AMARCORD
IL DINAMISMO ONNIVORO DI GIANNI BRERA
Avvertiva la necessità di
essere considerato il numero uno, di provocare sorpresa
e meraviglia, e di alimentare il mito del giornalista
estroso e più preparato sul piano teorico e pratico
Ottavio Rossani*
“Lo
scudetto del Cagliari rappresentò il vero ingresso della
Sardegna in Italia. Fu l’evento che sancì l’inserimento
definitivo della Sardegna nel costume italico”.
Gianni Brera
Ho conosciuto Gianni Brera un po’ tardi. Nel 1977.
Ero arrivato a Milano nel 1962 per fare l’università. Ma
avevo cominciato subito a lavorare per i giornali. Facevo il
giornalista “abusivo”, come si diceva allora. Fino al 1968
sono stato collaboratore del quotidiano “L’Italia”, che
allora era il giornale della curia milanese. Poi, nel 1968
la testa si fuse con l’ “Avvenire d’Italia” di Bologna, e da
quelle ceneri è sorto “Avvenire”, l’attuale organo della Cei
(Conferenza episcopale italiana). Sono quindi passato da una
testata all’altra in attesa di essere “assunto” in modo
regolare, cosa avvenuta nel 1970. Così sono entrato al
“Corriere della sera” L’allora direttore Giovanni Spadolini
mi destinò al “Corriere d’informazione”, dove sono rimasto
fino al 1979, finché cioè Franco Di Bella non mi chiamò al
“Corriere della sera”.
Nell’arco di quei due decenni, Sessanta e Settanta, Gianni
Brera era un nume del giornalismo sportivo, ma anche un
giornalista a tutto tondo, che collaborava a diverse
testate. Non riuscivo a seguirlo, ovviamente, in tutte le
sue evoluzioni. Ma ero abbastanza informato su di lui, sulla
sua scrittura, su come aveva influenzato il linguaggio del
giornalismo italiano con quel suo modo di scrivere che io
allora definivo “ibrido”, e che oggi, con eleganza critica,
ritengo si debba definire “contaminatorio”.
In altre parole, aveva creato il “brerese”, che altro non
era se non una formidabile miscela esplosiva, fatta di
italiano, dialetto pavese, ma soprattutto lombardo, con
tutta una serie di arredi linguistici tratti da francese,
spagnolo, inglese e perfino tedesco. Per non parlare del
fatto che in ogni Paese in cui si recava per le cronache di
calcio (ma all’inizio le sue cronache scintillanti
sull’atletica sono state vere frustate, che avevano
scrostato la conformità e piattezza del giornalismo sportivo
ancorché fosse già il vero giornalismo popolare italiano)
attingeva a piene mani alle lingue locali per rafforzare
(spesso con le necessarie traduzioni o spiegazioni degli
innesti) l’arazzo delle sue pirotecniche sceneggiature.
Sapeva fare delle cronache puntigliose e appropriate di ogni
evento di cui si occupava, ma nello stesso tempo ogni volta
dava una lezione di stile e di inventiva giornalistica a
tutti. Tanto che spesso appariva un po’ “bauscia”, come si
dice a Milano. Leggendario ormai il suo contrasto con Gino
Palumbo, scrittore compìto e razionale del calcio e della
realtà. Contrasto su tutti i piani: della scrittura, della
concezione del giornalismo, della militanza e del tifo per
una squadra (anche se in fondo Brera teneva al Genoa in modo
tutto sommato inspiegabile). Insomma, a un certo punto sono
arrivati perfino alle mani in tribuna stampa e fu Brera a
mollare un uppercut
micidiale contro Palombo che, nonostante fosse napoletano,
non reagì e se ne andò con un
aplomb
invidiabile, di assoluta eleganza.
Ma la loro “inimicizia” è rimasta per sempre, perché opposte
e nemiche erano le loro concezioni del calcio giocato e, di
conseguenza, anche del modo di scrivere il calcio. Comunque,
il merito professionale di Gianni Brera era chiaro a tutti,
al di là delle contingenze quotidiane, che lo portavano a
gesti e prese di posizioni plateali per quella sua necessità
assoluta di essere il numero uno, colui che poteva provocare
sorpresa e meraviglia, e che doveva alimentare il mito del
giornalista estroso e più preparato, sul piano teorico e
pratico (aveva praticato il calcio nelle giovanili del Milan
e con rammarico era stato costretto ad abbandonare una
carriera sportiva che si profilava molto interessante).
Ha scritto al proposito Bruno Pizzul: “A dispetto delle
apparenze, Gianni non era un vanaglorioso. Gli piaceva, sì,
raccontare a tavola o nei celebri “Arcimatto” (la rubrica
che ha tenuto a lungo sul “Guerin sportivo”, di cui è stato
anche direttore, dopo la “Gazzetta dello sport”, N.d.A.)
l’antico suo mondo paesano ai margini del Po, le fatiche per
assicurarsi il lesso, le strizze e il paracadute, i furgoni
e le imprese da partigiano, ma lo faceva senza andare sopra
le righe, spesso dando l’impressione di non prendersi troppo
sul serio, per quanto drammatici fossero gli eventi. Rimase
invece sempre fiero della personale crociata, come direttore
della Gazzetta, di bandire dal calcio italiano l’imperante e
deleterio WM.
Passò per eretico bestemmiatore, affossatore dello
spettacolo, becero difensivista. Rispose naturalmente per le
rime, circondato dai pochi fidi pretoriani che s’era scelto.
Fu un periodo fecondo per il giornalismo sportivo italiano:
di pallone si cominciò a parlare in modo serio, non più da
fini scrittori che non conoscevano il calcio né da vecchi
pallonai che non ne sapevano scrivere”.
Bene, lasciamo alla volontà di conoscere del lettore,
l’approfondimento della biografia di Brera. Su di lui sono
stati scritti una miriade di libri. Cito solo il più
recente: “Gianni Brera: un artigiano dello scrivere”,
che raccoglie una buona parte degli atti del convegno che si
è tenuto nel novembre 2008 presso la biblioteca Sormani di
Milano. Oltre a testimonianze di colleghi, c’è un ricordo
“familiare” del Brera giornalista proposto dal figlio Paolo,
che ora cura la ripubblicazione di tutta l’opera del padre,
un corpus imponente di articoli, ma anche di romanzi e
saggi, il più noto dei quali è “La storia critica del calcio
italiano”. Tra i romanzi, il più noto è “Il corpo della
ragassa”.
Torno quindi al mio primo incontro con lui, che non è stato
facile, anche se la sua disponibilità è stata totale. Non è
stato facile perché pensavo di non essere preparato ad
affrontare un personaggio così forte, così sanguigno, così
prorompente, almeno per come l’avevo conosciuto dai giornali
e dalla televisione. Sì, la televisione: proprio in quel
1977 aveva cominciato una collaborazione alla “Domenica
sportiva”, la storica trasmissione di Rai uno. E proprio per
questa novità ero stato incaricato di intervistarlo. Così,
nel giro di due giorni, cercai di sopperire – per così dire
– alle lacune di conoscenza nei suoi confronti, leggendo la
sua storia del calcio.
Per farla breve, un giorno Piero Dardanello, giornalista
sportivo di grande efficacia, responsabile dei servizi
sportivi del “Corriere d’informazione”, amico e allievo di
Brera, di cui era anche uno dei pochi pupilli, mi chiamò e
mi chiese: “Te la senti di intervistare Gianni Brera su
questa sua nuova esperienza in televisione?”. Ovviamente
risposi di sì entusiasta. La domanda però era stata quanto
mai giusta e appropriata. Sapevamo entrambi, infatti, che
“Gioanbrerafucarlo” non era un tipo semplice.
Disponibile sì, ma esigente. Sapevamo entrambi che se uno
non gli andava a genio poteva scorticarlo vivo, soprattutto
in pubblico. E non per cattiveria, ma solo perché non
sopportava che qualcuno potesse essergli antipatico o
potesse non essere all’altezza della situazione, sia per
cultura sia per ignavia. Insomma, un incontro poteva
risolversi in allegria o in un disastro. Dipendeva anche dal
suo umore, dal rapporto “a pelle” e dalla capacità di chi lo
avvicinava di suscitare in qualche modo la sua attenzione.
Lui non aveva tempo da perdere e non lo mandava certo a
dire. Mandava al diavolo l’importuno e buona notte. La
domanda di Piero Dardanello voleva dire, in altre parole:
sei in grado di presentarti nel modo adeguato, preparato, e
nel caso di tenergli testa? Il mio sì aveva voluto
rispondere a queste domande inespresse.
La mia non era arroganza, ma desiderio di fare qualcosa di
diverso. Entusiasmo di avvicinare un maestro di giornalismo
che, se anche non aveva su di me influenza diretta, mi
appariva comunque un’opportunità da non perdere. E certo, il
rischio di farmi liquidare con freddezza e con un certo
spregio per la mia dabbenaggine, c’era. Come c’era quando si
approcciavano a lui calciatori, allenatori, atleti. Anche se
in realtà nella maggior parte dei casi era lui che andava a
sollecitare quegli interlocutori che lo interessavano per la
sua professionalità. Ma a ricordare bene quei tempi, molti
presidenti di società di calcio (spesso presuntuosi e
beceri) avevano un sano timore di essere sbeffeggiati da
Brera. E ricordo un tumultuoso battibecco in tv tra Brera e
il calciatore Bettega (che proprio Brera aveva battezzato
cabeza blanca,
riportando l’appellativo dai giornali sudamericani in
occasione di una trasferta della nazionale italiana),
proprio per il modo irriverente di Brera di affrontare
qualsiasi tipo di argomento.
Già da anni Brera aveva ingaggiato la sua personale guerra
contro “napule”, come chiamava Gino Palumbo. E sapevo che
qualche battuta pepata sui meridionali ogni tanto gli
scappava. Anche se una volta a chi gliene chiedeva ragione,
disse: “a chi mi dice che sono razzista, rispondo che è un
imbecille. Ma se gli italiani non sono una razza, come si
può essere razzisti?”. Una risposta che, come si vede,
eludeva il problema, tentando di ridicolizzare
l’intervistatore.
Di sé diceva: sono di sinistra, ma socialista radicale
(infatti, si è presentato per due volte candidato nel Psi,
ma non è stato eletto; nei suoi comizi diceva tutto ciò che
poteva nuocergli); sono lombardo e me ne vanto. A chi lo
accusava di essere “leghista” opponeva un chiaro spostamento
di prospettiva, sostenendo “non sono leghista, ma lombardo”.
Tuttavia è lui che ha inventato la parola “Padania”. Ed è
indubbio che la Lega di Bossi da lui ha copiato. Anche se Brera
non è mai stato ideologo di un ipotetico stato chiamato
“Padania”. Insomma, aveva la capacità di trovare l’escamotage
della parola sempre spiazzante per chi tentava in qualche
modo di metterlo in un angolo. E di ring se ne intendeva
perché aveva anche tirato un po’ di boxe. E a proposito
della lunga guerra con Palumbo, si è detto che proprio a
causa di Palumbo egli non ha mai potuto andare al “Corriere
della sera”. Cosa non vera, secondo la testimonianza di
Pilade Del Buono (vedi il libro su citato), perché in realtà
c’era stato un momento in cui Michele Mottola, caporedattore
del “Corriere della sera”, nel 1962, è stato molto incerto
se proporre al direttore Alfio Russo come responsabile dello
sport Brera o Palumbo. E alla fine scelse quest’ultimo.
Brera comunque è stato un combattente, ma non stupido. Il
contrasto con Palumbo sul piano della teoria pedatoria (egli
sosteneva il difensivismo, perché pensava che i calciatori
italiani non fossero dotati fisicamente come tedeschi e
inglesi, mentre Palumbo era per un gioco offensivo e
artistico, come era stato fin’allora nella tradizione
italiana, con alti e bassi, ma con due titoli mondiali ai
tempi di Pozzo, 1934 e 1938), ma in un certo senso anche
sullo stile di vita (Brera esuberante, Palumbo contenuto),
non è mai arrivato alla meschinità. Non so se è vero, ma
gira questo racconto: quando Brera si dimise dalla seconda
direzione della “Gazzetta dello sport”, i proprietari gli
chiesero di indicare chi potesse essere il suo successore.
Egli suggerì proprio Palumbo. Al direttore generale che a
quel punto gli chiese di restare come collaboratore della
testata, egli avrebbe risposto: “Ho consigliato Palumbo come
direttore, ma non come mio direttore”.
E se ne andò senza sapere su quale giornale avrebbe
pubblicato i suoi articoli. L’aneddoto in ogni caso è
dimostrativo del fatto che Brera fosse una specie
particolare di “bastian contrario”, ma anche molto generoso.
Torniamo quindi al 1977. Dalla seconda settimana di
settembre Brera era ospite commentatore della “Domenica
sportiva”. Dopo due apparizioni, fioccavano le polemiche.
Parlava in tv come scriveva sui giornali, “senza rete”, cioè
senza la cautela che si richiedeva allora nel mezzo
televisivo. Nel breve volgere di pochi giorni Brera era
diventato una notizia (già superata, peraltro) ma
soprattutto un fenomeno di cultura e di costume, che non si
sapeva ancora dove sarebbe approdato.
Andai a fare l’intervista a casa sua, nell’appartamento di
via Cesariano. E già dall’incipit, appena mi aprì la porta,
nel primo pomeriggio di un giorno ombroso, come viene a
Milano talvolta a settembre, capii che quell’ora che mi
avrebbe dedicato (“e non un minuto di più”, aveva detto
perentorio al telefono) sarebbe stata un fuoco d’artificio.
Esordì, infatti, con una specie di urlo soffocato, diretto
verso una porta aperta nel soggiorno: “O moglie, ecco qui un
collega giornalista! Perché non ci porti un caffè?”. Ma poi
dopo il caffè tirò fuori lui stesso una bottiglia di whisky.
Ecco il mio primo approccio con il “figlio legittimo del
Po”.
Avevo letto qualche suo passaggio autobiografico e
quell’aggettivo “legittimo” aveva colpito la mia
immaginazione. Legittimo perché? C’erano molti altri figli
“illegittimi”? O lo erano tutti gli altri? Oppure
“legittimo” significava che solo lui aveva la legittimità di
parlare del Po, della pianura padana, della Lombardia, del
Nord d’Italia, perché aveva le competenze giuste, che
affondavano nella storia, nella memoria e nelle scazzottate
in riva al Po di San Zenone? Ma in quel salone inondato di
luce dalla via Cesariano dimenticai tutti questi pensieri e
mi concentrai sull’evento: mi trovavo davanti al “gran
lombardo” che aveva inventato una nuova lingua per lo sport
e per la vita. (Mutuo questo omaggio da Emilio Gadda – come
del resto hanno fatto altri –, scrittore per il quale
effettivamente Brera aveva una venerazione, anche se non
l’ostentava, dal momento che era stato paragonato a lui per
le sue arditezze linguistiche, che gli avevano permesso
oltre che scrivere in modo innovativo articoli e romanzi, di
appioppare epiteti a chiunque). Fu sufficiente la prima
domanda e poi tutto scivolò via come un fiume, come il Po
quando è in buona, acqua abbondante e nessun danno. Ed ecco
l’articolo che pubblicai sul “Corriere d’informazione” il 24
settembre 1977.
“Un’intervista a Gianni Brera perché da due settimane con le
sue battute mordaci intrattiene gli
aficionados della
“Domenica sportiva” sulle vicende del campionato di calcio.
I suoi “eroi del gol” nascono e muoiono in un minuto. Nella
prima puntata, sbattuto in bretelle davanti alla telecamera
(“Non me ne importa niente, ma da parte loro è stato un po’
di cattivo gusto. La giacca me l’ero portata: bastava che mi
dicessero “andiamo in onda” e l’avrei messa”) ha coniato
seduta stante l’appellativo che, scommettiamo, seguirà la
promettente carriera di Virdis, il “duemiliardi” juventino
giunto fresco nell’isola di Gigiriva. Gli sportivi hanno
appreso da Brera che d’ora in poi Virdis si chiamerà “Massinissa”.
Perché poi? È semplice: “Perché il ricciuto mi ricorda i
Numidi”.
Tempo fa avevo letto che Gianni Brera ambiva al ruolo di
presentatore della “Domenica sportiva”. Ambizione legittima
che la Rai
ha sempre snobbato. Ora invece è lì, con quella barbetta
biancheggiante, col suo pancione che beatamente esibisce,
col suo sorriso che illanguidisce la sempiterna pipa e ha
già cominciato a far innervosire qualche telespettatore. È
così, gli chiedo timidamente.
“Scriva”,
mi ordina. Di solito parla a ruota libera, non gliene frega
niente che il collega prenda appunti, purché poi l‘articolo
non dica il contrario di quel che lui rocambolescamente gli
ha rovesciato addosso.
”Giuro che non ho mai avuto questa ambizione. Però, quando
vent’anni fa sentivo deformare la critica sportiva da
colleghi che non avevano il coraggio di dire la verità (e
come fa ad avere il coraggio, se
la Tv
gli dà da mangiare!?”) mi sentivo offeso dalla loro palese
ignoranza della tecnica, dalle lacune dell’informazione,
dalla distorsione dei fatti”.
Insomma, davanti al video è il suo posto ormai. Giusto?
“Sono andato lì con 20 anni di ritardo. Ma è meglio così.
Perché posso dire quello che voglio. Parlo come viene. Non
mi devo preparare. Perciò può scapparmi una battuta, una
parola, un discorso che non va bene ai dirigenti tivù e
allora possono cacciarmi. E per me sarebbe meglio, perché ci
guadagnerei. Capito? Solo chi ha già da mangiare può essere
libero. Come facevano i miei colleghi televisivi, che con
quel lavoro dovevano sopravvivere, a dire tutto quello che
doveva essere detto? Io invece oggi sono ricco e me ne
infischio! Ricco nel senso che posso lavarmi tutti i giorni
con l’acqua calda , perché io sono nato povero…”.
Fisso la barba che si muove al ritmo della sua verve, la
bocca che butta parole come espulse da un vulcano. Brera
comincia a parlare e continua seguendo il suo filo, nessuna
interruzione può condizionarlo, gestisce tutto lui
nell’incontro, argomenti, velocità.
“… I miei genitori erano poveri. Perciò potevo lavarmi solo
due volte l’anno, a Natale e a Pasqua. Famiglia povera in
uno dei paesi più ricchi d’Italia, dove la giustizia sociale
è rimasta quasi intatta, cioè com’era prima, cioè
ingiustizia…”.
Guarda verso la finestra e sbircia giù nella strada, dove
una donna accompagna il suo cagnolino.
“Ah, ho visto due cose muoversi, una è bionda, una donna di
prim’ordine. Ma forse io non vedo bene, guarda tu, com’è?”.
Mi incita, guardo, ed è una donna bionda, alta e formosa, e
confermo perciò la sua impressione. E lui fa:
“Ah, sono rovinato, perché non ci sono più i casini. A
questa età si vorrebbe rilassarsi in uno di quei salotti, e
chiamare la più bruttina, esaltando così la sua scarsa
avvenenza, tanto da provocarla ad un’altissima prestazione,
mentre io uomo me ne sto sdraiato a pensare, anzi a non
pensare…”.
Tento di riportarlo alla “Domenica sportiva” con un timido
“Ma lei prepara qualcosa prima di andare in trasmissione?”.
E lui apparentemente annoiato:
“Ma io improvviso. È come se per parlare con lei mi fossi
preparato la recita. La sua domanda è assurda. Pensi che
alla prima trasmissione mi hanno violentato buttandomi lì
senza giacca, come ho detto, e senza che ancora avessi
potuto avere in mano i risultati della giornata di
campionato. Che dovevo fare? Dire: “aspettate che vado a
prendere i foglietti”? Ho inventato lì per lì il mio
Massinissa perché era la cosa che mi sollecitava di più: con
quei capelli, con quei tratti somatici. Sa che i sardi non
sono italiani? Non sono niente, non hanno storia, sa che
l’unica volta che si parla di loro è nel quinto secolo? Ne
scrive Eutropio, questo lo sa, no?, lei ha studiato il
latino, no? “, e cita un verso in latino, che assolutamente
non ricordo. Credo anche di non averlo capito. E lui
conclude perentorio: “insomma la loro cultura non ha detto
un cavolo!”.
Ci sono state reazioni al suo primo commento?
“Mi sono arrivate due lettere. Ma ora arriveranno a valanga.
Queste prime due comunque sono esemplari. Un tifoso mi
saluta e dice che finalmente era ora che le mie critiche le
facessi in tv. L’altro mi offende scrivendo: “Tu non capisci
niente di calcio. Perciò stai zitto”. Sarei curioso di
conoscerlo, di fare uno studio sociologico (ma non ho tempo)
su questo cretino che dice a me, dopo vent’anni di critica
teorica e di lavoro sul campo, dopo che con le mie
convinzioni tecniche ho spinto tutto il mondo ad adottare il
difensivismo e ad abolire l’MW inglese (e prima, in pratica,
condividevano le mie idee soltanto Rocco, Viani e Lerici; e
naturalmente come tutti i capaci i dirigenti deficienti
hanno relegato Lerici a curare i NAG del Genova), e dicevo,
quindi, con quale criterio costui mi offende
accusandomi di incompetenza? E lui chi è, magari è un
villico che alla domenica sfoga gli istinti senza ancora
rendersi ben conto di che cosa è il calcio”.
Tipico di Gianni Brera aprire un dossier su un piccolo
particolare che nessuno conosce. Si arroventa contro una
lettera di un qualsiasi spettatore come se si trattasse del
presidente di società che abbia detto una coglionata. Ma
Brera è fatto così. Parte lancia in resta pur di dimostrare
in ogni occasione e per qualsiasi motivo di essere il più
bravo, di conoscere ciò che è necessario conoscere (che si
tratti di calcio, di gastronomia, di atletica e altri sport,
compresa la boxe) e non si trattiene mai, nemmeno quando
forse la furbizia gli direbbe che non vale la pena di
entrare in combattimento.
Il tempo passa. Ho un altro appuntamento. E anche lui. Avevo
immaginato che allo scadere dell’ora pattuita mi avrebbe
scaricato e accompagnato alla porta. E invece le parole
annullano i minuti. E andiamo avanti. Mi aveva accolto in
panciolle, come dice lui, mentre maneggiava un magnetofono,
presentandomi con quel “O moglie ecco un collega”, e alla
fine mi offre da bere un bicchiere di whisky. Io lo allungo
con l’acqua. E lui: “Ma cosa fai, Cristo!”, esplode,
passando subito al tu. “No, no, si beve liscio. Altrimenti
non saprai mai qual è il suo vero sapore. E poi questo è un
signor licore, così lo rovini, è proprio un delitto. Devi
fare un corso accelerato da sommelier, almeno impari a
bere”.
Cerco di schermirmi. Di evitare quella bevuta che mi farebbe
inciucchire. Anch’io amo centellinare un buon bicchiere,
quando mangio. Ma così, alle cinque del pomeriggio,
sicuramente mi renderebbe brillo. E nell’altro appuntamento
farei una figuraccia. Comunque, a me non piace bere, almeno
non così tanto e come si dice “fuori orario”. Cerco di
saltare questa penalità. Ma non è possibile. Dico: “Sa, non
bevo molto!”. E lui: “Ecco, lo sapevo. L’ipocrisia, come i
preti. Dicono: devo fare penitenza, e poi chiedono: com’è, è
buono? Alla fine, tentati, si arrendono: e mangiano e
bevono, anzi si abboffano. Così alla fine hanno due piaceri:
la penitenza e l’incontinenza”.
Sono imbarazzato. Allora insisto:
“Non l’ho detto
per ipocrisia, ma perché veramente non bevo molti
superalcolici, soprattutto poi nel pomeriggio”. A questo
punto, con mio grande sollievo, ma come se lui fosse deluso,
dice: “Non importa!”.
Mi chiede di dove sono. Rispondo: “Calabrese”. E lui:
“Calabrese? Ah, sì, ho molti amici in Calabria. Nel 1949
Reggio Calabria mi piacque tantissimo. Del resto, una terra
si giudica dagli amici e io ho molti buoni amici calabresi”.
Torno alle domande. E ne faccio una che mi sembra proprio
idiota. Ma non so trovare altro in questo momento. Chiedo:
“Lei è contento di essere lombardo?”. Mi guarda (e penso:
ora mi caccia via a pedate!) e dopo un po’ sorridendo dà la
stura alla sua fierezza, alla sua rivendicazione etnica,
alle sue convinzioni sulla diversa configurazione fisica
delle persone in relazione al luogo in cui nascono.
“E certo! Perché non dovrei? In fondo, in un Paese mediocre,
mi glorio di appartenere a una zona più elevata: la Lombardia ha l’acciaio
della Ruhr e in più l’agricoltura. Le pare niente?
(Ora è tornato al lei,).
Ma mi arrabbio quando vado in Svizzera e non posso
entrare in un bar vietato agli italiani. (Evito qui di
dirgli che anch’io ho subito l’umiliazione negli anni
Sessanta, appena pochi anni fa, di sentirmi rifiutare nella
civilissima Milano un appartamento in affitto quando il
proprietario ha sentito che ero meridionale; e che su molti
portoni in cui c’era l’annuncio “affittasi” il cartello
esposto finiva con la frase “no a meridionali”).
E noi gli svizzeri una volta li compravamo “col gozzo”, a
chili, i morti di fame! Ora sono gli italiani i morti di
fame, e all’estero ci considerano proprio nulla. Il vescovo
Lefebvre si ribella a Roma perché è convinto che anche la Chiesa diventerà zero, perché si sta sempre più
italianizzando (ma di lì a un anno sarebbe stato eletto il
primo Papa straniero, Carol Wojtyla; N.d.A.),
e gli italiani li considera incapaci di fare qualcosa di
buono… Sono comunista nazionalista ma con riserva…”.
L’esplosione finale non risponde al vero, almeno non nel
senso che veramente egli sia comunista. Sappiamo che è un
socialista riformista e anche un po’ anarchico, e inoltre
con una lingua che non sa tenere a freno. A questo punto non
so con quale coraggio mi alzo, mi scuso, e dico che devo
scappare perché ho un altro appuntamento. Mi guarda ancora
una volta con quegli occhi indagatori e ironici insieme e
penso ancora una volta che ora mi cancellerà per sempre
dalla sua vista. Dico: “Mi dispiace”. Mi accompagna alla
porta e quando gli stringo la mano, dice: “Se vuole venire
il prossimo giovedì sera al ristorante “A Riccione” sarà il
benvenuto nella compagnia dei buongustai”. Dico grazie e
scappo via”.
Gli incontri poi si susseguirono, anche se non sono
diventato un suo frequentatore abituale, perché non mi sono
occupato di giornalismo sportivo, se non casualmente ed
eccezionalmente. Come quando andai all’Olimpico di Roma per
una partita della nazionale. E ci andai, sempre per incarico
di Dardanello, per la cronaca della partita sulla base dei
commenti a viva voce e in presa diretta proprio di Gianni
Brera.
Nello stadio mi sono allocato in tribuna stampa proprio
dietro a lui. Sapeva bene quale compito dovessi svolgere
quel giorno. Con me è stato amabile. Ma si raccomandò di non
parlargli per alcun motivo durante la partita. Così ho
fatto, ma sul mio taccuino ho raccolto una messe di
osservazioni, esclamazioni, invettive, analisi, giudizi,
espressioni dialettali. Per lui era come se io non ci fossi.
E quella sera ho scritto un articolo pirotecnico che
commentava la partita attraverso le sue parole. Dal
riscontro di molti lettori che scrissero al giornale,
constatammo che l’idea aveva riscosso un grande successo. Di
quell’articolo non ho trovato copia nel mio archivio. Ma da
qualche parte deve essere. E mi dispiace che non posso
riprodurlo.
Di quel pomeriggio ricordo a memoria solo un passaggio
divertente. Brera ce l’aveva con i giocolieri numero “10”
alla Rivera, chiamato come si sa in tutto il mondo
“abatino”. Grande tecnica e fisico scarso, diceva Brera. Mai
un contrasto vero, però quando lanciava la palla Rivera la
faceva atterrare dove aveva previsto, sul piede
dell’attaccante che segnava. Un atleta simile in qualche
modo, secondo la sua visione, era Antognoni, che in
quell’occasione e in quel periodo, fino ai mondiali 1982 di
Spagna, in cui Bearzot condusse gli azzurri al loro terzo
titolo iridato, era il numero “10”,
cioè il centrocampista che fungeva da “regista”, come si
diceva allora.
Ebbene, anche di Antognoni, benché lo stimasse sul piano
tecnico, non era soddisfatto per il fatto che sul piano
fisico non era certo di quelli che si opponevano. Così in
quella partita all’Olimpico, per tutta la partita lo riempì
di epiteti che sottolineavano quella che a lui sembrava
inadeguatezza per il ruolo che l’atleta doveva svolgere in
campo. Diverse volte Antognoni perse il pallone, soffiatogli
da centrocampisti avversari che entravano con durezza. E
Brera, arrabbiato, quasi urlava: “Ed ecco la mammola”, e
poi: “Scommettiamo che perde il pallone?” o ancora “E adesso
che te ne fai di quella palla?”. Mi colpì in quella
occasione la parola “mammola” che voleva dire tante cose:
atleta sì, ma non adatto al gioco “maschio” com’è il calcio,
troppo delicato, incapace di azioni di forza nel campo.
Eppure anche quella volta furono i passaggi e gli assist
illuminanti di Antognoni a rendere proficuo il lavoro degli
attaccanti.
La sera prima eravamo andati tutti insieme (avevamo fatto
una tavolata di otto persone) al ristorante “Il Moro” dietro
la galleria Umberto. Forse ora non c’è più. Lì si mangiava
bene. Ed è stato Brera a farmi assaggiare i filetti di
aringa svedesi che avevano in quel locale.
Ricordo anche che in un’altra occasione gli ho chiesto di
scrivere per il “Corriere d’informazione” un articolo per
una serie intitolata “La mia Milano” per la quale di volta
in volta invitavamo ad intervenire persone, anche non
milanesi, che in qualche modo avevano “illustrato” la città.
Scrisse un florilegio molto divertente che finiva così:
“Cara benedetta città nella quale viviamo onestamente bene”.
Una frase che riassumeva una vita di sacrifici, di impegni,
di lavoro, di passioni, di entusiasmo e anche di
arrabbiature.
Questo è stato Gianni Brera, per come ho potuto conoscerlo.
E per come ho saputo farlo, gli ho voluto bene. E da lui ho
appreso che bisogna essere seri, informati e appassionati,
come giornalisti, e onesti e combattivi, come uomini. Non è
certo poco.
1) “Cives Universi”,
2008, a
cura di Alberto Frigerio; s.i.p.
*Dice di sé.
Ottavio Rossani. Giornalista al “Corriere della sera” Laurea
in scienze politiche e sociali. Come inviato speciale, ha
viaggiato in Italia e nei diversi continenti, soprattutto
America latina, firmando reportage, interviste, analisi su
questioni e personaggi della politica, del costume, della
letteratura. Ha curato alcune regie teatrali e diverse
mostre personali e collettive dei suoi quadri (acrilici) in
Italia e all’estero. Da ottobre del 2007 è responsabile del
blog dedicato alla poesia sul “Corriere della sera on-line”,
il primo nel mondo su un quotidiano elettronico.
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GIOVANNI
BOCCACCIO
Fu adunque già in
Arezzo un ricco uomo,
il qual fu Tofano
nominato. A costui fu data per moglie
una bellissima donna, il
cui nome fu monna Ghita,
della quale egli senza
saper perché prestamente divenne
geloso, di che la donna
avvedendosi prese sdegno;
e più volte avendolo
della cagione della sua gelosia
addomandato né egli
alcuna avendone saputa assegnare se
non cotali generali e
cattive, cadde nell'animo della donna di
farlo morire del male del
quale senza cagione aveva paura.
(Da “ Decameron
- Novella IV”, 1348-1353)
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