INTERVISTE
DONNA ASSUNTA, CUORE E MEMORIA DI GIORGIO ALMIRANTE
“Le nostre rappresentanti
politiche spesso mancano di carisma. E per carisma
intendo quello della Gandhi o della Clinton: donne che si
lasciano ascoltare”
Antonella Parmentola*
Incontro
donna Assunta dopo una brutta influenza che l’ha costretta a
casa per qualche giorno. Mi confessa di non essere abituata
a rimanere al chiuso per tanto tempo, perché è uno spirito
libero. Lo è sempre stata. Ci accomodiamo in un salottino,
vasi di fiori freschi fanno capolino da ogni angolo. “Non
sono io che li compro – mi dice -, ma tutte le mattine ne
arrivano di nuovi. Sono un segno d’affetto per me e
attraverso me, per Giorgio”. Cominciamo a chiacchierare e la
mia attenzione, da fanatica quale sono, è subito catturata
da un paio di splendidi orecchini in smalto e brillanti. Mi
promette che la prossima volta che ci vedremo, mi mostrerà
la sua collezione di gioielli. Ci conto.
Giovanissima da Catanzaro si
trasferisce a Roma. Come arrivò a questa decisione?
“La Calabria mi stava troppo
stretta. Così, approfittando di una nostra proprietà a Roma,
presi i miei figli e mi trasferii. Qui, per caso, mi capitò
di leggere un’inserzione sul “Messaggero” di un’azienda
agricola che si vendeva e decisi di acquistarla, contraendo
un mutuo. Avevo solo ventisei anni e un gruppo di 50 uomini
ai miei comandi. Sono stata un’imprenditrice ante
litteram”.
Considerata l’epoca, deve essere
stata una rivoluzionaria?
“Non proprio rivoluzionaria, ma
uno spirito inquieto. Il mio primo marito è stato un uomo
come non esistono più, per l’educazione ed il rispetto che
mi ha sempre dimostrato. Ed io, un po’ alla volta, mi
conquistai piccoli spazi di libertà. Del resto, si sa, la
vita dei nobili era molto diversa: non avevano obblighi, i
loro ritmi erano diversi. Così non fu un problema il mio
trasferimento a Roma”.
Come si inserisce Giorgio
Almirante in questa storia?
“La prima volta che lo conobbi fu
in Calabria, per caso. Dovevo vendere una partita d’uva ed
incontrai il conte Sabatini, che mi invitò ad un comizio.
Poiché mi annoiavo, cominciai a disturbare tutti quelli che
invece vi partecipavano con attenzione. Staccai uno spillone
che avevo al cappello e iniziai a punzecchiare quelli seduti
avanti a me, ridevamo tutti. In serata ci trovammo nello
stesso locale, e Almirante mi rimproverò “Mi ha rovinato il
comizio, l’ho vista dalla finestra”.
E poi?
“Poi lo incontrai nuovamente a
Roma, per la raccomandazione di un’amica. Ricordai di aver
conosciuto questo Almirante, così andai al “Secolo d’Italia”
per chiedergli appunto di raccomandarla, ma lui non c’era.
Quella sera stessa, ero appena rientrata a casa, più o meno
verso le undici e mezza, squillò il telefono. Era lui, che
mi chiedeva se potevamo andare a prendere un caffè. “A
quest’ora?” gli dissi. Lui insistette ed io, che per la
verità ero già pronta, scesi. Ricordo ancora come ero
vestita: una giacca di visone marrone con cappellino in
tinta, un pullover lilla a collo alto.
Mi portò a Trastevere, in una
specie di bettola, perché non aveva ancora cenato. Io rimasi
scandalizzata da quell’ambiente, dal linguaggio volgare che
tutti usavano. Fu un incontro scioccante. Ce ne furono
altri, perché quel mondo così diverso dal mio mi intrigava.
Ma adottai questa precauzione: mangiavo prima di uscire, in
quei posti non avrei mai potuto. Lui, al contrario, era a
suo agio, riusciva ad ingurgitare certe schifezze. Io invece
mi facevo portare un coltello, dell’acqua calda e
un’arancia, per farmi una spremuta, ed era l’unica cosa che
prendevo”.
Durante il racconto il volto di
donna Assunta si illumina.
“Vede, ho conosciuto tanti
uomini, ma nessuno è come lui, un uomo all’altezza del
mondo. Aveva stile, educazione, rispetto, intelligenza,
capacità di parlare, molto riservato, ma anche capace di
grandi confidenze. Dico sempre che il suo cervello andrebbe
analizzato”.
Come è stato il rapporto dei suoi
figli con Almirante?
“Ottimo. Per loro è stato come un
padre e lui si considerava il loro papà. Quando poteva, il
pomeriggio, li aiutava a fare i compiti, andava a scuola a
parlare con gli insegnanti per conoscere il loro andamento,
nei fine settimana liberi ci portava in giro per l’Italia.
Mi ripeteva spesso: “A furia di stare con te, mi sono
convinto di essere uno dei tuoi figli, mammina”. Gli piaceva
chiamarmi mammina”.
Lei e Almirante avete girato il
mondo?
“Si. Abbiamo viaggiato
moltissimo. Sono molto legata alle mie radici, ma se dovessi
scegliere una città dove vivere, che non sia Roma,
sceglierei Tokio per la sua pulizia, per il suo ordine, per
la possibilità di comprare tutte quelle cianfrusaglie che io
adoro, oppure Parigi, perché mi farebbe sentire come in
Italia. Certo non potrei vivere in America, quel mondo non è
nel mio Dna”.
Come facevate a conciliare la
vita della vostra famiglia con quella di Almirante
personaggio politico?
“Sono stati anni difficili. È
stata una vita difficile, la preoccupazione era permanente
per lui e per i figli. Ma Giorgio era grande anche in
questo, non rispondeva mai alle intimidazioni. Lo seguivo
sempre, soprattutto durante i giorni di campagna elettorale,
ma non portavo mai con me i ragazzi, avevo troppa paura. La
vita in famiglia diventava così un’oasi, un posto dove
trovavamo pace. All’estero ero anche più spaventata: ci
insultavano pubblicamente, ci seguivano per strada, facevamo
ore in macchina per disperdere qualche facinoroso che ci
pedinava. E quando rimettevo piede in Italia cominciavo a
rasserenarmi.
Anche se c’è un episodio il cui
ricordo ancora mi turba. Eravamo a La Spezia. Giorgio
aveva parlato alle forze dell’ordine, c’era gente ovunque,
sui tetti, sui balconi, nelle strade, dappertutto. Ma lui
imperterrito continuava a parlare. Cominciai a pregare: mi
auguravo, se ci avessero presi, di essere uccisa subito, che
ci risparmiassero le torture. La polizia a quel punto ci
fece salire in macchina e ci portò per campi, per disperdere
la folla. Ma non era finita: arrivammo al casello e i
casellanti uscirono dalle loro postazioni rifiutandosi di
farci pagare il pedaggio. Il senatore Michele Marchio, che
era in macchina con noi – è stato sempre il nostro angelo
custode – aveva un martello nel cruscotto e fece per
prenderlo, ma Giorgio gli bloccò il braccio.
Passammo solo grazie
all’intervento di alcuni nostri “fedelissimi”, ma non le
dico le botte che si diedero. E quando ci fermammo ad un
ristorante per mangiare un boccone, il cuoco venne fuori e
ci disse che quel giorno c’era sciopero e non potevano
prepararci nulla… Non mi persi d’animo, vidi che c’era un
cestone di frutta, lo presi e lo misi a tavola: “Questa non
ha bisogno di essere cucinata”.
Una donna coraggiosa, ha qualche
rimpianto?
“Uno, grandissimo, che porterò
con me per sempre. Quando Giorgio fu ricoverato a Parigi
chiesi di poter stare in sala operatoria. Non me lo
consentirono, ma quello che non mi perdono è di averlo
portato a Parigi. Ci accolse un ambiente freddo, ostile, il
mio desiderio, invece, è che Giorgio potesse finire i suoi
giorni con dolcezza, tra amici. Questo non è stato
possibile. Io che sono sempre stata testarda, in quella
occasione mi sono lasciata convincere, non ho saputo impormi
ed è per me il più grande rimpianto”.
Dopo la morte di Almirante, lei è
stata per molti un punto di riferimento. Ha mai pensato di
entrare in politica?
“No, non ho mai pensato di fare
politica. Anche ultimamente mi hanno proposto di partecipare
alle elezioni europee, ma ho detto di no. Litigherei con
tutti, perché ho poca propensione all’ubbidienza e
finirebbero per considerarmi una ribelle. Ci vogliono uomini
giusti in politica, come mio marito”.
E l’idea della sua nomina a senatrice a vita? “Risale al 2006. Nel
libro “Gesù era di destra o di sinistra”3, ad un certo
punto, parlando di Napolitano, l’autore scrive: “Se davvero il Presidente vuol
dimostrare di essere al di sopra delle parti, nonostante il suo passato
comunista, si sbrighi a pensare alle nomine dei prossimi senatori a vita. Che
siano meritevoli (…) cittadini esemplari cui la società è grata per il loro
contributo (…). Penso a due italiani di destra che forse aspettano un comunista
per essere valorizzati, Antonino Zichichi e Assunta Almirante (…). Se Almirante
è ricordato come merita è perché donna Assunta è infaticabile nel proposito di
onorare e far sopravvivere la personalità del marito”.
Ipotizziamo
fosse stata nominata senatrice a vita, quale il suo primo
gesto?
“Ricordo un
episodio, di quando Almirante era capo di gabinetto del
ministro Mezzasoma, perché può servire da esempio.
Mussolini, che aveva appena ricevuto l’editto di Hitler
sugli ebrei, disse ai suoi: “Tenetelo nel cassetto il più a
lungo possibile”. Diversi ebrei furono nascosti e aiutati a
fuggire. Ora una cosa del genere farà scattare polemiche
senza fine, ma è la verità. Il mio primo gesto sarebbe
quello di porre le fondamenta per una pacificazione
politica, è davvero giunta l’ora”.
Il venti
gennaio scorso il mondo ha assistito all’insediamento alla
Casa bianca di Barak Obama, il primo presidente
afroamericano degli Stati uniti. Come valuta questo evento?
“Innanzitutto non distinguo le persone in base al colore, ma
al loro cervello. Se sei nato in una baracca o in un palazzo
poco importa, importa invece se hai cervello o no.
Viviamo in
un mondo agitato e quindi spero che Obama abbia capacità di
discernere, senso di responsabilità, che sia all’altezza del
compito che lo attende, che sappia di circondarsi di
collaboratori validi. Sarebbe una presunzione pensare che un
uomo da solo possa cambiare il mondo.
C’è una
cosa che in tutta questa faccenda mi fa, amaramente,
sorridere: in Italia siamo talmente disgustati dalla
situazione politica, talmente grande è il nostro desiderio
di cambiare che ci siamo ingenuamente attaccati alla
speranza che questo uomo rappresenta”
Dunque non
vede un Obama nella politica italiana?
“No,
nessuno”.
Obama, alle
primarie, ha avuto la Clinton come avversaria. Vede almeno
una Hillary nel nostro panorama?
“No,
nessuna. Le nostre rappresentanti politiche spesso mancano
di carisma. E per carisma intendo quello della Gandhi o
della stessa Clinton: donne che si lasciano ascoltare. Le
nostre, invece, sono sottomesse a se stesse, per questa
smania di apparire. Non dico che bisogna rinunciare alla
propria femminilità, ma nemmeno esserne schiave. Certo la
Finocchiaro e la Bonino hanno un buon carisma, ma sono
nettamente in minoranza. Ho conosciuto personalmente Edda
Mussolini (ed anche Vittorio e Romano), era una donna
intelligentissima, di grande carisma. Nonostante le profonde
umiliazioni subite, non ha mai alzato la voce, non ha mai
avuto una reazione scomposta.
E
ribadisco: vorrei tanto che si riuscisse a raggiungere una
pacificazione politica. Tanti errori sono stati commessi, e
per quegli errori tante persone hanno pagato, anche a costo
della vita, ma è arrivato il momento di lasciare che questa
ferita si rimargini una volta per tutte. Bisogna cambiare
pagina. E lasciare che la storia faccia il proprio corso”.
La prossima
primavera a destra dovrebbe prendere vita il Partito del
popolo delle libertà. Cosa ne pensa?
“Sono
contraria alla sua creazione. Non penso sia giusto che An
scompaia, un partito che ha radici, che ha una storia, non
può essere cancellato con un colpo di spugna. È vero che le
ideologie non esistono più, ma le nostre identità sono
diverse. Bisogna recuperare il nostro principio ideologico,
che non ci impedisce certo di compiere un percorso politico
comune. Ma non possiamo essere imbrigliati. Rischieremmo di
fare la fine del Pd. Mi auguro dunque un ripensamento”.
Si
riferisce per caso alla vicenda di Bertinotti e al Prc,
scomparso dalla scena politica italiana?
“Non
proprio, anche se per Bertinotti mi è molto spiaciuto, è una
persona che stimo, un signore. Ho sempre creduto che il
partito comunista dovesse promuovere leggi che migliorassero
le condizioni delle classi meno abbienti, e forse un tempo
l’ha fatto. Forse comunismo e cristianesimo predicano le
stesse cose. Ma oggi? Non mi spiego più il senso della
parola comunismo, specie quando vedo il tenore di vita di
certi comunisti. Allora mi chiedo, cosa predicano? Penso a
Putin e alla vita da nababbo che conduce. C’è troppa
incoerenza. E per tornare al Pd, che funzione ha? Cosa
predica Veltroni? Non si può essere ostili e basta, bisogna
fare un’opposizione costruttiva”.
La prima
cosa da fare quale sarebbe?
“Cambiare
la legge elettorale. Non la condivido assolutamente. I
deputati sono nominati, non eletti, i candidati ci sono
imposti. Dobbiamo, invece, poter scegliere i nostri
parlamentari. Non si può essere governati da una persona
sola che decide tutto, altrimenti siamo in una dittatura e
non in una democrazia. E gli italiani, invece di borbottare,
dovrebbero agire concretamente, perché è una concessione che
gli abbiamo dato noi”.
A Roma, da
diversi anni, si discute se intitolare una strada a Giorgio
Almirante. A che punto siamo?
“Siamo al
punto che non mi importa niente. Almirante non ha bisogno di
una strada a Roma per essere ricordato. È molto amato in
Italia e anche all’estero, un’altra strada non fa la
differenza. L’amore di cui io, immeritatamente, godo ancora
oggi è tutto amore che gli italiani rivolgono idealmente a
Giorgio”.
Chiudendo
l’intervista, donna Assunta mi mostra un poderoso libro, che
contiene gli scritti e il testamento politico di Almirante4.
Sfogliandolo sono catturata dalle parole di una delle tante
lettere scritte da Almirante alla sua amata moglie:
“Cara
Assunta, in questi anni non ho mai smesso di considerarti
amica, sorella e anche un po’ mamma. Feci di te qualcosa di
più alto che sposa, di un’amante. Tale sei sempre rimasta e
rimarrai. (…) Non ho voglia di vivere a lungo (…). Quello
che potevo fare di buono l’ho già fatto. Ho seminato fede e
speranza per tanti anni. Ho esortato al coraggio e alla
pazienza un popolo che se avesse avuto pazienza e coraggio
non sarebbe finito così male (…). Vorrei tanto che, quando
non ci sarò più, si dicesse di me quello che Dante disse di
Virgilio: “Facesti come colui che cammina di notte, e porta
lume dietro a sé, e con quel lume non aiuta se stesso. Egli
cammina al buio, si apre la strada al buio, ma dietro di sé
illumina gli altri”.
3) “Gesù era di destra o
di sinistra”, di Milite anonimo, Sapere 2000 edizioni
multimediali, Roma, 2006, pp. 142-143. 4) “I miei
scritti, il mio testamento politico”, Dino Editore, 1990.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il
fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso
originale e della successiva evoluzione. È profondamente
convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e
detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la
differenza.
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MARCEL PROUST
Si
può quasi dire che, come non c'è conoscenza,
così non c'è
gelosia che di noi
stessi.
(Da “ La
prigioniera”, 1923)
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ROBERTO
GERVASO
Spesso, la gelosia non è
che un presentimento.
(Da “ Il
grillo parlante”, 1983)
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