|
INTRODUZIONE
L’ATTIMO FUGGENTE
AL FESTIVAL DI SANREMO
Questa
rivista è nata, in rigorosa austerità, con un solo
principio a cui attenersi: la libertà. Dopo quasi due
anni di pubblicazioni, i nostri lettori spesso mi
manifestano simpatia e stima per aver seguito questo
principio senza indulgenze, dando spazio a persone
libere di mente, capaci e desiderose di confrontarsi
con il piacere e l’orgoglio di difendere la propria
libertà, senza offendere quella degli altri. Non è
risultato di poco conto, se solo si pensa quanto siano
incerti, a volte equivoci, discussi e discutibili, e
spesso violati, i confini che segnano i limiti della
nostra libertà rispetto a quella degli altri.
Ebbene, ho avuto il gradito
incarico, per decisione di Paolo Bonolis, di partecipare,
assumendomi dunque qualche responsabilità, come uno degli
autori dello show televisivo, al recente festival di
Sanremo. E curiosamente, nelle tre faticose settimane
vissute in quella cittadina ligure, giorno per giorno –
oltre che al lavoro sfibrante, dall’alba alle ore piccole
notturne – le mie riflessioni andavano verso questo tema
della libertà, e i conseguenti confini, in apparenza
elementari e in realtà complessi e ambigui.
Nei dieci giorni precedenti le
cinque serate del Festival (da martedì 17 a sabato 21 febbraio) siamo
stati investiti da un diluvio di polemiche stravaganti e di
sicuro effetto mediatico. Perché? La spiegazione, a parere
di molti, era semplice: il Festival era un falso scopo,
sotto tiro erano i dirigenti della Rai che avevano voluto il
Festival e la designazione di Paolo Bonolis come conduttore
e direttore artistico: in primo luogo il direttore della
rete ammiraglia, Fabrizio Del Noce, il vicedirettore
generale Giancarlo Leone e il direttore generale Claudio
Cappon. E la cornice del retroscena, in cui si inquadrava il
chiasso degli attacchi provenienti dalle direzioni più
impensate, era vistosa: l’imminente annuncio delle nuove
nomine, attese di giorno in giorno, ai vertici dell’azienda
di viale Mazzini. Le impronte digitali erano evidenti: anche
all’interno della Rai, c’era chi remava contro la buona
riuscita della manifestazione televisiva più attesa ogni
anno! E se il nostro Festival fosse andato male, il conto
sarebbe stato pagato da chi lo aveva voluto.
Prima riflessione dunque sulla
libertà: la libertà del prossimo aggredita strumentalmente
per interessi personali, occulti.
La strumentalizzazione degli
argomenti polemici, infatti, era trasparente. In primis,
l’attacco sul compenso di Bonolis: un milione di euro. La
cifra era certo impressionante per un grande pubblico, non
avvezzo e non obbligato a riflettere su considerazioni che,
invece, dovevano risultare elementari per il mondo politico
e per il mondo dello spettacolo. Che dire, ad esempio, delle
libere leggi del mercato? Forse Bonolis aveva estorto
l’incarico a mano armata, o invece, da libero professionista
l’aveva accettato, a fronte di dieci mesi di lavoro? E
davvero la cifra del compenso era così scandalosa? Non era
forse uguale, o addirittura inferiore, a quella percepita da
tutti i conduttori delle più recenti edizioni del Festival?
E come mai la buriana si scatenava solo adesso, dal momento
che il compenso di Bonolis era stato reso pubblico,
doverosamente, fin dall’ottobre 2008? Forse quel lontano
autunno non era il momento giusto per sferrare un attacco
per le candidature alle pregiate nomine Rai...?
Intervistato da qualche giornale e
qualche volenterosa televisione, mi sono permesso di andare
al cuore del problema: Bonolis riceve un compenso certamente
ragguardevole, ma proporzionato ai risultati che gli hanno
fatto raggiungere queste alte quotazioni. Paolino produce
lavoro, ricchezza, pubblicità… Incassa uno e produce dieci.
Perché dunque tanta furia rabbiosa verso di lui? In Italia,
le aziende pubbliche che governano ferrovie, Alitalia,
poste, ospedali, eccetera eccetera, e purtroppo in questo
eccetera ci sta tutto o quasi, sono amministrate da manager
che, al contrario di Bonolis, portano sfascio,
licenziamenti, cassa integrazione, debiti per il bilancio
dello Stato… A fronte di questo scempio, nessuno scandalo.
Anzi quasi tutti quei manager si dimettono o vengono
esonerati con liquidazioni auree, ben superiori al compenso
di Bonolis. E allora?
Altre considerazioni si potrebbero
facilmente fare su altre sciagurate, e sempre strumentali,
polemiche. Il contratto di Roberto Benigni? Benigni è da
tempo una star internazionale, contesa in tutto il mondo –
secondo, ripeto, le leggi del mercato – e arrivata a Sanremo
solo per i rapporti personali con Bonolis e il loro comune
agente Lucio Presta… si è accontentato, questa è la parola
giusta, di ottenere come contropartita una parziale
utilizzazione dei diritti del suo lavoro. Senza nessun danno
effettivo della Rai, che potrà riproporre le performance
di Benigni ogni volta che vorrà, quando e come vorrà.
Dov’era lo scandalo, dove le ragioni dell’aggressione? Altri
artisti, forse meno qualificati di Roberto, avevano ottenuto
uguali concessioni.
E la polemica sulla canzonetta di
Povia? Un delirio piazzaiolo. A parte il fatto che non si
tratta, a mio modesto e opinabilissimo parere di una canzone
ostile verso gli omosessuali, e che i versi sono assai più
complessi di quanto non si sia voluto far apparire, a parte
questo non secondario particolare, la domanda sulla libertà
è: perché un eterosessuale può diventare gay senza suscitare
chiasso e scandalo e, invece, un gay non può diventare
eterosessuale senza suscitare chiasso e scandalo? Ammesso,
ripeto, e non concesso, che la canzone di Povia voglia
raccontare questo e non, come il cantante e Bonolis hanno
dichiarato fino alla noia, una semplice storia. Non doveva
avere la libertà di farlo e/o il nostro gruppo di lavoro non
doveva avere la libertà di dare accoglienza a Povia?
Poche righe sulla contestazione a
Hefner, l’inventore di “Playboy” e delle cosiddette
conigliette: la polemica più ridicola e strumentale, tra
tutte. Le proteste sono arrivate dai movimenti femministi,
che si presumevano scomparsi e invece hanno colto
un’occasione per farsi conoscere e riconoscere… Davvero i
diritti delle donne sono stati posti a rischio dai venti
minuti in cui le conigliette allegramente sono apparse al
Festival? E come si può ignorare che Hugh Hefner, con il suo
anacronistico harem era il personaggio ideale, per
uno show che punta in primo luogo all’intrattenimento e al
divertimento? Non a caso gli abbiamo dedicato la copertina
di questo numero…
Non sono mancati momenti di più
alto livello polemico. Ma sempre pretestuosi e irritanti,
per l’aggressività dimostrata, da critici e contestatori,
verso quei fondamentali principi di libertà a cui siamo
tanti affezionati. Primo episodio, la breve intervista con
il Presidente delle Nazioni unite, Miguel D’Escoto. A molti
è sembrata una scelta inopportuna. Il diritto di critica non
è contestabile, ma qualche sospetto sulla sua purezza mi è
venuto in mente, quando ho letto che erano state
stigmatizzate le opinioni “anti americane” di D’Escoto.
Mentre il presidente dell’Onu si è limitato a sostenere il
diritto di ogni popolo a vivere serenamente e senza guerre
anche senza lo strapotere soffocante degli Stati uniti.
Perché osteggiarlo? Forse perché, attraverso il Festival,
raggiungeva dieci/quindici milioni di spettatori delle più
diverse radici politiche?
Secondo episodio, l’anatema
scagliato dal Vaticano, o più propriamente dall’Osservatore
romano, sulla qualità delle canzoni. Anche qui: liberissimo
il giornale del Vaticano a sfoderare imprevedibilmente la
propria competenza musicale nell’occasione più attesa dagli
amanti della musica. I toni sono apparsi però singolari e
stizzosi. Perciò condivido l’asciutta replica di Paolo
Bonolis: “Ogni opinione è legittima, sulla vita e sulla
musica, purché sia esercitata con rispetto degli altri.” Il
riferimento alla vita è un dignitoso accostamento alla
tragedia Englaro. In un Paese in cui non si ha la
possibilità di scegliere la propria morte anche quando si è
cessato, spiritualmente e fisicamente, di vivere, dobbiamo
stupirci che con ogni strumento e pretesto ci siano stati
tanti attacchi al festival di Sanremo, perfino dal Vaticano?
Ps. Tutto è bene quel che finisce bene e
il Festival, con risultati di ascolto straordinari e
crescente successo, ha spento via via ogni polemica. Chi
vince, si dice e non sono d’accordo, ha sempre ragione. A me
resta un pizzico di amarezza per l’illiberalità che ho
riscontrato in tanti uomini politici, giornalisti, critici,
personaggi dello spettacolo e negli esponenti religiosi, del
mondo gay e del mondo femminista.
Cesare Lanza
|