PALCOSCENICO
LA MAGIA (TERAPEUTICA) DEL TEATRO
Pazienti gravemente
deteriorati nel corpo e nello spirito riescono a
dimenticare in un attimo la loro malattia e si trasformano
in attori provetti
Domenico Mazzullo*
Quando,
oltre dieci anni addietro, assunsi la direzione di un “Istituto di
riabilitazione per malati psichiatrici”, nome altisonante ed ottimistico, che in
realtà nascondeva la triste e dolorosa situazione di pazienti psichiatrici gravi
e molto gravi, che per le loro difficoltà non erano e non sono in condizione di
poter vivere in famiglia, o che le famiglie non sono in grado di assistere
adeguatamente – situazione resa ancor più acutamente grave dalla chiusura degli
ospedali psichiatrici in virtù della legge Basaglia o 180, che dir si voglia -,
ci si trovava in prossimità delle festività natalizie, attese e desiderate, dai
pazienti e dal personale di assistenza, come una gioiosa e festosa novità,
capace di rompere, o interrompere per un attimo la pedissequa monotonia della
vita in un’istituzione di assistenza e custodia, ove i giorni si susseguono, uno
dopo l’altro, uno eguale all’altro, ritmati e scanditi dalle tappe obbligate
giornaliere: colazione in refettorio, pranzo in refettorio, cena in refettorio,
rito della doccia mattutina e riposo notturno, non sempre così tranquillo.
Tra queste tappe obbligate, si snoda il peso di lunghe giornate vuote per i
pazienti, da riempire con attività riabilitative, che nella migliore delle
ipotesi mi ricordavano i compiti che la maestra ci assegnava all’asilo
infantile: colorare a piacere interminabili e giganteschi fogli di carta bianca,
infilare perline per confezionare improponibili e patetiche collanine colorate,
disporre uno sull’altro legnetti colorati per formare pile instabili ed informi;
in casi particolarmente fortunati e per i più abili, confezionare cestini di
paglia che mai nessuno si sarebbe sognato di utilizzare.
Mi soffermo a descrivere questi particolari perchè chi
non ha vissuto e non ha visto almeno per una volta queste
realtà profondamente e tristemente umane, non può neppure
immaginare lo squallore e la malinconia di questi malati, di
queste persone che, sofferenti nella psiche e spesso anche
nel fisico, conducono esistenze che possono apparire
inutili, senza una progettualità nel futuro, paralizzate ed
inchiodate in un eterno presente sempre eguale a se stesso,
fermo, immutabile; esistenze legate e dipendenti dagli altri
per la propria sopravvivenza e per tutto ciò di cui un uomo
possa aver bisogno per vivere, incluso in questo anche
un’affettività che, negata o impossibilitata dai familiari,
si affida a persone estranee, che, a onor del vero, cercano
in tutti i modi di creare, attorno a questi simili meno
fortunati, un calore affettivo e familiare che supplisca
quello che non c’è più e forse non c’è mai stato.
Ho avuto la fortuna di assistere a
gesti quotidiani e spontanei di grande e semplice
affettività, che rincuorano e che lasciano ben sperare sulla
sopravvivenza della umanità, finché sopravvivono
tra noi realtà di tale semplice, spontanea, gratuita,
quotidiana solidarietà e dedizione affettiva, da parte di
chi si dedica, per quello che non è più un semplice lavoro,
all’assistenza e cura di questi pazienti così particolari.
Pazienti schizofrenici gravemente
deteriorati, pazienti Down, pazienti con gravi e gravissime
cerebropatie dalla nascita, pazienti incapaci di provvedere
a se stessi nelle necessità di tutti i giorni, anche le più
elementari, pazienti che hanno rinunciato, non
volontariamente, a quanto di più nobile l’umanità possieda,
pazienti che sembrano aver rinunciato alla loro dignità.
Quando assunsi la direzione di
questo istituto di riabilitazione, si era, come dicevo, in
prossimità delle festività natalizie, attese e desiderate
come ideale, annuale pausa ed interruzione di una monotonia
quotidiana che ho solo sommariamente accennata e descritta.
Momento culminante di tali festività era rappresentato dalla
tradizionale, classica recita natalizia, composta di canti,
musiche e piccole scene, o poesie recitate dai malati ed
aventi, come ovvio e naturale soggetto, la natività con
tutti gli annessi e connessi. Il tutto a beneficio e
godimento di genitori e familiari dei malati stessi, memori
di avere un parente meno fortunato, una volta l’anno e ben
felici di dimenticarlo di nuovo fino al prossimo Natale.
Consapevole del mio ruolo e dei
miei doveri istituzionali mi accingevo a presenziare a
questa recita natalizia, sperando ed augurandomi che presto
terminasse, inconsapevole che di lì a poco avrei ricevuto
una lezione di vita e professionale, ben più importante,
pregnante, istruttiva e definitiva di tutte quelle ricevute
negli anni di preparazione universitaria.
Quegli stessi malati che ho cercato
di descrivere precedentemente, che ero abituato a vedere
quotidianamente, spesso urlanti, pronuncianti frasi senza
senso e sconnesse, rinchiusi in un mutismo stuporoso e in un
assoluto ed autistico negativismo, incapaci di provvedere a
se stessi, in tutto dipendenti, inconsapevoli di se stessi,
incapaci di programmare ogni attività autonomamente,
apparentemente anaffettivi, apatici, abulici, confinati in
una mimica e in una gestualità ripetitiva e afinalistica,
nel momento stesso in cui salivano sull’improvvisato
palcoscenico, per recitare la propria parte, le poche parole
di una semplice filastrocca fortunosamente e faticosamente
mandata a memoria in mesi di strenui e faticosi tentativi,
improvvisamente, inaspettatamente e miracolosamente si
trasformavano da oggetti quasi inanimati, in soggetti vivi
ed autonomi, in persone vitali, dignitosamente e
orgogliosamente comprese, immerse nella loro parte e nel
loro ruolo, che recitavano con inimmaginabile maestria ed
inaudita precisione, con piena e totale comprensione e
determinazione, in protagonisti per un attimo della scena
della vita, che così a lungo avevano disertato nei giorni
normali.
Purtroppo l’incantesimo era di
breve durata e presto terminava; non appena scendevano dal
palcoscenico, abbandonando la scena, di cui, per un attimo
erano stati protagonisti, quelle stesse persone tornavano ad
essere dei malati, quegli stessi malati che avevo conosciuto
e accudito, rinchiusi nel loro mondo impenetrabile ed
incomprensibile per noi sani.
Ho visto questo incantesimo
ripetersi più volte, ogni qual volta si presentava
un’occasione analoga, tanto da desiderare di ripeterlo e
ricrearlo sempre più spesso e più frequentemente,
organizzando e promuovendo occasioni simili anche in periodi
non specificatamente natalizi.
Il culmine fu raggiunto, quando
organizzai e misi in scena un “presepe vivente”, con i
malati vestiti con i costumi dell’epoca, confezionati
opportunamente dal personale di assistenza, ed
impersonificanti i pastori, i re Magi, san Giuseppe, la Madonna l’oste e gli
avventori della taverna nella quale la santa famiglia chiese
rifugio, persino il bue e l’asinello.
Tutto fu meravigliosamente perfetto
ed il miracolo della natività, nonché quello attuale della
rinascita dei malati ad una nuova dignità, si ripeté ogni
volta con straordinaria, inimmaginabile, entusiasmante
precisione, funestato solo un anno, da un piccolo e
trascurabile, ma spiacevole incidente, quando
la Madonna impersonificata da una splendida
e dolcissima paziente schizofrenica, infastidita dal pianto
del bambinello, per quella volta in carne ed ossa –
generosamente fornito dal portiere dell’istituto la cui
figlia aveva recentemente partorito -, tentò di
strangolarlo, ma venne prontamente fermata, nel tentativo di
matricidio, da san Giuseppe, accorso provvidenzialmente in
difesa del figlio, seppur putativo. Cercai ad ogni Pasqua di
riproporre l’esperienza, ma la proposta fallì ogni anno, in
quanto nessuno si rendeva disponibile a recitare la parte di
Gesù sulla croce.
Rimane, però dentro di me ben saldo
il miracolo, la magia della transitoria guarigione dei
pazienti nel momento in cui salivano sul palcoscenico e
diventavano attori, per tornare poi ad essere pazienti, nel
momento stesso in cui scendevano le scalette per indossare
di nuovo i panni ed il ruolo di malati. Tutto ciò è rimasto
ed è per me un mistero.
Avevo letto, in verità, sulle
illuministiche esperienze dello psichiatra francese Pinel
che, in piena rivoluzione francese – un Basaglia ante
litteram – aveva liberato dalle catene i ricoverati nel
manicomio di Parigi e li aveva fatti recitare; avevo letto
della famosa rappresentazione teatrale messa in scena dal
marchese De Sade, ospite dello stesso manicomio parigino,
nella quale i pazienti ricoverati recitavano l’omicidio di
Marat avvenuto nella famosa vasca da bagno, ricordata anche
in un meraviglioso film degli anni ’70 di Wajda
“Marat-Sade”; avevo studiato delle esperienze terapeutiche
dello “psicodramma” di Moreno, ma si trattava sempre di
esperienze indirette, di scarsa e libresca pregnanza, ben
poca cosa sul piano emotivo ed emozionale rispetto al vedere
i pazienti, in costume di scena, trasfigurarsi in attori,
seri, preparati, professionali, perfettamente compresi nella
parte loro assegnata, desiderosi di far bene, di
accontentare il pubblico ed anche quel tanto emozionati che
rende febbrile e ansiogeno l’attimo che precede l’alzarsi
del sipario, il momento magico prima di andare in scena.
Ma come era mai possibile che
pazienti così gravemente deteriorati nel corpo e nello
spirito, riuscissero a dimenticare in un attimo e per un
attimo la loro malattia, la loro grave insufficienza e si
trasformassero in attori provetti, per tornare, subito dopo,
finita la loro esibizione, ad essere dei malati come sempre,
come prima?
Era e rimarrà sempre per me, come
dicevo, un mistero, forse il frutto di una magia, la “magia
del teatro”. Ma se questa magia si realizza in pazienti così
gravi e infelici, perché non dovrebbe funzionare ed essere
efficace, aiutare anche persone che così gravi e sofferenti,
per loro fortuna non sono, ma che sono tuttavia vittime di
condizioni psichiche che le fanno soffrire ed impediscono
loro di essere serene e condurre in maniera appagante la
loro vita?
Anche se non mi piace e non mi
appare giusto parlare di casi personali, credo che questa
volta possa essere opportuno e legittimo fare un’eccezione,
rammentando le immagini lontane e ormai sbiadite dal tempo,
di un giovane studente liceale e successivamente studente di
medicina, che per vincere la propria inquietante e
paralizzante timidezza, rapito e soggiogato anch’egli dalla
magia del teatro, affascinato dalla figura di Pirandello –
che condizionerà la sua scelta di essere psichiatra -, calcò
le tavole del palcoscenico, prima come terapia e
successivamente per passione.
La timidezza non fu mai vinta, ma
divenne almeno più accettabile e meno paralizzante, meno
inquietantemente invalidante. La stessa terapia che fu
valida a suo tempo per me, la consiglio ora,
sistematicamente e con maggiore esperienza e convinzione, a
tutte quelle persone, sarebbe eccessivo chiamarle pazienti,
che sono afflitte o semplicemente disturbate, da problemi di
rapporto o di relazione con gli altri, che temono il
contatto con il prossimo, problemi e difficoltà che a volte
raggiungono i livelli di una vera e propria patologia,
meglio nota oggi come “fobia sociale”.
In questi casi una scuola di
recitazione può essere più utile, proficua e perché no,
anche divertente di una lunga, dispendiosa ed impegnativa
psicoterapia. A questo proposito, mi sento anche di
aggiungere una considerazione tratta e scaturita dalla mia
esperienza personale e professionale, riguardo alla
consapevolezza di noi stessi, delle nostre più profonde
emozioni e pulsioni, dei più reconditi meandri, oscuri, del
nostro animo, fornitaci e permessa dalla possibilità e dalla
necessità di uscire dalla nostra egocentrica soggettività,
per entrare, immergerci, penetrare ed invadere la psicologia
dei personaggi che siamo chiamati ad interpretare.
Si tratta di un meraviglioso,
utilissimo e magico esercizio di spersonalizzazione ed
immedesimazione in un altro da noi, in una prova di umiltà e
di umana comprensione, utilissima sulla scena, ma ancor più
nella vita, un’occasione unica ed irripetibile per
abituarci, per educarci a comprendere le ragioni dell’altro,
per abbandonare il nostro infantile egocentrismo e
trasformarci in soggetti adulti e consapevoli, atti ad
ascoltare ed accogliere chi pensa e sente differentemente da
noi.
E mi piace chiudere questa piccola
narrazione, questa personale rievocazione di un tempo che
fu, ricordando per me e per voi, che incautamente mi avete
seguito fin qui, la vicenda di una mia paziente che a me si
era rivolta a causa di una depressione che l’aveva colpita,
quando entrambi i figli, sposandosi, avevano lasciato la
casa. “Sindrome del nido vuoto” la chiamiamo noi psichiatri,
con scarsa fantasia.
Osservandola mentre mi raccontava i
suoi dolori e notando in lei delle spiccate capacità
recitative, le proposi, come terapia e per riempire il vuoto
esistenziale che l’aveva colpita, così, spontaneamente e
senza pensarci neppure troppo, di iscriversi ad un corso di
recitazione. Sparì, ma alcuni mesi dopo mi giunse l’invito
ad assistere al saggio finale di un’accademia teatrale.
Era la mia paziente che si esibiva
in un’opera teatrale a me molto cara e che ben conosco
avendola recitata anche io: “Lo zoo di vetro” di Tennessee
Williams. Per l’età le era stato assegnato il ruolo della
madre, parte difficile e non certo ispirante simpatia. Era
perfetta, meravigliosa, sublime, superlativa. Un’attrice
nata. Quando l’andai a salutare per complimentarmi con lei,
visibilmente emozionato e commosso le dissi: “Grazie per
avermi fatto sentire il profumo delle giunchiglie”. Mi
guardò fisso negli occhi, dopo un attimo d’esitazione mi
capì e si commosse anche lei.
*Dice
di sé.
Domenico Mazzullo.
Medico-chirurgo, specialista in psichiatria. Psicoterapeuta.
Assolutamente laico e quindi profondamente libertario.
Romanticamente illuminista.
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