PROTAGONISTI

NICHI VENDOLA,
UN NUOVO MOVIMENTO A SINISTRA


Bisogna costruire processi di uguaglianza, libertà e solidarietà.
In una sola parola occorre una maggiore giustizia sociale


 

Antonio Eustor*


Nicola Vendola detto Nichi nasce a Bari nel 1958. Dal 2005 ricopre la carica di presidente della Regione Puglia. Fin da piccolo, il papà e uno zio lo iniziano alla politica, e al comunismo in particolare. Si iscriverà, infatti, giovanissimo alla Fgci e al Partito comunista nella sua Terlizzi.
Dopo la laurea in lettere con una tesi su Pasolini, diventa giornalista all’Unità. Di formazione cattolica, è uno dei pochi politici italiani ad aver dichiarato apertamente la propria omosessualità.

Facciamo un salto nel passato, ci parli di quando era bambino a Terlizzi. Nella sua casa paterna, ci sono ancora i ritratti di Yuri Gagarin e Giovanni XXIII?

“In realtà a casa mia c’è una bellissima foto di Don Tonino Bello, il vescovo salentino che ha guidato per anni la diocesi cui appartiene anche Terlizzi.
Un uomo con uno straordinario carisma, la cui conoscenza e frequentazione sono stati per me elementi fondamentali per il mio processo formativo, come cattolico, come politico e soprattutto come uomo”.

Il diminutivo Nichi da dove salta fuori?

“Nichi è diminutivo di Nikita. Io sono nato nel ’58. Nel ’56 c’era stato il ventesimo congresso del Pcus. Quindi, mio padre per gioco, mi ha chiamato Nikita, come Kruscev”.
Da sempre comunista, non fa segreto di essere allo stesso tempo cattolico. Come concilia queste due fedi?

“La fede religiosa è un dono di Dio, un fatto intimo che schiude orizzonti nuovi al percorso esistenziale. Per me la fede è la luce che illumina gli spigoli bui dell’umanità, è il termometro che misura la passione per la verità e la febbre della menzogna, è l’inseguimento di un ideale di bellezza che è incompatibile con la bellezza (leggera e di facili costumi) confezionata dai cicisbei e dalle veline del trash televisivo.
Ci tengo molto a sottolineare che io sono cattolico per storia, direi per culla, per educazione, per tradizione famigliare. Ma la fede è un fatto meta-culturale: non riguarda semplicemente il contesto ambientale che la comprende, riguarda (così penso io) il rapporto con il mistero del Dio che si fa uomo.
La fede cristiana ti inchioda dinanzi alla follia della croce e ti convoca sull’ingresso di un sepolcro che annuncia la vita oltre la morte”.

Ha dichiarato che in lei convivono due vocazioni: una ludico-narcisista e l’altra di organizzatore instancabile. Anche di Berlusconi dice che è un narcisista. È il vostro unico tratto comune?

“Se c’è un tratto comune non lo so. So però che con il Presidente del consiglio, personalmente, ho un ottimo rapporto istituzionale.
Ma a parte questo, resto molto critico e oppositore nei confronti delle sue politiche neo-liberiste. Come vede quindi le differenze restano di gran lunga superiori alle affinità caratteriali”.

Sostiene che la cultura politica dalla quale proviene è una cultura basata sull’odio, ma che oggi non vuole più odiare. Come pensa di agire?

“Spesso nella contesa politica non c’è solo la giusta, legittima asprezza delle idee differenti, dei programmi alternativi, ma c’è l’elemento della cattiveria, anche personale, il tentativo della denigrazione morale, della calunnia continua: tutto questo uccide la politica.
Io credo che saremmo tutti in grado di fare meglio, per i nostri punti di riferimento politici, per le nostre coalizioni e per la nostra gente, se invece di vivere dentro il teatrino della rissa, vivessimo le istituzioni e i luoghi pubblici, le assemblee, come un momento in cui c’è una gara ad un’analisi raffinata, a chi ha le proposte migliori, una gara delle idee non una gara degli insulti. E quando mi trovo ingabbiato dentro il teatrino della rissa, mi sento umiliato e mortificato”.

Ha ancora un senso parlare di ideologie? E quale significato ha oggi dirsi comunista?

“Il socialismo, in senso tradizionale, aveva lo scopo di rinnovare l’uomo e la società. Questa era e resta un’idea forte e rivoluzionaria.
Detto questo, è evidente che oggi i tempi sono cambiati, nessuno si aspetta (o ricerca) la rivoluzione in senso marxista e nessuno si sognerebbe di parlare di abolizione del capitalismo. Bisogna però trovare una via d’uscita: bisogna costruire processi di maggiore uguaglianza, di maggiore libertà, di maggiore solidarietà tra gli uomini.
In una parola occorre maggiore giustizia sociale. In questo senso, la via del socialismo resta attuale ed è tutta da percorrere”.

Lei ha scritto a lungo sull’Unità, quotidiano che lo scorso anno ha vissuto un cambio di direttore combattuto, con l’arrivo della De Gregorio. C’è ancora un legame con il giornale fondato da Gramsci?

“Contro un berlusconismo che trascende gli schieramenti politici e diviene lo spirito dei tempi serve la disseminazione di culture, di proposte e di scelte concrete di sinistra. “L’Unità” credo che continui ad essere uno strumento che concorre in modo rilevante ad un’informazione più libera, cosa di cui c’è tanto bisogno nel nostro Paese”.

L’ultima tornata elettorale è stata per voi come un tornado, che ha avuto strascichi pesanti. Una curiosità, perché lei non è stato candidato nelle liste della Sinistra arcobaleno?

“La risposta è molto semplice: perché facevo il Presidente della regione Puglia e intendevo continuare a farlo. Al centro della politica ci deve essere l’elemento della coerenza, non quella evocata, ma quella praticata: ed è per questo che ho deciso di non candidarmi.
Se mi fossi candidato avrei chiesto voti per me nella consapevolezza che il giorno dopo la mia elezione mi sarei dimesso per restare in Puglia.
Ho l’impressione che questa sia una furbizia. O che possa essere considerata un trucco elettorale. Noi dobbiamo essere coerenti, soprattutto con le giovani generazioni perché la politica ha presentato, spesso, il volto di infinite acrobazie, di inesauribili alchimie”.

La partecipazione e poi la vittoria di Vladimir Luxuria all’Isola dei famosi ha diviso la sinistra in favorevoli e contrari. Lei come si è schierato?

“Conosco Vladimir da tanto tempo e ne ho sempre apprezzato l’attivismo e la caparbietà nel non arrendersi di fronte al muro invalicabile del pregiudizio.
Credo che abbia fatto benissimo ad accettare di partecipare a quel programma.
Ha potuto così dimostrare a chi lo seguiva in tv di essere una persona assolutamente normale, fatta di sentimenti, opinioni, idee, certezze e dubbi. E non uno scherzo della natura o un fenomeno da baraccone. Il pubblico questo lo ha capito e lo ha premiato”.

In contrasto con Ferrero, ha dato il suo addio a Rifondazione e, alla fine dello scorso gennaio ha iniziato un percorso per fondare il Movimento per la sinistra. In cosa quest’ultimo partito si differenzierà dal primo?

“C’è bisogno di una politica che ritrovi l’ago e il filo con cui cucire nuovi legami sociali, pezzi di comunità, movimenti che fanno politica coinvolgendo e accogliendo. Una politica che allunga i propri pensieri oltre lo spazio del presente.
Una politica che ci aiuti a spartire il dolore e la gioia, che ci rispetti nella nostra fragilità e nella nostra unicità, che non ci trasformi in giudici sommari e in boia delle diversità, che non sia pensata e gestita al maschile, che non accetti barriere gerarchiche, che non escluda chi è diversamente abile, che non giudichi nessuno per la sua fede o per il suo orientamento sessuale, che non cerchi nemici.
Il ruolo della sinistra è tutto qui. Il Prc oggi sembra avvitato in un identarismo che credo produrrà una ulteriore divaricazione con il corpo vivo della società”.

L’entusiasmo scatenato dall’elezione di Barak Obama ha davvero pochi precedenti. Intravede qualche politico italiano capace di suscitare un entusiasmo simile?

“Non saprei dirlo. Quello che so è che Barak Obama vince perché ha introdotto nell’immagine di politica che comunica, la suggestione ontologica del cambiamento, perché nel più ufficiale dei suoi discorsi si è sentito il congedo liberatorio dall’epoca dell’America texana, delle sette evangeliche e dei petrolieri, dei gangster, della speculazione borsistica e della bolla immobiliare, perché ha nominato la violenza razzista del mondo in cui è nato e cresciuto, perché ha esibito con naturalezza le prerogative di una democrazia che rifiuta qualsiasi torsione confessionale, perché ha delineato un intervento pubblico che mira a salvare l’economia reale piuttosto che la finanza creativa che ha ubriacato il mondo.
Insomma, ha chiesto alla politica di tornare ad essere pensiero, conoscenza, inchiesta, passione condivisa, reciproco affidamento, indignazione civile, prefigurazione di un mondo liberato”.

È più lei o Veltroni l’incarnazione dell’italico Obama?

“Questo paragone mi imbarazza non poco. Per quanto riguarda Veltroni lo dovrebbe chiedere a lui direttamente”.

Che posto occupa, oggi, la poesia nella sua vita? Riesce ancora a trovare il tempo per scriverne?

“La poesia continua ad essere una compagna straordinaria, anche se oggi purtroppo ci dedico assai poco tempo”.

Se non avesse scelto la politica come lavoro, cos’altro le sarebbe piaciuto fare?

“Lo scrittore, o forse, il teologo”.



*Dice di sé.
Antonio Eustor. Un americano a Roma: ha studiato e a lungo vissuto a New York, con preziose esperienze manageriali. Poi, in Italia, è da trent’anni il braccio destro di Cesare Lanza. In Rai per sette anni consulente di “Domenica in” e di altri programmi. Dal 2005, a Canale 5, segue in particolare, come uno degli autori, il programma di Paolo Bonolis “Il senso della vita”.







WILLIAM SHAKESPEARE

Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore.

È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre.

Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte,

non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti

della sua dannazione chi ama e sospetta;

sospetta e si strugge d'amore!

(Da “Otello”, 1603)





FABRIZIO DE ANDRÈ

Fenesta co’ ’sta nova gelosia tutta lucente de centrella d'oro tu
m'annasconne Nennerella bella mia lassamela vedè
sinnò me moro.

(Da “La nuova gelosia”, album “Le nuvole”, 1990)







 

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