AMARCORD

PER AMORE E PER RABBIA


Posso ragionevolmente dire che tutto cominciò per caso,
come se il nostro destino aspettasse di incontrarci


 

Elda Lanza*

 

…quando

  parlavano di noi, dicevano Quei due.

Louis Aragon1

Mio marito si chiama Vitaliano Damioli. Io ho conservato il mio nome anche dopo il matrimonio. Ancora oggi, quando lui si presenta, con ironia aggiunge: sono il marito di. Pur avendo fatto cose molto più importanti di quante ne abbia fatte io, ma meno popolari della televisione e dei romanzi.

Quando ci siamo incontrati la guerra era terminata da poco. Io stavo laureandomi in filosofia, lui studiava ingegneria. Avevamo ventitre anni ed eravamo un po’ confusi.

Ci siamo innamorati furiosamente, ma senza progetti. È curioso pensarci ora, a oltre sessant’anni di distanza; ma al principio della nostra vita insieme ciascuno di noi ha influito in modo determinante sull’altro al punto che, sono certa, se non ci fossimo incontrati avremmo avuto una vita totalmente diversa da quella che abbiamo vissuta.

Non avevamo tradizioni di famiglia da rispettare e da continuare né aspirazioni particolari da assecondare.

A quell’epoca noi eravamo all’inizio di niente.

Lui, ingegnere, per il suo futuro si sarebbe occupato della diffusione in Italia di un solaio brevettato di recente invenzione; io, laureata, avrei insegnato o mi sarei impiegata.

Entrambi invece abbiamo cambiato il destino dell’altro in modo assolutamente inconsapevole ma definitivo, pur conservando allora e per sempre una profonda e volontaria autonomia. Raramente ho incontrato due persone così diverse, così “mal assortite”, e così profondamente unite.

Vitaliano disegnava bene. Disegnare bene gli aveva salvato la vita durante la guerra in un campo di lavoro tedesco. Aveva frequentato l’accademia di Augusto Colombo, che aveva lasciato, prima di conoscermi, perché incapace di un progetto così alto. Non aveva il fuoco dell’arte. Si avvicinava ai grandi pittori, e alla pittura d’avanguardia, con ostinata consapevolezza, da osservatore. Senza nessuna tentazione.

Io gli scrivevo bellissime lettere d’amore. E leggevo con passione sfrenata.

Su queste basi, piuttosto vacillanti, un unico progetto in comune: renderci indipendenti al più presto, e lavorare. Non per sposarci, non era nelle nostre intenzioni; ma per cominciare, davvero e finalmente, a vivere.

A quell’epoca, anche dal niente, era possibile.

Posso ragionevolmente dire che tutto cominciò per caso, come se il nostro destino aspettasse di incontrarci.

Passando davanti alle vetrine di Galtrucco, in piazza del Duomo a Milano, ci capitò di osservare alcune tavole di figurini maschili e femminili disegnati secondo i tessuti che erano in vendita: una specie di pubblicità molto raffinata e di un certo effetto.

Tu saresti capace di farli, andiamo a chiedere se vogliono provarti.

Fui io a spingerlo: lui era timido, come sono timidi tutti gli uomini molto belli quando sono giovani.

Ci dissero di sì. Scelse d’istinto il settore della moda maschile e ottenne quel lavoro. Un impegno durato mesi, forse un anno: ora potevamo passare orgogliosi davanti alle vetrine di Galtrucco, che esponevano le sue tavole, e fermarci a commentarle ad alta voce, come se non fossero “nostre”. Erano bellissime, peccato averle perdute.

Con quei primi soldi guadagnati ci siamo regalati una gita sul lago Maggiore, in treno, dalla mattina alla sera: con certi dolci al cioccolato che ancora sapevano di guerra.

Forse è stato l’unico periodo, brevissimo, in cui abbiamo lavorato insieme: lui protagonista e io di supporto. Dopo, quando siamo cresciuti, non l’abbiamo più accettato.

Quelle tavole nelle vetrine di Galtrucco fermarono l’attenzione anche di un personaggio importante del settore: Michelangelo Testa, direttore di Arbiter, la più autorevole rivista di eleganza maschile, che gli offrì una collaborazione continuativa, e gli aprì la strada verso uno straordinario Calendario della Necchi – Macchine per cucire; i tessuti Marzotto, e il valoroso Calzaturificio di Varese, con le prime tavole di pubblicità.

Lui ce l’aveva fatta. Quella sarebbe stata la sua strada, da allora e per sempre.

E io? Stavo studiando.

Un giorno Vitaliano mi presentò a una deliziosa anziana signorina, che lo aveva avvicinato per chiedergli se avrebbe accettato di fare l’attore in un giornale a fumetti. Lui aveva rifiutato, per sé; ma le aveva parlato di me: la mia fidanzata scrive molto bene, potrebbe scrivere romanzi.

Così conobbi la signorina Matilde Finzi, agente di un editore argentino, che mi introdusse nel mondo dei romanzi d’amore a puntate. La carta stampata sarebbe diventata la mia strada, da allora e per sempre.

Passata dall’editore argentino alla Mondadori, saltuariamente pubblicavo piccoli servizi di arredamento su “Grazia”: io sceglievo l’argomento e Vitaliano completava il pezzo con puntuali disegni di sedie e di troumeau.

Al direttore piacevano.

E piacquero anche al direttore della Rai, che volle conoscermi e affidarmi il ruolo di prima presentatrice della nascente televisione italiana.

Dai romanzi e dagli articoli di “Grazia” ero arrivata, infatti, alla televisione, come ho raccontato altre volte, per vent’anni; e dalla televisione a un’agenzia di comunicazione d’impresa, altri trenta. E ai romanzi, l’antica passione che dura ancora.

Dopo i primi tentativi di pubblicità, soprattutto affidata al disegno, Vitaliano aprì a suo nome un piccolo studio di pubblicità a servizio completo con clienti molto prestigiosi, anche stranieri. Fino all’ultima tappa: la famosa ODG (Orsini Damioli Group) la più grande agenzia a totale capitale italiano esistente in quegli anni, a livello internazionale.

Il mio ragazzo, bellissimo, era diventato uno degli uomini che più contavano nel mondo della pubblicità.

Così bello e importante che Ermanno Olmi l’ha voluto come protagonista di un suo film (non di grande successo, ahimè) “Un certo giorno”, nel quale interpreta la parte di se stesso, dirigente di una grande agenzia di pubblicità.

Perché racconto oggi la sua storia, e la mia? Due vicende come tante, in un mondo – di quegli anni – in cui era facile scegliere che cosa fare e chi essere.

Cesare Lanza, che come lui dice sempre non è parente, ma soltanto omonimo, anche se ci lega un affetto fraterno (io la sorella maggiore), giorni fa mi ha regalato il primo numero di “Gioia”, il settimanale femminile oggi edito da Rusconi, uscito il 7 marzo del 1937 – XV anno dell’era fascista.

Nel 1937 io frequentavo il Collegio reale delle fanciulle, ed ero profondamente infelice.

Per ragioni di salute avevo abbandonato la scuola ed ero stata bocciata.

Ero avanti di un anno; ma invece di accettare di ripetere l’anno, come a tutti sembrava ragionevole, ottenni di iscrivermi a una scuola privata, superai gli esami e iniziai quella che io considero, con benevolenza, la mia folgorante carriera scolastica.

Nel 1937 ero una ragazzina con molti capelli ricci, un’impronta di seno sotto la divisa grigia, l’aria spaventata. Mio padre e mia madre vivevano separati da anni. Li vedevo raramente, mai insieme.

Ero malata; ma Freud era poco frequentato all’epoca, anche dai medici.

Questo ricordo è così importante per me, perché in quel gesto di ribellione io riconosco la donna che sono diventata dopo. La vita che mi sono costruita da sola, con quel ragazzo accanto. Era il 1937. Strana coincidenza.

La bambina che non sapeva piangere aveva stretto i pugni. Ed era nata “Gioia”.

Davanti a quel foglio color rosa caramello, così ingenuo, così profondamente umile, tuttavia orgoglioso (malgrado l’anno, non c’è una sola parola che riguardi il regime, mentre le due pagine centrali sono dedicate alla famiglia Savoia che regnava), sono stata letteralmente assalita da un’ondata di ricordi, di sensazioni senza rimpianti, di nostalgia. E d’orgoglio.

Ho ripensato a tutto quello che Vitaliano e io avevamo costruito, così giovani e fortunati; poi più grandi, maturi, sposati e genitori responsabili.

E ora anziani, ancora insieme, che spesso ci basta guardarci negli occhi senza parlarci.

E mi sono chiesta perché da un trasloco all’altro, in cinquant’anni, di quella vita non ci sia rimasto niente, oltre a noi due e a quello che siamo.

Che è molto; ma i miei ricordi oggi mi sembrano difficili senza qualcosa che li solleciti e li testimoni. Per noi. Per quello che abbiamo fatto e che siamo stati.

Ho i libri più recenti che ho pubblicato. Abbiamo il film di Vitaliano, che ogni tanto rivediamo e mostriamo agli amici. Qualche foto, più intima che ufficiale.

Ma i personaggi che abbiamo incontrato, con i quali abbiamo lavorato o condiviso passioni. Perduti.

Non ho uno solo dei disegni di mio marito, nessuna delle sue pubblicità – che pure sono diventate luoghi comuni per tanti. Nessuna delle mie trasmissioni, oltre mille, perché a quel tempo non si facevano replay, e quindi sono andate perdute.

Nessun romanzo a puntate su “Bolero Film” di Mondadori; nessuno dei miei articoli sui quotidiani. Quintali di carta che non ho saputo raccogliere e conservare.

Mi chiedo come abbiamo potuto, e per quale ragione, stracciare in modo così sgangherato e irriverente un passato che dovrebbe renderci orgogliosi.

Questo pensiero è diventato ancora più pungente quando, con quel foglio di “Gioia” tra le mani, e una sorridente e composta Janet Gaynor in copertina, ho ricordato che in un momento transitorio tra la piccola agenzia di pubblicità e la grande ODG, a Vitaliano hanno chiesto di disegnare le locandine per alcuni spettacoli di rivista: “Giove in doppio petto” con Carlo Dapporto e Delia Scala. “Tobia candida spia” con Renato Rascel. “Passo doppio” con Ugo Tognazzi e la folgorante Dorian Gray alle prime battute.

E per un film importante: “Giulietta e Romeo”, sponsorizzato da Marzotto.

Per la prima volta, in oltre cinquant’anni, ho pensato con rabbia e con rimpianto al nostro passato che avevamo stracciato come se davvero fosse stato carta inutile; anche quelle locandine degli spettacoli di rivista, che sarebbe stato invece facile conservare. Ho frugato su Internet – probabilmente in modo inesperto. Ho cercato sulle bancarelle dei mercatini dell’usato. Ho chiesto aiuto. Sto ancora cercando. E intanto, finché ho memoria. Perché almeno qualcosa rimanga.

Grazie, Cesare.



1) “L’ira e l’amore”, Louis Aragon, Guanda.




*Dice di sé.
Elda Lanza. Scrittrice e giornalista sta concludendo l’ultimo romanzo “La bambina che non sapeva piangere”. Che racconta di sé. Di quella vita molto speciale che si è costruita da sola, tra realtà e fantasia. Per amore e per rabbia.








DANTE ALIGHIERI

Del mese di genaio, e non di mag[g]io,

fu quand'i' presi amor a signoria,

e ch'i' mi misi al tutto in sua baglìa

e saramento gli feci e omaggio;

e per più sicurtà gli diedi in gaggio

il cor, ch'e' non avesse gelosia

ched'i' fedel e puro i' no gli sia,

e sempre lui tener a segnó maggio.

(Da “Il fiore”, 1283-1293)






FRANÇOIS DE LA ROCHEFOUCAULD


La gelosia nasce sempre con l'amore,

ma non sempre muore con esso.

(Da “Riflessioni e massime”, 1665)








 

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