AMARCORD

IL DINAMISMO ONNIVORO DI GIANNI BRERA


Avvertiva la necessità di essere considerato il numero uno,
di provocare sorpresa e meraviglia, e di alimentare il mito
del giornalista estroso e più preparato sul piano teorico e pratico


 

Ottavio Rossani*


“Lo scudetto del Cagliari rappresentò il vero ingresso
della Sardegna in Italia. Fu l’evento che sancì
l’inserimento definitivo della Sardegna nel costume italico”.
Gianni Brera



Ho conosciuto Gianni Brera un po’ tardi. Nel 1977. Ero arrivato a Milano nel 1962 per fare l’università. Ma avevo cominciato subito a lavorare per i giornali. Facevo il giornalista “abusivo”, come si diceva allora. Fino al 1968 sono stato collaboratore del quotidiano “L’Italia”, che allora era il giornale della curia milanese. Poi, nel 1968 la testa si fuse con l’ “Avvenire d’Italia” di Bologna, e da quelle ceneri è sorto “Avvenire”, l’attuale organo della Cei (Conferenza episcopale italiana). Sono quindi passato da una testata all’altra in attesa di essere “assunto” in modo regolare, cosa avvenuta nel 1970. Così sono entrato al “Corriere della sera” L’allora direttore Giovanni Spadolini mi destinò al “Corriere d’informazione”, dove sono rimasto fino al 1979, finché cioè Franco Di Bella non mi chiamò al “Corriere della sera”.

Nell’arco di quei due decenni, Sessanta e Settanta, Gianni Brera era un nume del giornalismo sportivo, ma anche un giornalista a tutto tondo, che collaborava a diverse testate. Non riuscivo a seguirlo, ovviamente, in tutte le sue evoluzioni. Ma ero abbastanza informato su di lui, sulla sua scrittura, su come aveva influenzato il linguaggio del giornalismo italiano con quel suo modo di scrivere che io allora definivo “ibrido”, e che oggi, con eleganza critica, ritengo si debba definire “contaminatorio”.

In altre parole, aveva creato il “brerese”, che altro non era se non una formidabile miscela esplosiva, fatta di italiano, dialetto pavese, ma soprattutto lombardo, con tutta una serie di arredi linguistici tratti da francese, spagnolo, inglese e perfino tedesco. Per non parlare del fatto che in ogni Paese in cui si recava per le cronache di calcio (ma all’inizio le sue cronache scintillanti sull’atletica sono state vere frustate, che avevano scrostato la conformità e piattezza del giornalismo sportivo ancorché fosse già il vero giornalismo popolare italiano) attingeva a piene mani alle lingue locali per rafforzare (spesso con le necessarie traduzioni o spiegazioni degli innesti) l’arazzo delle sue pirotecniche sceneggiature.

Sapeva fare delle cronache puntigliose e appropriate di ogni evento di cui si occupava, ma nello stesso tempo ogni volta dava una lezione di stile e di inventiva giornalistica a tutti. Tanto che spesso appariva un po’ “bauscia”, come si dice a Milano. Leggendario ormai il suo contrasto con Gino Palumbo, scrittore compìto e razionale del calcio e della realtà. Contrasto su tutti i piani: della scrittura, della concezione del giornalismo, della militanza e del tifo per una squadra (anche se in fondo Brera teneva al Genoa in modo tutto sommato inspiegabile). Insomma, a un certo punto sono arrivati perfino alle mani in tribuna stampa e fu Brera a mollare un uppercut micidiale contro Palombo che, nonostante fosse napoletano, non reagì e se ne andò con un aplomb invidiabile, di assoluta eleganza.

Ma la loro “inimicizia” è rimasta per sempre, perché opposte e nemiche erano le loro concezioni del calcio giocato e, di conseguenza, anche del modo di scrivere il calcio. Comunque, il merito professionale di Gianni Brera era chiaro a tutti, al di là delle contingenze quotidiane, che lo portavano a gesti e prese di posizioni plateali per quella sua necessità assoluta di essere il numero uno, colui che poteva provocare sorpresa e meraviglia, e che doveva alimentare il mito del giornalista estroso e più preparato, sul piano teorico e pratico (aveva praticato il calcio nelle giovanili del Milan e con rammarico era stato costretto ad abbandonare una carriera sportiva che si profilava molto interessante).

Ha scritto al proposito Bruno Pizzul: “A dispetto delle apparenze, Gianni non era un vanaglorioso. Gli piaceva, sì, raccontare a tavola o nei celebri “Arcimatto” (la rubrica che ha tenuto a lungo sul “Guerin sportivo”, di cui è stato anche direttore, dopo la “Gazzetta dello sport”, N.d.A.) l’antico suo mondo paesano ai margini del Po, le fatiche per assicurarsi il lesso, le strizze e il paracadute, i furgoni e le imprese da partigiano, ma lo faceva senza andare sopra le righe, spesso dando l’impressione di non prendersi troppo sul serio, per quanto drammatici fossero gli eventi. Rimase invece sempre fiero della personale crociata, come direttore della Gazzetta, di bandire dal calcio italiano l’imperante e deleterio WM.

Passò per eretico bestemmiatore, affossatore dello spettacolo, becero difensivista. Rispose naturalmente per le rime, circondato dai pochi fidi pretoriani che s’era scelto. Fu un periodo fecondo per il giornalismo sportivo italiano: di pallone si cominciò a parlare in modo serio, non più da fini scrittori che non conoscevano il calcio né da vecchi pallonai che non ne sapevano scrivere”.

Bene, lasciamo alla volontà di conoscere del lettore, l’approfondimento della biografia di Brera. Su di lui sono stati scritti una miriade di libri. Cito solo il più recente: “Gianni Brera: un artigiano dello scrivere”1, che raccoglie una buona parte degli atti del convegno che si è tenuto nel novembre 2008 presso la biblioteca Sormani di Milano. Oltre a testimonianze di colleghi, c’è un ricordo “familiare” del Brera giornalista proposto dal figlio Paolo, che ora cura la ripubblicazione di tutta l’opera del padre, un corpus imponente di articoli, ma anche di romanzi e saggi, il più noto dei quali è “La storia critica del calcio italiano”. Tra i romanzi, il più noto è “Il corpo della ragassa”.

Torno quindi al mio primo incontro con lui, che non è stato facile, anche se la sua disponibilità è stata totale. Non è stato facile perché pensavo di non essere preparato ad affrontare un personaggio così forte, così sanguigno, così prorompente, almeno per come l’avevo conosciuto dai giornali e dalla televisione. Sì, la televisione: proprio in quel 1977 aveva cominciato una collaborazione alla “Domenica sportiva”, la storica trasmissione di Rai uno. E proprio per questa novità ero stato incaricato di intervistarlo. Così, nel giro di due giorni, cercai di sopperire – per così dire – alle lacune di conoscenza nei suoi confronti, leggendo la sua storia del calcio.

Per farla breve, un giorno Piero Dardanello, giornalista sportivo di grande efficacia, responsabile dei servizi sportivi del “Corriere d’informazione”, amico e allievo di Brera, di cui era anche uno dei pochi pupilli, mi chiamò e mi chiese: “Te la senti di intervistare Gianni Brera su questa sua nuova esperienza in televisione?”. Ovviamente risposi di sì entusiasta. La domanda però era stata quanto mai giusta e appropriata. Sapevamo entrambi, infatti, che “Gioanbrerafucarlo” non era un tipo semplice.

Disponibile sì, ma esigente. Sapevamo entrambi che se uno non gli andava a genio poteva scorticarlo vivo, soprattutto in pubblico. E non per cattiveria, ma solo perché non sopportava che qualcuno potesse essergli antipatico o potesse non essere all’altezza della situazione, sia per cultura sia per ignavia. Insomma, un incontro poteva risolversi in allegria o in un disastro. Dipendeva anche dal suo umore, dal rapporto “a pelle” e dalla capacità di chi lo avvicinava di suscitare in qualche modo la sua attenzione. Lui non aveva tempo da perdere e non lo mandava certo a dire. Mandava al diavolo l’importuno e buona notte. La domanda di Piero Dardanello voleva dire, in altre parole: sei in grado di presentarti nel modo adeguato, preparato, e nel caso di tenergli testa? Il mio sì aveva voluto rispondere a queste domande inespresse.

La mia non era arroganza, ma desiderio di fare qualcosa di diverso. Entusiasmo di avvicinare un maestro di giornalismo che, se anche non aveva su di me influenza diretta, mi appariva comunque un’opportunità da non perdere. E certo, il rischio di farmi liquidare con freddezza e con un certo spregio per la mia dabbenaggine, c’era. Come c’era quando si approcciavano a lui calciatori, allenatori, atleti. Anche se in realtà nella maggior parte dei casi era lui che andava a sollecitare quegli interlocutori che lo interessavano per la sua professionalità. Ma a ricordare bene quei tempi, molti presidenti di società di calcio (spesso presuntuosi e beceri) avevano un sano timore di essere sbeffeggiati da Brera. E ricordo un tumultuoso battibecco in tv tra Brera e il calciatore Bettega (che proprio Brera aveva battezzato cabeza blanca, riportando l’appellativo dai giornali sudamericani in occasione di una trasferta della nazionale italiana), proprio per il modo irriverente di Brera di affrontare qualsiasi tipo di argomento.

Già da anni Brera aveva ingaggiato la sua personale guerra contro “napule”, come chiamava Gino Palumbo. E sapevo che qualche battuta pepata sui meridionali ogni tanto gli scappava. Anche se una volta a chi gliene chiedeva ragione, disse: “a chi mi dice che sono razzista, rispondo che è un imbecille. Ma se gli italiani non sono una razza, come si può essere razzisti?”. Una risposta che, come si vede, eludeva il problema, tentando di ridicolizzare l’intervistatore.

Di sé diceva: sono di sinistra, ma socialista radicale (infatti, si è presentato per due volte candidato nel Psi, ma non è stato eletto; nei suoi comizi diceva tutto ciò che poteva nuocergli); sono lombardo e me ne vanto. A chi lo accusava di essere “leghista” opponeva un chiaro spostamento di prospettiva, sostenendo “non sono leghista, ma lombardo”.

Tuttavia è lui che ha inventato la parola “Padania”. Ed è indubbio che la Lega di Bossi da lui ha copiato. Anche se Brera non è mai stato ideologo di un ipotetico stato chiamato “Padania”. Insomma, aveva la capacità di trovare l’escamotage della parola sempre spiazzante per chi tentava in qualche modo di metterlo in un angolo. E di ring se ne intendeva perché aveva anche tirato un po’ di boxe. E a proposito della lunga guerra con Palumbo, si è detto che proprio a causa di Palumbo egli non ha mai potuto andare al “Corriere della sera”. Cosa non vera, secondo la testimonianza di Pilade Del Buono (vedi il libro su citato), perché in realtà c’era stato un momento in cui Michele Mottola, caporedattore del “Corriere della sera”, nel 1962, è stato molto incerto se proporre al direttore Alfio Russo come responsabile dello sport Brera o Palumbo. E alla fine scelse quest’ultimo.

Brera comunque è stato un combattente, ma non stupido. Il contrasto con Palumbo sul piano della teoria pedatoria (egli sosteneva il difensivismo, perché pensava che i calciatori italiani non fossero dotati fisicamente come tedeschi e inglesi, mentre Palumbo era per un gioco offensivo e artistico, come era stato fin’allora nella tradizione italiana, con alti e bassi, ma con due titoli mondiali ai tempi di Pozzo, 1934 e 1938), ma in un certo senso anche sullo stile di vita (Brera esuberante, Palumbo contenuto), non è mai arrivato alla meschinità. Non so se è vero, ma gira questo racconto: quando Brera si dimise dalla seconda direzione della “Gazzetta dello sport”, i proprietari gli chiesero di indicare chi potesse essere il suo successore. Egli suggerì proprio Palumbo. Al direttore generale che a quel punto gli chiese di restare come collaboratore della testata, egli avrebbe risposto: “Ho consigliato Palumbo come direttore, ma non come mio direttore”.

E se ne andò senza sapere su quale giornale avrebbe pubblicato i suoi articoli. L’aneddoto in ogni caso è dimostrativo del fatto che Brera fosse una specie particolare di “bastian contrario”, ma anche molto generoso.

Torniamo quindi al 1977. Dalla seconda settimana di settembre Brera era ospite commentatore della “Domenica sportiva”. Dopo due apparizioni, fioccavano le polemiche. Parlava in tv come scriveva sui giornali, “senza rete”, cioè senza la cautela che si richiedeva allora nel mezzo televisivo. Nel breve volgere di pochi giorni Brera era diventato una notizia (già superata, peraltro) ma soprattutto un fenomeno di cultura e di costume, che non si sapeva ancora dove sarebbe approdato.

Andai a fare l’intervista a casa sua, nell’appartamento di via Cesariano. E già dall’incipit, appena mi aprì la porta, nel primo pomeriggio di un giorno ombroso, come viene a Milano talvolta a settembre, capii che quell’ora che mi avrebbe dedicato (“e non un minuto di più”, aveva detto perentorio al telefono) sarebbe stata un fuoco d’artificio. Esordì, infatti, con una specie di urlo soffocato, diretto verso una porta aperta nel soggiorno: “O moglie, ecco qui un collega giornalista! Perché non ci porti un caffè?”. Ma poi dopo il caffè tirò fuori lui stesso una bottiglia di whisky. Ecco il mio primo approccio con il “figlio legittimo del Po”.

Avevo letto qualche suo passaggio autobiografico e quell’aggettivo “legittimo” aveva colpito la mia immaginazione. Legittimo perché? C’erano molti altri figli “illegittimi”? O lo erano tutti gli altri? Oppure “legittimo” significava che solo lui aveva la legittimità di parlare del Po, della pianura padana, della Lombardia, del Nord d’Italia, perché aveva le competenze giuste, che affondavano nella storia, nella memoria e nelle scazzottate in riva al Po di San Zenone? Ma in quel salone inondato di luce dalla via Cesariano dimenticai tutti questi pensieri e mi concentrai sull’evento: mi trovavo davanti al “gran lombardo” che aveva inventato una nuova lingua per lo sport e per la vita. (Mutuo questo omaggio da Emilio Gadda – come del resto hanno fatto altri –, scrittore per il quale effettivamente Brera aveva una venerazione, anche se non l’ostentava, dal momento che era stato paragonato a lui per le sue arditezze linguistiche, che gli avevano permesso oltre che scrivere in modo innovativo articoli e romanzi, di appioppare epiteti a chiunque). Fu sufficiente la prima domanda e poi tutto scivolò via come un fiume, come il Po quando è in buona, acqua abbondante e nessun danno. Ed ecco l’articolo che pubblicai sul “Corriere d’informazione” il 24 settembre 1977.

“Un’intervista a Gianni Brera perché da due settimane con le sue battute mordaci intrattiene gli aficionados della “Domenica sportiva” sulle vicende del campionato di calcio. I suoi “eroi del gol” nascono e muoiono in un minuto. Nella prima puntata, sbattuto in bretelle davanti alla telecamera (“Non me ne importa niente, ma da parte loro è stato un po’ di cattivo gusto. La giacca me l’ero portata: bastava che mi dicessero “andiamo in onda” e l’avrei messa”) ha coniato seduta stante l’appellativo che, scommettiamo, seguirà la promettente carriera di Virdis, il “duemiliardi” juventino giunto fresco nell’isola di Gigiriva. Gli sportivi hanno appreso da Brera che d’ora in poi Virdis si chiamerà “Massinissa”. Perché poi? È semplice: “Perché il ricciuto mi ricorda i Numidi”.

Tempo fa avevo letto che Gianni Brera ambiva al ruolo di presentatore della “Domenica sportiva”. Ambizione legittima che la Rai ha sempre snobbato. Ora invece è lì, con quella barbetta biancheggiante, col suo pancione che beatamente esibisce, col suo sorriso che illanguidisce la sempiterna pipa e ha già cominciato a far innervosire qualche telespettatore. È così, gli chiedo timidamente.

Scriva”, mi ordina. Di solito parla a ruota libera, non gliene frega niente che il collega prenda appunti, purché poi l‘articolo non dica il contrario di quel che lui rocambolescamente gli ha rovesciato addosso.

”Giuro che non ho mai avuto questa ambizione. Però, quando vent’anni fa sentivo deformare la critica sportiva da colleghi che non avevano il coraggio di dire la verità (e come fa ad avere il coraggio, se la Tv gli dà da mangiare!?”) mi sentivo offeso dalla loro palese ignoranza della tecnica, dalle lacune dell’informazione, dalla distorsione dei fatti”.

Insomma, davanti al video è il suo posto ormai. Giusto?

“Sono andato lì con 20 anni di ritardo. Ma è meglio così. Perché posso dire quello che voglio. Parlo come viene. Non mi devo preparare. Perciò può scapparmi una battuta, una parola, un discorso che non va bene ai dirigenti tivù e allora possono cacciarmi. E per me sarebbe meglio, perché ci guadagnerei. Capito? Solo chi ha già da mangiare può essere libero. Come facevano i miei colleghi televisivi, che con quel lavoro dovevano sopravvivere, a dire tutto quello che doveva essere detto? Io invece oggi sono ricco e me ne infischio! Ricco nel senso che posso lavarmi tutti i giorni con l’acqua calda , perché io sono nato povero…”.

Fisso la barba che si muove al ritmo della sua verve, la bocca che butta parole come espulse da un vulcano. Brera comincia a parlare e continua seguendo il suo filo, nessuna interruzione può condizionarlo, gestisce tutto lui nell’incontro, argomenti, velocità.

“… I miei genitori erano poveri. Perciò potevo lavarmi solo due volte l’anno, a Natale e a Pasqua. Famiglia povera in uno dei paesi più ricchi d’Italia, dove la giustizia sociale è rimasta quasi intatta, cioè com’era prima, cioè ingiustizia…”.

Guarda verso la finestra e sbircia giù nella strada, dove una donna accompagna il suo cagnolino.

“Ah, ho visto due cose muoversi, una è bionda, una donna di prim’ordine. Ma forse io non vedo bene, guarda tu, com’è?”.

Mi incita, guardo, ed è una donna bionda, alta e formosa, e confermo perciò la sua impressione. E lui fa:

“Ah, sono rovinato, perché non ci sono più i casini. A questa età si vorrebbe rilassarsi in uno di quei salotti, e chiamare la più bruttina, esaltando così la sua scarsa avvenenza, tanto da provocarla ad un’altissima prestazione, mentre io uomo me ne sto sdraiato a pensare, anzi a non pensare…”.

Tento di riportarlo alla “Domenica sportiva” con un timido “Ma lei prepara qualcosa prima di andare in trasmissione?”. E lui apparentemente annoiato:

“Ma io improvviso. È come se per parlare con lei mi fossi preparato la recita. La sua domanda è assurda. Pensi che alla prima trasmissione mi hanno violentato buttandomi lì senza giacca, come ho detto, e senza che ancora avessi potuto avere in mano i risultati della giornata di campionato. Che dovevo fare? Dire: “aspettate che vado a prendere i foglietti”? Ho inventato lì per lì il mio Massinissa perché era la cosa che mi sollecitava di più: con quei capelli, con quei tratti somatici. Sa che i sardi non sono italiani? Non sono niente, non hanno storia, sa che l’unica volta che si parla di loro è nel quinto secolo? Ne scrive Eutropio, questo lo sa, no?, lei ha studiato il latino, no? “, e cita un verso in latino, che assolutamente non ricordo. Credo anche di non averlo capito. E lui conclude perentorio: “insomma la loro cultura non ha detto un cavolo!”.

Ci sono state reazioni al suo primo commento?

“Mi sono arrivate due lettere. Ma ora arriveranno a valanga. Queste prime due comunque sono esemplari. Un tifoso mi saluta e dice che finalmente era ora che le mie critiche le facessi in tv. L’altro mi offende scrivendo: “Tu non capisci niente di calcio. Perciò stai zitto”. Sarei curioso di conoscerlo, di fare uno studio sociologico (ma non ho tempo) su questo cretino che dice a me, dopo vent’anni di critica teorica e di lavoro sul campo, dopo che con le mie convinzioni tecniche ho spinto tutto il mondo ad adottare il difensivismo e ad abolire l’MW inglese (e prima, in pratica, condividevano le mie idee soltanto Rocco, Viani e Lerici; e naturalmente come tutti i capaci i dirigenti deficienti hanno relegato Lerici a curare i NAG del Genova), e dicevo, quindi, con quale criterio costui mi offende accusandomi di incompetenza? E lui chi è, magari è un villico che alla domenica sfoga gli istinti senza ancora rendersi ben conto di che cosa è il calcio”.

Tipico di Gianni Brera aprire un dossier su un piccolo particolare che nessuno conosce. Si arroventa contro una lettera di un qualsiasi spettatore come se si trattasse del presidente di società che abbia detto una coglionata. Ma Brera è fatto così. Parte lancia in resta pur di dimostrare in ogni occasione e per qualsiasi motivo di essere il più bravo, di conoscere ciò che è necessario conoscere (che si tratti di calcio, di gastronomia, di atletica e altri sport, compresa la boxe) e non si trattiene mai, nemmeno quando forse la furbizia gli direbbe che non vale la pena di entrare in combattimento.

Il tempo passa. Ho un altro appuntamento. E anche lui. Avevo immaginato che allo scadere dell’ora pattuita mi avrebbe scaricato e accompagnato alla porta. E invece le parole annullano i minuti. E andiamo avanti. Mi aveva accolto in panciolle, come dice lui, mentre maneggiava un magnetofono, presentandomi con quel “O moglie ecco un collega”, e alla fine mi offre da bere un bicchiere di whisky. Io lo allungo con l’acqua. E lui: “Ma cosa fai, Cristo!”, esplode, passando subito al tu. “No, no, si beve liscio. Altrimenti non saprai mai qual è il suo vero sapore. E poi questo è un signor licore, così lo rovini, è proprio un delitto. Devi fare un corso accelerato da sommelier, almeno impari a bere”.

Cerco di schermirmi. Di evitare quella bevuta che mi farebbe inciucchire. Anch’io amo centellinare un buon bicchiere, quando mangio. Ma così, alle cinque del pomeriggio, sicuramente mi renderebbe brillo. E nell’altro appuntamento farei una figuraccia. Comunque, a me non piace bere, almeno non così tanto e come si dice “fuori orario”. Cerco di saltare questa penalità. Ma non è possibile. Dico: “Sa, non bevo molto!”. E lui: “Ecco, lo sapevo. L’ipocrisia, come i preti. Dicono: devo fare penitenza, e poi chiedono: com’è, è buono? Alla fine, tentati, si arrendono: e mangiano e bevono, anzi si abboffano. Così alla fine hanno due piaceri: la penitenza e l’incontinenza”.

Sono imbarazzato. Allora insisto: Non l’ho detto per ipocrisia, ma perché veramente non bevo molti superalcolici, soprattutto poi nel pomeriggio”. A questo punto, con mio grande sollievo, ma come se lui fosse deluso, dice: “Non importa!”.

Mi chiede di dove sono. Rispondo: “Calabrese”. E lui: “Calabrese? Ah, sì, ho molti amici in Calabria. Nel 1949 Reggio Calabria mi piacque tantissimo. Del resto, una terra si giudica dagli amici e io ho molti buoni amici calabresi”.

Torno alle domande. E ne faccio una che mi sembra proprio idiota. Ma non so trovare altro in questo momento. Chiedo: “Lei è contento di essere lombardo?”. Mi guarda (e penso: ora mi caccia via a pedate!) e dopo un po’ sorridendo dà la stura alla sua fierezza, alla sua rivendicazione etnica, alle sue convinzioni sulla diversa configurazione fisica delle persone in relazione al luogo in cui nascono.

“E certo! Perché non dovrei? In fondo, in un Paese mediocre, mi glorio di appartenere a una zona più elevata: la Lombardia ha l’acciaio della Ruhr e in più l’agricoltura. Le pare niente? (Ora è tornato al lei,). Ma mi arrabbio quando vado in Svizzera e non posso entrare in un bar vietato agli italiani. (Evito qui di dirgli che anch’io ho subito l’umiliazione negli anni Sessanta, appena pochi anni fa, di sentirmi rifiutare nella civilissima Milano un appartamento in affitto quando il proprietario ha sentito che ero meridionale; e che su molti portoni in cui c’era l’annuncio “affittasi” il cartello esposto finiva con la frase “no a meridionali”).

E noi gli svizzeri una volta li compravamo “col gozzo”, a chili, i morti di fame! Ora sono gli italiani i morti di fame, e all’estero ci considerano proprio nulla. Il vescovo Lefebvre si ribella a Roma perché è convinto che anche la Chiesa diventerà zero, perché si sta sempre più italianizzando (ma di lì a un anno sarebbe stato eletto il primo Papa straniero, Carol Wojtyla; N.d.A.), e gli italiani li considera incapaci di fare qualcosa di buono… Sono comunista nazionalista ma con riserva…”.

L’esplosione finale non risponde al vero, almeno non nel senso che veramente egli sia comunista. Sappiamo che è un socialista riformista e anche un po’ anarchico, e inoltre con una lingua che non sa tenere a freno. A questo punto non so con quale coraggio mi alzo, mi scuso, e dico che devo scappare perché ho un altro appuntamento. Mi guarda ancora una volta con quegli occhi indagatori e ironici insieme e penso ancora una volta che ora mi cancellerà per sempre dalla sua vista. Dico: “Mi dispiace”. Mi accompagna alla porta e quando gli stringo la mano, dice: “Se vuole venire il prossimo giovedì sera al ristorante “A Riccione” sarà il benvenuto nella compagnia dei buongustai”. Dico grazie e scappo via”.

Gli incontri poi si susseguirono, anche se non sono diventato un suo frequentatore abituale, perché non mi sono occupato di giornalismo sportivo, se non casualmente ed eccezionalmente. Come quando andai all’Olimpico di Roma per una partita della nazionale. E ci andai, sempre per incarico di Dardanello, per la cronaca della partita sulla base dei commenti a viva voce e in presa diretta proprio di Gianni Brera.

Nello stadio mi sono allocato in tribuna stampa proprio dietro a lui. Sapeva bene quale compito dovessi svolgere quel giorno. Con me è stato amabile. Ma si raccomandò di non parlargli per alcun motivo durante la partita. Così ho fatto, ma sul mio taccuino ho raccolto una messe di osservazioni, esclamazioni, invettive, analisi, giudizi, espressioni dialettali. Per lui era come se io non ci fossi. E quella sera ho scritto un articolo pirotecnico che commentava la partita attraverso le sue parole. Dal riscontro di molti lettori che scrissero al giornale, constatammo che l’idea aveva riscosso un grande successo. Di quell’articolo non ho trovato copia nel mio archivio. Ma da qualche parte deve essere. E mi dispiace che non posso riprodurlo.

Di quel pomeriggio ricordo a memoria solo un passaggio divertente. Brera ce l’aveva con i giocolieri numero “10” alla Rivera, chiamato come si sa in tutto il mondo “abatino”. Grande tecnica e fisico scarso, diceva Brera. Mai un contrasto vero, però quando lanciava la palla Rivera la faceva atterrare dove aveva previsto, sul piede dell’attaccante che segnava. Un atleta simile in qualche modo, secondo la sua visione, era Antognoni, che in quell’occasione e in quel periodo, fino ai mondiali 1982 di Spagna, in cui Bearzot condusse gli azzurri al loro terzo titolo iridato, era il numero “10”, cioè il centrocampista che fungeva da “regista”, come si diceva allora.

Ebbene, anche di Antognoni, benché lo stimasse sul piano tecnico, non era soddisfatto per il fatto che sul piano fisico non era certo di quelli che si opponevano. Così in quella partita all’Olimpico, per tutta la partita lo riempì di epiteti che sottolineavano quella che a lui sembrava inadeguatezza per il ruolo che l’atleta doveva svolgere in campo. Diverse volte Antognoni perse il pallone, soffiatogli da centrocampisti avversari che entravano con durezza. E Brera, arrabbiato, quasi urlava: “Ed ecco la mammola”, e poi: “Scommettiamo che perde il pallone?” o ancora “E adesso che te ne fai di quella palla?”. Mi colpì in quella occasione la parola “mammola” che voleva dire tante cose: atleta sì, ma non adatto al gioco “maschio” com’è il calcio, troppo delicato, incapace di azioni di forza nel campo. Eppure anche quella volta furono i passaggi e gli assist illuminanti di Antognoni a rendere proficuo il lavoro degli attaccanti.

La sera prima eravamo andati tutti insieme (avevamo fatto una tavolata di otto persone) al ristorante “Il Moro” dietro la galleria Umberto. Forse ora non c’è più. Lì si mangiava bene. Ed è stato Brera a farmi assaggiare i filetti di aringa svedesi che avevano in quel locale.

Ricordo anche che in un’altra occasione gli ho chiesto di scrivere per il “Corriere d’informazione” un articolo per una serie intitolata “La mia Milano” per la quale di volta in volta invitavamo ad intervenire persone, anche non milanesi, che in qualche modo avevano “illustrato” la città. Scrisse un florilegio molto divertente che finiva così: “Cara benedetta città nella quale viviamo onestamente bene”. Una frase che riassumeva una vita di sacrifici, di impegni, di lavoro, di passioni, di entusiasmo e anche di arrabbiature.

Questo è stato Gianni Brera, per come ho potuto conoscerlo. E per come ho saputo farlo, gli ho voluto bene. E da lui ho appreso che bisogna essere seri, informati e appassionati, come giornalisti, e onesti e combattivi, come uomini. Non è certo poco.

 

 

1)  “Cives Universi”, 2008, a cura di Alberto Frigerio; s.i.p.




*Dice di sé.
Ottavio Rossani. Giornalista al “Corriere della sera” Laurea in scienze politiche e sociali. Come inviato speciale, ha viaggiato in Italia e nei diversi continenti, soprattutto America latina, firmando reportage, interviste, analisi su questioni e personaggi della politica, del costume, della letteratura. Ha curato alcune regie teatrali e diverse mostre personali e collettive dei suoi quadri (acrilici) in Italia e all’estero. Da ottobre del 2007 è responsabile del blog dedicato alla poesia sul “Corriere della sera on-line”, il primo nel mondo su un quotidiano elettronico.

 







GIOVANNI BOCCACCIO


Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo,

il qual fu Tofano nominato. A costui fu data per moglie

una bellissima donna, il cui nome fu monna Ghita,

della quale egli senza saper perché prestamente divenne

geloso, di che la donna avvedendosi prese sdegno;

e più volte avendolo della cagione della sua gelosia

addomandato né egli alcuna avendone saputa assegnare se

non cotali generali e cattive, cadde nell'animo della donna di

farlo morire del male del quale senza cagione aveva paura.

(Da “Decameron - Novella IV”, 1348-1353)








 

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