfogliano distrattamente avendolo avuto in regalo o i pochi
che lo acquistano regolarmente?
Quanto alla tv, molti canali sono
gratuiti, ma nessun programma lo è fino in fondo. Sceglierne
uno significa pagare il prezzo della rinuncia a tutti gli
altri in onda in quel momento (tranne che per i pochi che
dispongono di “MySKY” o utilizzano il videoregistratore, che
si addice solo ad alcuni generi televisivi. Si può vedere
registrato un film, ma solo rivedere una partita di calcio).
I programmi televisivi non si vendono abbinati (per natura
sono alternativi ed in concorrenza tra loro). Non si vedono
uno dopo l’altro, ma uno al posto dell’altro. I programmi
non si offrono a grappoli: mentre ne scegli uno ti perdi
tutti gli altri (e quei minuti dedicati agli altri pesano
sul risultato complessivo). I 3 milioni e 600 mila lettori
della “Gazzetta dello sport” possono anche essere compresi
nei più di 3 de “La Repubblica” e del “Corriere della sera”
e nei 100 mila di un grande quotidiano locale.
Se ne leggi uno (ricevuto o
acquistato che sia) puoi leggere anche gli altri. Se guardi
un programma, non vedi in quel momento anche gli altri. E
quando sei libero, quelli che hai perso non sono più
disponibili.
Corollario: i dati d’ascolto dei
programmi per quanto incredibili sono sempre più veritieri
del numero dei lettori effettivi dei giornali
Spesso ci si interroga, sulla carta
stampata, circa la veridicità dei dati d’ascolto dei
programmi televisivi. Ma viste le premesse, quanto lo sono i
dati sulla tiratura dei giornali? Quanto pesano le copie
omaggio prima citate sul totale delle copie stampate? Chi
conteggia i resi? In tv molti programmi sono gratuiti, ma
sceglierne uno – abbiamo visto – comporta la rinuncia a
tutti gli altri, almeno momentanea. E quanto ai resi
televisivi, che potrebbero corrispondere agli spettatori
delusi che abbandonano subito il programma che hanno scelto
inizialmente, l’Auditel li registra immediatamente. Fanno
numero, ma in negativo: pesano come macigni, le loro fughe e
le presenze mancate.
Ps: siamo consapevoli che queste
due regole possono esserci costate qualche recensione di
giornali poco sportivi. Contiamo sulla benevolenza degli
altri.
D) Dei delitti e delle pene: i
reality show
1d) La tv è il nuovo armadio di
Houdini: chiunque ne entri, ne esce trasformato
Un giorno, non molto lontano,
l’Olimpo dei nuovi dèi mediatici ha perso la sua magia. Ma
la tv dalle mille risorse non si è persa d’animo ed è
diventata qualcos’altro: la versione più attuale
dell’armadio di Houdini. Riportati a dimensione umana gli
dèi rimasti ad abitarla, la tv ha scelto Proteo come nume
tutelare (da non confondere con la sua santa patrona, che
come vedremo è santa Chiara).
Proteo era un dio marino, in grado
di trasformarsi in qualunque cosa. Houdini, pare, lo aveva
scelto per dare il nome ad un armadio capace di restituire
completamente cambiato, chiunque avesse il coraggio di
entrarci.
Esattamente quello che accade alla
gente comune che varca la soglia di uno studio televisivo.
La promessa dichiarata (per i protagonisti e per lo
spettatore che si accinge a guardare un programma) è sempre
la stessa: tra qualche minuto questa persona uscirà
trasformata. Come accadeva agli zingari parigini, quando si
liberavano delle finte menomazioni nella corte dei Miracoli.
Un buon protagonista è qualcuno che si presta a un evidente
cambiamento. Le trasformazioni esteriori sono le più
lampanti: stupefacenti, ma leggere, come nel “Brutto
anatroccolo”, rabbrividenti e radicali come in “Bisturi”.
Quelle artistiche più appassionanti
(e più spettacolari da raccontare nel loro evolversi): “Star
Academy”, “X Factor”, “Amici”…; quelle materiali
sconvolgenti ed immediate (la vincita del jackpot in
un quiz o in un game); quelle interiori più coinvolgenti, ma
anche sfuggenti. Quando le parole non bastano ad esprimere
fino in fondo il cambiamento invisibile, la tv si inventa un
codice, un gesto, un’azione rituale capace di condensarlo in
un’immagine forte: la firma di un assegno, la celebrazione
di un matrimonio, una porta che non si apre.
L’attimo fatidico, il momento
culminante è l’istante proteico, quando la trasformazione
avvenuta si rivela. I protagonisti della trasformazione
fisica si guardano allo specchio solo davanti alle
telecamere: lo spettatore riceve una doppia emozione. Non
solo la crisalide è diventata farfalla, ma scopre in diretta
le sue ali colorate.
2d) Nei reality l’uovo e la gallina
nascono insieme
L’uovo: gli odiati, perseguitati,
sottovalutati reality, qualche merito ce l’hanno. Ad
esempio, hanno abituato il pubblico alla simultaneità, a
seguire più storie contemporaneamente, ad interpretare e
scegliere le linee narrative da seguire tra le molte che
vengono proposte, mentre prima il pubblico chiedeva di
essere guidato, diretto lungo uno schema semplificato di
racconto, continuamente riassunto, anticipato, ricordato,
riannodato. Grazie all’effetto propedeutico dei reality,
oggi c’è un pubblico più vasto in grado di seguire,
appassionatamente, serie televisive costruite su molteplici
livelli di racconto e su una pluralità di storie che si
svolgono simultaneamente.
La gallina: sono le serie
televisive come “24”, “Lost” ed altre, che hanno coltivato
un nuovo pubblico, oggi in grado di apprezzare la
complessità dei loro intrecci, contrariamente a quanto
accadeva quando era “prigioniero” dello schema storia
principale/storia secondaria (plot e subplot) che si
alternavano con uno schema talmente semplice da risultare
elementare: quando la prima, temporaneamente, si inabissava
riaffiorava la seconda e alla fine magicamente si
ricongiungevano in un unico finale.
È stato il successo di queste serie
a far crescere il pubblico, aprendo la strada a quei vivai
di storie in divenire che sono (anche) i reality di nuova
generazione.
3d) Nei reality i protagonisti sono
figure degli scacchi che cambiano le mosse
La casa del “Grande fratello”,
l’isola che raccoglie naufraghi famosi, la barca della
“Talpa” sono altrettante scacchiere dove regine bianche e
pedoni neri giocano, ognuno per conto proprio, la loro
partita, anche se spesso danno l’impressione (non del tutto
ingiustificata) di essere giocati da molti altri, non tutti
riconoscibili. Ognuno ha più scopi e più obiettivi, e al
centro c’è sempre e solo il singolo, anche quando sono (come
nella prima parte di “Survival”, o di “The Bar”) divisi in
squadre. Li muovono l’ambizione, il desiderio di popolarità,
il miraggio del montepremi, ma nessuna motivazione può
aiutarli nella lotta impari tra le loro volontà e quelle
superiori ed occulte che li guidano nell’avventura.
Volontà, al plurale, perché nel
reality le mosse di ogni pedina non le decide nessuno in
particolare, ma una reazione a catena di impulsi, che alla
fine un autore raccoglie, interpreta, trasmette in maniera
obliqua, sotterranea, sottintesa. L’autore inteso come
produttore, apparato, romanziere, programmatore, creatore di
simulazioni, etologo, magari studioso della complessità. I
suoi personaggi si muovono tra l’illusione del libero
arbitrio ed il totale controllo di un nido per l’infanzia.
Non ci sono punti ciechi, nei reality. L’occhio di una
troupe supplisce l’altra. Le telecamere remotate il giorno
dopo riempiono gli spazi rimasti scoperti. I logger elencano
tutte le azioni e le parole che i reporter non hanno
considerato importanti. La macchina del reality ricompone,
continuamente, il racconto complessivo, dà ai singoli
istanti – in assoluto non sempre significativi – un senso
nuovo e diverso, ricollocandoli nel flusso di quanto è già
accaduto e probabilmente accadrà.
Quello che interessa all’autore non
sono i singoli caratteri, ma le dinamiche che nasceranno
dalle loro relazioni profonde, che non potrà mai raccontare.
Il suo racconto sarà sempre la cronaca di un fallimento
annunciato.
All’inizio dei reality ogni
personaggio ha un ruolo e una serie di mosse previste,
proprio come le pedine degli scacchi. Ma si tratta di pedine
particolari. Che cambiano le loro caratteristiche (e le
mosse consentite) a seconda degli incontri, della posizione
nella scacchiera, delle volontà del pubblico, della puntata
in cui avvengono. Possono essere “cosa” e quindi muoversi
dentro ambiti rigidi o “chi”, e quindi sfuggire al controllo
o tentare di farlo, rendendo sempre più dinamico il gioco
delle loro relazioni.
4d) I reality sono (stati)
fabbriche di visibilità
Rispetto alle invidie della casta
del casting e ai timori di perdita di spontaneità (che
impongono alla tv un continuo ricambio di protagonisti
inediti e irripetibili) i reality hanno segnato una svolta e
un’eccezione. Importante, ma forse non ripetibile.
Gli sconosciuti entrati nella prima
casa del “Grande fratello” (così come in tutte le edizioni
del fortunato format nel mondo) hanno conquistato una
popolarità assoluta e improvvisa. La loro prima volta si è
dilatata nel tempo, in un modo che nessuno aveva immaginato:
in tre mesi di esposizione totale hanno accumulato un monte
ore televisivo superiore a quello di gran parte dei suoi
abitanti abituali.
Il teorema della prima e ultima
volta si è autosmentito, ed i reality sono diventati
(conseguenza imprevista, ma rivelatasi tutt’altro che
secondaria) delle vere e proprie fabbriche di ospitabilità.
I personaggi in uscita sono diventati la preda contesa di
tutti i programmi-satellite, e le reti hanno previsto per
loro contratti pluriennali prima ancora che entrassero nelle
case mediatiche, isole abbandonate o fattorie esotiche.
Come nelle favole, tutto andava per
il meglio quando… Quando le remore già citate per i nip,
il bisogno di un salto di qualità dopo la novità assoluta
del genere, le pressioni sotterranee dei televisivi con
pedigree hanno virato i reality verso le versioni celebrity.
Così le fabbriche della visibilità hanno chiuso i battenti,
ed è rimasto solo “Big brother” ad indicare che non è stato
solo un miraggio.
5d) Nei reality le regole esistono
fino a prova contraria (del pubblico)
Presupposto numero uno: le regole,
tutte le regole, sono anche un antidoto al caos. Presupposto
numero due: il reality è un sistema la cui organizzazione
non è mai emergente, perché tende a nasconderla, come se
fosse la figlia preferita del caos.
Nei reality esistono regolamenti
dichiarati (che caratterizzano il format) e disposizioni
nascoste, che ne costituiscono la forza motrice. La
dialettica tra le due rende intrecciato il gioco, crea
percorsi, scatena le dinamiche irrinunciabili che lo
spettatore ha imparato ad aspettarsi.
In un primo momento, i concorrenti
ed il pubblico esplorano le regole sconosciute e testano
quelle riconoscibili. E viceversa. All’inizio si inventano
le regole assenti e gli obiettivi secondari, che nessuno gli
ha indicato. In realtà i concorrenti esplorano i margini di
violazione di entrambe, regole occulte e dichiarate, che non
sono state ancora decise. Le regole sono regolazioni,
attraverso le quali gli autori azionano il reostato delle
emozioni. Una bestemmia nel reality è punita con
l’espulsione, se il colpevole è più utile fuori dal
programma che al suo interno. Viene nascosta dal montaggio,
e dunque non è mai esistita, se il personaggio è
fondamentale in quel momento all’interno del programma
stesso.
La casa inviolabile del “Grande
fratello” può diventare la hall affollata di un albergo;
l’eliminato può ritornare nel luogo dove si è consumata la
sua inappellabile eliminazione; il vincitore finale può
essere entrato in gara una puntata prima della fine. Sarebbe
pensabile che nella maratona il vincitore si inserisse nel
percorso a un chilometro dalla fine? O che in un campionato
del mondo di calcio una squadra eliminata fosse ripescata
con il televoto? Nel reality sì, perché disegna un proprio
mondo, nel quale anche le regole sono ad personam. Il
loro trasformismo è una caratteristica essenziale. Le regole
del Monopoli non cambiano da ottant’anni. Quelle di un
reality cambiano ogni giorno e le decidono gli indici
d’ascolto.
E) Vizi privati e pubbliche
virtù
1e) La tv è autolesionista e in
molti ne approfittano (anche la tv stessa)
La tv sa benissimo cosa potrebbe
urtare la sensibilità degli apocalittici e la violenta
reazione delle associazioni che promettono il silenzio solo
se vengono integrate nell’apparato (una consulenza non si
nega a nessuno e magicamente fuga tutti i dubbi di amoralità
di un reality, o i sospetti di poca trasparenza di un game).
Se continua a provocare gli uni e gli altri, con la
determinazione di un caterpillar non è per una
sottovalutazione dei sicuri nemici, di cui conosce
perfettamente vizi e pregiudizi.
Al contrario. Sfidandoli sul loro
stesso terreno li trasforma in complici loro malgrado. Le
accuse alla tv, molto spesso, producono un effetto curiosità
che si traduce in un aumento degli spettatori in entrata,
attratti dalla curiosità, dal desiderio di farsi una propria
opinione, dalla morbosità latente in ognuno di noi. Ma non
sono solo gli ascolti ad interessare i programmi
consapevolmente deprecabili (ammesso che l’editore glielo
consenta). Quando gli autori di un programma si rendono
conto di non poter raggiungere tutto il pubblico, allora
decidono di sfidare il conformismo generalizzato, di
“spaccare” il pubblico, di costruirsi una propria platea
alternativa, che non ha paura di fare scelte ritenute
sconvenienti.
Anzi. Dal momento che qualcuno
disposto a prendere le distanze i programmi più “forti” lo
trovano sempre, tanto vale cercare chi è disposto a
difenderli o meglio ancora a sceglierli solo perché la
maggioranza degli spettatori li ritiene sgradevoli. È la
legge dei “Simpson”, se ci pensate. Il tempo dirà se nella
sabbia del fiume c’erano anche pagliuzze d’oro. Intanto la
tv si gode l’arrivo di masse di nuovi cercatori.
Corollario 1: se vuoi andare in tv
basta che ne parli malissimo
Alcuni casi sono sotto gli occhi di
tutti. Riguardano critici feroci e ringhianti, studiosi del
costume impietosi, sociologi preoccupati per i destini
dell’umanità che la tv può ancora influenzare. Spesso la
violenza con la quale si scagliano contro i programmi è
direttamente proporzionale al desiderio di essere invitati a
passare dall’altra parte. All’inizio, sventolando una
motivazione tipo: “vorrei vedere come funzionano certi
programmi orrendi dall’interno”, oppure “io sono un inviato
dentro l’occhio del ciclone”. Poi l’alibi ipocrita scivola
via (e comunque la reiterazione della presenza in tv lo
renderebbe improponibile) e il trucco si svela in tutta la
sua ingenuità.
Alcuni casi sono meno lampanti. Ma
sono comunque visibili per un osservatore attento. Basta
leggere con attenzione i titoli di coda o notare sfumature
come l’irruzione di fantomatici rappresentanti di genitori e
consumatori in quei programmi che fino al giorno prima hanno
tenuto nel mirino, e poi, magicamente, rivalutano con la
loro presenza.
Corollario 2: i più feroci nemici
della tv sono solo impazienti di farla
Nb. Per fortuna
non tutti i critici si comportano così. Aldo Grasso e
Roberto Levi, ad esempio, passano il tempo a rifiutare
inviti e questo gli fa onore.
2e) La tv è il capro espiatorio
della società ed è felice di esserlo
Che cosa colpisce e lascia un segno
nello scorrere della vita quotidiana? La sporgenza, la
scossa tellurica, l’incidente, il momento di rottura che
scuote la quiete fino a quel momento. Tutto il resto scivola
via, in un’apparente normalità, che per alcuni è noia e per
altri tranquillità.
Che cosa colpisce nel fluire
quotidiano della tv elettrodomestico? La sporgenza
pianificata, lo tsunami annunciato e non per questo meno
distruttivo, l’incidente cercato, il sasso gettato sulla
superficie piatta della stagione in corso. È necessario che
se ne parli male, perché se ne parli. Il bene non fa notizia
in tv. Tantomeno se riguarda la tv. Che ne è consapevole e
lo accetta come una condizione necessaria, che favorisce
come può. Cioè con le notevoli forze che ha a sua
disposizione. Non è una provocazione gratuita, sfidare le
polemiche e neppure un’ulteriore dimostrazione di superbia.
Piuttosto la dimostrazione di un’acquisita capacità di
trasformare a proprio vantaggio un handicap insormontabile.
Se tutto ciò che di negativo accade nel mondo è sempre colpa
della tv, perché non trasformare i propri delitti da
preterintenzionali a volontari? Se il pregiudizio è più
forte della ragione perché non scegliere il pregiudizio come
arma nell’eterno duello con la cosiddetta opinione pubblica?
Corollario: è necessario che se ne
parli male perché se ne parli
Domanda successiva: chi o che cosa
sarà il nuovo capro espiatorio quando la tv non ci sarà più?
Se davvero la tv è destinata ad
estinguersi, come i dinosauri sulla terra, quando succederà?
Come succederà? Chi sarà il nuovo capro espiatorio
universale, altrettanto disponibile, altrettanto capace di
assorbire tutti i colpi con la sua impressionante pazienza?
Se la consequenzialità fosse
rovesciata, e cioè la tv potrà scomparire solo quando il
mondo avrà trovato un nuovo capro espiatorio universale?
P.s. Prima di stabilire se la tv
sia destinata a ripetere la fine dei dinosauri, non sarebbe
il caso di stabilire con certezza perché si sono estinti?
Regola derivata:
F) La prima pietra nella
costruzione di un successo annunciato è la posa dello
scandalo che verrà
1f) La tv
ha una coscienza in leasing
In parte, è una conseguenza
naturale (o un approfondimento laterale) delle regole
precedenti. C’è sempre qualcuno pronto a prestare una
coscienza malleabile alla tv. I prezzi variano, ma in genere
si paga in minuti di visibilità.
Tra i tanti soggetti che si
propongono di educare la tv (o per dettarle pochi, ma sicuri
riferimenti morali) ci sono il cinema, la carta stampata, i
circoli intellettuali, i movimenti di opinione, gli
alternativi per principio a tutto ciò che aggrega le masse e
suscita vasti consensi. Una simile mobilitazione di
coscienze non è mai disinteressata. Da nessuna delle due
parti. La tv è così sensibile ai dibattiti su di lei che
finisce per provocarli.
I film che attaccano spietatamente
la tv possono contare sull’arena della domenica pomeriggio
per arrivare al grande pubblico. Chi critica la tv sa che
prima o poi ne sarà ospite. Da parte sua la tv sa che la
morale della sua favola si può sempre manipolare a proprio
favore. Esportando la coscienza e\o affittandola in leasing
la tv dribbla i rimorsi improbabili, evita di inciampare in
sensi di colpa preventivi, dimentica i freni inibitori.
Basta aspettare qualche giorno, o qualche puntata ed il
polverone suscitato dagli scandalizzati di turno intorno
alla sua nuova malefatta si trasformerà in un investimento
sicuro. Un assegno in bianco, pagabile al portatore.
Corollario: non avendo una sua
morale, preferisce farsi prestare quelle altrui (con alti
tassi di interesse)
2f) Non è necessario che un
programma esista perché se ne parli molto (male)
È successo con “Il grande
donatore”, ideato dalla Endemol nel 2007. Ideato è la parola
giusta? Perché la multinazionale olandese ha concepito il
format dopo aver immaginato qualcos’altro: una notizia in
grado di riportare l’attenzione dei media sul proprio
laboratorio creativo. Spostare l’accento dalle vicende
industriali del gruppo (ceduto in quel periodo a Mediaset e
al suo fondatore) agli aspetti creativi. Stabilita
l’esigenza comunicativa, dopo è nato il concept del
programma, destinato a suscitare le auspicate (e scontate)
polemiche. Un programma che, tecnicamente, non avrebbe
potuto funzionare, ma si trattava di un dettaglio. Perché il
programma non c’è mai stato e nessuno aveva davvero pensato
di realizzarlo. Dopo migliaia di articoli, dibattiti,
servizi sui principali telegiornali del mondo, finalmente
l’annuncio: si era trattato solo di una provocazione. Come
era successo quindici anni prima con “La voce della
coscienza”, provocazione di Gianni Ippoliti e Paolo Vasile,
per Italia1. Un programma sulle delazioni, che ha raccolto
la più ricca rassegna stampa mai registrata nella tv
italiana, ma che nessuno aveva pensato di produrre davvero.
Un giochino facile facile, che funziona se si ripete con una
giusta frequenza. Se il vostro obiettivo è ritrovarvi sulle
pagine dei giornali, basta annunciare un programma
discutibile, anzi discutibilissimo. La via d’uscita c’è
sempre: basta dire che era solo una provocazione.
3f) Chi fa tv è sempre colpevole,
ma cambia sempre il delitto di cui è accusato
Prima di farla (ammesso che ti si
presenti l’occasione) leggi attentamente le avvertenze e le
modalità d’uso. Se dopo aver valutato, attentamente, le
conseguenze secondarie e le controindicazioni obbligatorie
per legge decidi comunque di farla, preparati un alibi
indistruttibile e ripassalo ogni tanto, aggiornandolo nel
tempo. Procurati testimoni credibili (maggiorenni e non
legati a te da alcuna parentela), che possano dichiarare che
al momento del fatto incriminato eri altrove, quindi non
potevi agire direttamente. E che non l’hai neppure ispirato.
Muoviti con circospezione, non lasciare tracce rilevabili
con il più avanzato luminol, ma fai in modo che se la colpa
presunta si dovesse trasformare in merito emerga con
chiarezza che la mente occulta era la tua. Non è facile, ma
puoi riuscirci. Molte firme oggi prestigiose della tv
italiana hanno fatto così.
Corollario: se decidi comunque di
farla, preparati un alibi indistruttibile.
Se tutti conoscono la regola appena
descritta, il presunto delitto rischia di rimanere
irrisolto. Se tutti erano altrove, quando è stata presa la
decisione fatale, se il conduttore era molto perplesso, il
produttore contrarissimo, l’editore si dichiara stupito e
minaccia provvedimenti a carico di ignoti, il capostruttura
è allibito, persino il pubblico non ha gradito, allora la
colpa di chi può essere? Quando, come, dove, come e perché
le cose hanno preso la piega che nessuno avrebbe voluto? Chi
ha progettato il delitto, su quali complicità occulte ha
potuto contare? Si tratta di un programmicidio volontario o
di un incidente di percorso che ad un certo punto ha reso la
macchina incontrollabile?
Non basterebbero decine di serate
di “Porta a porta” per risolvere i delitti perfetti che
portano alla nascita di programmi ampiamente imperfetti.
Tutto quello che possono dire i suoi illustri criminologi è
che i colpevoli potrebbero essere nell’ordine: gli autori
sfiancati, il conduttore in fuorigioco, il produttore troppo
rigido (o troppo poco), gli ospiti sbagliati, il pubblico
che ha frainteso. Forse il test del dna risolverebbe il
caso, almeno fino a quando una controperizia di parte
(opportunamente pagata) metterà in dubbio l’oggettività
della scienza e dissolverà le certezze che sembravano
acquisite.
Non resta che scegliere la strada
dei primi gialli televisivi italiani: per sorprendere tutti
(e per non scontentare nessuno): il colpevole era qualcuno
che veniva da fuori. È così anche per i programmi. Il
colpevole è un insospettabile. Quindi non individuabile.
Qualcuno che ha agito senza lasciare tracce dove chiunque
altro ne avrebbe lasciate. Forse una spia dell’est, rimasta
disoccupata. O un emissario della concorrenza, ammesso che
in Italia la concorrenza televisiva esista davvero.
Corollario: in tv, come nei pessimi
gialli, il colpevole è sempre qualcuno che viene da fuori
4f) La tv svolge la funzione
clorofilliana per conto della società
La tv non è peggio della società
che la esprime. E neppure la condiziona. È una balena
ingorda, che inghiotte il meglio e il peggio del mondo in
cui vive, tra uno spruzzo e l’altro. Non sceglie, ma
assorbe, come una spugna, e qualcosa trattiene, senza
distinzioni. Dire che la televisione ha portato violenza
nella società, o che ha sovvertito i valori, o creato nuove
forme di solitudine significa dimenticarsi della storia.
Il diritto di vita e di morte che
il singolo spettatore esercita tramite il televoto su un
concorrente di reality è meno cruento di quanto fossero i
pollici alzati o rovesciati con i quali al Colosseo i romani
decidevano le sorti di cristiani e gladiatori. Si riflette
su un mondo di finzione, le sue sentenze sono comunque
reversibili. Gli intrighi dei dating del pomeriggio
sono molto più ingenui ed innocui di quelli delle corti
delle grandi dinastie. La tv è come gli alberi, svolge una
particolare funzione clorofilliana: inspira, trasforma,
espira. Filtra e separa. Quello che restituisce è una realtà
disinnescata: se la vedi dentro i giusti confini, non è più
realtà.
Corollario: il peggio del mondo è
il suo plancton
5f) La tv non mente mai, perché ha
inventato una sua sincerità
Maria De Filippi di fronte a una
precisa domanda sulla verità dei casi portati a “Uomini e
donne”: “Mi chiedete se è vero o falso? È televisione.”
Non mi ricordo se tra il verbo e il
sostantivo c’era anche un solo. Avrebbe attenuato o
accentuato la portata della risposta? Avrebbe significato –
l’introduzione dell’avverbio solo – che si trattava
di un fatto comunque minimo rispetto ai grandi enigmi
irrisolti del mondo o che la tv è un porto franco dove
vigono leggi valide solo dentro i propri confini ed una di
queste è che la sua verità è zuccherata, la sua sincerità
una convenzione accettata in partenza da tutte le parti in
causa?
La tv, probabilmente, è il terzo
elemento che da tempo cercano i teorici, da inserire tra
medium e messaggio. La sua particolare declinazione e
interpretazione del termine sincerità le consente di
simulare sorprese, di autenticare stupori, di certificare
profezie destinate ad autoconfermarsi, di accogliere con lo
sguardo che Colombo deve avere avuto trovandosi di fronte ai
primi gabbiani, dalle parti dell’America un ospite
incontrato nel promo.
È il suo navigare costeggiando
termini come verità, autenticità, realtà che le consente di
mandare in onda, senza vergognarsene, dialoghi
preconfezionati come questo, segnalato al “Premio Caruso”,
su RaiUno l’8 settembre 2004. “C’è una canzone, Maestro, che
vorrebbe risentire?”, chiede Vincenzo Mollica a Claudio
Mattone, fingendo di aspettare con molta curiosità la
risposta.
“Certo, è “Ancora”, risponde il
musicista – quell’estate pregiatissimo – chissà per quale
influsso astrale. Guarda caso due cantanti ospiti hanno
preparato proprio quella sera una versione molto particolare
di quel pezzo, che eseguono senza esitazioni. Quale
sincerità può avere una domanda la cui risposta è obbligata?
Corollario: la tv autocertifica le
proprie verità e per restare credibile fa in modo che lo
diventino dopo averle inventate
6f) I migliori programmi televisivi
si vedono al cinema
Hanno a cuore soltanto se stessi, i film che parlano di tv. Ma per amor
proprio, in genere, inventano buoni programmi. Senza tempi morti. Interpretati
perfettamente. Con un ritmo invidiabile. Anche quando l’obiettivo è affondare la
tv. I migliori programmi televisivi si trovano nei film, anche se il cinema
nell’inventarli è mosso in genere da un rancore tenue, da un’invidia sottile,
che il motivato senso di superiorità attenua, ma non cancella. I programmi
migliori si trovano nei film, perché sono comunque cinema: qualcosa di più
pensato, compiuto, costruito di quanto la miglior trasmissione televisiva si
possa permettere, per i limiti endemici della tv. Anche se lo scopo è ironizzare, denunciare,
esorcizzare il peggio della tv e delle sue derive, nei film quei programmi che
probabilmente non vedremo sono tecnicamente perfetti, perché ne scorgiamo solo
gli highlights, perché sono interpretati da attori
straordinari, perché hanno sempre i dialoghi giusti (anche quando vogliono
indicare scelte sbagliate), perché hanno tempi perfetti, scenografie stupende,
musiche – guarda caso – da film. Il fenomeno è così eclatante da suggerire due
corollari possibili, da valutare con cautela, forse troppo ottimistici.
Corollario 1: il cinema non odia
davvero la tv. Non fino in fondo
Se i film, nonostante tutto,
contengono buona tv (lo ripetiamo, sul piano formale) allora
non è del tutto vero che il cinema odia la tv. Non fino in
fondo, non senza una venatura di dubbio. D’altra parte
l’odio del cinema per la tv è solo una constatazione dettata
dall’esperienza che il diretto interessato non ha mai
ammesso. Se lo avesse fatto, avrebbe dovuto concedere alla
tv la dignità di sfidante ufficiale, che il cinema (settima
arte, colta, aristocratica, capace di generare culti e
passioni per le proprie opere) non vorrà mai riconoscere.
Ha sempre preferito il cinema porsi
di fronte alla tv come il grillo parlante di Pinocchio, la
ventriloqua voce di una coscienza distratta, lo zio
d’America che annega tra le monete d’oro e non capisce come
i suoi parenti lontani lottino per la sopravvivenza
quotidiana. Il cinema non può odiare la tv, perché si odia
un simile, e la tv non lo è. Per questo si diverte a
parodiarla, assimilarne i linguaggi almeno quanto la nuova
tv si ispira al cinema, magari ad inventarla. Migliore di
quanto non sia, perché – in fondo – non è davvero tv.
Corollario 2: i film che inventano
i programmi più belli non hanno successo in tv
Forse è perché sono troppo
perfetti. O perché sono costruiti per uno spettatore
diverso, qual è, appunto, quello che sceglie la sala
cinematografica (anche se la stragrande maggioranza degli
spettatori un film li raccoglie in tv). O ancora perché
vedere in televisione un film che racconta un programma crea
un effetto matrioska, una specie di riedizione della fuga di
monitor che stupiva il pubblico dei primi tempi. In attesa
di una risposta convincente, il dato di fatto rimane.
Inequivocabile. I film che reinventano la tv non funzionano
in tv. Un caso per tutti, il più eclatante: “The Truman
show”, di Peter Weir.
Il più citato, imitato, ammirato
film sulla televisione dell’ultimo decennio. In onda più
volte sulla tv italiana è stato surclassato da varietà
mediocri e da discreti programmi di informazione. La curva
d’ascolto – fatto inedito per un film – è risultata calante
man mano che ci si avvicinava allo straordinario finale.
Aggiungiamo due ipotesi a quelle già formulate. La prima:
forse quando arrivano in tv i film che la reinventano e la
mettono in discussione sono già stati analizzati,
interpretati, descritti, vivisezionati, svelati, in qualche
modo “bruciati” fino all’ultimo fotogramma.
Lo spettatore ha la sensazione di
averli già visti, ma non avverte il richiamo di quel
“qualcos’altro” che altri film suscitano e solo
personalmente può scoprire o provare (come ne “La passione”
di Mel Gibson, ad esempio). La seconda ipotesi: forse i film
che reinventano buoni programmi non sono abbastanza cinema
(per chi ama i film in tv) e neppure del tutto tv (per chi
detesta i film sacrificati nel piccolo schermo).
G) La maledizione degli ascolti
1g) Tutti vedono i programmi
peggiori, ma sempre per caso
La fortuna è cieca, ma il caso, in
tv, ci vede benissimo. E ha un intuito incredibile per le
cose peggiori. O presunte tali. Sarà per una serie di
circostanze destinate a ripetersi con una frequenza che non
può che diventare – alla lunga – sospetta; sarà perché la
cattiva tv è sempre un buon argomento di conversazione
d’emergenza (da sfoderare quando gli altri non sembrano
funzionare); sarà perché di un programma basta averne visto
un minuto per sentirsi in grado di giudicarlo per intero.
Sarà quel che sarà, ma quando si affaccia nei palinsesti un
programma discutibile (bersaglio deputato della settimana,
del mese, dell’anno) tutti hanno qualcosa da dire. Chiunque
ha un’invettiva da scagliargli contro e una pietra per
contribuire motivatamente alla pubblica lapidazione. Perché
tutti l’hanno visto, anche se nessuno, singolarmente,
saprebbe dire perché. La decisione di non rivederlo mai più
risuona come doverosa premessa, e anticipa l’ammissione
scomoda, il cui finale è comunque una solenne e definitiva
rinuncia a rivederlo per tutto il tempo a venire.
La presa di distanza, sottolineata
dai toni scandalizzati e da riflessioni prese in prestito da
una pungente recensione radiofonica o da un titolo mal
interpretato non implica che il solenne giuramento sarà
mantenuto.
Se nonostante la violenza delle
reazioni il programma bersaglio sopravvive per un gioco
perverso del destino il giorno dopo (o la settimana
successiva) saranno di nuovo lì, per caso, a guardarlo.
Magari solo per vedere se davvero al peggio non c’è mai
fine. Magari per lanciare nuovi anatemi, come un atto
liberatorio e dovuto, capace di esorcizzare qualunque senso
di colpa per essere stati spettatori (involontari e del
tutto casuali) del precipitare della tv nei suoi abissi.
Corollario: i programmi più amati
dai critici li hanno visti solo loro
…e siccome non può essere, anche
questa volta, solo un caso la spiegazione più probabile è
questa. I critici studiano sui dati Auditel i programmi più
d’élite e li recensiscono con un duplice piacere:
di essere ancora una volta fuori dal coro e di indirizzare
il gusto collettivo (peraltro senza successo).
2g) La linea che separa il successo
dall’insuccesso è solo una questione di tempo
L’importanza del condizionale. “Le
iene” (adattamento di un format argentino, arrivato in
Italia con scalo televisivo a Madrid) sarebbe già stato
dimenticato da tempo, come accade ai discreti insuccessi – o
agli insuccessi accolti con una certa discrezione – se…
Testato prima il pomeriggio, poi in altre fasce orarie, con
una rosa di conduttori pari per numero alla prima squadra
dell’Inter (ma rigorosamente vestiti di nero come da format
originale) ha lasciato indifferenti gli spettatori, fino a
quando…
Un breve salto indietro e
completiamo le frasi sospese per accentuare la curiosità:
sarebbe uno dei tanti programmi scomparsi se non avesse
trovato un direttore (Giorgio Gori) che ha deciso di
crederci nonostante gli evidenti rifiuti iniziali. Si è
imposto inesorabilmente quando, uno slittamento d’orario e
di formula dopo l’altro, ha trovato un proprio spazio fino a
diventare un vero e proprio prodotto di culto. È accaduta la
stessa cosa con una fiction a lunga serialità come “Un posto
al sole”, ma non succede a molte altre trasmissioni che
vengono cancellate dopo la prima Waterloo. (Dopo Caporetto
c’è stata la vittoriosa battaglia del Piave, dopo Waterloo
l’esilio a Sant’Elena).
Perché alcuni programmi godono dei
“se” e “quando” e altri no? Solo grazie a un direttore più
sensibile o coraggioso di altri, all’ostinata volontà degli
sponsor, la distrazione dei dirigenti, l’importanza
contrattuale del conduttore e del produttore, la mancanza di
alternative reali, il basso costo, le opinioni contrastanti
di uno sparuto numero di persone riunite in un focus group,
che lasciano trasparire un margine di speranza per
rovesciare i risultati in futuro? Qualunque sia il motivo,
se un nuovo programma sfugge alla decapitazione immediata e
sopravvive per un po’ di tempo, proprio come avviene per la
gente comune in tv, si autolegittima.
Il suo iniziale insuccesso si
trasforma in un piccolo significativo successo o in una
specie di consuetudine, che nessuno osa più mettere in
discussione. La durata di un programma, la sua longevità nei
palinsesti, dipende quindi soltanto dal tempo che gli è
stato inizialmente concesso. Il meccanismo è esponenziale:
la trasmissione notturna di Marzullo, i programmi di Guardì
nel mezzogiorno di RaiDue si spiegano così: nessuno osa più
toglierli, come non si toglie un albero secolare, o un
monumento, anche se non è mai stato un simbolo della città.
3g) Gli indici di
ascolto sono le nuove macchie di Rorschach
Corollario: non si dovrebbero
leggere, ma solo interpretare.
Il corollario questa volta è
all’inizio, perché ogni considerazione parte da lì. Gli
spettatori hanno iniziato ad occuparsi degli indici di
ascolto con la stessa passione con la quale seguono tutte le
classifiche. Per un bisogno di sistematizzare il troppo che
li circonda, per cercare indicazioni nelle scelte degli
altri, per un innato gusto della competizione – proiettato
su altri – per avidità di risultati (di qualunque
risultato), per il bisogno di dividere il mondo tra
vincitori e vinti, per non farsi trovare impreparati nelle
conversazioni della pausa pranzo, per scegliere meglio nei
giorni successivi, per un colossale equivoco di fondo.
Nell’orografia degli ascolti ideali
esistono dossi, colline, rilievi, qualche cima da scalare e
pochissime vette che, una volta raggiunte, ti consegnano al
mito. Chi parte per una scampagnata in cerca di more, non si
lascia tentare da una scalata improvvisata alla cima del
Cervino. Certi programmi non hanno altra ambizione che
raggiungere il loro obiettivo (che non è una vittoria
assoluta, ma proporzionale ai mezzi, agli handicap iniziali,
alle strategie aziendali che possono anche presupporre un
sacrificio personale a qualcuno).
Ma questo lo spettatore che
consulta pagina 533 del televideo Rai o si fa mandare i dati
d’ascolto sul cellulare la mattina alle 10 non lo sa e non
lo vuole sapere. Perché il gioco (al massacro) lo diverte e
non può più rinunciarci. Anche se è basato su falsi
presupposti e comunque su basi che non conosce (e sulle
quali non ha alcuna possibilità di verifica).
Gli indici d’ascolto non esprimono
valori assoluti, e le loro classifiche sono ancora meno
indicative di quelle sui libri venduti o sui brani scaricati
per le suonerie dei cellulari. Quello che i dati d’ascolto
non dicono, per esempio, è il costo di un programma, il suo
obiettivo aziendale, il suo valore aggiunto all’interno del
palinsesto, il gradimento degli spot pubblicitari al suo
interno, la sua importanza strategica…
Quello che dicono (ma lo spettatore
medio non vi può accedere) è come sono maturati quei dati,
se il trend è ascendente o discendente, quando e perché ha
avuto i suoi picchi e chi o che cosa gli sottrae pubblico
vitale.
4g) Gli indici d’ascolto televisivi
non riconoscono la matematica
I dati d’ascolto arrivano la
mattina presto, ma si interpretano, come un lontano episodio
della storia. Nel senso che si possono sempre riscrivere,
sulla base della scoperta di continui fatti nuovi. I dati
d’ascolto si riferiscono a comportamenti appena accaduti, ma
in molti tra gli addetti ai lavori hanno imparato a farli
cambiare, pur senza poterli modificare. Si tratta soltanto
di avere un po’ di fantasia, e di inventarsi un altro modo
di leggerli, e di commentarli, ad uso dell’opinione
pubblica, mediata dai giornali. I dati d’ascolto sono
numeri, assoluti e in percentuale. Ma la loro somma, in tv,
non è mai uguale a cento. È questo il trucco principale.
I programmi si spostano qua e là,
si precedono di qualche minuto e si prolungano nel tempo per
liberarsi dalla marcatura stretta dei loro concorrenti. I tg
giocano su qualche secondo di anticipo, per vincere lo
sprint delle notizie. Nelle battaglie domenicali i
contenitori si sbriciolano come il tonno che si taglia con
un grissino. Un unico titolo si suddivide in tanti frammenti
diversi, uno dei quali vincerà pure la guerra degli ascolti
(magari quando il competitor principale è in pubblicità). I
programmi del prime time si avventurano nella notte
(fagocitando la seconda e la terza serata) per fare il pieno
di ascolti nel periodo in cui non sono in sovrapposizione,
quindi in diretta competizione.
Di conseguenza le loro percentuali
di ascolto, share, non danno mai cento come
risultato finale, perché si riferiscono ad archi temporali
diversi. I risultati, come in politica, non sono mai
assoluti. Il partito che perde clamorosamente può sempre
dire di aver vinto in un comune dove aveva sempre perso, o
di aver ottenuto, in proporzione, più favori da chi votava
per la prima volta in un giorno di pioggia. Lo stesso
avviene in tv. È come se non ci fosse una sola classifica,
ma mille. Quella dei risultati ottenuti nel primo quarto
d’ora, quella dei risultati ottenuti nei minuti centrali,
intervallo compreso, quella delle rimonte e quella dei soli
minuti di recupero. In fondo, rispecchiano le dichiarazioni
d’estate dei manager delle squadre di calcio: i posti in
Europa sono 6 o 7, ma in agosto li ottengono tutti.
Corollario 1: la somma delle
percentuali non sarà mai pari a cento
Corollario 2: in tv, come in
politica, nessun risultato è mai assoluto
5g) La cosa migliore che può
capitare a un programma è che gli spettatori si addormentino
guardandolo
Sembra un paradosso, ma non lo è.
Purché gli spettatori in questione
abbiano in casa l’apparecchio per la misurazione
dell’Auditel. In quel caso (qualche migliaio di famiglie su
trentatré milioni), se cala su di loro il sonno dei giusti,
dopo che hanno fatto la loro scelta iniziale per il
programma che stavano guardando in quel momento è come aver
centrato il numero pieno alla roulette. Per ottenere
l’assopimento programmato dello spettatore con Auditel un
programma dovrebbe essere così accattivante da farsi
scegliere in partenza e così poco adrenalinico da attenuare
progressivamente i riflessi di chi lo guarda, annullando,
gradualmente, in ogni membro della famiglia il desiderio di
avventurarsi qua e là tra le altre proposte dell’etere. La
fedeltà di uno spettatore addormentato davanti a un
programma per l’Auditel appare il giorno dopo come convinta
e assoluta ed incide non poco sui risultati della serata.
Per chi guarda è sonno, per chi è guardato più di un sogno.
Corollario: se il sonno si protrae
oltre i limiti, fino all’eternità a goderne non è un solo
programma, ma la Rete (fino a quando il
dormiente definitivo non viene ritrovato)
6g) In certi casi gli ascolti si
sanno prima di inventare i programmi
Condizione necessaria: potersi
scegliere i porti franchi dell’Auditel.
Fiorello, Sgarbi, Ferrara, l’ultimo
Renzo Arbore. Che cosa unisce personaggi così diversi oltre
al comune successo? Il successo inconsueto. Cioè il modo in
cui hanno sfruttato l’Auditel e le sue indicazioni per
collocarvi, idealmente, i loro programmi, prima di
inventarli. Già, perché prima ancora di pensarli, hanno
pensato a dove collocarli, identificando i porti franchi
dell’Auditel e prenotandoli con l’autorità del loro
indubitabile prestigio. Li hanno appoggiati in zone
stranamente lasciate libere dalla controprogrammazione,
appesi tra due altre trasmissioni vincenti come un’amaca
leggera tra due solidi baobab. Li hanno modellati sulla
tipologia di pubblico che in quella breve frazione di tempo
non sceglieva, ma si accontentava, hanno inventato durate
che la tv non conosceva per incastrarli perfettamente
nell’intervallo che gli si offriva. (Nel caso di Fiorello,
l’intervallo se lo è creato, spingendo via i break
pubblicitari e stravolgendo il palinsesto del prime time di
RaiUno).
Hanno sfruttato i loro successi
precedenti per ottenerne altri, costruiti a tavolino.
Stabilire prima lo spazio e poi decidere come riempirlo – ha
scritto Marius Serra nel suo romanzo “Farsa” – non è
giornalismo, è pubblicità. Scandagliare gli ascolti come
fanno le navi da pesca per cercare i branchi è televisione
privilegiata. L’Auditel spesso decide il destino dei
programmi, si sa. Molto spesso li uccide in fasce. Qualche
volta li fa nascere già grandi.
H) Il mito dei format
1h) I format sono programmi a
taglia unica
Chi progetta i format zooma sempre
più in profondità nel sentire delle persone, cercando
l’elemento unificante mimetizzato dalle differenze vistose.
In genere lo trova. I format sono prêt-à-porter a taglia
unica. Una taglia trasformista, che varia da un paese
all’altro, da una persona all’altra, così come ognuno la
vorrebbe.
Sono modellati a priori, su misura
di un ciascuno generico, pronti ad adattarsi alle sue
esigenze senza perdere i pochi elementi caratterizzanti che
li rendono unici. I format nascono da zoomate sempre più
lunghe, che penetrano fin nei pensieri delle persone per
offrire agli spettatori pochi macrocomportamenti universali:
un addio, il riabbracciarsi dopo molti anni, la negazione di
un perdono sono la conseguenza di una serie infinita e
infinitamente variabile di micromotivazioni individuali,
segrete e sfuggenti. Nessuno può descriverle e tantomeno
controllarle, ma ad un certo punto emergono in un gesto
chiaro, forte, in una decisione pubblica che spesso assume
una forza rituale. I format creano, costruiscono i
presupposti per la rivelazione dei sentimenti sottesi. Che
appartengono a tutti, anche se in quel momento li vive solo
qualcuno.
Corollario: i format sono come i
colori
I format si ispirano ai colori.
Parliamo di fraintendimenti, perdono, sorprese come se
fossero un unico sentimento. Invece sono arcipelaghi di
emozioni diverse, uniti da fili sempre più sottili. Parliamo
di rosso, verde, giallo e blu, ma quanti rossi esistono nel
rosso, e quanto sono diversi tra loro quelli che stanno ai
due estremi, prima di sconfinare in un altro colore? (Tra
alcuni esiste una quasi continuità, tra altri una netta
rottura).
I format non eliminano queste
diversità, ma le sfruttano a proprio vantaggio per ottenere
la differenza nella ripetitività. Sanno che nella roulette
tra il rosso ed il nero è l’unica casella verde che rende
tutto più imprevedibile. Sanno che dentro un addio ci sono
infinite sfumature, ma a definirlo è il fatto che non può
essere nient’altro che un addio, anche se unico o comunque
particolare. Come per un rosso, o un azzurro: a renderli
tali, in fondo, è il fatto che non sono un altro colore.
2h) I format garantiscono anche
l’insuccesso. Per questo danno sicurezza
Nessun singolo neurone è
consapevole – ci dicono gli studiosi dei sistemi emergenti
-, ma l’unione di milioni di neuroni crea la coscienza. Le
formiche trovano sempre la strada più breve per tornare al
formicaio, anche se è difficile capire come e perché lo
fanno. Il fiocco di neve si auto-organizza, ma non sarà mai
intelligente. È soltanto una configurazione congelata. Lo
spettatore cerca la strada più diretta e semplice per
raggiungere la soddisfazione delle sue attese.
I format tengono conto di tutto
questo.
Nessun singolo spettatore avverte
la responsabilità delle sue scelte, ma l’insieme dei
comportamenti dei singoli (e la loro interpretazione
successiva) crea la tendenza e condiziona le proposte
successive. I format garantiscono, a chi li programma,
ottimi, buoni o discreti risultati d’ascolto (la gradualità
delle garanzie determina il loro prezzo d’acquisto). Ma i
format fanno qualcosa di più: garantiscono anche
l’insuccesso. Un milione di spettatori in meno alla seconda
uscita non è un segnale di pericolo se il fenomeno è già
accaduto a Taiwan, in Colombia e in una stazione regionale
americana. Se accadesse a un semplice programma, senza il
pedigree di un format, verrebbe chiuso. Se accade
ad un format, è solo un fattore fisiologico, ampiamente
previsto. Che non preoccupa e soprattutto lo lascia comunque
acceso, perché la perdita di pubblico, paradossalmente, è in
linea quello che è successo in altri paesi. Quindi conferma
che il format prevede i propri ascolti con certezza, anche
quando sono negativi. La parabola è discendente, d’accordo,
ma almeno non è una caduta libera. Al contrario, è
controllata, anzi garantita.
3h) I format riproducono il sistema
feudale
I format si ispirano
(involontariamente) al sistema feudale: più in alto di tutti
c’è il programma feudatario, il cosiddetto strong
format, quello che apre la strada: “Big brother”, “Star
academy”, “Who wants to be a millionaire”?. Lo strong
format è il meridiano di Greenwich, gli altri si
collocano, via via, più distanti, e la distanza dal primo
determina la loro posizione gerarchica. Lo strong format
è il punto di riferimento perché piace alla gente, perchè sa
cosa deve piacere al pubblico. Appena appare sui mercati e
nei festival scatena aste e battaglie per strapparne le
opzioni. Allora i suoi produttori creano immediatamente un
programma vassallo del primo. È un po’ meno potente,
sicuramente, meno coraggioso, ma nutre anche meno pretese
nei confronti dei sudditi. Spesso, come avveniva per gli
stemmi dei casati medioevali, contiene gli stessi colori del
primo (intesi come sapori, sentimenti e sensazioni in
gioco), semplicemente invertiti.
“Big brother”, programma statico,
costruito sulla claustrofobia della casa impenetrabile ha
avuto come sfortunato vassallo “The bus”, che si svolgeva
(lo dice la parola stessa) su di un pullman itinerante.
Poi ci sono i vassalli ribelli,
che non appartengono allo stesso casato, e dichiarano guerra
al primo. Presentano qualche alternativa, promettono
qualcosa di diverso, anche se sono cresciuti nella sua
ombra: “Star academy” ha generato “Operaciòn triumpho”, “X
Factor”, ecc. “Who wants to be”… centinaia di quiz a
risposta multipla, rilanciando il vecchio concetto di
“Lascia o raddoppia?” .
Valvassori e
valvassini completano la piramide rovesciata: occupano i
territori sempre più estesi, sui quali il feudatario vuole
estendere il suo controllo, indirettamente. Gli
assomigliano, lo rappresentano, gli sono fedeli e ne
riproducono, in minore, le caratteristiche. Hanno minori
ambizioni e vigilano su piccoli domini periferici (le tv
satellitari).
4h) I format si dovrebbero guardare
nello specchietto retrovisore
Aznalubma.
Ormai lo sanno tutti, ma all’inizio in molti si chiedevano
perché. Perché nelle ambulanze e sui mezzi di soccorso, in
genere, le scritte si presentano al contrario. Perché viste
dallo specchietto retrovisore si leggono correttamente.
La stessa legge vale per la tv. Per
due motivi.
Il primo: i programmi, tutti i
programmi, sono costruiti in funzione della forza del
finale. Quindi sono costruiti al contrario. Stabilito il
magnete in grado di attirare lo spettatore con la maggior
forza di attrazione possibile, si dosano gli accorgimenti ed
i modi che lo conducano naturalmente fino a lì. L’importante
è che lo spettatore non si accorga che avrebbe potuto
sintonizzarsi solo alla fine, senza registrare alcuna voce
nella colonna dei costi o delle perdite.
Il secondo motivo è conseguenza
diretta del primo: per trattenere il pubblico la tv
costruisce una grande illusione progressiva, scandita da una
serie di microinganni. Per questo tutto ciò che sembra
definitivo è in realtà da leggere come provvisorio,
l’improvvisazione è la raggiunta perfezione del previsto, lo
scontato il travestimento della sorpresa che sta per
scattare, il ricordo qualcosa che deve ancora succedere.
Corollario: tutto quello che passa
in tv si legge in senso contrario
5h) Nei format ci vuole sempre un
risultato
Se fosse davvero così, prepariamoci
a festeggiare la scoperta del nuovo uovo di Colombo. Dopo
anni passati a definire i format (archi voltaici che
producono emozioni, macchine spettacolari costruite in
funzione della replicabilità, meccanismi rigidi che
producono risultati sicuri, prodotto dell’industria
culturale nell’epoca della riproducibilità), ecco
affacciarsi una piccola, timida regola dalla portata – se
dimostrata – esplosiva. I format sono semplicemente
programmi che garantiscono un risultato finale. Qualunque
sia la formula precedente, ci sarà un momento nel quale si
tireranno le somme: apoteosi, trionfo o elaborazione del
lutto segneranno il passaggio alla storia successiva.
Come nella roulette: ad ogni giro,
pari o dispari, rosso o nero, passe o manque.
Più si punta più si rischia di vincere, (ma si rischia anche
per vincere). Ci si può accontentare dell’amicizia, a volte,
ma se si punta all’amore la porta di “Stranamore” emette una
sentenza. Si può uscire da “Chi vuol essere milionario?” con
un assegno di qualche migliaia di euro, ma se si punta al
jackpot la tensione sale vertiginosamente. È già
molto entrare nella casa del “Grande fratello”, ma una volta
lì è difficile accettare di uscire prima della fine, che ti
cambia l’esistenza. In tutti i casi citati (ma potremmo
aggiungerci “L’isola dei famosi”, “Affari tuoi”, “Ballando
con le stelle”) il fulcro è il risultato finale.
Materialmente importante.
Emotivamente condivisibile. Rosso o nero, passe o
manque. Dove la linea di demarcazione non è il
numero diciotto, ma il morale del protagonista prima e dopo
la prova. Prima di dichiararsi in “Stranamore” poteva sempre
pensare che forse l’oggetto dei suoi desideri l’amava. E
adesso? La certezza positiva porterà il suo morale alle
stelle. Quella negativa, lo precipiterà al grado zero della
felicità (o meglio, dell’infelicità). Non c’è lo zero, nei
format, a sparigliare le possibilità. Sarebbe un non
risultato. Come in quelli più deboli: che propongono scambi
di esperienza o tate che provano a sostituirsi al fallimento
dei genitori. Programmi interessanti, ma relegati in canali
dove il pubblico è più attento e sensibile, incuriosito ed
attratto dal percorso più che dal finale. Capace di
appassionarsi al gioco più che al risultato.
Corollario: una volta rivelato il
risultato, si alza all’orizzonte l’attesa di quello
successivo per evitare che lo spettatore si accorga che del
primo non gli importava nulla
6h) Nei format chi vince vale
quanto chi perde
La tv non ha mai avuto un’infanzia
felice, ma continua ad inventarsela. Quando andava in onda
l’oggi mitico “Lascia o raddoppia?”, il primo critico
televisivo italiano, Ugo Buzzolan, su “La Stampa” lanciava anatemi
contro il quiz, colpevole di “costringere” i protagonisti a
rischiare in scena una brutta figura in cambio di una
manciata di lire (l’espressione “del vecchio conio” Bonolis
non l’aveva ancora inventata perché non ancora nato).
Questa regola è figlia di quella
precedente, intrecciata alla prima come le stelle filanti.
Ormai sappiamo che nei programmi, in tutti i programmi, è il
rischio della sconfitta, del disastro consumato in pubblico,
della deriva inarrestabile, della delusione sempre in
agguato che rende più appassionante l’attesa del risultato
finale (tanto più alto è il rischio, tanto più credibile,
autogiustificabile e sentita la partecipazione emotiva
all’apoteosi per l’eventuale trionfo). Dal punto di vista
del risultato d’ascolto, la possibilità di una sconfitta del
protagonista vale molto di più della certezza della sua
vittoria.
Se l’happy end fosse
scontato, cesserebbe di essere interessante. Forse non
sarebbe nemmeno più un happy end. Solo una
burocratica conclusione positiva. In alcuni programmi, il
perdente è addirittura la merce più preziosa: senza qualche
rifiuto inaspettato, un programma come “Sposami subito!”
cesserebbe di esistere. La sconfitta inaspettata (del
concorrente preparatissimo, di un innamorato affascinante,
di un favorito) è fondamentale per alimentare le incertezze
di tutti gli episodi successivi. I popoli antichi
sacrificavano sempre i guerrieri migliori (in genere nemici,
ma non sempre) per propiziarsi il favore degli dèi. Se il
fulcro dei programmi si è spostato sull’attesa per
alimentarla, qualche sacrificio cruento non è solo
necessario, ma indispensabile.
Anche se sembrano esserci tutti i
presupposti perché il protagonista non ce la faccia a
raggiungere il suo obiettivo (conquistare una ragazza,
arrivare in fondo al percorso di “Chi vuol essere
milionario?”, ottenere il perdono di qualcuno a cui ha
negato un aiuto anni prima) il suo ruolo rimane vivo ed il
suo destino appassionante fino a quando il programma non ha
emesso il verdetto definitivo. Potrebbe esserci sempre
l’imprevisto dietro l’angolo, l’indispensabile colpo di
scena. Se non sarà così, il perdente morirà istantaneamente,
perché non sarà più portatore di una possibilità. Fino a
quel momento, sarà prezioso come il campione senza macchia e
senza paura (del risultato finale).
Corollario: prima del finale, tutti
i protagonisti sono vincenti. Un attimo dopo, sono tutti
perdenti.
I) La via italiana alla
televisione
1i) Nella tv italiana il conduttore
è fondamentale (in tutte le altre, no)
Nella tv italiana il conduttore è
fondamentale. Soprattutto per se stesso. In quella straniera
(ovviamente, dato l’attacco) no. Per molti anni, i nuovi
format prodotti negli studi di Hilversum della Endemol, la
più grande azienda di programmi del mondo, erano condotti
dalla sorella del titolare. Che non era una conduttrice
professionista, ma semplicemente una professionista della
tv.
Il significato della scelta
editoriale è molto chiaro: la formula conta più di chi la
applica. Il meccanismo del programma è più importante del
volto al quale si lega. Tranne che nella tv italiana,
appunto. Dove pochi conduttori – non sempre vincenti, ma
sempre gli stessi – rivendicano la priorità del loro ruolo.
Del tutto indimostrabile, naturalmente, dato che molto
spesso quando viene rischiato un outsider ottiene risultati
lusinghieri (definirli sorprendenti confermerebbe l’idea che
si tratta di semplici eccezioni). Nel mondo dominato dai
format c’è chi conduce un programma (come una voce narrante,
come un inviato in un set, come un animatore festoso, come
un autore in scena), ma esistono pochi conduttori in senso
classico. (Diverso è il discorso per gli anchorman
e woman dei talkshow che portano addirittura il
loro nome: i Letterman, Donahue, Oprah Winfrey, uomini che
hanno il polso dell’attualità, ai quali corrispondono i
Costanzo, Vespa, Mentana, Ferrara, di casa nostra).
I conduttori italiani che fanno
davvero la differenza sono pochissimi, meno delle dita di
una mano. In genere sono autori di se stessi: come Baudo,
Bonolis, D’Eusanio, De Filippi, Clerici, Perego. Gli altri
sono il male minore, ma dominano la scena con inspiegabile
importanza. Se la scelta di uno di loro per condurre un
format d’importazione non è microscopicamente sbagliata,
traghettano senza merito il programma loro affidato fino al
successo scontato. Se il format non gli si adatta – e se
loro non trovano la chiave per condurlo in porto senza
incidenti – lo fanno colare a picco mettendosi in salvo per
primi, come un vero comandante non farebbe mai.
2i) In tv la cornice e
l’esposizione (mediatica) contano più del contenuto
Perché dovremmo stupirci? Succede
anche per i quadri. Una cornice sbagliata rovina un
capolavoro. Una perfetta valorizza un’opera discreta. Solo
gli esperti, o i veri amanti dell’arte notano anche la
cornice. Ma tutti avvertono – senza spiegarsi fino in fondo
i perché – il leggero fastidio trasmesso da una non
appropriata. Lo stesso si può dire per il modo in cui
un’opera viene esposta in una mostra: le più riuscite,
riescono a valorizzare qualunque oggetto; grazie
all’illuminotecnica sempre più raffinata, all’inclinazione,
alla distanza variabile a cui viene tenuto lo sguardo del
visitatore. La televisione non produce (quasi) mai opere
d’arte, raramente contiene oggetti di valore, ma la cornice,
l’esposizione mediatica, l’illuminazione che riesce a dare
ai suoi programmi sono altrettanto fondamentali, come
spiegano i due corollari seguenti.
Corollario 1: il vero programma è
la cornice
Un programma televisivo appartiene
ad una rete (non a caso evitiamo il sostantivo canale) come
un quadro dentro la cornice. La stessa trasmissione su
RaiUno o Canale 5 viene vissuta per quello che risulta ad
una prima, immediata lettura; su RaiTre o su Sky Show come
un tentativo di parodia intelligente, una proposta che
riprende i codici di un genere per tentare di rinnovarlo
dall’interno. Nel primo caso se il programma non funziona
sarà semplicemente un flop senza alibi; nel secondo
un’impietosa denuncia dei limiti e delle debolezze di un
modo di fare tv, ormai indifendibile.
La rete è una marca, che porta con
sé il vissuto dei suoi spettatori e la memoria collettiva
dei suoi programmi. Il marchio della rete sovrimpresso in un
angolo dello schermo diventa il primo criterio di
interpretazione di un programma, oltreché il discrimine
decisivo rispetto alle potenzialità assolute di ascolto. Il
marchio della rete è prima di tutto un’inconscia chiave di
lettura. Può ispirare fiducia illimitata, ma anche una
preventiva inappellabile condanna.
Corollario 2: gli autori di
successo fabbricano bordi e contorni sempre più spettacolari
Dentro una confezione coloratissima
di Smarties di solito ci aspettiamo di trovare pastiglie di
cioccolato. Un giorno degli scienziati americani hanno
sostituito alle caramelle delle matite e hanno consegnato le
scatole a dei bambini di quattro anni. Che sono rimasti
stupiti ed un po’ delusi. Ma quando hanno dovuto dire a
degli adulti che cosa contenevano le confezioni hanno
precisato che di solito contengono dolciumi. L’esperimento è
stato ripetuto con dei bambini di tre anni. Quando è toccato
a loro riferire del contenuto agli adulti hanno detto che le
scatole di Smarties contenevano semplicemente matite.
Gli spettatori della tv sono
incerti tra le due possibilità: sanno che le confezioni non
sempre corrispondono al contenuto, ma non lo dicono neppure
a se stessi. Aspirano a contenuti più forti, profondi,
stimolanti, ma si lasciano attrarre soprattutto dalle
confezioni più vistose. E dal modo di pubblicizzarle. Spesso
gli autori si concentrano soprattutto sul lancio dei loro
programmi. Costruiscono fatti spettacolo che li illuminino
in maniera indiretta, lavorano sul packaging e
sulle promozioni, sperando che l’effetto sia così forte da
influire sulla percezione del contenuto. O da renderlo in
qualche modo persino superfluo. Qualche volta accade. Che
all’interno ci siano bottoni di cioccolato o matite, ha
prevalso l’annuncio. E può anche bastare. Ma molto più
spesso, scartata la confezione fantasmagorica, i programmi
appaiono ancora più pallidi, esangui, incolori di quanto non
sono.
3i) La riuscita di un programma
dipende anche dalla qualità del rinfresco
Sono passati diciott’anni, ma le
cose non sono cambiate. Per questo l’episodio continua a
rimanere significativo. Mondiali di calcio Italia ’90. Una
giornalista della carta stampata – non ancora famosa, lo
diventerà in seguito, grazie all’imitazione che ne farà Teo
Teocoli, ma già folkloristica per le sue uscite estemporanee
– affronta la questione di petto e senza mezze misure. Nel
villaggio allestito da Tmc per seguire da vicino le partite,
quasi dentro la gigantesca macchina televisiva che le
diffonde nel mondo – eleva una protesta ufficiale perché la
pessima qualità dei tramezzini influisce sul lavoro suo e
dei colleghi. Segue un invito perentorio: avete intenzione
di fare qualcosa per migliorare la qualità dei vostri
servizi? (Del rinfresco, non dei programmi sportivi).
Non è cambiato molto, credeteci.
Sono aumentate soltanto le pretese, collegate
all’inflazione. Un ottimo ufficio stampa non otterrà buoni
ritagli se la presentazione di una nuova trasmissione non
avviene in un luogo attraente, nel cuore di una gita
arricchita da gadget e fuoriprogramma. Fin da settembre i
giornalisti televisivi si informano sulla lista dei regali
di Natale, la cui bontà non influisce sul tenore degli
articoli, ma senza dubbio può cambiare l’umore con il quale
si accingono a scriverli.
Corollario: i cronisti televisivi
sono persone dal palato sensibile
4i) Le idee si affermano solo se
hanno passaporto straniero (come per le show girl)
Questa regola vale esclusivamente
per la tv italiana. Le idee del vicino sono sempre più
verdi. Dove il termine “vicino” si può interpretare in modo
elastico, persino spregiudicato. Si può tradurre con
americano, inglese, svedese, norvegese, ma soprattutto
olandese. Le idee migliori crescono tra le distese di
tulipani ed il mare domato di Volendam. Gli eredi della
compagnia delle Indie le hanno sostituite alle spezie e rese
brillanti, durature e vantaggiose come il commercio dei
diamanti. Se un format ha targa norvegese, francese,
colombiana, turca, catalana o andalusa, se ha un profumo
qualsiasi d’altrove le porte della tv italiana si spalancano
da sole.
Se nasce in Italia, è obbligatorio
inventargli un trisavolo straniero, esattamente al contrario
di quanto succede per i calciatori argentini (c’è sempre una
bella avvocatessa che trova da qualche parte un antenato
italiano presunto, fino a quando non arriva la prova
contraria). Se un’idea televisiva non si è bagnata
(metaforicamente) nelle acque della Senna, del Tamigi o del
Mississipi non sarà mai vincente per chi decide i
palinsesti, come per le show girl.
Non è necessario che sia già stato
un successo (questo avveniva per i primi format, negli anni
’90). Basta che si presenti con una targa estera, porti
sottobraccio una bibbia scritta da tradurre dall’inglese,
meglio ancora se scritta in una lingua esotica e per noi
misteriosa.
Istruzioni per l’uso: se sei
convinto di avere un’idea davvero nuova, prima di
raccontarla procurale un’altra nazionalità.
Se credi davvero nella tua idea e
all’estero non l’hanno ancora avuta, non presentarla
comunque a nessuno in Italia. Sarebbe tempo sprecato.
Offrila a qualcuno che la faccia sua e le dia un cognome più
accattivante del tuo, come facevano i registi degli
spaghetti western con gli pseudonimi americani. Mandala in
onda in qualche tv dello Yucatan o delle Maldive, anche
gratis, non importa. Altrimenti succederà così: che prima o
poi all’estero qualcuno avrà la tua stessa idea. O la
copierà semplicemente, raccogliendo una soffiata opportuna.
Allora tutti si accorgeranno che la tua formula trascurata
davvero non era malvagia, ma a quel punto compreranno la
versione straniera, perché fa più chic. Quindi il meglio che
ti possa capitare è che un canale acquisti a peso d’oro
un’idea che assomiglia alla tua. Peccato che l’ammirazione
che ti meriteresti sarà annullata dall’imbarazzo di chi non
ti ha voluto capire.
5i) Grazie alla tv l’Italia è
ancora la terra promessa (delle ballerine)
Quando sullo scenario
internazionale si presenta un nuovo programma italiano la
domanda dei funzionari stranieri sorge spontanea (e
maliziosa): “quando arrivano le ballerine?” Se il bel Paese
si è fatto meno accogliente (o addirittura ostile); se
albanesi e maghrebini hanno ormai capito che lo Stivale non
è il regno dei balocchi, per loro – le show girl senza
troppi perché – continua ad essere l’oasi ideale, la riserva
naturale destinata ad un specie sempre più bisognosa di
particolari attenzioni e di molte protezioni. Perché nel
resto della tv mondiale la categoria ballerine, che affolla
i nostri schermi, si è estinta da tempo, senza che una sola
associazione naturalistica muovesse un dito. Senza
mobilitazioni di massa, imbavagliamenti di precari in nome
della libertà dell’arte, senza assalti all’arma bianca, a
sedi simbolo di tutti quei paesi in cui la tv le ha messe al
bando.
Le ballerine, le show girl, le
generiche bellezze da tv senza un ruolo preciso, ma con
decise ambizioni non lasciano le impronte digitali per
entrare nel nostro paese e neppure incidono le orme dei loro
piedi preziosi su qualche viale senza tramonti. In genere
non lasciano tracce delle loro apparizioni, anche se
dall’alto c’è chi impone ai registi un certo numero di
inquadrature in loro favore. Restano in video per qualche
puntata, il tempo di sdebitarsi da parte di qualcuno che ha
messo una buona parola per loro, e di acquisire lo status
necessario per fare coppia sui settimanali di gossip con il
fortunato malcapitato pescato nel mazzo delle figurine
Panini dei calciatori. Il numero dei paesi esportatori
aumenta, la qualità media diminuisce, i curricula si
riducono a una frase: è nata a… In genere non godono del
diritto di parola, nel paese accogliente della tv, ma in
quel caso la sottile imperfezione linguistica fa l’ulteriore
differenza.
6i) I programmi migliori nascono
mentre gli autori sono impegnati ad impedirlo
Tutti si controllano a vicenda per
paura che gli appigli messi da un altro non tengano e la
cordata precipiti. Intanto qualcosa accade comunque ed il
programma nasce come una pianta selvatica o un fagiolo nella
bambagia nelle aule di scuola. Forse non è un errore di
sistema, ma una strategia inevitabile.
Consumata la gran parte del tempo a
controllarsi a vicenda, a stoppare le idee altrui per non
concedere ai colleghi un vantaggio relativo nella scalata
alla posizione di leader, evitata ogni decisione
rinfacciabile al momento inopportuno, intanto i programmi
lievitano, come le brioche ed i cracker, grazie ad una serie
di scelte prese sottotraccia, prese in silenzio e con la
raccomandazione che nessun altro lo sappia.
Quando la gran parte del tempo è
trascorso inutilmente, e mancano pochi giorni alla messa in
onda, magicamente tutto si sblocca, raffiche di decisioni
prendono corpo, perché non c’è più un minuto da perdere.
Nessuno si chiede come mai la scenografia era già impostata,
e il progetto luci praticamente definito e la grafica già
animata. Per fortuna, è così. E non avrebbe potuto essere
altrimenti.
Corollario: chi fa tv ha assorbito
l’eterna indecisione delle soap
La regola precedente chiarisce un
assioma finora sfuggito ad ogni interpretazione: chi fa la
tv ha bisogno di sentirsi sempre in ritardo. Detto in un
altro modo, per quanto anticipo ti sia stato concesso, i
programmi si decideranno solo in dirittura d’arrivo, quando
lo striscione indica l’ultimo chilometro, che tradotto in
tempo si legge due settimane. Solo allora inizia il conto
alla rovescia e da quel momento ogni soluzione è definitiva,
come i falli nel basket che si traducono in due tiri liberi.
Prima, quando non è ancora scattata la fase di emergenza,
senza la nevrosi del non farcela ad arrivare in tempo, i
giorni trascorrono da un rimando a un rinvio, sollevando
dubbi e calpestando le certezze faticosamente archiviate un
attimo prima.
“Fino ad un minuto dalla messa in
onda si può cambiare tutto” è il grido del professionista
che ama il suo prodotto fino in fondo. Solo che ad un minuto
dalla fine qualcosa si decide comunque, mentre prima l’unica
vera attività (conscia o inconsapevole che sia) è la
distruzione sistematica di tutto quello che il giorno prima,
salutandosi nel cuore della notte, era stato
ottimisticamente definito “un buon passo in avanti”.
7i) Anche se la tv la vedono in
tanti, quelli che non la vedono sono molti di più
Legge obiettivo: conquistare i
troppi che mancano
La domanda di partenza potrebbe
essere: che cosa fanno gli altri trenta milioni di italiani,
quando altrettanti (quasi, un po’ meno) guardano la tv?
Diffidate, diffidiamo, dalla risposte scontate: leggono un
libro (se ne vendono troppo pochi perché sia una tesi
credibile), vanno al cinema o a teatro, navigano su
Internet. Invece di lanciare profezie apocalittiche sulla
perdita di qualche spettatore in annate dal clima
particolarmente mite (o caratterizzate da proposte
particolarmente deludenti), gli uomini del marketing
televisivo dovrebbero cominciare a chiedersi dove va un
esercito che comprende la metà degli italiani, cioè del
pubblico potenziale della tv. Ci pensate cosa farebbe una
ditta di gelati se scoprisse che in una città accaldata il
cinquanta per cento degli abitanti non ha mai provato il
brivido di un cono? O una fabbrica di automobili quando
scopre un paese in cui l’ottanta per cento degli abitanti va
ancora a piedi?
Come al solito, è più facile vedere
i riflessi di una pagliuzza che la concretezza di una trave.
Premesso che non c’è niente di male se la metà degli
italiani di sera ha altro da fare che guardare la tv (anche
se rimane il mistero su “cosa”: gioca a carte all’osteria,
fa l’amore, va a dormire al tramonto, guarda il cielo
stellato?) chi di tv si occupa, come noi in questo momento,
ha il dovere di chiedersi come fare a riportare un esercito
di indifferenti sulla strada maestra dei pixel luminosi.
Invece di chiedersi perché i più giovani abbandonano la tv
(ammesso che sia davvero così è comunque la pagliuzza)
bisognerebbe scoprire perché in troppi la evitano da sempre,
anche se – pensando alla sua influenza sociale – sembra
davvero difficile credere che le cose vadano così (se lo
fosse, sarebbe la trave).
8i) La tv italiana ha abolito la
divisione capitalistica del lavoro
Guai a proporre ad un gruppo di
autori di dividersi i compiti. In tv si viaggia in gruppo
sempre compatto, legati gli uni agli altri come nel trenino
per le volate ciclistiche per mancanza di coraggio, per una
sopravvalutazione del concetto di gruppo, per volontà delle
scuderie che propongono autori a grappoli, o con la formula
del 7x10, magari in prestito oneroso con diritto di
riscatto. La tv italiana convoca liste di firmatari per
passare un po’ del troppo tempo che s’impiega a non decidere
ciò che si potrebbe approvare (o disapprovare) in un attimo.
In tv molti autori si sentono spettatori privilegiati,
perché sono ad un passo dalla scena dove interpretano la
parte del coro nella commedia greca. Con una differenza: che
non rappresentano l’opinione pubblica, ma ripetono ad alta
voce quello che il conduttore desidera sentire. Per fare un
vero coro, bisogna essere in tanti, per questo nessuno può
staccarsi dal gruppo e prendersi qualche minima precisa
responsabilità. A tutto il resto, alla costruzione del
programma fino ad un certo punto ci pensano gli sherpa
(assistenti, redattori). Intanto gli alpinisti/autori
salgono verso la vetta e pensano come e quando staccare i
mollettoni per far precipitare il resto della spedizione,
restando saldamente aggrappato alla roccia.
L) Del guardare
1l) Un tempo si guardava la tv in
abito da sera. Adesso l’abito da sera lo indossa il divano
Diceva Pippo Baudo, nei primi anni
’90 ai suoi autori: “ricordatevi sempre che la gente alla
sera vuole vedere qualcosa di diverso. È come se uscisse per
andare a teatro. Si mette l’abito da sera e poi si siede sul
divano del salotto, a guardare la tv. Dobbiamo offrirgli
qualcosa di diverso dalla sua vita di ogni giorno”.
Da quella metaforica provocazione,
brillante come il suo inventore, sono successe parecchie
cose. La vita di ogni giorno ha alzato la sua temperatura
spettacolare e chi si siede in poltrona a guardare la tv
spesso la considera molto più attraente di ciò che un tempo
faceva la differenza: cantanti, piccoli vip, giocolieri e
ballerine. Sono i momenti di spettacolo che rischiano il
difetto di appeal. Un vero rovesciamento di prospettiva, al
punto che un’azienda di tessuti per l’arredamento ha
lanciato un’idea, questa sì, sorprendente. Se chi guarda la
tv della realtà non si mette più lo smoking come se andasse
alla Scala, è il divano che indossa il suo mantello da sera.
Perché è la vita quotidiana il vero spettacolo.
*Dice di sé. Paolo Taggi. Ho
passato gran parte della vita a realizzare cose che potessero finire in una
quarta di copertina realistica e accattivante. Poi mi sono accorto che neanche
questo mi avrebbe cambiato la vita. Ma è troppo tardi per tornare indietro: e
poi, per fare che cosa? Tutto quello che so fare è scrivere, insegnare a
scrivere (cinema e televisione), fare fotografie, ideare programmi e realizzare
documentari, cercando di dare un senso a tutto questo, anche se un senso non
sempre ce l’ha. Me lo avevano detto quando ero adolescente, ma allora non
credevo a niente di quello che mi dicevano gli altri. Oggi ancora meno. Non mi
resta che aspettare: che gli editori mi paghino i diritti sui miei libri, che i
programmi italiani si vendano all’estero e che il Novara torni in serie A.
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ROBERT
LOUIS STEVENSON
“Uno
specchio” disse con voce fioca; quindi fece
una pausa e
ripeté più distintamente:
“Uno specchio? Per Natale?
Assolutamente no!”. “E
perché no?” esclamò il negoziante.
“Perché non uno
specchio?” Markheim lo osservava
con un’espressione
indefinibile. “Mi domanda perché no?”
fece. “Ma come, guardi
qui... guardi dentro... si guardi!
Le piace quel che vede?
No! E... non piace a nessuno”.
(Da
“Markheim”,
1886)
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