SOCIETÀ
IL PARADOSSO DELL’ABBONDANZA
La comunicazione può contare
oggi su una molteplicità di strumenti come non era mai
esistita nella storia dell’umanità. Questa, senza dubbio,
è una risorsa, ma anche un problema, perché non abbiamo
ancora imparato a usarla
Giancarlo Livraghi*
Questo
articolo completa il saggio sulla difficile arte del
comunicare1. Dopo l’excursus sui mutamenti
che la comunicazione ha subìto nel tempo, vengono ora
prese in esame le diverse modalità che rendono, oggi,
possibile la divulgazione e diffusione delle
informazioni.
Da circa trent’anni ci stiamo
dicendo che siamo entrati “nell’era della comunicazione”2.
Devo confessare che c’ero un po’ cascato anch’io. Ma poi è
successo che siamo andati a finire in un’era molto diversa
da quella che ci aspettavamo.
Non ero,
neppure allora, così ingenuo da pensare che una nuova ondata
di ispirato illuminismo avrebbe magicamente risolto tutti i
problemi delle culture e società umane. Ma leggevo con
piacere, e con speranza, affermazioni come questa di
Jean-Jacques Servan-Schreiber: “Nell’era post-industriale la
“finitezza” di sempre, che ci opprimeva e ci imponeva la sua
legge, si infrange. A portata degli uomini si trova
finalmente la risorsa infinita, l’unica: l’informazione, la
conoscenza, l’intelligenza”.
Era un
sogno impossibile, una poetica illusione? No. Era, ed è, una
risorsa vera. Ed è, oggi più che mai, “a portata” non di
tutti, ma di quella parte dell’umanità che può disporre di
adeguate risorse di informazione e di comunicazione (e che
un po’ per volta sta crescendo, malgrado gli ostacoli, le
repressioni e le gravi aree di privazione).
Parlare di
“post industriale” era, ed è, pericolosamente impreciso.
Nessuna civiltà moderna può sopravvivere senza industria – e
sarebbe molto penoso per noi ritornare a quelle situazioni
pre-industriali che sono molto lontane dall’essere così
idilliache come le dipinge qualche arcadica nostalgia.
È ovvio che
senza agricoltura non possiamo sopravvivere, perché sono
ormai poche le parti del pianeta in cui si può vivere di ciò
che cresce spontaneamente sugli alberi o nei prati – ma di
questo un po’ troppo spesso tendiamo a dimenticarci, fino a
quando si scatenano scarsità, carestie, inquinamenti e altri
disastri che sarebbe stato facile prevenire se non fossimo
caduti nell’illusione di un’infinita e inesauribile
abbondanza.
Nessuno di
questi problemi si può risolvere usando solo la
comunicazione. Nel predominio delle apparenze, dove ciò che
non vediamo ci sembra inesistente, possiamo illuderci che un
problema non esista o non ci riguardi (o, al contrario,
allarmarci esageratamente per qualcosa che è troppo
enfatizzato). Ma il mondo reale esiste – ed è in quello che
dobbiamo vivere.
Dove c’è
sete o fame, malattia o privazione, occorre portare
materialmente acqua e cibo, medici e medicine, eccetera. Ma
la comunicazione è essenziale in ogni caso, per capire dove
e quando ci sono le esigenze e come è opportuno cercare di
provvedere.
C’è ancora
un abisso fra le risorse di cui disponiamo (o di cui
potremmo disporre se funzionassero meglio) e la nostra
capacità di usarle efficacemente. Quali sono le cause del
marasma in cui ci troviamo, del mancato (finora) avvento di
un’autentica “era della comunicazione”? Lo vedremo alla
fine. Prima osserviamo brevemente la situazione per alcuni
dei modi di comunicare.
Il
passaparola
Nel gran chiacchierare sulle
nuove, o mutanti, risorse di oggi tendiamo a dimenticare lo
strumento più antico: il passaparola. Non solo più che mai
presente e attivo, ma anche moltiplicato dagli strumenti di
comunicazione che scavalcano più facilmente le distanze3.
Non ho mai
capito bene come facessero, duemila o duecento anni fa, a
“passare parola” non solo nelle chiacchiere del villaggio,
ma a distanze che ci sembrano impercorribili a piedi o a
dorso di cavallo o di cammello. Correvano leggende e
fantasie, favole e panzane, insieme a notizie vere e
informazioni interessanti. E non è facile capire perché
fossero così simili, nonostante le differenze di pensiero e
di lingua, in culture che apparentemente non comunicavano
fra loro.
Lasciamo ai
progressi (spesso interessanti) dell’antropologia il compito
di spiegare come e perché sia stato così fin dai tempi della
preistoria. E vediamo che cosa succede nella situazione di
oggi.
Nulla è
cambiato, nella sostanza. Abbiamo oggi, come sempre, un
inestricabile intrico di notizie utili e di sciocchi
pettegolezzi, di pensiero interessante e di banali
ripetizioni. Le “leggende metropolitane” sono una delle
tante forme di stupidità, che continuano a moltiplicarsi non
solo nelle infinite maniere del passaparola, ma anche in
ogni genere di comunicazione, comprese quelle che sembrano
“fonti autorevoli”, ma troppo spesso sono citate senza
verificare la loro attendibilità.
Quella che
è cambiata è la dimensione. Può sembrare un problema, ma se
impariamo a capirla è una risorsa. Per il semplice fatto che
possiamo comunicare facilmente, e in tempi brevi, con
qualcuno che vive molto lontano dal nostro solito vicinato
(o magari è a due passi da casa nostra, ma non avevamo avuto
l’occasione di conoscerlo) abbiamo infinite e crescenti
possibilità di vedere le cose in una prospettiva diversa.
L’arte di
usare meglio il “passaparola” è una di quelle che non
finiremo mai di imparare.
Le cose
per scrivere
Può
sembrare un dettaglio, ma anche gli strumenti più semplici
sono cambiati e stanno cambiando. Fino al diciottesimo
secolo si scriveva con la penna d’oca. Ancora nel 1966,
nelle scuole elementari, erano d’obbligo pennino e calamaio.
A tutt’oggi, nelle università più tecnologiche del mondo, si
scrive con il gesso sulla lavagna.
La matita,
come la conosciamo oggi, è stata inventata nel 1762, la
penna stilografica nel 1884, la penna a sfera nel 1938 e poi
si sono moltiplicati i pennarelli (fino alle bombole spray
degli autori di “graffiti”, che in rari casi possono essere
davvero opere d’arte, ma in generale, nonostante le pretese
di chi li vuole giustificare, sono solo abominevole
sporcizia).
Nella seconda metà del
diciannovesimo secolo le prime macchine dattilografiche.
Dagli anni ottanta del ventesimo i personal computer4.
Oggi ci raccontano che spariranno le tastiere, che si farà
tutto a voce o toccando uno schermo, che un sensore sul
cranio trasformerà il pensiero direttamente in testo, suono
o immagine.
Speriamo di
no. La perdita di controllo sugli strumenti può solo
degradare la qualità del risultato. E un pensiero inespresso
si può tradurre in chissà quali assurdità passando
attraverso i criteri interpretativi immaginati da qualche
tecnico nel suo più o meno bizzarro linguaggio.
Già oggi le
macchine (ovvero le discutibili opinioni di chi le progetta)
tentano di prendere il sopravvento, condizionando la nostra
capacità di esprimerci. Il progresso, in forme tecniche che
probabilmente nessuno ancora immagina, sta nell’aumentare il
controllo umano sui meccanismi – non viceversa.
Stiamo
disimparando a scrivere, o addirittura a parlare? Qualche
problema c’è. Una mia esperienza personale, per esempio, è
che, avendo cominciato da ragazzino a scrivere a macchina,
la mia calligrafia è diventata illeggibile (come quegli
sgorbi nelle ricette dei medici che solo i farmacisti sanno
interpretare). Ammiro chi non è caduto in quella trappola e
sa ancora scrivere in “bella grafia”.
Quanto
all’uso della parola... stiamo attenti, perché gerghi e
manierismi non sono soltanto banali – e spesso stucchevoli –
ma rischiano di compromettere la nostra capacità di
esprimerci e di capire. Varrebbe la pena di scrivere un
articolo dedicato a questo argomento. Chissà, forse un
giorno o l’altro lo farò5.
I libri
Che fosse
papiro o pergamena, inciso nella pietra o nel coccio, su
tavolette di cera o su scorze d’albero, dipinto sulla tela o
sulle pareti, arrotolato o a fogli stesi, piegato o
rilegato... il libro è una risorsa essenziale delle culture
umane da almeno cinquemila anni. E la sua identità è quella
che ha assunto cinquecento anni fa, per opera di tecnici
come Johann Gutenberg, ma ancora di più di umanisti come
Aldo Manuzio.
Non voglio
ripetere qui quello che ho scritto nel primo di questi due
articoli, ma non è il caso di dimenticare che se Gutenberg
avesse continuato a fare l’orafo, e Manuzio non si fosse mai
occupato di editoria, nel giro di pochi anni ci sarebbe
stata la stessa evoluzione, perché l’esigenza era forte, le
risorse tecniche erano disponibili, e con lo sviluppo
dell’umanesimo c’era un’esigenza che in qualche modo doveva
essere soddisfatta. Lo stesso ragionamento si applica a
tecnologie più antiche e più recenti, comprese quelle che
nessuno ha ancora inventato.
Alcuni anni
fa si temeva l’estinzione fisica dei libri, perché si era
scoperto che (mentre i libri antichi, stampati su carta di
stracci, durano nei secoli) la carta più recente era fragile
e si pensava che si sarebbe irrimediabilmente sgretolata in
polvere. Per fortuna l’allarme era eccessivo. Pochi libri,
finora, hanno subito quella sorte – e comunque la qualità
della carta, dopo una fase di decadenza, sembra ritornata a
essere più affidabile.
Si teme, al
contrario, che le tecnologie elettroniche, con i loro
affannati e confusi cambiamenti, rendano progressivamente
irreperibili testi e documenti conservati su supporti non
più funzionanti o non più accessibili. L’allarme è
probabilmente esagerato, ma il problema esiste – ed è
davvero possibile che in qualche caso la carta stampata sia
l’unica fonte recuperabile.
Insomma il
libro c’è. E, nonostante i piagnistei, continua a crescere e
a moltiplicarsi. (Mi piace sapere che quello che sto
scrivendo sarà pubblicato in una rivista che ha la forma e
la struttura di un libro).
Le confuse
chiacchiere e i frettolosi esperimenti sul “libro
elettronico” hanno prodotto disastri. Milioni di cd che
intasano le pattumiere o sono appesi sui davanzali per
allontanare i piccioni.
Certo, ci
sono i libri in rete, dalle utili edizioni elettroniche dei
classici ai testi che autori moderni rendono liberamente
disponibili (fra i tanti ci sono anch’io). Dalle molteplici
risorse di print on demand alle infinite possibilità
di scambio – compresi gli utili servizi che permettono di
trovare libri usati o comunque non più in distribuzione. Ma
un libro è un libro – anche quando qualcuno se lo stampa in
casa o in ufficio o sceglie la scomoda soluzione di leggerlo
su un monitor.
Due cose
sono in crisi: l’editoria e la distribuzione libraria.
Con
l’elettronica è diventato facile, e poco costoso, stampare
un libro, anche in poche copie. I diritti d’autore (salvo il
caso di “famosi” che ottengono sostanziosi anticipi) si
pagano sulle copie vendute. Si risparmia sui costi di
redazione e impaginazione (e i risultati, ahimè, si vedono).
Con mille copie si raggiunge il “pareggio”. E c’è anche il
caso, più diffuso di quanto si immagini, di edizioni
sovvenzionate dall’autore o da qualcun altro che ha
interesse a far uscire un libro.
Così si
pubblicano valanghe di titoli scelti senza cura e poi
abbandonati al loro destino. Se, per caso, uno va, copre il
costo degli altri. Quasi tutti hanno vita breve. In un anno
o due – o anche in pochi mesi – spariscono dalle librerie e
le copie restanti vanno al macero. Per far posto a qualche
altrettanto effimera presunta novità.
Insomma gli
editori (specialmente quelli grandi) sono in estinzione.
Qualche nome rimane, all’interno di una grossa aggregazione,
ma è solo un’etichetta nel catalogo di un librificio di
massa – un mostro che divora i suoi figli con la stessa
distratta velocità con cui li mette al mondo.
Così
nascono e muoiono testi che non meritavano di essere
stampati. Ma il vortice travolge ciecamente anche opere
degne di un migliore destino. Per non parlare di quelle che
forse esistono, ma difficilmente potremo leggere, perché
sono state rifiutate da un editore troppo indaffarato a
pubblicare qualche affrettato e squallido instant book
su qualche argomento di moda – o l’ennesimo manuale su come
coltivare i bulbi di tulipano.
Si piange,
giustamente, sull’estinzione delle librerie. Sostituite da
supermercati ciecamente enormi, in cui non solo non c’è
presenza umana in grado di consigliare i lettori, ma è
difficile trovare un libro anche quando si sa esattamente
che cosa si sta cercando.
Un’eccezione, in questo marasma, è la vendita dei libri
nelle edicole. C’è di tutto, comprese collezioni di scarsa
qualità. Ma ci sono anche i “classici” e altri libri ben
curati e pubblicati. Curiosamente questo canale di
distribuzione non ha aumentato né diminuito la
frequentazione delle librerie. E (per quanto possa essere
disdegnato da chi preferisce scegliere negli scaffali di un
libraio) ha messo nelle case milioni di libri, che presto o
tardi qualcuno può aver voglia di leggere.
Anche la
vendita online, che in Italia ha avuto uno sviluppo
tardivo e debole rispetto alle grandi risorse
internazionali, sta cominciando ad affermarsi. E quando è
bene organizzata (ci sono ancora spazi rilevanti di
miglioramento) è uno strumento valido e pratico per chi ha
un’idea abbastanza chiara di che cosa sta cercando.
In questa
evoluzione disordinata e confusa, stiamo andando verso
l’estinzione dell’editoria e delle librerie? Forse no.
L’epidemia è grave, ma non è detto che sia una malattia
terminale.
Ci sono
coraggiosi centri di resistenza. Ci sono editori, e ci sono
librai, che continuano a fare bene il loro mestiere. E,
nonostante le difficoltà, nuovi continuano a nascere.
Diffido sempre un po’ delle statistiche, ma c’è qualcosa di
vero in alcuni dati recentemente pubblicati. Pare che nel
2008 siano nati, in Italia, 197 nuovi editori e che le
vendite di libri siano aumentate del venti per cento.
Insomma la
partita è ancora aperta. Non si tratta di una Fenice che
debba rinascere dalle sue ceneri, ma di un mondo di qualità
e di attenzione che oggi sembra emarginato, ma non è stato,
finora, distrutto da un irrimediabile incendio.
Ci vuole
amore. Ostinata, vitale passione per i libri e per ciò che
ci possono offrire. Più che gli autori contano i lettori.
Più persone ci sono capaci di scegliere un buon libro, più
quelli che ci sono potranno sopravvivere e più stimolo ci
sarà, per chi è capace di farlo, a scrivere e pubblicare
qualcosa di nuovo che meriti di essere letto.
In Italia,
dicono tutti, si legge poco. Purtroppo è vero, ma non sembra
che la situazione stia peggiorando. Se osserviamo i
comportamenti dei più forti utilizzatori di nuove risorse,
come l’internet, vediamo che sono le stesse persone che
leggono più libri.
Le donne
leggono più degli uomini. Non solo narrativa. Un sintomo e
uno strumento della riscossa femminile.
Anche in
questo senso, la partita è aperta. E anche questo è un
problema che non si risolve in pochi anni. Le famiglie, la
scuola, la cultura, tutti i sistemi di comunicazione
dovrebbero impegnarsi meglio per diffondere la percezione di
quanto un libro può essere utile. Per imparare, per sapere,
per capire. O anche solo per divertirsi.
Giornali
e riviste
Suonano da
vent’anni le campane a morto sull’estinzione della carta
stampata. Certo, giornali e riviste hanno sempre più
concorrenza. Ma se qualcuno preferisce leggere un giornale
in rete anziché comprarlo in edicola sta sempre leggendo un
giornale.
La carta
sarà sostituita da qualcos’altro? Chi lo sa. Lo si diceva
dieci anni fa e una risposta chiara fu data da Jeff Bezos
(fondatore e presidente di “Amazon”, la più grande libreria
online) in un’intervista del 2000. “Se un giorno ci sarà un
nuovo supporto che si può piegare, arrotolare, mettere in
tasca, ritagliare, conservare o buttare nel cestino, insomma
se sarà comodo come la carta, di qualunque materiale sia
fatto in pratica sarà carta”.
Certo, oggi
possiamo mettere migliaia di pagine di testo in un aggeggio
portatile e leggere su uno schermo. Ma è molto meno comodo e
pratico. Nulla, almeno per ora, ci fa pensare che la carta
sia in estinzione. Se un giorno qualcos’altro sostituirà la
carta, come ottocento anni fa la carta ha cominciato a
sostituire il papiro e la pergamena, un libro sarà un libro
e un giornale sarà un giornale.
Si temeva,
una quindicina di anni fa, la morte del giornalismo. Altra
profezia sballata – o infondata paura. Certo, è scomodo
rinunciare a un privilegio. Chi scrive sul giornale ha il
controllo, non solo di ciò che afferma, ma anche di come lo
propone. Può parlare con i potenti, che lo ascoltano perché
lo temono o perché cercano di essere favoriti. Il lettore
sta nel gregge e si deve accontentare di quello che gli
somministrano. (Oggi si tratta della televisione più spesso
che della stampa, ma la gerarchia dei poteri è la stessa).
Con
l’internet i ruoli sono cambiati. Ciò che un lettore attento
poteva fare solo leggendo molti giornali e libri diversi, o
passando giornate in biblioteca, oggi è molto più facile.
Questo è un rischio per il cattivo giornalismo (che tuttavia
continua ad avere fin troppo spazio), ma non per chi ha la
vera capacità di dare testimonianza diretta o di essere un
valido mediatore culturale. Anche in una situazione in cui
tutti hanno parità di voce (cosa che in realtà accade
raramente) chi conosce meglio un argomento e lo sa meglio
spiegare ha comunque un meritato vantaggio.
I rischi
non sono provocati da lettori meglio informati (o almeno
capaci, se vogliono, di esserlo). I guai nascono da una
degenerazione dell’editoria (in modo, in parte, diverso da
quella dei libri). Da un’esagerata, e crescente,
concentrazione in poche mani della proprietà di troppe
testate. E dalle diffuse facilonerie del giornalismo di
maniera. Che sia su carta stampata, per radio, in
televisione o in rete, il problema è sostanzialmente lo
stesso.
Continua a
essere importante, insostituibile, il lavoro dei pochi e
bravi che vanno a vedere di persona (talvolta rischiando la
vita) o che si impegnano a fondo nell’analisi e nella
verifica delle fonti. Un buon articolo, che spiega in modo
semplice un problema complicato, può essere il frutto di
anni di studio e di esperienza.
Il
problema, anche in questo caso, sta nella qualità dei
contenuti. Ci sono troppe concentrazioni, troppe situazioni
di non sufficiente indipendenza. Troppa leggerezza nel
pubblicare qualche “velina” o la distratta ripetizione di
qualche luogo comune.
C’è
soprattutto una mostruosa omogeneizzazione. La più futile
delle notizie può diventare, a livello planetario, “il fatto
del giorno”. La più bizzarra delle panzane può fare il giro
del mondo prima che qualcuno si accorga che è un’idiozia.
Mentre fatti davvero importanti sono ignorati – o relegati
in poche righe a pagina quarantotto dove solo un occhio
molto addestrato riesce a scoprirle.
La sbadata
moltiplicazione delle testate non risolve il problema.
Spesso affidate a qualche outsourcing a basso costo,
o raffazzonate scopiazzando alla carlona, nascono e muoiono
come le mosche senza lasciare alcuna traccia se non un po’
di confusione in più.
Se qualcuno
immagina che le mie osservazioni, su questo come su altri
argomenti, siano “nostalgia del passato”, vorrei spiegare
che non è così. Un topo di biblioteca come me, che da
ragazzo ha fatto anche il bibliografo di mestiere, non può
non sapere che la fuffa c’è sempre stata. Ci sono, in tutte
le epoche dell’editoria, ponderose opere elegantemente
rilegate che non hanno alcuna utilità se non
nell’arredamento degli scaffali.
C’è
un’osservazione di Honoré de Balzac citata, non a caso, da
un brillante giornalista, Alberto Cavallari: “Se la stampa
non ci fosse, bisognerebbe soprattutto non inventarla. Il
giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne,
di tradimenti, che non possiamo attraversare, e dal quale
non possiamo uscire puliti”.
Ci sono
sempre stati contrasti, dubbi e polemiche È bene che la
stampa, come ogni attività culturale, sia in grado di
discutere anche su se stessa. I problemi ci sono, ma non si
risolvono con i piagnistei.
La paura
può essere peggio della realtà. I giornali non stanno
morendo e non è moribondo il giornalismo. Né si tratta di
reinventare un mestiere che ha secoli di storia. In parte
opportunistica e squallida, come ci raccontava Orson Welles
in un famoso film del 19416. Ma anche ricca di autentico
valore culturale.
Si tratta
di farlo bene, con impegno, con cura, con appassionata
qualità e con la voglia di correre qualche rischio per
uscire dalla prigione dei manierismi e dei luoghi comuni.
Non è
facile. Ma ce n’è molto bisogno. Un pezzo importante della
nostra civiltà dipende da giornalisti bravi, attenti,
curiosi e coraggiosi – e da editori e direttori che sappiano
trovarli e incoraggiarli.
Il
cinema
Dicevano
che il cinema avrebbe fatto morire il teatro. Era una
scemenza – e infatti non è vero. Poi si è pensato che la
televisione avrebbe ucciso il cinema. Altra panzana. Il
cinema ha compiuto 114 anni e non dà alcun segno di
vecchiaia.
(C’è una
cosa che la televisione ha fatto sparire: il cinegiornale.
Ma il cinema ha cento altre vite, compresa forse qualcuna
che non è ancora stata inventata).
Verrà un
giorno in cui saranno quasi dovunque grandi schermi al
plasma, o qualcos’altro che li sostituirà, e il cinema si
vedrà un po’ dappertutto, nelle piazze o nelle case, in sale
diverse da quelle di oggi, che comunque sono già cambiate
rispetto non molti anni fa? Chissà. Può darsi. O forse si
evolverà in modi oggi imprevisti. Ma il cinema è il cinema,
non cambia se sono diversi i proiettori, gli ambienti o gli
arredamenti delle sale.
Da
cinquant’anni vediamo i film in televisione, da trenta
registrati in una videocassetta (ora un dvd) – e possiamo
anche vederli sul monitor di un computer (cosa che
personalmente trovo scomoda, ma ognuno fa come gli pare).
“Andare al cinema” però è un’esperienza diversa. Nulla nelle
prospettive oggi immaginabili ci dice che sia destinata a
sparire.
I fratelli
Lumière pensavano che le sale di proiezione si sarebbero
chiuse quando la gente avrebbe smesso di stupirsi delle
immagini in movimento. Era probabilmente vero che se il
cinema fosse rimasto solo quello si sarebbe ridotto a
qualche padiglione nelle fiere, fra una giostra e un tiro a
segno.
Ma si è
presto capito che il cinema poteva fare altre cose.
Raccontare storie. Documentare eventi o luoghi poco
conosciuti. Nacquero presto anche gli “effetti speciali”,
come nei film fantastici di Georges Méliès – e poi in
capolavori come “Metropolis” di Fritz Lang. Straordinari se
si pensa alla limitatezza tecnica delle risorse di allora.
E con una
fertile fantasia che oggi, un po’ troppo spesso, manca
nell’uso banalizzato delle produzioni in elettronica.
Perché vale
la pena di ricordare questa storia? Perché, oggi come
allora, le tecnologie sono solo strumenti. La qualità
dipende dalle capacità umane di autori, sceneggiatori,
registi, attori, operatori, musicisti, eccetera – senza
dimenticare l’indispensabile ruolo di un montaggio
intelligente e di un’attenta segreteria di produzione. E
questo vale, ovviamente, per ogni forma di comunicazione e
di spettacolo.
Che cosa
direbbero Eschilo, o Aristofane, o Shakespeare, o Molière,
se vedessero le macchine di oggi? Non lo so. Ma immagino
che, dopo un iniziale stupore, si metterebbe di lena a
scoprire che cosa può fare con questi nuovi arnesi.
La radio
Dicevano
che la televisione avrebbe fatto morire la radio. Un altro
pezzo da mettere nel pittoresco museo delle previsioni
sballate (che continuerà ad arricchirsi, man mano che se ne
producono di nuove).
Che si
ascolti su un apparecchio statico, con una cuffia mentre si
va a spasso, in automobile, con un computer o con un
telefono cellulare, la radio è la radio, com’era quando ha
sconvolto e trasformato il mondo della comunicazione più di
ottant’anni fa.
Un fatto un
po’ dimenticato è che la radio si era sviluppata, già in
tempi che oggi sembrano remoti, non solo come
broadcasting a senso unico, ma anche come dialogo
personale, nelle reti tuttora esistenti dei “radioamatori”
come nella navigazione marina e aerea e nel sistema CB (citizen
band) particolarmente usato nelle comunità dei
camionisti (con il loro pittoresco linguaggio di cui
esistono divertenti vocabolari).
La
cosiddetta comunicazione peer to peer (riassunta in
P2P – una della miriade di sigle che servono più che altro a
confonderci le idee) esisteva molto prima che nascessero le
reti elettroniche.
C’è una
tecnologia che, a causa della comunicazione diretta per
radio, è praticamente estinta: l’alfabeto Morse. Un po’ è un
peccato. Perché un metodo semplice di trasmissione a punti e
linee si può usare in mille modi – non serve solo ai
carcerati per mandarsi segnali da una cella a un’altra.
Non solo la
radio è viva e vitale, ma in alcuni usi è insostituibile. E
ha ancora interessanti possibilità di evoluzione.
La si può
ascoltare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, anche
dove non c’è corrente elettrica (esistono radio a manovella
che non hanno bisogno neppure di una pila). Ha una velocità
di informazione che nessun altro strumento può pienamente
raggiungere (neppure la telefonia mobile, perché basta una
pila scarica o una mancanza di “copertura” per renderla
inservibile).
Non è un
caso che bravi professionisti della televisione si siano
formati nella radio. E anche chi non ha cominciato da lì
considera interessante la sfida di quell’esperienza. La
radio non è la “sorella povera”. È la mamma – e ha ancora
molto da insegnare. Alla sua veneranda età non dà alcun
segno di vecchiaia. Ha lo spirito e la vivacità di una
ragazzina, che sta ancora cercando di capire che cosa farà
da grande.
È
cominciato, ma non è compiuto, il processo di
diversificazione e specializzazione delle emittenti
radiofoniche. Non è facile capire quanto si possa evolvere
nella musica, dove si fa sentire la concorrenza
dell’internet e delle antologie personali. Ma un fatto è
chiaro: non siamo ancora arrivati a una situazione in cui ci
siano emittenti davvero selettive per genere e gusti
musicali.
C’è un
ovvio spazio di sviluppo nell’informazione, che può e
dovrebbe essere meglio “segmentata” per genere di notizie e
per orientamento di metodo e di opinione.
La radio
(qualunque sia lo strumento con cui la si ascolta) è anche
“unica nel suo genere” come presenza di compagnia. Molti la
ascoltano non solo quando stanno guidando un’automobile, ma
anche mentre lavorano.
C’è anche
chi (specialmente, ma non solo, mentre si occupa di faccende
domestiche) lascia accesa la televisione e la ascolta senza
guardarla. Cioè in quel momento, nonostante uno schermo
inutilizzato, è una radio.
La
televisione
Due cose
sono di moda. Una è parlar male della televisione. L’altra è
credere che tutto cambierà per motivi tecnici. Satellite,
digitale, “alta definizione” – e non so che cos’altro
qualcuno metterà in pista domani.
Sono
sbagliate tutte e due. Se una trasmissione ci annoia, o ci
dà fastidio, il problema non è “la televisione”. È come è
pensato e realizzato quel programma. Ma purtroppo non è vero
che “basta cambiare canale”. Benché l’offerta oggi sia
abbondante, anche andando in giro con il telecomando
troviamo spesso la stessa zuppa. E a questo non si rimedia
con le tecnologie.
Il problema
è l’abitudine. Il pubblico (specialmente quando è misurato
con i “grandi numeri” su cui si concentra la contesa per
l’audience) è abituato alla televisione così com’è e si
aspetta che quella sia. Come è stato per secoli con l’opera
dei pupi, o nella commedia dell’arte, oggi siamo doppiamente
prigionieri – da due punti di vista. Chi fatica a fabbricare
un’altra marionetta al posto di Orlando paladino, o
inventare un’altra maschera al posto di Pulcinella. E il
pubblico che quello si aspetta, malvolentieri accetta di
dover imparare a capire nuovi scenari e nuovi contenuti.
Questo è un
problema di tutta la comunicazione. C’è una generale
“omogeneizzazione” di cui è difficile liberarsi. Da
vent’anni ci stiamo dicendo che la televisione “generalista”
dev’essere sostituita da qualcos’altro. Questo sarebbe un
vantaggio non solo per gli spettatori e per le emittenti, ma
anche per chi fa pubblicità e potrebbe raggiungere il
pubblico più interessante con più selettività, meno spreco e
meno affollamento. (Questo problema c’è anche con gli altri
mezzi, ma è più evidente e ingombrante nel caso della
televisione).
Dirlo è
facile. Farlo, molto meno. Si tratta di reinventare un
mestiere. Di rompere le abitudini e dare spazio alle
“esigenze inespresse” del pubblico. Di ristrutturare gli
strumenti di misura, troppo grossolani e troppo orientati
genericamente ai “grandi numeri”.
Il problema
è quello della gatta frettolosa. Nessuna di queste soluzioni
può essere istantanea. Ci vuole tempo, pazienza, impegno per
trovare nuove strade. Ci vogliono anni perché cambino gli
orientamenti degli spettatori. Ci vuole sperimentazione e
verifica.
La
televisione è nata quando c’erano pochi canali (in Italia,
all’inizio, uno solo). È ancora tutto da imparare il modo di
farla quando possono essere centinaia. Insomma la
televisione ha quasi sessant’anni, ma come la più anziana
radio deve ripensarsi adolescente, reinventare la sua
identità.
Se
conoscessi la formula magica per fare nuova televisione, ci
sarebbe una coda alla mia porta di ambasciatori carichi di
ricchi doni. Ma in realtà non c’è alcuna miracolistica
panacea. Ci sono molte cose da imparare, un passo per volta.
Come diceva
Antonio Machado “la strada si fa nell’andare”. Non credo nei
miracoli improvvisi, né al “nuovo assoluto”. È più probabile
che in insieme di nuove idee e di maturata esperienza possa
produrre i campi di sperimentazione che, imparando lungo il
percorso, porteranno ai necessari cambiamenti.
Auguri a
chi ci riuscirà. Forse diventerà ricco e famoso, forse no se
qualcuno ruberà le sue idee. Ma si divertirà molto. E
divertirà anche noi, umili spettatori, che nonostante la
prigione delle abitudini, che non ci aiuta a scegliere (e
nonostante il malcelato disprezzo con cui molti ci trattano)
abbiamo, alla fine dei giochi, il potere di decidere che
cosa ci interessa e che cosa no.
In questa,
come in tutte cose, il primo passo è liberarci di una
vecchia e sciocca banalità. “Il pubblico è un ragazzino
scemo di undici anni”. A parte il fatto che ci sono
ragazzini di undici anni tutt’altro che scemi, devo
malvolentieri ammettere che ragionando in quel modo si
possono ottenere risultati. Ma l’esperienza insegna che si
possono ottenere risultati molto migliori facendo il
contrario, cioè rispettando e stimolando l’intelligenza del
pubblico. La fiducia è un valore che cresce nel tempo. Si
può perdere facilmente se la si tradisce. Ma, quando c’è, è
una risorsa preziosa.
Il problema
è che la stupidità si diffonde e si moltiplica con la cieca
invadenza di un virus contagioso, mentre l’intelligenza
richiede disciplina, metodo, immaginazione, armonia di
collaborazione e ostinato impegno.
La strada
della stupidità è facile. È in discesa. Ma in quale abisso
dovremo precipitare per capire che stiamo sprofondando?
Salire è
più difficile e impegnativo. Ma non è affatto vero che per
offrire contenuti di valore e stimoli interessanti si debba
essere noiosi.
Chi saprà
rompere (ovviamente non solo in televisione) il circolo
vizioso della stupidità non solo passerà alla storia come
benefattore dell’umanità, ma avrà anche esperienze
stimolanti che sono negate a chi rimane sommerso nella
palude dell’abitudine7.
La
cellulite
All’inizio
non era una malattia. Ho un piacevole ricordo della
confortante utilità dei primi impianti, quelli che pesavano
chili, si tenevano nel baule dell’automobile con un’antenna
sul tetto. A quell’epoca mi guardavano come un marziano
perché ero riuscito a installare uno di quegli arnesi su una
barca a vela e mi collegavo anche a decine di miglia dalla
costa. Cosa che allora sembrava impossibile.
La
telefonia mobile fu inventata nel 1947, ma i primi
“cellulari” nacquero nel 1979 e furono messi in commercio
nel 1983. Dieci anni più tardi cominciò una crescita più
veloce, che ebbe una forte accelerazione fra il 1997 e il
1999, particolarmente in Italia. Il numero di telefoni
cellulari ha superato quello delle linee “residenziali” nel
1998 e il totale delle linee “fisse” nel 2000. La curva di
crescita ora si sta assestando, perché ci si è avvicinata a
una soglia di “saturazione”8.
Ma siamo
malati di cellulite. I telefoni diventano sempre più
complicati e stracarichi di funzioni che poco o nulla hanno
a che fare con la loro fondamentale utilità. L’invadenza è
insopportabile, la schiavitù è opprimente, le difese ci
portano a diventare irreperibili.
Per non
parlare degli orripilanti sistemi di risposta automatica di
tanti servizi pubblici e privati che rendono la più semplice
richiesta un faticoso e snervante labirinto.
Sarebbe ora
di invertire il percorso. Riportare il telefono a fare più
semplicemente il suo lavoro. Installare o attivare altre
funzioni solo per chi, e quando, le vuole. Impostare i
servizi dal punto di vista delle persone che li chiedono e
non di chi pensa solo a complicarli, per suoi motivi
promozionali o per stupida incompetenza tecnica.
Questo è
uno degli esempi più vistosi (ma non è certo l’unico) di un
necessario e risoluto cambiamento di gerarchia. Le macchine
e i sistemi al servizio delle persone. Mai viceversa.
L’internet
Se vogliamo
giocare agli anniversari, possiamo dire che nel 2009
l’internet compie quarant’anni. Fra le varie presumibili
date di nascita, la più ragionevole è la costituzione nel
1969, negli Stati Uniti, del gruppo di lavoro ArpaNet – e la
definizione del primo “protocollo” inter-rete, che poi, nel
1978, è diventato “internet”.
Oppure
potremmo festeggiare i vent’anni del sistema world wide web,
che non è la stessa cosa (anche se non è sbagliata, in
pratica, l’attuale abitudine di considerare “internet” e
“web” come sinonimi). Un concetto su cui anche altri stavano
lavorando, ma prese il sopravvento la soluzione impostata da
Tim Berners-Lee, al Cern di Ginevra, nel 1989.
Quando nel
1980 si parlava di “era della comunicazione”, quasi nessuno
si era accorto che stavano entrando in gioco due risorse di
cui non si percepiva il potenziale di diffusione. Il
personal computer e l’internet. Tutte e due c’erano, ma
neppure attenti studiosi ne tenevano conto. È interessante
che si parlasse di “era della comunicazione” anche senza
sapere che nuovi strumenti avrebbero aumentato la
potenzialità della “risorsa infinita”.
Come la
stampa cinquecento anni prima, anche la rete era
“nell’aria”. Un’evoluzione che non molti avevano intuito, ma
era inevitabile, fin da quando era nato il telegrafo nel
1844, il telefono nel 1877 e gli elaboratori elettronici nel
1939 (pensati inizialmente come macchine da calcolo, ma già
nell’Ottocento si era capito che sistemi di quel genere
potevano servire per altri usi)9.
L’idea era
chiara parecchi anni prima che se ne trovasse l’applicazione
tecnica. Nel 1945 Vannevar Bush, in un articolo sull’
“Atlantic monthly”, aveva definito il concetto di un sistema
capace di costituire una rete mondiale di condivisione della
conoscenza.
Non è
infondata l’opinione di chi sostiene che ipotesi dello
stesso genere fossero state pensate da Lady Lovelace, cioè
Ada Byron, figlia del poeta, nel 1843, sulla base di sistemi
di calcolo ancora meccanici, ma già capaci di livelli di
elaborazione molto elevati rispetto alle macchine
precedenti.
Come nel
caso della stampa, del telefono e di altre invenzioni, “i
tempi erano maturi” per la nascita di un sistema come
l’internet. Se non fosse stato realizzato dal Network
working group negli Stati Uniti, si sarebbe arrivati a
qualcosa di molto simile in base ai progetti che si stavano
sviluppando, nello stesso periodo, in Gran Bretagna e in
altri paesi europei.
Diversi
sistemi di rete, e con diverse tecnologie, erano già
sviluppati, anche su scala internazionale, all’inizio degli
anni ottanta, prima che l’internet cominciasse a diventare
utilizzabile fuori dal ristretto ambito universitario in cui
era nata.
Quasi tutta
l’opinione pubblica, e anche gran parte della cultura meglio
informata, rimasero ignare di questi sviluppi fino a quando,
a metà degli anni novanta, i collegamenti alla rete
divennero largamente disponibili. Da allora si è detto e
scritto di tutto e il contrario di tutto. Questo è uno degli
argomenti più confusamente discussi e distorti, fra
insensate paure ed esagerati miracolismi10.
Potremmo
dirci che se la rete, come fenomeno diffuso, ha circa
quindici anni, è un’adolescente in cerca di identità. Ma
questo serve solo a confonderci le idee. Non è vero che
tutto stia cambiando vorticosamente e che ci dobbiamo
reinventare ogni sei mesi. Come dico e scrivo fin dai tempi
delle origini, la rete non è fatta di macchine, connessioni
e protocolli. È fatta di persone.
È ora di
smetterla con le mitologie e con le disquisizioni tecniche.
E di imparare a capire la rete per quello che è: un utile
strumento nella personale cassetta degli attrezzi che ognuno
di noi organizza secondo le sue esigenze. Per comunicare,
per informarci, magari anche per divertimento, sempre e solo
come ci serve – senza mai permettere che qualcuno o qualcosa
tenti di incanalarci dove non abbiamo alcuna intenzione di
andare.
Troppe
sirene cercano di confonderci. Giriamo al largo dalle loro
trappole e andiamo dove ci porta la voglia e la curiosità.
Il resto o è inutile o è pericoloso.
L’ambiguità dell’innovazione
Uno dei
problemi, nel capire e gestire la molteplicità delle
risorse, è l’ambiguo e distorto concetto di “innovazione”.
Più se ne parla, meno si capisce che cosa sia. Il marasma è
particolarmente evidente in alcuni settori, come le
telecomunicazioni e l’elettronica, ma c’è anche in ogni
genere di altre applicazioni.
La materia
è complessa, ma il criterio di base si può riassumere in due
semplici concetti.
La ricerca
scientifica e la sperimentazione “pura” devono essere
completamente libere. Troppo spesso non lo sono. Non si
tratta solo del fatto fondamentale che la conoscenza è un
valore in sé, ma anche delle infinite, e in molti casi
verificate in pratica, soluzioni concrete che derivano da
ricerche non mirate a quello scopo.
Le
applicazioni tecniche, invece, sono inutili, spesso dannose,
se non sono concepite e realizzate in base a specifiche
esigenze e tagliate su misura al servizio delle persone che
le usano. Molti problemi di cui stiamo soffrendo derivano da
malpensati marchingegni concepiti dal narcisistico
compiacimento di un tecnico o dal maniacale egoismo di chi
vuol vendere qualcosa di falsamente nuovo rendendo
inservibili metodi o strumenti ben funzionanti e solidamente
collaudati.
Il “nuovo”
fine a se stesso è una favola anche quando non è un
imbroglio. Il vero progresso nasce da sviluppi più
consapevoli ed equilibrati.
Il
potere dell’oscurantismo
Non è il
caso di ripetere qui ciò che ho scritto in un testo
pubblicato nel numero 7 (luglio 2008) di l’attimo
fuggente11. Mi limito a ricordare che non solo
l’oscurantismo non è sconfitto, ma continua a imperversare,
anche con repressiva e feroce violenza, in molte parti del
mondo. E non ne sono immuni neppure quelle culture che si
considerano più libere, consapevoli, civili, moderne e
progredite.
Dobbiamo
riscoprire i valori dell’illuminismo. Senza sperare che la
dea Ragione possa miracolosamente infonderci certezze. Il
progresso della conoscenza è fatto soprattutto di dubbi.
Come diceva Voltaire “il dubbio è scomodo, ma la certezza è
ridicola”.
Lo
smarrimento della conoscenza
Gli
sviluppi della scienza sono sconcertanti. Più si va avanti e
più si capisce che moltissimo resta ancora da scoprire. Ma
intanto abbiamo già imparato molte cose che ci lasciano
sbigottiti, perché mettono in crisi quelle che per millenni
erano sembrate indiscutibili certezze.
Ma è
inutile cercare rifugio nell’ignoranza. Il vaso di Pandora è
irrimediabilmente aperto. Prometeo ha definitivamente tolto
agli dei (o alle segrete confraternite di iniziati) il
privilegio della conoscenza. E siamo solo agli inizi di uno
sviluppo che (se nel frattempo non avremo scatenato qualche
forza esageratamente distruttiva) ci porterà a scoperte che
di nuovo cambieranno, non possiamo prevedere come, le
prospettive del conoscere.
Copernico,
che ai suoi tempi scandalizzava i benpensanti, oggi sarebbe
sbigottito. Il suo universo andava poco oltre l’orbita di
Saturno. Non poteva immaginare che il sistema solare fosse
uno di miliardi nella galassia che è una fra miliardi di
galassie.
E non è
meno sconvolgente l’esplorazione dell’infinitamente piccolo,
dove stiamo immaginando un numero crescente e confuso di
“particelle”, di “onde”, di “forze” e di altri fattori di
interrelazione perché non siamo ancora riusciti a capire
quali siano, e come siano definibili, gli elementi di base
del sistema.
È
altrettanto radicale il cambiamento prodotto da Darwin e da
altri che hanno definito la teoria dell’evoluzione. Uno
sviluppo ancora in corso, che cambia profondamente il
significato della vita e dell’umanità, rispetto alle
apparentemente presuntuose, ma in realtà umilianti,
concezioni che ci collocano come creature privilegiate al
centro dell’universo.
La
percezione che oggi abbiamo è sconvolgente, ma non ha motivo
di farci paura. John Updike lo spiega così. “L’astronomia è
ciò che abbiamo ora invece della teologia. Meno terrore, ma
nessun conforto”.
Ha ragione.
Sono molto più terrorizzanti le percezioni che ci hanno
afflitto per millenni, di un’umanità preda delle bizzarrie
di dèi onnipotenti e capricciosi, di un perverso e
immutabile destino, di forze demoniache, di streghe e
stregoni, maghi e fattucchiere. La conoscenza è rischiosa,
ma non è mefistofelica. È molto più dannosa l’ignoranza.
L’universo
in cui viviamo non è quello dei quadri di Hieronymus Bosch.
È la sconcertante bellezza di ciò che ci mostrano i
telescopi o le microfotografie delle strutture viventi.
Affascinante, ma ancora difficile da capire.
Il problema
della scienza è che sta facendo enormi progressi in modo
sempre più specialistico. Quella che ci manca è una visione
di insieme, una filosofia nutrita di scambi
“interdisciplinari”, insomma un nuovo Epicuro o un nuovo
Lucrezio che ci sappia spiegare qual è, alla luce delle
conoscenze di oggi, “la natura delle cose”. Non solo con
rigore scientifico, ma anche con qualche slancio di umanità
e di poesia.
Se questo
sembra un discorso astratto, o troppo teorico, può essere il
caso di pensarci un po’ meglio. Quella fusione di filosofia
e poesia, di scienza e arte, di tecniche e mestieri, che ha
prodotto lo splendore del Rinascimento, è ancora più
necessaria oggi per avere una visione culturale, e
applicazioni concrete, che nessuna specializzazione, per
quanto raffinata, può ottenere separandosi dal resto della
conoscenza.
Abbiamo
bisogno di un nuovo umanesimo. Non è così difficile come può
sembrare. Ma occorre che ognuno di noi, nelle grandi imprese
come nelle cose piccole di ogni giorno, sappia guardare
oltre i limiti delle sue prospettive abituali. Con
inguaribile e inesauribile curiosità. Che si tratti di
soddisfare con inaspettata semplicità l’urgente ed enorme
esigenza delle energie rinnovabili o di assaggiare una
polvere da pittura e inventare il risotto alla milanese.
L’abominevole impero della finanza
Qual è il
mostro che ha divorato le nostre speranze, che ha preso il
sopravvento mettendo in ombra e in crisi gli sperati lumi
della nascente “era della comunicazione”? Sono tanti, di cui
alcuni noti e prevedibili, altri che si nascondevano in
oscure, ma estese, tenebre culturali di cui avevamo
sottovalutato la presenza. Ma ce n’è uno in particolare che
ha effetti devastanti. E non solo per la “crisi” di cui si
sta parlando in questo periodo. È la finanza speculativa.
Non si
tratta di aggiungere qualche dispersa goccia alla
travolgente marea di inchiostro (e di chiacchiere) su questo
argomento. Ma c’è un fatto chiaro di cui quasi nessuno sta
parlando. Il problema era ben identificabile quasi
trent’anni fa. Non è una coincidenza casuale che si tratti,
anche da questo punto di vista, degli anni ottanta.
La finanza
selvaggia, speculativa, avventuriera, c’è sempre stata. Ma
qualcosa è cambiato all’inizio del penultimo decennio del
secolo scorso. Quella che prima, anche se diffusa, era
considerata un’anomalia divenne la regola. Trionfante e
trionfale, lodata e ammirata, venerata come un nuovo culto
mistico.
Non ho
alcuna competenza specifica in finanza e amministrazione (ma
forse, proprio per questo, ci vedo un po’ più chiaro di chi
complica le cose fino a renderle incomprensibili). Era molto
evidente, anche a un profano, che intorno alla metà degli
anni ’80 era cominciato un grosso cambiamento non solo nel
funzionamento del mercato azionario, ma in generale nel
concetto di impresa12.
L’economia
reale andava in eclissi. La speculazione sembrava poter
produrre, all’infinito, ricchezza sempre crescente, senza
alcun rapporto con beni concreti o servizi utili. Un immenso
castello di carte, senza fondamenta né struttura, cresceva
sempre più alto e sempre più rischioso. Era evidente che, in
un modo o in un altro, sarebbe crollato.
Il problema
è che la frana travolge non solo cartacce sventolanti e
aliti irreali di denaro immaginario, ma fa crollare anche le
mura del mondo reale. Sotto le macerie c’è l’intera economia
di tutto il pianeta. E, ancora peggio, la sofferenza umana
di chi perde il lavoro, la casa, la qualità della vita o le
speranze per sé e per la sua famiglia.
Le bolle si
gonfiarono e si sgonfiarono (una particolarmente evidente
alla fine del secolo scorso). Era un sussulto che un buon
sismologo avrebbe potuto individuare come prodromo di un
devastate terremoto. Ma di quei segnali non si tenne alcun
conto.
Alcuni casi
vennero alla luce (qualcuno anche in Italia). Portarono a
fallimenti e condanne penali. Ma si preferì fingere che
fossero casi isolati, mentre erano solo piccole punte di un
immenso e fragilissimo iceberg. Non è facile capire quanto
fosse il cinismo di après nous le déluge (certo molti
sono scappati con la cassa – o hanno nascosto soldi veri in
qualche “paradiso fiscale” dove sarà difficile andare a
riprenderli). O quanto sia, semplicemente, maniacale
stupidità. Ma non per questo perdonabile.
Ci vorranno
alcuni anni per capire se avremo imparato la lezione o se,
passata la buriana, ricadremo nella stessa trappola o in una
diversa, ma altrettanto catastrofica. Se non saremo capaci
di usare senza troppa miopia almeno il “senno di poi”, sarà
un trionfo ancora più perverso del potere della stupidità
umana13.
E
domani?
Non ho
alcuna intenzione di azzardare profezie. Potrei anche
divertirmi a farlo – perché, come dice Scott Adams:
“Prevedere il futuro è un ottimo modo per essere un autore
di successo. Quando si scoprirà che le mie previsioni sono
sbagliate sarò morto”14. Ma ci sono già troppi profeti, che
sbagliano con tracotante supponenza (non è facile capire
quanto lo facciano per arroganza e quanto per favorire
interessi loro o altrui – occulti o fin troppo palesi). Mi
convince di più la sintetica osservazione di Niels Bohr:
“Prevedere è difficile, specialmente il futuro”.
Ma ciò non
vuol dire che dobbiamo avventurarci nel buio senza neppure
la lanterna di Diogene. Una cosa mi sembra chiara: siamo in
una fase di turbolenza. Ovviamente ce n’è sempre stata,
anche in quei periodi delle vicende umane che a distanza di
secoli o millenni ci sembrano statici e quasi omogenei. Le
lezioni della storia sono sempre utili. Ma è il tempestoso
mare di oggi quello in cui dobbiamo trovare una bussola e
tracciare una rotta.
È una
pericolosa illusione credere che abbiamo imparato a
governare i nuovi strumenti di cui disponiamo. Non solo sono
fenomeni ancora in evoluzione, ma pochi decenni non bastano
per aver imparato come si fa. Questo è un problema per chi
va cercando false certezze o si illude di avere capacità
profetiche. Ma da un altro punto di vista può essere
un’avventura stimolante.
L’arte
della comunicazione sta nell’esplorare le risorse, scegliere
quelle che meglio corrispondono alle nostre esigenze,
cercare e inventare percorsi, insomma “farsi una rete su
misura” come dicevo in un mio libro di quasi dieci anni
fa15. 14 Non solo nell’internet, ma in tutti i sistemi di
comunicazione.
Plutarco
diceva: “se sai ascoltare, impari anche da chi parla male”.
Chissà che cosa direbbe oggi. Ma, in ogni caso, comunicare
bene vuol dire soprattutto saper ascoltare. Non si tratta di
“leggere fra le righe”, ma di capire quanto possiamo
imparare non solo dalle notizie e osservazioni più
stimolanti, ma a che dal contesto in cui si collocano le
cose apparentemente più inutili e sciocche.
Non c’è
umanità senza comunicazione. E nessuno, mai, può illudersi
di aver imparato abbastanza. Il desiderio di imparare,
cercare, esplorare, scoprire è la caratteristica più
interessante della nostra specie. Se perdessimo quella
qualità non avremmo più il diritto di chiamarci umani.
1) “L’arte di comunicare, così
antica, così nuova”, “L’attimo fuggente” n. 9, dicembre
2008.
2) Ci sono tanti testi sull’argomento. Ma tre libri,
in particolare, mi avevano indotto a parecchi ragionamenti –
e qualche speranza. Due pubblicati nel 1980, “The third wave”
di Alvin Toffler e “Le défi mondial” di Jean-Jacques
Servan-Schreiber. Uno nel 1982, “Megatrends” di John
Naisbitt. Oltre agli studi del “Club di Roma” (Aurelio
Peccei) che nel 1980 avevano aperto orizzonti di allarmante
perplessità, ma anche di possibile progresso, poi un po’
troppo distrattamente dimenticati dalla cultura dominante.
3) Vedi “Il
passaparola” in gandalf.it/storia/storia01.htm – è il primo
capitolo di “Cenni di storia dei sistemi di informazione e
comunicazione”, un esteso documento che riguarda anche la
stampa, i mezzi audiovisivi e i sistemi elettronici.
4) Il primo prototipo di personal
computer è del 1968, ma la diffusione è cominciata dieci
anni più tardi. Pochi ricordano che i primi sistemi di
scrittura elettronica derivavano dalla dattilografia, non
dai calcolatori. Se lo sviluppo fosse continuato su quella
strada forse avremmo tecnologie più efficienti e meno
pasticciate. Ma l’esperienza dimostra (come il caso della
telefonia mobile) che la tendenza alla complicazione è
enorme, perciò siamo costretti ad attraversare la bufera
perversa delle complicazioni inutili e invasive prima di
approdare (chissà quando) in un più sereno porto di
ragionevole efficienza.
5) C’è un accenno a questo problema in un breve
testo che avevo pubblicato nove anni fa “Il generale Biperio
e il flop del wap” (agosto 2000) gandalf.it/net/biperio.htm
– e ci sono alcune osservazioni su un aspetto particolare,
la confusione degli inglesismi, in “Ambiguità di alcune
parole inglesi” gandalf.it/ambigui.pdf
6) Il
titolo del film era “Citizen Kane” (in italiano “Quarto
potere”). Vedi gandalf.it/offline/ kane.htm
7) Vedi “Il circolo vizioso
della stupidità” capitolo 18 di “Il potere della stupidità”
online gandalf.it/stupid/
8) Una sintesi dell’evoluzione
della telefonia si trova nel decimo capitolo della già
citata storia dei sistemi di comunicazione gandalf.it/storia/storia10.htm
9) Ci sono esempi più antichi.
Non è esattamente vero che nel periodo ellenistico ci
fossero i computer, ma recenti studi archeologici hanno
trovato macchine meccaniche di notevole raffinatezza, che
non servivano solo per “fare i conti”, ma anche per
elaborazioni tecniche, studi astronomici e filosofici. Di
quegli strumenti si sono perse le tracce per
millecinquecento anni, fino a quando nel diciassettesimo
secolo, e più industrialmente nel diciannovesimo, si è
ricominciato a progettare macchine da calcolo capaci di
gestire crescenti complessità. Vedi Il computer di Archimede gandalf.it/arianna/olimpia.htm e la cronologia in gandalf.it/uman/crono.htm
10) Una serie di analisi sullo
sviluppo della rete in Italia e nel mondo si trova online gandalf.it/dati/
11) “Il potere
dell’oscurantismo”, capitolo 23 di Il potere della
stupidità. Si trova anche online gandalf.it/stupid/cap23.htm
12) Ci sono documenti precisi, di
quell’epoca, che offrono chiare diagnosi sulla natura
dell’infezione che è poi diventata epidemia. Per esempio un
libro pubblicato nel 1990: “Barbarians at the gate” di Bryan
Burrough e John Helyar. Descrive con minuziosa precisione
uno dei più clamorosi episodi di “conquista” di una grande
impresa con la manipolazione di denaro immaginario. È stato
ristampato molte volte, anche recentemente – e ne è stato
ricavato un film. Ma era e rimane ignorato dall’opinione
dominante, insieme ad altre testimonianze dello stesso
genere. Intanto i barbari hanno varcato tranquillamente il
cancello, senza trovare resistenza – e si sono sontuosamente
installati nelle stanze del potere. Fermarli allora non
sarebbe stato difficile. Scacciarli ora è una battaglia
molto più impegnativa. E, come stiamo tardivamente
constatando, il costo è enormemente alto – non solo in
termini di denaro, ma anche (e soprattutto) di sofferenza
umana e sociale. C’è anche una domanda preoccupante: se
saranno davvero scacciati dal palazzo i furfanti e i
giocolieri, gli indovini e i negromanti, dove si troverà
qualcuno che sia in grado di governare l’economia, quando
quasi tutti l’hanno disimparato?
13) Vedi “Il (dis)senno di poi”
gandalf.it/stupid/dissenno.htm
14) Scott Adams “The Dilbert Future – Thriving on
Business Stupidity in the 21st Century” (1997) pagina 4. Non
è un trattato sulla stupidità, né una “profezia” sul
ventunesimo secolo, ma è un’acuta e ironica analisi della
degenerazione strutturale e culturale delle imprese (che,
negli anni seguenti, ha continuato a peggiorare).
15) Capitolo 1 di “L’umanità
dell’internet – le vie della rete sono infinite”. Online gandalf.it/uman/01.htm
*Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille
mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua
attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura
umana. Afflitto da inguaribile e impenitente bibliofilia, ha
anche scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il potere
della stupidità”). Il suo sito online è
http://gandalf.it
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OSCAR WILDE
Le donne
brutte sono sempre gelose dei loro mariti. Le donne
belle non ne hanno il tempo. Sono
sempre troppo impegnate
ad essere gelose dei mariti
altrui.
(Da “ Una
donna senza importanza”, 1893)
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