PALCOSCENICO

SOPRA LE QUINTE...


Stefano Marafante e Massimo Monaci, direttori
di due importanti teatri di Roma ci svelano segreti
e difficoltà del loro mestiere


 

Marzia Apice*

 

Sarebbe bello dirigere un teatro? Me lo sono sempre chiesta. Io nei panni del direttore: mi vedo circondata da artisti, mentre prendo decisioni importanti e trascorro gran parte delle sere a godermi le commedie e i drammi che ho scelto per il mio teatro. E poi immagino l’emozione di costruire dal niente uno spettacolo: respirare il tipico sapore che la creatività conferisce all’aria, quel gusto che è un misto di fatica, voglia di fare, aspettativa, paura di non farcela. Fino ad arrivare a quel momento in cui il tuo “bambino”, dopo i primi tremolanti vagiti, comincia a camminare con le sue gambe ed affrontare il mondo: il sipario si apre e lo spettacolo va in scena, un istante magico, delicatissimo, irripetibile. Vista così sembra un’esperienza esaltante, magari, però, le mie sono solo congetture romantiche. Forse i direttori dei teatri passano la loro giornata in ufficio, sommersi dalle scartoffie mentre lottano contro la miopia dei governi in fatto di cultura (o i fastidiosi capricci delle primedonne che vogliono il camerino più grande), e il loro lavoro poco si discosta da quello di un manager d’azienda, come veri e propri draghi dei bilanci rintanati in lussuosi edifici, che non hanno però mai visto una pièce in vita loro…

A pensarci bene, sono anni che mi sfilano davanti attori e registi delle specie più variegate, con i loro spettacoli belli o brutti, con il loro talento più o meno evidente, mentre i direttori sono in genere restii ad apparire, sempre mimetizzati tra gli addetti ai lavori, quasi come se preferissero nascondersi.

Ecco perché, nel mio girovagare degli ultimi tempi, non appena ne ho avuto l’occasione ho preso la palla al balzo per scambiar quattro chiacchiere con due di loro. Se non altro per capire qualcosa di più e porre fine alle mie elucubrazioni.

Si tratta di Massimo Monaci, direttore dal 2003 del teatro “Eliseo” e Stefano Marafante, direttore del teatro “De’ Servi” dal 2002. L’ “Eliseo” e il “De’ Servi” sono apparentemente l’uno l’opposto dell’altro. Innanzitutto per le dimensioni: il primo ha due sale (una da 800 posti, e un’altra, quella del “Piccolo”, da 250); il De’ Servi invece ospita in totale 209 spettatori, divisi tra platea e galleria. Il primo è un teatro monumentale, il secondo è di nicchia. Basta poi guardare il cartellone degli spettacoli per capire che a guidare i due teatri ci sono scelte di campo differenti.

Non mancano comunque punti di contatto: entrambi hanno, infatti, alle spalle una storia importante, cominciata nei primi anni del secolo scorso, e costituiscono un punto di riferimento per la città di Roma e i suoi abitanti.

Lo sanno bene i due direttori, Monaci e Marafante, che ci tengono a rivendicare con orgoglio, ognuno a proprio modo, il glorioso passato del teatro che dirigono. Simpatici e comunicativi, il primo molto giovane, il secondo più maturo, entrambi portano avanti senza esitazione la loro idea di teatro, consolidata in anni di esperienza di lavoro sul campo.

Dopo averli conosciuti, ho cercato di tirare le somme di ciò che mi avevano detto e mi è venuto un dubbio: sono davvero così diversi tra loro? Probabilmente sì, ma la sincerità è ciò che senza ombra di dubbio li accomuna. Unita alla forte passione nei confronti di un lavoro portato avanti con dedizione e energia positiva.

Del resto, chi di noi può dire quale sia la ricetta giusta da seguire? Nel calderone del Teatro (quello con la T maiuscola) c’è posto per tutti, perché grande, immensa, è la sua capacità di accogliere nella propria millenaria storia il contributo che ognuno è disposto a offrire.

L’importante è avere il coraggio di saper cogliere la sfida. Monaci e Marafante mostrano ogni giorno di averlo, davvero, questo coraggio.

Ecco i segreti che ho cercato di farmi rivelare da questa coppia di direttori.

 

Massimo Monaci, direttore del teatro “Eliseo”

 

Direttore Monaci, si presenti.

 

“Sono nato a Torino, 35 anni fa. Dopo la laurea in economia alla Bocconi, ho cominciato a lavorare al teatro “Franco Parenti” di Milano, dove svolgevo ogni tipo di mansione, ma ancora non ero sicuro se quello sarebbe stato il mio settore di interesse. Poi, quando la mia famiglia si è avventurata nell’imprenditoria teatrale, ho fatto anche io la mia scelta di campo. Non ho mai voluto fare l’attore, mi sarebbe piaciuto fare il regista: ho avuto anche il privilegio di fare da assistente a Giuseppe Patroni Griffi. Da quel momento in poi sono diventato amministratore delegato dell’ “Eliseo Spa” e infine direttore, ruolo che ricopro ancora oggi”.

 

Ma quali sono i compiti specifici di chi è chiamato a dirigere un teatro? Lei è uno di quei direttori da ufficio o si sporca le mani con il teatro vero?

 

“In ufficio non resto quasi mai! Sì, mi sporco davvero le mani, sto sempre in teatro a seguire la preparazione degli spettacoli. La scelta della programmazione è del resto una delle mie responsabilità: io detto le linee guida sia artistiche sia produttive, perché l’ “Eliseo” ha l’onore e l’onere di essere anche produttore di alcuni spettacoli. Mi occupo di selezionare i testi e di decidere quali registi, attori e addetti ai lavori coinvolgere. E poi, ovviamente, curo la comunicazione e la pubblicità. L’ “Eliseo” è gestito da un’impresa privata, che, sebbene le dimensioni del teatro siano imponenti, risulta decisamente piccola. Nella parte contabile entro il meno possibile, anche se controllo comunque più della metà del budget”.

 

Bene, allora ci faccia scoprire quali sono queste direttive che regolano l’attività del teatro Eliseo.

 

“Per quanto riguarda la sala grande, lavoriamo all’interno della tradizione teatrale, cercando di creare connessioni col contemporaneo. Per il “Piccolo”, invece, proponiamo una maggiore sperimentazione per aprirci anche a drammaturgie nuove e più curiose. Credo che il comune denominatore debba sempre essere la qualità: perseguo l’obiettivo di rivolgermi al pubblico in maniera molto diretta, senza troppe sovrastrutture”.

 

Immagino che riceva ogni anno molte proposte di spettacoli da mettere in scena. Come le sceglie?

 

“Molti pensano che io abbia la scrivania invasa da copioni. Magari fosse così. La mia libertà di scelta si esercita più che altro nelle produzioni, che curo con i miei collaboratori dall’inizio alla fine. Ma quando si tratta di ospitare compagnie esterne, la direzione che seguiamo è un po’ obbligata perché purtroppo in giro non ci sono molti testi di qualità. Quindi cerco di prendere i migliori, perché, come le ho detto, è proprio la qualità la cosa per me più importante. Del resto si viene a teatro non solo per farsi intrattenere, ma per ottenere un piccolo cambiamento dentro se stessi. O per lo meno è quello che mi auguro”.

 

Lei è promotore di tante iniziative, come il “Teatro e carcere” (per coinvolgere i detenuti), l’ “Eliseo ragazzi” (rivolto alle scuole), o i “Lunedì gratuiti” (serie di recite uniche a libero accesso per il pubblico). È ancora intatta oggi la funzione sociale e non solo artistica del teatro?

 

“La funzione sociale del teatro non andrebbe mai messa da parte. L’“Eliseo”, per esempio, pur essendo un teatro privato, ha sempre svolto un ruolo pubblico a Roma e in Italia. Ecco perché non possiamo fermarci alle logiche economiche; certo sono importanti, ma non sono tutto. Cerchiamo di svolgere nel migliore dei modi le tante attività che proponiamo, nel rispetto della società, del pubblico e della città di Roma. Per quanto riguarda i progetti che ha citato, ho potuto verificare che la reazione emotiva del pubblico che vi partecipa è molto forte, anche nei ragazzi. Cerco sempre di puntare il più possibile su di loro, sulla possibilità di stimolarli favorendo la nascita di un gusto nuovo, di un’attenzione diversa.

Certo, ci sarebbe bisogno di un’alleanza fra teatro e scuola. E purtroppo i professori sono carenti da questo punto di vista: spesso quando portano i ragazzi a vedere uno spettacolo, non si preoccupano nemmeno di prepararli, di dare loro delle nozioni sull’autore, sul testo. A volte, sembra che gli studenti vengano trattati come una mandria di mufloni (ride, ndr), portati a forza in teatro e poi di nuovo spostati a scuola. Per fortuna, invece, molti di loro si appassionano, allora è una gioia e una grande soddisfazione. Manca comunque un’educazione al teatro. E questo è davvero un peccato”.

 

Quali sono le difficoltà che incontra ogni giorno nel suo lavoro?

 

“Le difficoltà riguardano il bilancio: bisogna fare attenzione ai conti, sempre. Noi riceviamo un contributo di circa 1,5 milioni di euro, che equivale al 25% del nostro budget. Ma non prendiamo contributi da enti locali; tutto quello che abbiamo lo creiamo da soli, con gli sponsor, i biglietti, le produzioni”.

 

Da molti anni si parla di crisi del teatro. Istituzioni o pubblico: di chi è la colpa? Non sarebbe il caso che anche voi operatori del settore faceste un piccolo mea culpa?

 

“Sicuramente ci sono dei problemi che possono essere equamente divisi tra istituzioni e addetti ai lavori.

La politica si disinteressa non solo del teatro, ma della cultura in genere: mancano interventi strutturali, mirati soprattutto ai giovani, che saranno il pubblico di domani e che non sono minimamente sensibilizzati sul ruolo dell’arte nella società. A latere, però, ritengo doveroso fare anche una riflessione su noi che apparteniamo al mondo del teatro.

Dovremmo prenderci le nostre responsabilità. È inutile mascherarsi dietro la crisi economica. Spesso noi che facciamo, materialmente, il teatro ci troviamo a voler assecondare a tutti i costi il gusto del pubblico, che a volte è un gusto perverso, falsato dalla tv. È inutile proporre qualcosa di già visto in televisione, non ha alcun senso. Per portare in scena la qualità e la creatività ci vuole coraggio. Ed è questo che troppo frequentemente manca: se gli operatori teatrali mostreranno di avere finalmente un po’ di coraggio la gente li seguirà e si sveglierà dal torpore in cui si trova. Io nel mio piccolo cerco di stimolare, a volte anche di scioccare, il pubblico dell’ “Eliseo”, pur con il rischio di andare contro le loro aspettative”.

 

Ha solo 35 anni. Che effetto le fa essere il direttore di un teatro così importante, nato all’inizio del ’900?

 

“È normale sentire il peso di guidare un teatro come questo. Il mio è un compito nobile, perché nobile è l’ “Eliseo”. Pensi, nel 1945 su questo palco debuttò Luchino Visconti che fece scandalo con la sua messa in scena de “I parenti terribili” di Cocteau”.

 

Cosa sogna per il suo teatro?

 

“Sogno di dare un respiro internazionale all’ “Eliseo”. Possibile che il teatro italiano ancora non abbia la forza, la capacità, la qualità per relazionarsi con l’Europa?”.

Stefano Marafante, direttore del teatro De’ Servi

 

Direttore Marafante, si presenti.

 

“Sono da sempre nel mondo dello spettacolo, da quando ero giovane. Fino al 1991 ho fatto l’attore, poi ho fondato una società di produzione e mi sono occupato di organizzazione teatrale. Dal 2002 sono qui al “De’ Servi”.

 

Quali sono i suoi compiti nello specifico: stare dietro la scrivania o scendere in teatro a toccare con mano gli spettacoli?

 

“È un lavoro molto dinamico. Leggo i testi, vado a vedere gli spettacoli e cerco di scegliere non soltanto quelli che piacciono a me. Nel senso che mi occupo di dare una valutazione professionale, per accontentare i gusti del pubblico seguendo al tempo stesso le linee guida del teatro. Cercando di far muovere gli spettatori sulle sedie, non solo di coinvolgerli”.

 

Il “De’ Servi” accoglie sul proprio palco esclusivamente commedie, in gran parte contemporanee.

 

“Sì, è questa la tradizione che proprio qui inaugurò Eduardo De Filippo tanti anni fa, nel 1957. Sono fermamente convinto che la cultura non sia solo sperimentazione o autorialità, come tanti spesso vogliono farci credere. La commedia ha un suo ruolo e una sua storia, che fanno parte della nostra tradizione, a noi il compito di rispettare questa tradizione.

A volte ci accusano di seguire un gusto troppo commerciale. Ma, del resto, essere commerciali e, diciamo, leggeri non è un demerito: nelle commedie si discute di tutto, anche di problematiche serie che riguardano la nostra società, sempre però con il sorriso sulle labbra”.

 

In questi anni lei ha mostrato una particolare predisposizione per gli autori e gli attori giovani. È questo il suo modo di stare dalla parte delle nuove generazioni?

 

“Noi siamo un teatro piccolo, di 200 posti. Non è importante che ci siano nomi famosi, la cosa importante è che i testi siano validi. E non ho difficoltà a trovarne, perché, per fortuna, ci sono tantissimi autori e attori emergenti pieni di talento. Io voglio dare loro spazio. Il pubblico poi non è così sciocco come viene descritto: se passa la serata a teatro è per vedere una storia ben raccontata. Da anni ho capito che quello che servono sono le storie, non le star. E i giovani hanno davvero molto da dire”.

 

Come direttore, lei si occupa anche di promuovere altri progetti sempre legati al teatro, come “Passaggi segreti”, in collaborazione con il Comune di Roma.

“Passaggi segreti” è un progetto nato nel ’91. È un’idea che si propone di mettere insieme il patrimonio di luoghi d’arte e musei con lo spettacolo teatrale. È un altro modo di fare teatro, uscendo dal palcoscenico tradizionale e dall’edificio teatrale. Ovviamente, ciò comporta uno sforzo anche da parte dell’artista che deve inventarsi uno spettacolo in un luogo non naturalmente deputato ad ospitarlo, come ci insegna il teatro di strada. Questa è di sicuro un’operazione socialmente utile, così come lo è la commedia: tutto serve a contribuire all’educazione del cittadino”.

 

Far quadrare i conti è difficile?

 

“Molto difficile! I costi sono troppo elevati. Noi riceviamo solo 20.000 euro di aiuto dalle istituzioni per 40.000 spettatori all’anno. Abbiamo anche i nostri costi fissi, primo fra tutti quello relativo al personale che lavora qui. Forse si dovrebbe prestare maggiore considerazione al fatto che i teatri svolgono un ruolo importante, di grande aggregazione. È un servizio che diamo al cittadino”.

 

La sua opinione sull’annosa questione della crisi del teatro: verità o leggenda?

 

“La crisi secondo me c’è, ma va affrontata partendo da un doppio binario. Da una parte ci sono le istituzioni, che non hanno mai considerato il teatro come un settore produttivo. Lo usano come merce di scambio, come vetrina per mettersi in mostra. Il lavoro nello spettacolo non è mai stato considerato seriamente, eppure ci sono famiglie intere che vivono di questo: siamo circa 20.000, più o meno come l’Alitalia! Su un altro piano poi c’è il sistema delle produzioni, che non fa i conti con la realtà.

Gli addetti ai lavori devono capire che i tempi sono cambiati. Per esempio, gli attori famosi non possono pretendere di essere pagati come nelle fiction televisive. In Francia gli attori vanno a percentuale, qui non accade quasi mai. E credo che sia assurdo, perché il teatro non è la tv”.

 

E il pubblico, che ruolo gioca in questa situazione?

 

“Il problema non è il pubblico di età media, quello dai 30 ai 50 anni, che è culturalmente preparato e viene a teatro per rifiutare una tv oggettivamente brutta. Il discorso semmai dovrebbe coinvolgere gli spettatori più giovani, i ragazzi, che associano il teatro a una grande rottura di scatole. Sfido chiunque a vedere Pirandello senza avere alcuna preparazione, senza sapere chi è, quando è vissuto, ecc. I teatranti non si sono mai rivolti seriamente ai ragazzi, forse solo ora cominciano a farlo”.

 

Ha in mente un teatro ideale?

 

“Mi piacerebbe avere un teatro più grande, per far sì che alcuni spettacoli che sono andati bene possano avere più spazio. E soprattutto per dimostrare che ho ragione, che quando si lavora con qualità non c’è crisi che tenga. La gente viene a teatro se sul palco si mettono in scena tematiche coinvolgenti: non dobbiamo più vergognarci di recuperare il valore dei sentimenti attraverso il racconto di una storia”.



*Dice di sé.
Marzia Apice. Romana, classe 1978, dopo la laurea al Dams diventa giornalista nel 2003. Odia chi è fazioso e poco umile, ama il mare e chi fa tanti sogni, purché sappia come realizzarli. È fermamente convinta che la vera arte, in ogni sua espressione, sia una cosa seria e non un gioco da ragazzi. Giudice inquisitore nei confronti di se stessa, esige molto anche dagli altri, e per questo è spesso delusa. Tra una pagina letta e un’altra scritta, attende ancora che il vento della leggerezza le scompigli la vita.





 

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