PALCOSCENICO
IL RITORNO DEL BELCANTO
La maggiore enfasi posta
sulla tecnica rispetto al volume fa sì che il cantante
con una candela accesa davanti alla bocca potrebbe
cantare senza far oscillare la fiamma
Giuseppe Pennisi*
La stagione lirica 2008-2009 appena iniziata (molti
teatri hanno adottato la prassi di articolarla sull’anno
solare) è cominciata all’insegna del “belcanto”. Ha dato il
via la piccola Jesi, presentando in prima mondiale
l’edizione originale de “La salustia”, prima opera di
Pergolesi (mai rappresentata nel
1732, a
ragione della morte del protagonista – un castrato allora di
gran fama – e con riscrittura radicale degli aspetti vocali
del lavoro per adattarlo ai cantanti disponibili nella
compagnia). Ha continuato l’accademia di Santa Cecilia
con un Festival (12-29 settembre) di belcanto – una serie di
concerti vocali ed una produzione di “Norma” di Vincenzo
Bellini. Al Massimo di Palermo è andato in scena dal 21 al
28 settembre un nuovo allestimento del belliniano “I
Puritani” (che sarà in scena a Bologna la prossima
primavera, a Cagliari all’inizio dell’estate, al Festival di
Savonlinna in Finlandia in luglio ed al Bunka Kaikan di
Tokio nell’autunno 2009). Con “I Puritani”, secondo la
“Storia della Musica” di Giovanni Confalonieri, il belcanto
tocca zone più inaccesse. Pergolesi è ai primordi del
belcanto, “I Puritani” sono alla vigilia del suo
superamento, con il melodramma donizettiano, pur ancora
carico di belcanto e soprattutto con quello verdiano. Nel
contempo, un’altra nuova produzione de “I Puritani” ha preso
il via a Bergamo in ottobre per approdare a Sassari ed in
altre città. A Napoli, dove il San Carlo è in restauro, il
2008 si è chiuso con la prima rappresentazione, il 27
settembre, de “L’Italiana in Algeri” di Rossini (altro
esempio di belcanto) all’auditorium Rai; le repliche sono
proseguite in ottobre. Il melomane itinerante ha potuto
avere una panoramica abbastanza completa di uno stile,
piuttosto che di una scuola, di teatro in musica che ha
caratterizzato oltre un secolo (dall’inizio del settecento
alla seconda decade dell’ottocento), ma le cui
caratteristiche permeano anche alcuni aspetti del melodramma
ottocentesco. Dimenticato in gran misura sino al 1950 o giù
di lì, è in corso una graduale rivalutazione, specialmente
presso il pubblico più giovane: si pensi in Italia alla
renaissance del Rossini “serio”, a Londra alle file di
spettatori per gli spettacoli dell’Händel Society, a Zurigo
al successo inaspettato (tra i trentenni) della messa in
scena dell’händeliano “Il trionfo del tempo sul disinganno”,
un oratorio quaresimale rappresentato come un dramma odierno
di rapporti tra due giovani coppie, nonché all’applauso nel
nord America ed in estremo Oriente. Nel
2009, in
Italia, si ascolterà belcanto alla Scala (dove viene
presentato un altro vertice del belcantismo “Il Viaggio a
Reims” di Rossini), a Firenze (“L’Elisir d’Amore” di
Donizetti), a Venezia (“Maria Stuarda” di Donizetti), a
Bologna (“La Gazza Ladra” di Rossini
oltre a “I Puritani” già ricordati), a Bari (“Norma” di
Bellini), a Catania (“Don Gregorio” di Donizetti), a Torino
(“L’Italiana in Algeri” di Rossini, “Don Pasquale” di
Donizetti, “Aci, Galateo e Poliremo” di Händel), a Parma
(“Lucia di Lamermoor” di Donizetti). Questi sono unicamente
alcuni titoli dei molti in programma. Si tenga presente che,
al momento in cui viene scritta questa nota, alcune
fondazioni liriche e quasi tutti i “teatri di tradizione”
non hanno ancora presentato la loro programmazione per il
2009. Se si scorre il principale sito internazionale
dedicato alla lirica www.operabase.com (dove sono riportati
i cartelloni di tutti i maggiori teatri d’opera al mondo) ci
si accorge che il fenomeno non è unicamente italiano: anzi,
è molto più diffuso in Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti
e sta prendendo piede in estremo Oriente (specialmente in
Giappone e in quella Corea da cui provengono molti
belcantisti che negli ultimi anni hanno mietuto successo sui
palcoscenici internazionali). In primo luogo, cosa s’intende
per belcanto? È una tecnica di canto virtuosistico,
caratterizzata dal passaggio omogeneo dalle note gravi alle
acute e da agilità nell’ornamentazione e nel fraseggio. È
contraddistinto dalla perfetta uniformità della voce, da un
eccellente legato, da un registro lievemente più alto del
consueto, da un’incredibile flessibilità e da un timbro
morbido. La maggiore enfasi posta sulla tecnica rispetto al
volume fa sì che il belcanto sia associato ad un esercizio
atto a dimostrare la bravura: il cantante sarebbe in grado
di reggere una candela accesa davanti alla bocca e di
cantare senza far oscillare la fiamma. Sparisce, anche se
non completamente con il melodramma verdiano, ma, ancor
prima, è travolto dal teatro in musica di Mozart – dalle
stesse opere serie come “Idomeneo” e “La
Clemenza
di Tito” (il cui libretto era stato scritto da Metastasio
cinquanta anni prima che il salisburghese ci mettesse le
mani e che era già stato messo in musica più volte, nel
settecento, da compositori belcantisti). Perché l’autunno
italiano 2008 all’insegna del belcanto è sintomo di una
nuova primavera di questo stile di teatro in musica, che
inizia con Maria Callas negli anni 50, si afferma negli anni
60 e 70 con cantanti americani – Marilyn
Horne, Lella Cuberli, Beverly Sills, Chris Merritt, Rockwell
Blake – e australiani – Joan Sutherland – rifiorisce con
voci italiane negli anni 80 – Lucia Valentini Terrani,
Cecilia Gasdia – si incardina in voci giovani – Juan Diego
Flòrez, Daniela Barcellona, Francesco Meli, Maxim Mironov –
nel primo scorcio di XXI secolo ed attira, utile consultare
i blog specialistici, nuove generazioni che spesso tengono a
distanza altre forme di teatro in musica? A mio avviso
alla base dell’interesse del pubblico giovane ci sono due
elementi. Il primo è socio-politico: il bel canto è
connaturato ad un secolo, al tempo stesso, di trasformazioni
e d’ambiguità: dall’inizio del settecento alla vigilia della
formazione dello stato nazionale (in Italia), passando
attraverso illuminismo e rivoluzioni. Lo coglie bene
l’allestimento de “La salustia” (del francese Jean-Paul
Scarpetta): una Roma (ma il riferimento è alla Napoli
settecentesca) formalmente austera, dove s’intriga per il
potere sotto la doccia ed i mariti più virtuosi non esitano
ad amoreggiare, bisessualmente, con giovinetti.
Trasformazioni ed ambiguità (intrise d’incertezza pure sulla
propria sessualità) non sono molto distanti dal clima che le
nuove generazioni respirano oggi. Il secondo elemento è
probabilmente più tecnico: il virtuosismo del belcanto non è
così lontano (i musicologi non si adombrino) da quello dei
cantanti pop, ossia dalla musica giovane. Soffermiamoci sul
nuovo allestimento de “I Puritani”, che – come si è detto –
dopo Palermo andrà in altre città italiane, nonché in
Finlandia e Giappone. È un’opera in cui la melodia
belliniana rifulge in tutto il suo splendore e nella sua
ricchezza di sfumature. È stata, per lustri, raramente
rappresentata proprio per le difficoltà vocali (le acrobazie
del soprano nella scena della pazzia, i do acuti ed i re
maggiore del tenore, i duetti, terzetti e quartetti che
scivolano in concertati). Ultima opera di Bellini, “I
Puritani” è basata su un libretto piuttosto improbabile in
cui si intrecciano amori, intrighi, tradimenti (finti o
presunti), e pazzia ai tempi delle guerre Cromwell, con
colpo di scena e lieto fine. De Chirico ne firmò un
allestimento (rivisto a Roma alla fine degli anni ottanta)
in cui l’astrusa vicenda era trasformata in un gioco di
carte – una fazione erano i “quadri” e l’altra i “cuori”-
quasi a sottolineare l’irrilevanza del testo del conte
Pepoli, patriota in esilio a Parigi. Trasformare in gioco di
carte il conflitto tra i protestanti e i cattolici di Stuart
vuole dire quasi ridurre la storia ad un computer game, di
quelli che appassionano anche i più giovani.
L’allestimento di Pier’Alli non segue la lezione di De
Chirico; concepito per una lunga tournée (e per un pubblico,
come quello giapponese, che ama messe in scena
tradizionali), nonché pensato all’insegna dell’economia dei
costi e dell’ “esportar cantando” del made in Italy, il
grigio di una Plymouth nebbiosa domina i primi due atti,
mentre il verde e l’azzurro ne caratterizzano il terzo.
Veloci siparietti e proiezioni facilitano l’adattamento a
palcoscenici di varie dimensioni. Sotto il profilo musicale,
la concertazione di Friedrich Haider (autore di una buona
incisione dell’opera), dilata i tempi per dare risalto
all’atmosfera melanconica (di un Bellini 35enne, ma già
molto malato). Grande successo della protagonista – la bella
e giovanissima Désirée Rancatore che debuttava nel ruolo e
già da diversi anni è sulla scena internazionale tra gli
astri del belcantismo della nuova generazione. Palermitana,
il pubblico le concede più applausi a scena aperta di quelli
che le attribuirebbe il critico. Sublime in certi momenti,
ma un po’ sciatta in altri; sulla cresta dell’onda da quando
aveva 20 anni (debuttò all’improvviso a Palermo nel “Rosenkavalier”
nel 1998 ) dovrebbe contenere le offerte che le giungono da
tutto il mondo ed evitare ruoli (quelli verdiani – è stata
Gilda nel “Rigoletto” a Verona e riprenderà questo ruolo nel
Festival dedicato da Parma al Cigno di Busseto) ancora poco
adatti alla sua vocalità così delicatamente “belcantistica”.
Ottimo il registro, la tessitura, il fraseggio e la sparata
dei “do” e dei “re” di José Bros nel primo atto, ma una
stecca nel duetto del terzo atto lo ha costretto a
rifugiarsi nel falsetto, scontentando e scatenando il
pubblico. Nelle repliche ed in tournée, senza lo stress
della “prima”, dovrà evitare i numerosi trabocchetti di un
ruolo terrificante. Carlo Colombara conferma di essere un
basso di coloratura di livello. Marco De Felice di essere un
baritono di cui si parlerà nei prossimi anni. Buoni gli
altri, specialmente il coro guidato da Miguel Fabián
Martínez. Chi ha perso lo spettacolo a Palermo potrà
gustarlo a Bologna, a Cagliari. Oppure in Finlandia od in
Giappone – prima che nel 2010 ritorni in Italia.
*Dice
di sé.
Giuseppe Pennisi è docente stabile
d’economia alla Scuola superione della pubblica
amministrazione. Melomane da sempre collabora, in materia
d’opera lirica, al mensile “Musica”, al settimanale “Il
Domenicale”, al quotidiano “Milano Finanza” ed ai quotidiani
telematici
www.operaclick.com,
www.ilvelino.it ,
www.loccidentale.it
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