LETTURE
IL PITONE NON MUORE IN BENIN
A Ouidah, nella culla del
vudù si scopre che il vudù non può essere usato per fare
del male: permette di esprimere solo desideri buoni e
fecondi, tutto il male che si vuole augurare ricorrendo
al vudù finisce per ritorcersi contro chi fa il voto maligno
Mauro Mainoli*
Un pitone non muore a Ouidah.
È la notte che è
calata.
Il guardiano del tempio dei
pitoni è poliomielitico. Tutta la sua giovane figura è
spigolosa e scarna, manca di quella corposità muscolare che
ha attirato a Ouidah generazioni di mercanti di schiavi. Le
spalle sono quadrate e secche, la camicia penzola come
appesa ad una gruccia e si confonde con i pantaloni troppo
abbondanti per le sue gambe da insetto caparbio. Non usa
stampelle e cammina inarrestabile con una potenza che pare
meccanica. La nuca è rotonda e piena come quella dei fieri
conquistatori di regni da cui discende, il volto aperto e
franco si inasprisce nelle sporgenze degli zigomi troppo
pronunciati, sotto cui si aprono i segni delle
scarificazioni rituali, due per ogni guancia, il che vale
agli adepti del tempio il soprannome di “2 per 2”. Sorride
in continuazione, mostrando senza alcun calcolo la parte più
bella del suo corpo, gli splendidi denti.
Al tempio c’è
la solita processione allegra dei portatori di offerte,
ognuno con la propria ciotola di vivande o con un pollo
pronto per il sacrificio. All’interno del semplice muro di
fango, che delimita il perimetro del tempio, si aprono
alcuni ambienti piuttosto piccoli e bui, capanne d’argilla
sormontate da un tetto di lamiera che appoggia precariamente
su colonne anch’esse di fango screpolato. La gente si dirige
ordinatamente verso la capannuccia più grande, al cui
interno è appena visibile nella semioscurità la consueta
montagnola di fango che in tutta l’Africa nera rappresenta
il fulcro di ogni attività religiosa: un semplice mucchietto
di terra che giornalmente si copre del sangue, delle piume e
del pelame delle vittime, una sporgenza, un’escrescenza di
madre Terra, che intercetta le vite e gli umori più preziosi
delle creature destinate al ritorno.
Le bestie vengono sgozzate con la calma intensità di
un gesto dovuto, non c’è spazio per la drammaticità perché
tutto rientra nell’ordine prestabilito delle cose: il
consueto alternarsi ciclico e necessario della vita e della
morte viene serenamente convogliato all’interno di una
prospettiva sociale organizzata con scrupolo, per cui il
vero orrore non sta certo nel sangue versato sul piccolo
altare vudù, nell’annientamento della singola creatura,
quanto piuttosto nell’esclusione della creatura stessa dalla
quotidianità del rito, nell’idea di diversità, di
isolamento, nella minaccia di infrazione delle regole
sociali, che garantiscono alla collettività un futuro e
permettono al mondo di perpetuarsi e, in definitiva, di
esistere. L’animale sacrificato è a pieno titolo coinvolto
nella dinamica sociale che fa bella e piena, degna di essere
vissuta, l’esistenza solare di questi tropici travagliati.
Il guardiano del tempio, uno dei
tanti guardiani, ha una sua diversità difficile da
elaborare, è poliomielitico. Parla molto, e con fierezza,
delle tradizioni più antiche, dell’usanza di sopprimere e
seppellire in un luogo sacro tutti i neonati che presentano
malformazioni considerate pericolose, racconta di come i
bambini cui spuntano per primi gli incisivi della mascella
superiore siano, con la loro voracità, fonte di sicura
rovina per il villaggio e debbano quindi essere eliminati,
di come i gemelli, per il loro essere diversi nell’essere
uguali ad un altro sé, siano visti dalle differenti comunità
africane con profondo orrore o con profonda venerazione,
eliminati o divinizzati.
L’essere poliomielitici in Benin,
come nel resto dell’Africa nera, è una diversità relativa,
significa semplicemente fare parte di quel vasto esercito di
persone che si muovono con fantasiosi mezzi di fortuna,
specie di macchine leonardesche uscite dalla fantasia dei
celebri fabbri della corte reale beninese. Il guardiano dei
serpenti non ha neppure bisogno dei fabbri, cammina da solo
e, soprattutto, danza da solo per ore e ore, per giorni
interi, quando arriva il momento delle feste consacrate al
tempio dei pitoni.
Il giorno delle danze è il suo
orizzonte ideale, l’ora attesa che riempie di un riflesso
luminoso ogni minuto della povera vita di Ouidah, la sua
porta d’accesso a quella realtà che corre invisibile accanto
alle abitudini quotidiane, riempiendole di forma e di
significato. Quando danza sulle gambe secche e corte, si
lascia andare alla sua trance devozionale e diventa
ciò che veramente sa di essere, spirito nella rete degli
spiriti, pitone tra i pitoni, simbolo anch’egli energico e
enigmatico del mistero impenetrabile della vita.
Capire che rapporto intercorra
tra il pitone e il suo adepto, tra il guardiano e i
serpenti, che girano indisturbati per il tempio, tra i
pitoni di macchia e la gente che li raccoglie con amore e li
conduce “alla loro casa”, è un’impresa che si gioca in un
universo che nulla ha a che vedere con la rappresentazione
logica del reale. Nessun africano ama parlare della propria
esperienza religiosa, perché sa che il linguaggio è
strumento troppo debole per evocare la speciale dimensione
cui la tradizione magico-rituale permette di accedere.
Il linguaggio è, anzi, esso
stesso svuotato della sua ossatura razionale, della sua
componente più diretta e intelligibile, per riacquistare la
primordiale capacità di ammantare di significato il mondo,
la sua valenza di formula magica alla quale si deve la
creazione stessa dell’universo in cui l’uomo vive. Da questo
processo di rifondazione magico-rituale del linguaggio
nascono gli straordinari aforismi della cultura beninese,
poesia nel senso più alto e profondo. “Un pitone non muore a
Ouidah. È la notte che è calata”, si dice qui nel tempio.
Nella forza della sentenza africana, il pitone diviene
simbolo supremo degli esseri viventi, la vita stessa sul
pianeta, la cui scomparsa coincide con la discesa delle
tenebre. Senza la mediazione del pitone, senza la
venerazione per il manifestarsi grandioso della Natura, il
mondo rimane avvolto nell’oscurità, perché la conoscenza
vera non può scaturire dalla sola avventura intellettuale
umana.
Occorre venerare il pitone,
tenerlo in vita e custodirlo affinché si rinsaldi il legame
tra l’uomo e l’oscuro mistero che lo circonda, filtri la
luce da dietro le cortine dell’enigma e possa ritornare il
giorno della conoscenza. Il legame sacro tra l’uomo africano
e l’ambiente in cui vive si spinge fino a far coincidere la
scomparsa dell’animale-simbolo con la scomparsa stessa del
mondo. Ma di una scomparsa provvisoria si tratta: la notte
non è così definitiva come sembra suggerire l’arrivo della
morte, alla notte succede il giorno, e il legame
uomo-animale-ambiente, se mantenuto vivo, restituisce
all’universo la sua eternità. “Un pitone non muore a Ouidah”:
il pitone, l’essere, la vita non muore mai in un luogo dove,
come accade per Ouidah, sia coltivato il rapporto con
l’elemento eletto a simbolo dell’ambiente circostante.
Nessun adepto può guardare un
pitone morire, nessuno che porti le quattro scarificazioni
rituali – racconta il guardiano – ha il diritto di osservare
un serpente sacro che lascia questa vita. Il tono del
ragazzo si fa serio, i suoi occhi si dilatano ogni volta che
appare l’ombra del tabù. La fine del serpente sacro è la
fine stessa del mondo: è forse lecito ad un piccolo uomo
osservare una simile apocalisse?
I pitoni reali del Benin sono
innocui colossi che si lasciano maneggiare teneramente dagli
adepti. Quando non girano per il tempio o per le strade,
stanno appisolati nella stanza al centro dell’area sacra,
una sorta di scarno vivaio con una grossa buca al centro e
alcune teste in legno grossolanamente sbozzate e disposte
senza un ordine apparente ai lati della fossa. Tutto nella
stanza è spoglio e disadorno, la sacralità del luogo è
interamente affidata alla maestà dei serpenti, che non
sembrano curarsi di nulla se non del loro inviolabile sonno.
È la calma davvero regale dei pitoni che imprime una
vibrazione eternante a questo povero rettilario, una sorta
di ronzio vasto e profondo che sembra traslare ogni pensiero
verso il regno senza età delle argille ocra su cui giacciono
inaccessibili e immobili i rettili. Nella stanza dei pitoni
non esiste il tempo, tutto è uguale a se stesso da sempre,
il mondo inizia e finisce nel cerchio della capanna, nel
pulsare impercettibile dei grassi nastri gonfi di vita.
Il guardiano osserva, tace e
ammicca con gli occhi lucidi.
Si racconta che agli inizi del
settecento, quando scoppiò l’ennesimo conflitto tra regni
confinanti, Kpassè, re degli Hueda, si rifugiò nella foresta
per sfuggire alla furia dei guerrieri di Agadja, re del
Danxome, regno allora in forte espansione, destinato a
sottomettere in maniera cruentissima tutti i popoli vicini e
a tracciare i confini del futuro Dahomey, l’attuale Benin.
Kpassè sembrava avere le ore
contate, ma la foresta si riempì di un nugolo di pitoni che,
con lo strisciare dei loro corpi energici e tozzi,
trasformarono il terreno in una trappola infernale. I
guerrieri di Agadja fuggirono terrorizzati e Kpassè,
scampato al pericolo e pieno di riconoscenza, diede inizio
al culto del pitone.
Ma questa è solo la nuda
successione di fatti ,assai controversi, che si perdono
nelle nebbie degli scismi e delle lotte tra clan e famiglie
spuntate agli inizi del seicento a gettare le basi di un
regno esteso e solido. Simbologie oscure e miti fondanti si
intrecciano inestricabilmente ai pochi dati storici raccolti
dagli avventurieri colonialisti, ma non a caso l’ineludibile
presenza del regno animale nel mondo beninese si manifesta
fin dalla nascita della stirpe regale del Dahomey, allorché
la principessa Aligbonu fu violentata da una pantera
chiamata Agasù e diede alla luce un figlio maschio.
Saranno i suoi discendenti a
spostarsi da Tado, nell’attuale Togo, verso est e verso
Abomey, la futura capitale del regno del Dahomey. Secondo
altre versioni l’animale mitico che generò la stirpe dei re
era piuttosto un leopardo, ma la sostanza della narrazione
rimane senza dubbio l’impossibilità di tracciare un confine
netto tra il regno animale e la stirpe dei regnanti, la
profonda saldatura tra il più autorevole degli uomini, il
re, e il rappresentante più intensamente simbolico del regno
animale, ora il pitone, ora il leopardo, ora la pantera.
Il figlio del leopardo ha poi
sottomesso il protetto dai pitoni, Ouidah e il suo prezioso
porto sono finiti in mano ai regnanti di Abomey, ma il culto
dei serpenti non ha fatto che acquistare forza e radicarsi
nel territorio, conservandosi intatto e potente
nell’intensità dei gesti e delle movenze degli adepti dalle
quattro cicatrici, i “2 x 2” che raccontano ancora oggi ai
pochi turisti il fascino del loro culto e la forza
dell’albero sacro che veglia sul tempio e regala ombra ai
tabernacoli.
Il giovane guardiano
poliomielitico abbraccia con lo sguardo l’enorme ficus
e vi indugia per qualche lungo secondo, come per succhiarne
l’esteso vigore. Qualcuno versa offerte rituali su un
lenzuolo bianco appeso intorno al tronco, macchiandolo di
lunghe colate brunastre.
Il vudù non può essere usato per
fare del male, dice severo l’adepto: il vudù permette di
esprimere solo desideri buoni e fecondi, tutto il male che
si vuole augurare ricorrendo al vudù finisce per ritorcersi
contro chi fa il voto maligno. Il vudù è semplice come
semplice e spontanea è la buona intenzione: chi vuole
riempire le reti di pesce, chi vuole ritrovare il desiderio
della moglie, chi vuole liberarsi del terrore che la
malattia ha incollato alla sua pelle, conficca un pioletto
di legno alla base dell’altare d’argilla e attende con
fiducia un futuro migliore. Se gli spiriti si prenderanno
cura di lui, tornerà all’altare reggendo un pollo per le
zampe, staccherà il bastoncino che aveva piantato, verserà
il sangue del pollo sulla montagnola di terra, lo impasterà
con un poco delle piume e con qualche organo interno e
porterà a casa il pollo per festeggiare con i familiari il
voto esaudito.
Nulla di più e nulla di meno,
tutto confinato in una gestualità minima e quasi meccanica,
ma dietro ogni gesto rituale si nasconde l’abisso vasto e
insondabile di una dimensione altra e lontana che a Ouidah
si intreccia saldamente alla quotidianità più spicciola ed
esplode nelle piroette, nelle danze, nei tamburi, nella
continua processione di strani personaggi che agitano le
loro vesti di paglia, le loro maschere colorate, i loro
bastoni rituali in pieno giorno e nel mezzo del caotico
traffico cittadino.
Passa lo zangbeto tra le
macchine e i motorini, si fermano giovani e vecchi a
guardare la figura a loro familiare di un covone con piedi e
corna che gira su se stesso e danza al ritmo dei tamburi,
posseduto dagli spiriti e venuto a dispensare le verità
collettive.
Danzano gli Hegungun per
commemorare i defunti, e anche le famiglie sfiorate
dall’ideologia socialista del governo di Mathieu Kérékou
sanno che è bene chiamarli a danzare ad ogni anniversario di
morte. Un vecchio, bastone in mano, guarderà che nessuno si
faccia toccare dalle vesti colorate degli spiriti dei morti,
gli strani Hegungun che in Benin non saranno mai
semplici uomini mascherati.
Ad ogni angolo di strada c’è una
piccola edicola ingombra di cocci di vaso, pezzi di vetro,
strani abiti appesi: ciascun tempietto è un nodo di quella
rete magica e invisibile in cui ogni beninese è impigliato e
vuole impigliarsi per non cadere nel vuoto.
Campeggiano le bandiere-feticcio
sulla sommità di lunghi pali conficcati nel fondo della
laguna. Ogni bandiera reca i simboli misteriosi di un
linguaggio magico accessibile solo agli iniziati. All’alba,
nel silenzio tropicale delle acque interne, piroghe
solitarie indugiano a lungo accanto allo strano alfabeto dei
maghi.
Si occupa ancora dei suoi sudditi
beninesi Agoli Agbo III, discendente controverso dei sacri
Huegbadja, Tegbessou, Ghezo e Gbehanzin che fecero la
grandezza del regno. Seduto placidamente tra la folla che si
accalca attorno al suo misero palazzo, circondato da pingui
mogli con la pelle schiarita, da dignitari dall’aspetto
trascurato e da un esercito di principi sobriamente
eleganti, non ha bisogno di alcuna polizia per esercitare il
potere. Può incenerire all’istante qualunque creatura
animata da intenzioni maligne, i tassisti lo sanno e i
benzinai non ne dubitano, sicché il suo regno non teme
l’autorità del governo eletto.
Solo Gbehanzin Basile,
discendente diretto del re Gbehanzin, osa criticare Agoli
Agbo III e osa sostenere di essere il legittimo erede al
trono. Chiuso nel suo solitario palazzo in rovina,
intrattiene tristemente gli ospiti ripercorrendo la
grandezza dei suoi avi sul filo degli ideogrammi dipinti sui
muri del cortile interno. Ogni ideogramma un’avventura
magica, ogni magia una verità profonda che appartiene
indissolubilmente alla comunità ma necessita di essere
reinterpretata continuamente: la banalità apparente dei
disegni rivela il suo potente messaggio solo in presenza di
chi sa farsi interprete e mediatore di un linguaggio che
rimane esoterico anche nella sua trasposizione figurativa.
Mai di vera cultura scritta si tratta, la tradizione deve
rimanere orale perché ogni volta ha bisogno di essere
ricreata e rivissuta dal vivo anziché affidata alla
freddezza dei segni.
Due mani tengono un uovo.
“L’universo porta l’uovo che la terra desidera” spiega
Gbehanzin Basile. L’uovo è la vita, le mani del Re la
tengono in pugno e l’intero universo è contemporaneamente
garanzia e minaccia per l’esistenza dell’uovo, posta sotto
la protezione del Re. La presenza dell’universo, e quindi
della terra, porta la vita, ma allo stesso tempo
l’universo per potersi manifestare, per essere conosciuto,
si fonda sulla presenza della vita stessa, cioè desidera
l’uovo; eppure l’universo continua a rimanere ciò che è
fuori dall’individuo, il Tutto che minaccia la singola
esistenza, quel piccolo uovo che deve essere difeso
dall’intervento della coscienza individuale, simboleggiata
dalle mani del più significativo degli individui, il Re.
L’irrisolta tensione fra
conoscente e conosciuto, tra io e tutto, tra interno ed
esterno che attraversa tutte le tappe più significative del
pensiero umano, sta lì, in un disegno grossolano la cui
magia filosofica deve essere richiamata da chi ha
socialmente il compito di farlo.
Magia in ogni albero, magia in
ogni sorgente, temibile magia nell’oceano agitato che erode
le coste, magia in ogni parola.
Re e principi, Hegungun e
Zangbeto, feticci e pitoni sacri percorrono il Benin come un
irruente fiume sotterraneo pronto a far franare l’intero
edificio di una modernità precaria che non ha mai saputo
mettere radici. Nessuna abitudine occidentale attecchisce
davvero sulla fragile crosta che ricopre il flusso magmatico
delle energie tribali.
I ragazzini si affollano
all’ingresso delle scuole, ma non è tra i banchi e dentro ai
libri che l’Africa nera ritrova se stessa. Non è mai stato e
non sarà mai il Benin un paese “moderno”: non è la logica
dei numeri, non è l’applicabilità dei modelli matematici a
far pulsare il cuore dei figli del leopardo, ed è meno che
mai l’orgoglio intellettuale del pensiero che procede per
verifiche, accettando solo la verità di ciò che l’uomo può
ricreare nel suo piccolo laboratorio. Non può e non deve
succedere nella terra in cui nessun segno è in grado di
imprigionare la conoscenza.
Magia in ogni gesto e magia in
ogni scelta, e la coda di chi si affolla ai bordi degli
altari rimane placidamente lunga. Il tempio dei pitoni è
sempre pieno e il guardiano poliomielitico, uno dei tanti
guardiani, gusta il calore della folla. Tramonta il sole su
Ouidah, ed è soltanto la notte che cala.
Il pitone non muore, continua a
strisciare. Sul cemento, però, il segno è difficile.
*Dice di sé.
Mauro Mainoli ha 45 anni e nessuna occupazione seria. Spende
i suoi pochi risparmi in viaggi perché coltiva l’illusione
di poter lasciare questa terra dopo averne abbracciato la
schiacciante rotondità. Insegue e racconta le realtà in cui
il senso del sacro non è precipitato nel pozzo dell’io.
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FILIPPO
PANANTI
V'è
una gelosia villana che è un diffidare della
persona amata;
v'è una gelosia delicata
che consiste nel diffidare di sé.
(Da “ Avventure
e osservazioni sopra le coste di Barberia”,
1817)
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MIGUEL CERVANTES
Gelosia, fiera tiranna del regno d'amore,
armami il braccio
di un ferro; dammi, o
disprezzo, una corda.
(Da “ Don
Chisciotte della Mancia”, 1605)
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