PALCOSCENICO
METTI UNA SERA A TEATRO
Gli attori, famosi o
esordienti, fanno tutti parte di una razza strana e molto
eterogenea. Una guida, con riflessioni e ricordi, sui
locali più (e meno) attraenti di Roma
Marzia Apice*
Se qualcuno mi avesse detto che
anche io un giorno avrei potuto girovagare indisturbata tra
le quinte e i camerini di un teatro, proprio come un’addetta
ai lavori, non ci avrei mai creduto.
Frequentare i teatri è un’abitudine
che ha sempre fatto parte della mia vita, fin da quando,
poco più che bambina, guardavo con curiosità ogni genere di
spettacolo che tra famiglia e scuola mi capitava sotto mano.
Ricordo perfettamente il momento in
cui capii che ero stata folgorata dal fascino del
palcoscenico: erano gli anni ’90, ed ebbi l’occasione di
assistere ad uno splendido “Edipo re – Edipo a Colono”,
messo in scena al teatro Quirino dalla compagnia
Mauri-Sturno. Non m’importava nulla se dopo due ore di
spettacolo la recita non aveva ancora la minima intenzione
di volgere al termine e se accanto a me decine delle teste
dei miei compagni di classe sembravano essere state
abbattute da una mazza da golf, tanto si erano abbandonate
alle poltrone della platea e alle dolci braccia di Morfeo:
ero rapita da quegli attori che si mostravano ai miei occhi
come degli esseri soprannaturali.
Mi sembrava, infatti, impossibile
che degli uomini qualunque fossero capaci di esprimere così
bene quei sentimenti eterni e universali, che avevo
avidamente letto sulle pagine di Sofocle. Il bello era che
lo facevano con disinvoltura, con il corpo e con la voce, ma
in un modo a volte così viscerale da riuscire a scuotermi
non solo emotivamente, ma anche fisicamente.
Del resto quelli non erano umani,
ma attori. Una categoria che, dopo qualche anno, avrei
imparato a conoscere un po’ più da vicino. Devo ammettere
che a quei tempi il solo pronunciare la parola attore mi
dava i brividi, proprio perché era indissolubilmente
connessa all’arte, un altro termine, ancora più importante,
che era emblema di un concetto astratto e concreto insieme,
madre universale di tutto ciò che di bello, secondo me,
esisteva al mondo. Ebbene, il teatro sembrava proprio
chiamarmi a gran voce: quel mondo parallelo era lì davanti a
me, pur così distante dalla mia vita di anonima, giovane
studentessa di liceo. Fu dunque allora, dopo la suddetta
maratona dell’Edipo, che decisi (con ogni probabilità ancora
ingenuamente) che quel microcosmo misterioso, fatto di
attori, palcoscenici, sipari e applausi, prima o poi,
l’avrei raccontato a modo mio.
Ed eccomi qui, trent’anni appena
compiuti e lo stesso entusiasmo di quando ne avevo quindici,
a raccontare non il teatro (chi potrebbe davvero farlo?), ma
la mia esperienza di fruitrice. Sono, infatti, diversi anni
che mi divido tra recensioni di spettacoli teatrali,
interviste, e tutto ciò che concerne il mondo frenetico
delle anteprime stampa: questo è oggi il mio lavoro, tra
mille difficoltà e tanta passione.
Quando ho cominciato, l’emozione mi
chiudeva lo stomaco, poi, lentamente, il timore di non
farcela si è trasformato in vera e propria voglia di fare e
di andare avanti. Eppure certe cose non cambiano mai:
calpestare le tavole di un palcoscenico, aggirarsi
curiosamente nelle viscere di un teatro, scoprire quanto sia
fisico costruire uno spettacolo e quanto questa fisicità sia
in realtà connessa all’inevitabilmente eterea e impalpabile
atmosfera che si respira sulla scena è tuttora qualcosa che
continua a sorprendermi, lasciandomi a bocca aperta, come
una bambina di fronte ad un variopinto parco giochi.
Ma dicevamo degli attori. Eh già,
non c’è teatro senza di loro, e sulla mia strada ne ho
incontrati tanti. Famosi o esordienti, bravi o poco
convincenti non importa: fanno tutti parte di una razza
strana, e di sicuro molto eterogenea.
Innanzitutto ci sono quelli che,
nonostante la notorietà, appaiono ansiosi di dimostrare
ancora quello che valgono: come Natalie Caldonazzo, sempre
pronta a scrollarsi di dosso e ad ogni costo la sua
bellezza, Pino Quartullo, che sebbene abbia ormai raggiunto
il mezzo secolo può ancora permettersi ruoli da attor
giovane, Vladimir Luxuria, oggi sui discussi lidi dell’Isola
dei famosi, da me conosciuta in epoca parlamentare, mentre
era alle prese con impegnative prove d’attrice. Poi bisogna
fare i conti con i comici, molti dei quali difficilmente
riescono a separare la vita artistica da quella reale.
Penso, per esempio, a quando ho
intervistato per telefono Maurizio Battista, il quale in un
primo momento rispondeva alle mie domande mentre era in
motorino, poi ha continuato facendo la spesa al
supermercato, il tutto riuscendo a farmi ridere fino alle
lacrime: lui si definisce uno che non fa il comico, ma che
lo è veramente, nel quotidiano. E non stento a credergli.
Infine ci sono i grandi, quelli
che, quando gli parli, ringrazi il cielo di fare questo
lavoro. Come Gigi Proietti, che prima ti strappa una risata
e un attimo dopo con una piccola frase ti offre mille spunti
di riflessione. O come Ugo Pagliai, che, nonostante abbia
vissuto le mille esperienze di una vita dedicata al teatro,
ha ancora il coraggio di mettersi in discussione e di
lavorare con i giovani, come è accaduto nel suo recente “Re
Lear”, messo in scena in quel maestoso capolavoro di
elisabettiana memoria che è il Globe theatre di
villa Borghese. E ancora, il serissimo (nonostante il Trio!)
Tullio Solenghi, l’originale Lina Wertmüller, l’affascinante
Andrea Giordana e l’intenso Leo Gullotta, tutti incontrati
nei camerini dell’Eliseo, teatro che nella mia esperienza
rappresenta oggi una garanzia di qualità.
Per fortuna faccio questo lavoro a
Roma: qui non ci si annoia mai. Ogni sera la città offre
spettacoli per tutti i gusti (e per tutte le tasche). Per
chi ritiene che anche l’occhio vuole la sua parte, che il
classico a teatro non passa mai di moda e che le poltrone
della platea devono essere rivestite morbidamente (e
possibilmente di colore rosso), i posti giusti sono
sicuramente il teatro Argentina, il Valle, il Sistina, il
Quirino, il Brancaccio, il già citato Eliseo,
la Sala Umberto.
Insomma tutti i teatri storici della capitale. È vero che in
questo caso si deve mettere in conto un certo investimento
monetario, però, è proprio in questo tipo di teatri che
molto spesso si ha anche l’occasione di incontrare i
protagonisti di gran parte delle serate televisive nostrane,
che di tanto in tanto non disdegnano di incontrare il
pubblico dal vivo.
E, ammettiamolo, molte persone per
uscire di casa e andare a teatro hanno davvero bisogno di
una spintarella, ossia di essere sedotti da qualche nome
famoso. In questo campo il re indiscusso dei teatri è il
Sistina, capace di proporre sempre personaggi di altissimo
livello (di fama e di bravura) come Enrico Montesano,
Giorgio Panariello, Massimo Ranieri, Gigi Proietti, Enrico
Brignano, Arturo Brachetti, insomma vere e proprie
personalità, maestre nel varietà e nella commedia.
Ma al mondo non siamo tutti uguali
e c’è anche qualcuno che vuole qualcosa di diverso.
Tranquilli, perché a Roma c’è sempre l’imbarazzo della
scelta: chi non desidera vedere i ragazzi di “Amici” anche a
teatro, e magari è appassionato di nuove tendenze, di testi
contemporanei, di spazi inediti (con l’intento di dare una
chance agli attori poco famosi) non deve
scoraggiarsi. La città è, infatti, una miniera inesauribile
di continue sorprese, basta non arrendersi. Trovare piccoli
teatri, i cosiddetti off, esclusi cioè dal circuito
dei grandi, è divertente, può sembrare una caccia al tesoro.
Quando la fortuna gira bene, può
capitare di assistere non a semplici spettacoli, ma a
rappresentazioni che assumono il valore di autentici
gioielli, magari grezzi, però pur sempre preziosi. In caso
contrario la fregatura è dietro l’angolo, e, a volte, non la
puoi evitare, salvo inscenare malanni improvvisi, magari
alla fine del primo atto (sempre che ce ne sia più di uno!).
Come quella volta in cui, seduta al
de’ Servi, grazioso teatro nei pressi di via del Tritone,
dopo un’ora di supplizio, alla prima occasione scappai da
una commedia noiosa: giunta al centesimo sbadiglio e dopo
essere rimasta impassibile di fronte a battute stantie che
illustravano quale fosse il modo migliore per uccidere una
moglie o un marito insopportabili, mi alzai alla chetichella
sperando di non dare nell’occhio. Del resto, cosa c’è di
peggio di una commedia riuscita male?
Forse solamente
quell’intellettualismo radical-chic fine a se
stesso, che di questi tempi fa tanto cultura e va tanto di
moda. Chissà. Ma per fortuna il teatro, quando è vero, è
molto di più di questo. E poi, non c’è niente da fare,
qualche incidente di percorso può sempre capitare: è il
rovescio della medaglia, tutto sommato accettabile, di chi
fa il mio mestiere.
Ma tornando a teatri per così dire
diversi, a Monteverde, per esempio, c’è il Vascello, in
perenne lotta con le varie amministrazioni per non essere
chiuso, che oggi vuole essere un luogo di scambi culturali,
in cui trovano spazio spettacoli teatrali ma anche cinema,
danza, musica, dibattiti e rassegne, e, perché no, anche una
piccola selezione di aperitivi da consumare nel foyer.
Oltre alla sala principale, molto
grande e priva di qualunque orpello decorativo, il Vascello
nasconde nei suoi sotterranei anche un altro spazio, di gran
lunga più piccolo e un po’ troppo angusto a dir la verità,
accessibile attraverso una ripida scala situata nei pressi
del bar interno.
In quel teatro quasi improvvisato,
in cui possono trovar posto non più di trenta persone, ho
avuto la fortuna di vedere la scorsa stagione il bravo
Duccio Camerini alle prese con “I sonetti di Shakespeare”,
un testo originale e straordinariamente poetico, e non solo
perché le parole utilizzate erano quelle del sempiterno
drammaturgo inglese. Ricordo che quella sera ero distrutta
dalla stanchezza della giornata, e anche leggermente
indispettita per aver dovuto fare tanta strada alla scoperta
di chissà che cosa. Il solito Shakespeare, pensavo, magari
anche snaturato in una delle tante versioni contemporanee,
spesso improbabili, a volte addirittura irrispettose.
Invece, ecco la piacevole sorpresa:
intenso, suggestivo, profondo, Camerini correva sul filo
della poesia, in bilico tra follia e realtà. Mi voltai a
guardare lo sparuto pubblico presente: poco distante vidi
Paola Cortellesi, anche lei come me molto coinvolta, ora
commossa ora divertita dallo spettacolo, pronta ad
applaudire il bravo attore.
Ma i teatri interessanti sono
davvero a ogni angolo. Come non lasciarsi affascinare dal
teatro della Cometa, da quello dell’Orologio o da quello dei
Satiri? Sono così piccoli e curati, tutti in pieno centro
storico a Roma, e offrono anche l’occasione di una bella
passeggiata by night nei vicoli. Per non parlare
dello spazio del teatro India, nei pressi di via Ostiense:
qui davvero il pubblico più esigente può gustarsi spettacoli
in grado di evidenziare nuove forme espressive, anche
attraverso l’elaborazione di testi classici. O ancora, del
teatro Greco, non lontano da viale Somalia: su quel palco
vidi muoversi Donatella Pandimiglio, mentre, raffinata ed
eclettica, cantava le canzoni di Barbra Streisand. Forse
ancora in pochi conosceranno il Moulin Rouge, nel
quartiere Trieste (dove è possibile cenare a lume di candela
prima dello spettacolo) o il teatro Arcobaleno, alle spalle
di villa Torlonia. Proprio in questo teatro ho assistito nel
mese di ottobre ad uno spettacolo davvero emozionante, che
ripercorreva, attraverso lettere e poesie, la complessa e
appassionante storia d’amore tra Eleonora Duse e il poeta
vate, Gabriele D’Annunzio.
Insomma, tutta Roma è contaminata
da una sorta di diffusa esigenza di teatralità.
C’è chi dice però che i teatri
siano in numero superiore rispetto agli spettatori e che non
ce la facciano a reggere l’urto della tv, maestra nel
fagocitare il pubblico.
La scatola magica è potente, è
vero, e rimanerci inchiodati è una scelta se non sempre
condivisibile, sicuramente molto più comoda del teatro. Però
vuoi mettere la straordinaria galleria di tipi umani che si
incontrano in platea, con i loro vestiti spesso improbabili,
i commenti fuori luogo, i giudizi da critici teatrali
improvvisati e la gamma infinita di colpi di tosse che
scattano sempre nei momenti clou dello spettacolo? Prima o
poi qualcuno finirà addirittura per costruirci su un
reality. Ma, fino ad allora, a noi non resta che goderci lo
spettacolo.
*Dice
di sé.
Marzia Apice. Romana, classe
1978, dopo la laurea al Dams diventa giornalista nel 2003.
Odia chi è fazioso e poco umile, ama il mare e chi fa tanti
sogni, purché sappia come realizzarli. È fermamente convinta
che la vera arte, in ogni sua espressione, sia una cosa
seria e non un gioco da ragazzi. Giudice inquisitore nei
confronti di se stessa, esige molto anche dagli altri, e per
questo è spesso delusa. Tra una pagina letta e un’altra
scritta, attende ancora che il vento della leggerezza le
scompigli la vita. A gennaio l’editore Bibliopolis
pubblicherà il suo primo libro, “Le visioni di Pasolini”.
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FEDERICO GARCÌA LORCA
E così, Dio scomparso, che
voglio averti. Piccolo cembalo di farina per il neonato. Brezza
e materia unite
nell’espressione esatta per amor
della carne che non sa il tuo
nome. E così, forma breve d’inefferabile
rumore,
Dio in fasce, Cristo minuscolo ed
eterno, mille volte ripetuto,
morto, crocifisso, dall’impura
parola dell’uomo che suda.
(Da “Dio
in fasce”,
1937)
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