LETTURE
LA VARIABILE DIO
Un affascinante viaggio in
compagnia di due grandi scienziati: il cattolico George
Coyne, gesuita e astronomo di papa Wojtyla, e il laico
Arno Penzias, ebreo tedesco scampato ai lager e premio
Nobel della fisica per la scoperta della radiazione
cosmica di fondo1
Riccardo Chiaberge*
Arizona.
Pellegrini a Mount Graham
Leggenda
vuole che avesse cavalcato giorni e giorni in solitudine tra
distese di cactus, sfidando il clima torrido, l’arsura del
deserto, gli assalti dei puma e dei coyote.
Con il
fiuto dell’esploratore e la diligenza del cartografo,
prendeva nota di ogni pozza, ogni canyon, ogni traccia di
fiume sotterraneo. Finchè un giorno del 1692, risalendo il
letto arido del Rio Santa Cruz, giunge stremato in una valle
ombrosa. Pare un miraggio: c’è una fonte di acqua fresca e
un villaggio abitato da una tribù di indiani papago, che
accolgono il forestiero, lo dissetano e lo rifocillano.
Incredulo, padre Eusebio Chini alza gli occhi ai monti
boscosi che sovrastano il pueblo, e non può fare a meno di
pensare al suo Trentino.
Salpato nel
1678 da Genova con altri diciotto gesuiti, aveva
attraversato il Messico per raggiungere la Bassa California
e l’Arizona. Una specie di cow-boy in tonaca al servizio del
viceré di Spagna. Ovunque passava, nelle sue spedizioni
Francisco Kino (come era stato ribattezzato dagli spagnoli)
lasciava dietro di sé scuole, missioni, conventi per
ampliare il raggio della cristianità. Ma portava anche
utensili e sementi alle popolazioni indigene per insegnare
loro a coltivare la terra e costruire abitazioni più solide,
e si batteva contro i proprietari terrieri che avevano
ridotto i nativi in schiavitù per farli lavorare nelle
miniere di argento.
Il pueblo
dei papago si chiamava Stjukshon, o Chuk Shon (“il villaggio
della primavera ai piedi della montagna nera”). Gente mite e
sedentaria, dedita all’agricoltura, tutt’altra pasta dai
cacciatori guerrieri comanche o apache.
Oggi Chuk
Shon è diventata Tucson, una città di oltre mezzo milione di
abitanti. Qualche negozietto ancora ti vende collanine e
braccialetti di artigianato dei native americans, ma sono
ben altre tribù, artisti, musicisti, neuroscienziati,
biologi e informatici, a presidiare il territorio.
E
soprattutto astrofisici: perché nessun cielo è più
cristallino e scintillante di quello dell’Arizona. I
lampioni stradali hanno uno schermo speciale che smorza
l’inquinamento luminoso, e il vicino Kitt Peak è costellato
di decine di osservatori e di casette con su scritto DAY
SLEEPERS!, per invitare i gitanti a non turbare il sonno di
chi ha vegliato fino a notte fonda con l’occhio al
telescopio o al terminale. A padre Chini – che ha pure una
statua nel Campidoglio di Washington, tra i fondatori dello
Stato dell’Arizona, – era intitolata, fino a qualche anno
fa, la residenza dei gesuiti a Tucson. Adesso il Vaticano ne
ha costruita una nuova e più confortevole per la sua équipe
di astronomi, al 2017 di East Lee Street, a poca distanza
dall’università. È qui che ci siamo dati appuntamento, un
sabato di novembre.
Affratellati dall’età, dagli studi e dagli astri (reali e
metaforici), i nostri due pellegrini non si erano mai
incontrati. Avevano scelto entrambi l’anno peggiore per
venire al mondo – il 1933, proprio mentre Hitler saliva al
potere.
E nei
decenni successivi al diluvio il Nobel ebreo scampato alla
Shoah e il gesuita astronomo del papa avrebbero percorso due
strade parallele, all’insaputa l’uno dell’altro, sulle
sponde opposte dell’Atlantico. Quando, scolaretto nella
pacifica Baltimora, muoveva i primi passi della sua
educazione religiosa e scientifica, George Vincent Coyne era
completamente all’oscuro della tragedia che si stava
consumando in Europa, e che avrebbe potuto troncare troppo
presto l’avventura terrena del suo coetaneo Arno Allan
Penzias, come successe a sei milioni di altri come lui,
colpevoli soltanto di essere nati sotto la Stella di David.
Ci sono
voluti settantacinque anni perché queste due straordinarie
vite parallele, questi due ingegni sfavillanti si
incrociassero finalmente un giorno a Tucson, Arizona. Chi
scrive non ha dovuto faticare molto per realizzare il corto
circuito. È bastato uno scambio di email, la proposta di un
tema assai più spinoso dei cactus, ma proprio perciò
giustamente intrigante – i rapporti tra scienza e fede –
perché entrambi accettassero di slancio l’invito. È stato
padre George a suggerire di vederci lì, non lontano da
quell’osservatorio di Mount Graham che è l’orgoglio
dell’astronomia vaticana, dotato degli strumenti più
all’avanguardia, e meta di studiosi (cattolici e no, atei e
credenti) da ogni parte del mondo. Sono appena due ore di
volo da San Francisco, e Penzias non ha sollevato obiezioni.
Quando ho suonato alla porta del 2017 di East Lee Street
l’atletico gesuita è corso ad aprirmi, T-shirt e scarpe da
tennis, e mi ha subito buttato le braccia al collo e baciato
sulle guance, come fossi un vecchio amico.
Alle sue
spalle, la figura allampanata di Arno, in maniche di
camicia, nervosamente gioviale come sempre, negli occhi
appuntiti e mobilissimi una vaga espressione di rimprovero.
Non ero in ritardo, ma lui era già lì da un quarto d’ora e
cominciava a scalpitare.
Così, senza
tanti convenevoli ci siamo avviati verso l’appartamento di
Coyne, in fondo al portico ombreggiato da una pergola di
fiori gialli – mi spiegheranno poi che sono “artigli di
gatto” (Uncaria tomentosa), una pianta medicinale rampicante
usata dagli indiani per la cura dell’artrite e di altre
malattie. Lo studio di padre George è in realtà una celletta
monastica, tavolino, computer, scaffale con pochi libri di
astrofisica.
Lì abbiamo
trascorso molte ore a parlare a ruota libera, di Big Bang e
di ateismo, di evoluzione e creazione, di ebraismo e
cristianesimo, in una penombra claustrale, mentre fuori il
giardino ardeva sotto il sole giaguaro tra ronzii di
calabroni e frullare di colibrì, e ogni mattina il tassista
mi raccontava di avere avvistato qualche cucciolo di puma,
un coyote, un uccello corridore come quelli dei cartoon o un
branco di pecari, che da queste parti chiamano havelinas.
Abitanti
furtivi di una natura primigenia, impassibile davanti
all’avanzata delle highways, dei campi da golf e dei “resort”
esclusivi: quale cornice migliore per una discussione sulla
creazione e le origini della vita sulla Terra?
Come
regista dell’incontro mi aspettavo un compito arduo, dover
dirigere un duetto di voci stridenti: lo scettico
razionalista contro il teologo, l’eloquio accidentato,
ellittico e folgorante di Penzias contro quello suadente e
morbido, da predicatore, di padre Coyne. Eppure, quasi per
incanto, dopo un primo rapido scambio di battute, i due
ragazzi del ’33 avevano già trovato l’intonazione giusta,
recitavano ciascuno a meraviglia la propria parte. E,
nonostante la diversità delle loro storie e del background
culturale e religioso, in quasi otto ore di conversazione
non c’è stato un solo momento di frizione o di ostilità.
Dissensi,
molti, divergenze di punti di vista, continue, ma sempre
rimarcate senza alzare la voce e senza pronunciare condanne,
anatemi o parole aspre l’uno verso l’altro. Tutto l’opposto
di quel clima di crociata e di muro contro muro che sembra
dominare da qualche anno intorno a questi temi.
I due
viandanti di Tucson portano sulle spalle bagagli differenti,
esperienze di vita e di ricerca che li hanno profondamente
segnati. Arno Penzias ha lavorato per trentasette anni ai
Bell Labs, dove insieme a Bob Wilson ha scoperto quasi per
caso la radiazione cosmica di fondo, una breccia nei misteri
del Big Bang che è stata premiata con il Nobel per la fisica
nel 1978.
Negli anni
più recenti è diventato un uomo d’affari, un cacciatore di
talenti a Silicon Valley. Ha partecipato alla febbre della
New Economy proteggendosi con l’antipiretico di un sano
scetticismo: come potevano sbancare il Nasdaq con quotazioni
galattiche imprese che non producevano altro che idee di
business di cui era arbitrario stabilire il valore
monetario? Elenchi o indirizzari online, siti di shopping
virtuale, motori di ricerca per navigare su Internet...
Ma la sua
aspirazione è sempre stata quella di aiutare altri a dare
forma a nuove idee e a ricavarne profitto. Via via questa
sua attività di seminatore d’innovazione si è consolidata in
una società di venture capital, la NEA (New Enterprise
Associates), che investe nelle aziende che di volta in volta
giudica più promettenti, in prevalenza nel campo delle
telecomunicazioni. Un salto notevole, per uno scienziato che
ha trascorso buona parte della propria vita scandagliando
gli spazi siderali. Dalle stelle alle startup, dalle
molecole intergalattiche ai microchip, dalle radiazioni
cosmiche alle frequenze dei cellulari. E più di recente,
alle energie alternative, al fotovoltaico in particolare.
Attività
solo in apparenza distanti, perché accomunate da un
obiettivo: la creatività, l’invenzione. Anche padre Coyne è
reduce da una svolta cruciale. Nel 2006 ha lasciato un
incarico prestigioso, quello di direttore della Specola
vaticana, l’osservatorio astronomico della Santa Sede (lo
aveva chiamato nel 1978 Giovanni Paolo I, il papa che regnò
poco più di un mese, ed era stato confermato da Wojtyla).
Per più di trent’anni si era diviso tra Castel Gandolfo e
Tucson, aveva partecipato attivamente alla commissione
papale su Galileo e a quella su Darwin, proseguendo nel
contempo le sue ricerche sulle galassie a spirale di Seyfert
e sulle “variabili cataclismi che”, sistemi stellari binari
che emettono intensi lampi di radiazione. Prima di ritornare
in campo come presidente e fund-raiser, collettore di
finanziamenti per gli osservatori vaticani, si è concesso un
sabbatico, o meglio, un lungo e impegnativo ritiro
spirituale.
Ha fatto il
viceparroco a Raleigh, North Carolina, una comunità di
quattromila famiglie cattoliche. Per un anno è stato
accessibile solo ai fedeli della chiesa di San Raffaele
Arcangelo, che ogni domenica avevano il privilegio di
ascoltare sermoni ricchi di citazioni e riferimenti colti,
dove Bibbia e Vangelo si intrecciavano a filosofia e storia
della scienza. Una parentesi faticosissima (un giorno
scrisse a un amico: “Oggi ho fatto più battesimi che in
tutta la mia carriera di prete”), ma anche una boccata
d’ossigeno salutare, dopo decenni di lavoro scientifico e di
defatiganti diplomazie nei corridoi della Curia romana. E
così, eccoli seduti uno di fronte all’altro, i due fratelli
separati Arno e George, con un registratore digitale sul
tavolo e una brocca di acqua gelata per rinfrescarsi ogni
tanto la gola. La prima domanda non può che riguardare le
loro biografie, l’educazione ricevuta, il loro personale
rapporto con la spiritualità e la religione.
E qui
subito affiora una differenza invalicabile: mentre per Coyne
l’incontro con Dio è stato il risultato di una “chiamata”, e
ha avuto fin dall’inizio un contenuto affettivo emozionale,
come verso una figura paterna, Penzias, che non crede in un
Dio antropomorfico, non riesce a separare la religione dalla
Storia, con la S maiuscola, dalla memoria marcata a fuoco
sulla sua pelle dal nazismo e dalle persecuzioni razziali.
“Sono nato – racconta – il 26 aprile 1933, lo stesso giorno
in cui fu costituita la Gestapo. Infatti ho due certificati
di nascita: uno con la svastica e l’altro senza, redatto
dall’impiegato qualche ora prima”. Di famiglia numerosa – il
padre aveva nove fratelli e sorelle – il piccolo Arno cresce
circondato da zie e cugini. La madre, cattolica bavarese,
per amore si era convertita al giudaismo, senza immaginare
quanto le sarebbe costata cara questa scelta.
1) Pubblichiamo, per gentile
concessione dell’editore, uno stralcio dal libro “La
variabile Dio”, di Riccardo Chiaberge (Longanesi, 2008).
Riproduzione riservata.
*Dice di sé.
Riccardo Chiaberge. Torino 1947. Dirige attualmente il
supplemento domenicale del “Sole 24 Ore”. Dopo aver lavorato
al Centro Einaudi di Torino e alla rivista “Biblioteca della
libertà”, ha iniziato la carriera giornalistica alla Stampa
nel 1976, per poi passare al “Mondo” e nel 1981 al “Sole 24
ore” come responsabile della terza pagina e del supplemento
“Domenica” fondato nel dicembre 1983. Dal 1984 al 2000 ha
lavorato al “Corriere della sera”, prima come caporedattore
alla cultura e poi come inviato ed editorialista su temi
culturali e scientifici. Tra i suoi libri, “Ingegneri della
vita” (Sperling & Kupfer ), “Cervelli d’Italia. Scuola,
scienza, cultura, le vere emergenze del paese” (idem, 1996),
“L’algoritmo di Viterbi. Da profugo a re dei cellulari: la
straordinaria avventura di un italiano in America” (2000) e
un romanzo, “Salvato dal nemico. 1944: una strage nazista
nell’Italia divisa dall’odio”. Nel 2006 ha curato “Il libro
delle Vespe. Cento e una punzecchiacultura” (Baldini
Castoldi e Dalai)
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ALPHONSE KARR
La gelosia è un misto
d'amore, d'odio, d'avarizia e d'orgoglio.
(Da “ Aforismi
sulle donne, sull'uomo e sull'amore”,
a cura di Massimo
Baldini, 1993)
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