COPERTINA
PERCHÉ NON POSSIAMO NON DIRCI TRASH?
La prima televisione
commerciale è stata un fulgido esempio di kitsch catodico
con i suoi spericolati accostamenti di colori,
abbigliamenti e scenografie sgargianti
Marco Salvati*
Miss
Padania
Sere fa, durante uno dei miei pigri “scanalamenti”
televisivi notturni, mi sono imbattuto in un programma che,
chissà come mai, avevo colpevolmente ignorato gli scorsi
anni. Il programma in questione era “Miss Padania”, un
succedaneo della più nota kermesse perizomica “Miss Italia”,
ma con l’esclusione dal concorso di tutte le belle ragazze
che abbiano avuto la sventura di nascere al di sotto del Po.
A richiamare la mia attenzione però non è stata la nuance
cripto-razzista della manifestazione, ma l’estetica del
prodotto, il suo look
and feel, come dicono quelli che la sanno lunga.
Sapevo, guardando “Miss Padania”, che non sarebbe stata
premiata dagli ascolti (cosa regolarmente avvenuta), eppure
non riuscivo a spiegarmi il perché della mia certezza. In
fondo c’era tutto quello che doveva esserci: le miss, i
costumini succinti, due conduttori di esperienza, le
sfilate, i commenti degli ospiti vip, i giudici, le
premiazioni con le fasce.
Tutto come a “Miss Italia”, mi dicevo. E allora da dove
arrivava questa sensazione di smarrimento? Perché mi
dibattevo tra la voglia di guardare e quella di cambiare
canale?
Semplice. Le Miss “polentone” non erano poi così
glamour, le luci
sembravano quelle di un supermercato, il teatro ricordava
una parrocchia e gli applausi della nomenklatura leghista
(tutti di verde accessoriati) erano a volte esageratamente
partecipi.
Era evidente l’emulazione di un modello “alto” ma, mi duole
dirlo, non del tutto riuscita.
Allora, cos’è il
trash?
Questo piccolo preambolo per introdurre quella che oggi è la
definizione da tutti accettata del
trash: un termine
tecnico che serve a definire il risultato imperfetto
dell’emulazione di un modello.
Padre di questa formidabile ed efficace semplificazione è
l’autore milanese Tommaso Labranca che molto ha scritto
sull’argomento (“Andy Warhol era un coatto” e “Estasi del
pecoreccio” ed. Castelvecchi), cercando di tracciare la
storia del trash,
definendone l’estetica fino ad elevarlo allo status di
“genere”. Infatti, oggi il
trash, così come
il barocco o l’impressionismo, ha una sua dignità e una sua
collocazione precisa nel pantheon delle arti espressive e in
quanto genere non ha connotazioni negative né positive.
Ma di trash si
parla spesso, e impropriamente, nell’ambito televisivo per
etichettare un programma percepito come brutto o volgare,
magari punteggiato da risse e schiamazzi, con intermezzi di
tette generosamente esposte dalle vallette raccomandate di
turno.
Ma se l’assioma del
trash era in origine la completa inconsapevolezza,
possiamo ancora definire
trash una
televisione che ricerca l’estetica del brutto (su cui più
tardi scomoderemo Eco) con caparbietà e determinazione?
La risposta è no.
Le origini del trash
televisivo
Nel libro “Il mucchio selvaggio. La strabiliante, epica,
inverosimile ma vera storia della televisione locale in
Italia” (ed. Mondadori), viene raccontata la nascita delle
tv “private” italiane con dovizia di aneddoti e biografie
dei personaggi che hanno (inconsapevolmente) cambiato la
nostra televisione.
Il ritratto di questa televisione “rupestre” è anche
l’epopea del vero e indiscusso
trash televisivo.
Alla fine degli anni ’70 Telebiella, Telemilano, GBR,
Telecapri, Telenorba e decine di altre emittenti
rivoluzionano l’etere italiano mettendo in scena un
irripetibile teatro di
freak, una
mostruosa carrellata di figure da commedia dell’arte, di
magnifici cialtroni, televenditori, maghi e cartomanti.
Quei primi imprenditori pionieri che osano sfidare la Rai, trasformando la cantina o la legnaia in uno
studio televisivo, si trovano subito innanzi al problema di
dover riempire i propri palinsesti con “qualcosa da mandare
in onda”.
Ed ecco apparire dal nulla personaggi come Guido Angeli
(l’indimenticato sacerdote di Aiazzone, suo il motto
provare per credere),
Pierre la
Sultana (all’anagrafe Pietro Imperatore,
cartomante circondato/a da enormi clisteri), Wanna Marchi e
Concetta Mobili (le regine indiscusse delle televenditrici
estreme) e via così fino ad arrivare a Gigetto “il maghetto
imperfetto” e a Richard Benson (l’anziano metallaro che
bardato di borchie e parrucche tenta di spacciarsi per icona
rock).
E non vanno dimenticati gli eroi spirituali Chuck e Nora che
ancora oggi, grazie a TBNE, cercano adepti per una
strampalata chiesa evangelica trasmettendo dallo
studio-cattedrale ornato di ori, immagini sacre, feticci
religiosi e statue di cartapesta in perfetto
kitsch americano;
l’arma segreta sono i video del predicatore Benny Hinn che
incanta le platee di tutto il mondo guarendo con un tocco
sulla fronte – più spesso una “mazzata” – qualsiasi malato
gli si pari davanti, vero o attore che sia.
Questi e altri mostri hanno avuto la sventura di doversi
misurare con i modelli della tv tradizionale, diventandone
goffi epigoni, ma grazie ad una provvidenziale mancanza di
preparazione e più spesso di umiltà hanno prodotto un
risultato spiazzante capace di tenere incollato chiunque
davanti allo schermo.
Carmelo Bene, genio e insonne, pare passasse le notti
immerso nella visione dell’astrologa Demetra – una
romanaccia piuttosto greve – e ne era affascinato, forse
inorridito, comunque rapito.
E lì dove il sublime attore incontrava nell’estasi i
freak subumani,
il trash prendeva forma e, inconsapevolmente, diventava
genere.
La bellezza del cattivo gusto
Parte prima: il kitsch in tv
Se ora abbiamo più chiaro il concetto di
trash, vale la
pena fare i conti con i suoi parenti nobili, per capire
meglio da dove nasce l’estetica e la cultura del cattivo
gusto.
Nella “Storia della bruttezza” (a cura di Umberto Eco –
Bompiani), si fa risalire il termine
kitsch alla
seconda metà dell’Ottocento, quando i turisti americani a
Monaco, volendo acquistare un quadro, ma a poco prezzo,
chiedevano uno schizzo
(sketch). Di lì
in poi il termine sarebbe stato usato per indicare
paccottiglia per acquirenti desiderosi di facili esperienze
estetiche. Ma cosa succede quando questa paccottiglia per
qualcuno non è più tale?
La cultura “alta” definisce
kitsch le
statuine della Madonna fosforescenti, gli accendini degli
ambulanti cinesi, i nanetti da giardino, l’arte celebrativa
di Hitler o Mussolini, le copie artificiali e grottesche di
città europee che troviamo a Las Vegas o Disney World.
Ma c’è chi si compiace del
kitsch e lo trova
molto più appagante di un’esperienza culturale
“tradizionale”. Quando Fellini girò “La dolce vita” preferì
ricostruire via Veneto a Cinecittà, anziché girare nella
location
originale, ritenendo che la realtà riprodotta in cartapesta
fosse estremamente più interessante della realtà vera e
propria (concetto estetico ribadito ne “E la nave va”, dove
il piroscafo appare volutamente finto e baraccone).
Gli ammiratori del
kitsch, anche quelli “colti”, lo vedono come qualcosa
che provoca un effetto passionale e non contemplativo, e ciò
che è kitsch deve
suscitare la reazione emotiva del fruitore.
In comune con il
trash potremmo dire che anche il
kitsch tende
all’imitazione, ma in questo caso il modello di riferimento
è più alto e “borghese”; ed ecco che gli intellettuali se ne
innamorano e la “paccottiglia” diventa arte a tutti gli
effetti e senza riserve.
La prima televisione commerciale, quella di Berlusconi per
intenderci, è stata un fulgido esempio di
kitsch catodico
con i suoi spericolati accostamenti di colori, abbigliamenti
e scenografie sgargianti, le abbuffate di
chroma-key e
benessere straripante distribuito in ogni settore produttivo
(vedi “Premiatissima”, “Grand hotel”, “Risatissima”, “Ric e
Gian folies”, “Odiens”, “Superclassifica show”, “Ok! Il
prezzo è giusto”).
Il kitsch televisivo ha poi conosciuto vette irraggiungibili
grazie alle scenografie di Cappellini e Licheri, che
celebrano il trionfo della bachelite e del tropical decò
americano nei programmi “Quelli della notte” e “Indietro
tutta”, in cui Frassica, le ragazze Coccodè e Renzo Arbore
vestito da ammiraglio sfoggiavano il “cattivo gusto” con una
sfrontatezza mai vista prima.
Oggi tracce di kitsch
d’autore si trovano ancora in “Striscia la notizia”, nei
vari “Mai dire...” della Gialappa’s, nelle produzioni di
Chiambretti, nel Bagaglino e – ma forse lui non lo sa – nei
programmi di Michele Guardì.
Parte seconda: arriva il camp!
Laddove il trash si porta dietro il retaggio maschilista dei
film di serie Z degli anni ’70 (Edwige Fenech e Alvaro
Vitali ne furono i massimi protagonisti), il
camp è la
risposta della comunità omosessuale al culto del “brutto” al
quale viene aggiunto un elemento distintivo unico: la
fierezza dell’appartenenza. Non a caso il termine
camp indica
proprio un campetto, una cerchia ristretta di amici
“parrocchiani”: chi non è del gruppo molto difficilmente
riesce a cogliere la chiave di lettura.
Susan Sontag nel suo “Note sul camp” del 1964 descrive
questo genere come una forma di sensibilità che non tende a
tramutare il frivolo in serio, bensì il serio in frivolo. Il
gusto camp quindi
nasce come segno di riconoscimento tra i membri di una
èlite
intellettuale, così snob (e mi prendo la responsabilità del
termine) da poter decidere che ciò che era di cattivo gusto,
per loro volere, ora non lo è più; “è bello perché
orribile”, ci ricorda Sontag e aggiunge che “ciò che era
banale può, col trascorrere del tempo, diventare
fantastico”.
Se i riferimenti cinematografici dell’estetica
camp sono certe
regie di Visconti, il “King Kong” degli anni ’30 e tutte le
pellicole delle grandi “dive” hollywoodiane (Marylin Monroe,
Greta Garbo e Marlene Dietrich, ecc.), in televisione sono
tanti e vari i programmi che, più o meno intenzionalmente,
soddisfano i criteri di questo genere.
Pescando nel passato recente, la cultura
camp si è
appropriata di tutti i varietà che hanno portato alla
ribalta le “prime donne” a partire dagli anni ’70; Lorella
Cuccarini, Heather Parisi, Raffaella Carrà e più
recentemente Simona Ventura sono diventate le vestali del
gusto pompier
grazie anche alla comunità gay che le ha trasformate in vere
e proprie icone.
Oggi gli esempi più evidenti di estetica
camp in TV sono i
programmi condotti da Victoria Cabello (“Very Victoria” e
“Victor Victoria”), la quale saggiamente non perde mai
occasione di sottolineare quanto di “nicchia” possa essere
il suo pubblico (un vero e proprio campetto di eletti) e
quanto questo si senta appagato da un florilegio di
cliché del
genere. Notevole anche il contributo di Fabio Canino
(“Cronache marziane”), Ambra Angiolini (“Stasera niente
MTV”), Amanda Lear (“Cocktail d’amore”), Platinette in tutte
le sue apparizioni e della produzione ideativo-coreografica
del talentuoso Luca Tommassini.
Aggiungo – osando – che i
reality show,
purché vengano confezionati con perizia e con una precisa
volontà autoriale a turbare il cosiddetto buon gusto,
potrebbero entrare di diritto nella categoria
camp.
C’è infine da sottolineare che il mondo
camp è
estremamente critico nei confronti del
trash, visto come
privo di valore o contenuto, autodistruttivo ed infantile. E
quando la diatriba con i
trashisti si fa
particolarmente dura c’è sempre un asso da calare: Andy
Warhol era completamente
camp!
Parte terza: il cult, ovvero l’assoluzione
Non si può parlare di
cult senza scomodare Marco Giusti, storico autore
televisivo padre di “Blob” e “Stracult” (ha anche pubblicato
“Stracult. Dizionario dei film italiani”, “Dizionario dei
cartoni animati” e “Il grande libro di Carosello”).
In un’intervista Giusti afferma che “il cinema
cult italiano è tutto quello che va fuori certe regole,
che spacca, o ti piace o non ti piace! [...] Spacca e
contemporaneamente c’è il rifiuto di Nanni Moretti del
cinema ideologico, del cinema comico più alto. Se poi
parliamo di culto, secondo Giovanni Buttafava nasceva nel
momento in cui un film veniva adorato e celebrato
rivedendolo […] Tuttavia il film culto, ci da anche l’idea
che in qualche modo siamo sempre in pochi ad amarlo, in
fondo siamo noi contro gli altri, è un culto per un piccolo
gruppo e non per un grande gruppo”.
In realtà, come si evince dalle parole dello stesso Giusti,
il cult non è un
genere di per sé, ma è la santificazione, il Nirvana a cui
tendono tutti i generi votati al “brutto”,
trash,
kitsch o
camp che siano.
Quante volte ci siamo ritrovati tra coetanei a scoprire
stupiti quanta televisione apparentemente dimenticata sia
ancora condivisa nella memoria di molti?
Quante volte abbiamo sfidato gli amici a canticchiare le
sigle di “Miami vice” e “Supercar” o glorificato serie
televisive come “Arnold”, “Starsky & Hutch” e “Charlie’s
Angels”? E che dire di “Jeeg Robot di acciaio”, “Mazinga” e
il “Supertelegattone”? E le lacrime che scorrono ripensando
a quei meravigliosi protagonisti dei Caroselli come
Carmencita e il pianeta Papalla… Non erano certo esempi di
televisione “alta”, ma oggi, senza alcun dubbio, sono
diventati cult.
Ecco quindi cosa è
cult: l’occhio benevolo e distante della memoria che
assolve l’antica “bruttezza” e la trasforma in bellezza, in
qualcosa di sacro – di “culto” appunto – purché ci sia
ancora un piccolo manipolo di adepti pronto a celebrare il
rito del “ti ricordi quel programma…?”.
Ma attenti a non commettere l’errore di molti critici: non
si può perdonare qualsiasi nefandezza promuovendola al rango
di cult, solo
perché lontana nel tempo!
Conclusioni
Questa piccola (e per niente esaustiva, molto ci sarebbe da
scrivere) storia del “brutto” televisivo si è resa
necessaria per sottolineare l’uso improprio del termine
“trash” per la televisione che non piace a chi si suppone
abbia i titoli per giudicarla.
Se abbiamo accettato il concetto di
trash come
“emulazione inconsapevole” pare chiaro che i programmi
urlati e caciaroni non possano essere inscritti nella
categoria, poiché dietro a questi prodotti non c’è
inconsapevolezza o
naiveté, bensì l’esatto opposto: il totale compiacimento
nel far “male”. Se invece è genere, il
trash non può
essere sinonimo di “brutto programma”, perchè un genere,
soprattutto quando diventa classico, non ha connotazioni
negative.
Quindi, se mai qualcuno avesse voglia di brevettare un
aggettivo o un marchio per la TV che non piace, si faccia pure
avanti. E si concentri sui quei bei talk sguaiati, sulle
ballerine scosciate, sui tronisti maleducati, sui reality
sopra-le-righe. Ma pensi anche all’effetto magnetico che
trasmettono, al sottile piacere che dà il culto del “cattivo
gusto”, al sapere che forse si appartiene ad una casta di
eletti che decide che ciò che è orribile può diventare
bello.
Io provo a suggerire un paio di ipotesi: “neo-brutto” oppure
(con il permesso di D’Agostino) “cafonal”.
Ma comunque si vorrà etichettarli, io continuerò fieramente
a vedere quei programmi. Divertito.
*Dice di sé.
Marco Salvati, 45 anni di Roma, ha firmato molti
programmi, alcuni sorprendentemente di successo: tre
“Festival di Sanremo”, tre edizioni de “La
Talpa”, e poi qualche sabato sera
di RaiUno, molte “Buona Domenica”, una manciata di “Domenica
In”, “Scommettiamo che?” e tanti, troppi, altri.
Di sè dice:
Sono nato “trash”, brutta copia.
Sono cresciuto “camp”, fiero di essere brutta copia.
Invecchio “kitsch”, esempio per le prossime brutte copie.
Spero almeno di morire un po’ “cult”.
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JOHANN
WOLFGANG GOETHE
Quale brivido mi corre nelle vene quando per
caso le mie dita
toccano le sue, quando i
nostri piedi s’incontrano sotto
la tavola. Mi ritiro como
dal fuoco, ma una segreta forza
mi spinge avanti di nuovo
e tutti i miei sensi
sono presi da una
vertigine.
(Da “I
dolori del giovane Werther”,
1774)
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