ATTUALITÀ
IL TESTAMENTO DI PIERGIORGIO WELBY
L’attuale ipotesi di legge
sul testamento biologico, secondo Mina Welby,
stravolgerebbe e tradirebbe quelle che sono le reali
istanze di chi la invoca
Domenico Mazzullo*
Morire
deve essere come addormentarsi dopo l’amore, stanchi,
tranquilli e con quel senso di stupore che pervade
ogni cosa Piergiorgio Welby
Questo è il titolo che ho dato ad
un discorso (il termine conferenza sarebbe troppo importante
e roboante), tenuto ad alcuni amici riuniti presso i locali
storici di un’antica e famosa sezione del Partito
repubblicano al Testaccio, in Roma1, e ora sede
dell’Alcras, associazione che si ispira agli ideali laici e
repubblicani, alle idee di Giuseppe Mazzini e che si
prefigge di mantenere viva la memoria del suo pensiero e
della sua fede nella triade delle parole magiche: libertà,
fratellanza, eguaglianza.
Le parole
in corsivo sono di Piergiorgio Welby, la persona che dopo
anni di tragica, dolorosissima malattia ha chiesto
ripetutamente e strenuamente che fosse lasciato libero di
morire, di por fine ad una vita divenuta per lui
insopportabile e che per primo ha sollevato nelle nostre
coscienze addormentate, il problema di un malato che in
piena coscienza, consapevolezza e determinazione chiede di
essere lasciato morire, perché questa è la sua precisa
volontà.
Tutti
ricorderanno, o spero che ricordino il dramma, non più
privato, ma divenuto pubblico, di quest’uomo condannato,
paralizzato da anni in un letto, attaccato ad un respiratore
e che chiedeva solamente di morire. Tutti ricorderanno
l’accanimento con il quale gli oppositori a questa precisa
libertà di ciascuno, si sono scagliati contro questa ultima
sua volontà e libertà.
Tutti
ricorderanno la perfidia con la quale i vertici della chiesa
cattolica hanno rifiutato a Piergiorgio Welby, che intanto
aveva raggiunto finalmente la pace cui agognava, il funerale
religioso al quale sua madre così teneva, adducendo come
motivo della negazione il fatto che Piergiorgio avesse
esplicitamente fatto richiesta di essere lasciato morire in
pace, peccando così davanti a Dio e macchiandosi della colpa
atroce, di volersi impadronire, ponendole fine, di una vita
che invece, secondo loro, non gli apparteneva.
Io ricordo
bene l’emozione e la commozione che la sua vicenda ha
suscitato in me, lo sdegno e la riprovazione, il ribrezzo
che questa negazione da parte della chiesa, di una chiesa
che proclama e persegue il perdono, negandolo poi così
facilmente, ha evocato nel mio intimo, portandomi alla
decisione, il giorno stesso, di chiedere di essere
sbattezzato, rifiutando così di appartenere, seppur
formalmente, alla chiesa cattolica, incapace di perdonare.
Rifiuto facilmente e prontamente da questa accettato, ma con
la generosa postilla che se mi fossi pentito e ravveduto, la
chiesa magnanimamente sarebbe stata disposta a riaccogliermi
nel suo seno.
Ma queste
ultime sono vicende private della mia coscienza che a
nessuno interessano.
Ciò che
invece grandemente interessa tutti, credenti e non, è il
fatto innegabile e incontrovertibile, che la vicenda
umanissima e dolorosissima di Piergiorgio Welby ha dato lo
spunto ed il via ad un processo inarrestabile di pensiero e
di azione sul tema di quello che per convenzione viene ormai
da tutti chiamato testamento biologico. E proprio il
testamento biologico rappresenta il tema di queste pagine.
Chi ci ha
seguito su questa rivista, ricorderà che l’argomento è stato
già da me in precedenza trattato e quella di oggi non vuol
essere una ripetizione di quanto scritto in precedenza, ma
diversamente una cronaca, una descrizione in diretta, una
occasione per partecipare attraverso ciò che riuscirò a
trasmettere, di un’esperienza irripetibile, emozionante e
commovente, unica sul piano umano e degli umani sentimenti,
come io li ho provati e sofferti, come tutti noi che eravamo
lì raccolti li abbiamo vissuti e sofferti, come tutti noi li
porteremo sempre nel cuore, impossibili ad essere
dimenticati e cancellati dalla nostra coscienza.
Perché ben
diverso è parlare teoricamente, asetticamente, comodamente
seduti in poltrona, o davanti al televisore di casa o
davanti alle telecamere, di testamento biologico e sostenere
tesi avverse ed opposte, che ascoltare la cronaca dei fatti,
la storia di anni di sofferenze, di dolori e di
incomprensioni, ma anche di lotte e di solidarietà, dalla
viva voce di Mina Welby, la vedova di Piergiorgio Welby, che
ha vissuto vicino a lui per anni, che ha sofferto accanto a
lui, che ha assistito al suo coraggio e alla sua
disperazione, che lo ha assistito con amore, che in fine ha
acconsentito che lo si lasciasse andare, che desse le
dimissioni irrevocabili da una vita divenuta insostenibile
ed insopportabile, che in ultimo ha dovuto tollerare e
sopportare l’ultima offesa rivolta a Piergiorgio, da una
chiesa che gli ha negato l’ultimo saluto religioso.
A tutto ciò
ho avuto l’occasione, l’onore di partecipare, di assistere,
di essere presente, non il piacere, perché in certe
esperienze il piacere non è contemplato.
Mina Welby
era, infatti, seduta accanto a me, piccola, minuta,
apparentemente timida, quasi indifesa, bisognosa di
protezione, di considerazione; apparentemente, solo
apparentemente, perché quando ha iniziato a parlare, prima
di me, la voce si è fatta via via più sicura, più ferma, più
tenace nelle sue affermazioni, più coinvolgente ed
emozionante, in un silenzio attonito e commosso. Ma non
voglio anticipare nulla.
Un primo ed
unico contatto con lei c’era stato, tempo addietro per
invitarla alla conferenza alla quale aveva assicurato la sua
presenza. Mentre emozionato e in ansia attendevo avanti alla
porta della sezione il suo arrivo, e mi chiedevo che aspetto
avesse, facendo corrispondere alla voce un volto
immaginario, una voce modesta, quasi timida, dal tono basso,
mi ha raggiunto alle spalle costringendomi a girarmi: “Ecco
un volto conosciuto…”. Era lei. Una signora piccola, dai
capelli immacolati, ordinati e ben pettinati, di statura
modesta e dal modesto abbigliamento, non per povertà, ma per
la modesta importanza attribuita all’abbigliamento e
all’apparire in generale, che però non trascura il decoro e
l’estremo ordine. Un paio di occhiali di foggia antica ed
impersonale completava il quadro che immediatamente mi è
apparso chiaro ed inconfondibile nella sua caratteristica.
Il volto
giovanile e non solcato da rughe; un sorriso decoroso e
discreto, non invadente, ma sincero e accattivante, aperto;
occhi chiari, molto mobili e vividi, ma nei quali, in fondo
ai quali era visibile e percepibile un velo di profonda
malinconia, di severa tristezza, ma non rassegnazione. Un
cappotto grigio chiaro, mi sembra spigato ed una gonna scura
completavano l’abbigliamento.
Come sempre
e per una assurda deformazione professionale,
automaticamente e inconsapevolmente volsi lo sguardo in
basso ad osservare le scarpe, che come immaginavo erano
modeste, non alla moda e neppure eleganti, ma visibilmente
comode e funzionali, a scarponcino. Ho immediatamente
provato verso questa signora conosciuta in quel momento un
moto di simpatia, una sensazione di acuta ed intensissima
familiarità: mi ricordava tremendamente mia madre.
L’ho
accompagnata dentro, scambiando con lei qualche solita
parola di circostanza e di ringraziamento per aver accettato
il nostro invito e ho faticato sette camicie per convincerla
a non sedere tra il pubblico, come voleva, ma al tavolo dei
chiamati a parlare, obbligandola ad accomodarsi, come il
galateo prescrive, in mezzo, tra me e Benito Garrone il
Presidente, promotore ed anima della nostra Associazione,
cui la sorte ha dato il compito di fregiarsi di un cognome
deamicisiano e di un nome storicamente importante.
Stupendo
entrambi, la signora Welby, rompendo gli indugi, ha preso
per prima la parola dimostrando subito una tempra ed un
carattere a prima vista inimmaginabile.
Ha esordito
parlando della legge che è in preparazione, illustrandola e
criticandola, ritenendola e sostenendo essere una ipotesi di
legge, sul testamento biologico, che stravolgerebbe e
tradirebbe quelle che sono le nostre convinzioni ed istanze
in tema, catturando, irretendo, affascinando subito
l’uditorio; i toni sono saliti, l’emozione e la commozione
di tutti noi, il pianto a stento nascosto di alcuni di noi,
la partecipazione ha raggiunto il massimo quando
dall’impersonale e asettica illustrazione della legge si è
inavvertitamente, inconsapevolmente e proditoriamente
scivolati nella narrazione degli ultimi anni, degli ultimi
mesi, degli ultimi giorni di vita di Piergiorgio Welby,
quando Mina strenuamente si opponeva ad un suo divorzio da
lei e dalla vita, quando in fine si è dovuta arrendere,
rendendosi conto che la vita era divenuta per lui
insopportabile, quando ha dovuto e voluto assistere alla sua
morte, così desiderata e così strenuamente voluta.
Senza
seguire un copione, senza seguire un ordine cronologico, ma
spaziando qua e là tra la memoria, le sue emozioni, i suoi
dolori e le sue commozioni, Mina ci ha fornito tracce della
sua vita con Piergiorgio, spezzoni di un film tragico, ma
conclusosi con un lieto fine, se ogni realizzarsi di un
desiderio è un lieto fine, anche se drammatico.
Ci ha anche
fatto ridere e sorridere, raccontandoci particolari, che
espropriati del loro contenuto doloroso, potevano apparire
anche comici, ci ha fatto piangere, quando ci ha fatto
partecipare, attraverso le sue parole alle atroci sofferenze
quotidiane di Piergiorgio, quando ci ha fatto assistere alla
sua straordinaria dignità e desiderio di non perderla mai,
ci ha fatto sorridere quando ha detto che le sembrava di
essere in una “vendita” della Carboneria, così appunto si
chiamavano le segretissime riunioni della società segreta
risorgimentale e d’altra parte il clima risorgimentale era
creato e sostenuto da un ritratto ad olio di Giuseppe
Mazzini che ci sovrastava e che guardava corrucciato un
analogo, ad olio, ritratto di Giuseppe Garibaldi a lui
dirimpettaio, sulla parete opposta forse rimproverandolo
ancora aspramente o bonariamente, nonostante gli anni
trascorsi per aver regalato il meridione, dopo averlo
liberato, agli odiati Savoia, tradendo e distruggendo il suo
sogno di una Italia unita, libera e repubblicana. Almeno
così io ho sempre pensato guardando i ritratti.
Mina ci ha
anche fatto indignare, quando ci ha raccontato del
mellifluo, ma perentorio rifiuto, opposto dalla chiesa ai
funerali religiosi, comunque da Piergiorgio, laico convinto,
non voluti, ma desiderati invece dalla madre di lui, molto
religiosa. “Sono contenta, perché Piergiorgio ha ottenuto
anche questo”.
Mina ci ha
fatto rivivere, attraverso le sue parole sempre serene,
sempre moderate, sempre misurate il proprio dramma
interiore, di donna e moglie di un uomo che voleva morire,
ma che lei si ostinava a convincere a sopravvivere, a
continuare a lottare, a continuare a vivere… fino a quando
ha dovuto arrendersi, ha dovuto persuadersi che la vita per
lui era divenuta veramente insopportabile e ha dovuto, ha
voluto, aiutarlo a morire.
Mina ci ha
raccontato dei suoi momenti di intimità con Piergiorgio,
delle notti insonni, delle ore, soprattutto notturne,
trascorse in silenzio, tenendosi per mano. Mina ci ha fatto
assistere, raccontandoceli, agli ultimi momenti di vita di
Piergiorgio, quando, a decisione presa si trattava di
metterla in pratica nel modo migliore e più corretto
possibile, quando lo ha rassicurato che sarebbe morto con
certezza: “Gli ho promesso che avrei abbassato la spalliera
del letto, tenuta sempre sollevata per aiutarlo a respirare
meglio”.
Quando Mina
ha terminato di parlare, di raccontare… mi son vergognato di
dover prendere io la parola. Non c’era più nulla da dire.
1) Via
Aldo Manuzio, 91
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo.
Medico-chirurgo, specialista in psichiatria. Psicoterapeuta.
Assolutamente laico e quindi profondamente libertario.
Romanticamente illuminista.
|
ROLAND BARTHES
Come
geloso, io soffro quattro volte: perché sono
geloso, perché
mi rimprovero di esserlo,
perché temo che la mia gelosia finisca
col ferire l'altro,
perché mi lascio soggiogare da una banalità:
soffro di essere escluso,
di essere aggressivo, di essere
pazzo e di essere come
tutti gli altri.
(Da “ Frammenti
di un discorso amoroso”, 1979)
|
|
UMBERTO
SABA
Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio
aspro e vorace, con gli occhi azzurri e
mani troppo grandi per
regalare un fiore;
come un amore con
gelosia.
(Da “Trieste e
una donna”, 1910-12)
|
|